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Parma

Nonna Ebe: i miei 100 anni? Me li ricordo tutti

26 aprile 2013, 20:47

Nonna Ebe: i miei 100 anni? Me li ricordo tutti

Chiara Cacciani

I primi fiori sono arrivati a inizio settimana: portati a domicilio dal suo dottore, che ne ha approfittato per unire agli auguri un piccolo check up. «Ho la pressione perfetta, ma gli ho detto che non ci vedo più tanto bene...». E lui? «Mi ha risposto: ma signora Ave, lei ha 100 anni!».
Ave è Ave Minari, per tutti Ebe, e a 100 anni scoccati proprio oggi l’unico a darle dei grattacapi è l’udito.
Per il resto la salute è praticamente perfetta, così come la sua memoria: «Questi 100 anni? Me li ricordo tutti», dice con sicurezza. E la prova è la lunga serie di date, nomi e aneddoti che snocciola senza sbagliare un colpo. Ebe, che ormai tiene il conto di tre figli «Adalgisa (Sisi), Iside e Daniele», nuora e generi, sette nipoti e quattro bisnipoti, è originaria di Gattatico. La sua era una famiglia di agricoltori, e lei l’ultima di sette figli, quattro femmine e due maschi.
«Ho perso la mia mamma quando avevo 10 anni, e mio papà  si è dovuto occupare da solo di tutti noi -  racconta -. A 15 anni sono andata a servizio insieme a mia sorella Nora a Livorno: la signora voleva adottarmi ma io là non ci volevo stare. Scrissi a mio padre di mandare un telegramma per dire che era malato e di volerci al suo fianco. Ma quello da cui stavo era il colonnello che aveva salvato la vita al nostro re, non era miga cojon».
Il seguito della storia? Il colonnello scrisse a sua volta ai carabinieri di Gattatico per verificare le condizioni di salute di papà  Augusto. Arrivò il telegramma: «Ottima salute». «E dovemmo restare». Ritornò a casa qualche anno dopo, Ebe, per aiutare una cugina a traslocare nella nuova casa di fronte alla caserma. «Quando siamo arrivate con il carico, un carabiniere si è affacciato alla finestra e non andava più via».
Era Isidoro Sokol, un giovane militare arrivato dalla Gorizia jugoslava: quell'Isidoro che per sposarla si è offerto volontario per la guerra d’Africa e con cui ha poi condiviso oltre settant'anni di grande amore.
Quella di Ebe è stata una vita di lavoro. «Prima sono andata a servizio, poi ho lavorato da mezzadra per poter stare vicino a mia figlia Sisi mentre Isidoro era al fronte, poi sono arrivati il banco di frutta e verdura in Ghiaia e la bottega ai Prati Bocchi. E quando tornavo a casa dovevo pensare a sette persone: mi sono presa cura anche di mio padre e poi di suo fratello Luigi. In punto di morte papà  mi aveva chiesto di non mandarlo in un ricovero e io gliel'ho promesso. Ma sono stati anni duri.. Mica c'era la lavatrice! Di notte lavavo a mano le cose per tutti».
Era anche una gran cuoca, Ebe. Se tra i nipoti è famosa per gli gnocchi, lei cita altri cavalli di battaglia: «Non dovrei dirlo, ma preparavo di quelle lasagne... E i cappelletti: ne facevo mille alla volta. Per me era una passione».
L’altra passione, quella a cui non rinuncia neanche a 100 anni, sono invece le carte: la briscola e il tressette dei pomeriggi con le amiche. «E' il mio divertimento. E vinco ancora, sa?». «Qui ai Prati Bocchi Ebe conosce molte persone. Ogni tanto qualcuno mi chiede di lei: si preoccupano se passando non la vedono alla finestra - racconta il genero Franco, che è una presenza fondamentale al suo fianco -. Io rassicuro tutti: se non è alla finestra, vuol dire che sta giocando a carte. E che vincendo sfacciatamente».
Ci sono anche loro, le amiche, alla festa di compleanno. C'è la torta «d’ordinanza», ci sono gli abbracci, i fiori, ci sono tutte le persone a cui vuole bene. «I miei giorni più belli? Questi qui, quelli della vecchiaia: sono nella mia casa, ho persone che si prendono cura di me e mi tengono compagnia. E sono felice».

 

 

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