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Arte-Cultura

"Mario Rinaldi, la Resistenza analizzata senza veli"

03 maggio 2013, 17:40

 Elena Formica

«Vieni fuori», disse Mario all’amico con cui, anche quel giorno, aveva appuntamento alla libreria Fiaccadori. Giuseppe uscì subito. «E’ tuo, fanne quello che vuoi»: rapidamente, con queste parole, Mario gli mise tra le mani un plico. «Ma fai presto. Ho un tumore, sono già morto». Quindici giorni dopo non c’era più.  Giuseppe Massari ricorda così la consegna del romanzo «La bottega di Aldo», l’ultimo di Mario Rinaldi, scomparso cinque  mesi fa all’età di 77 anni, uno dei massimi studiosi della Resistenza nel Parmense. Edito da Diabasis, di cui Massari è socio, il romanzo uscirà tra poche settimane. Rinaldi ci lavorava da anni. In un potente ricordo dell’amico pubblicato sulla rivista «Aurea Parma», Massari precisa, a proposito dell’attività di ricerca svolta da Rinaldi e della sua fondamentale produzione saggistica, ch’egli è stato «analista ma non, per una sua scelta “politica”, storico della Resistenza». 
E aggiunge: «Rinaldi situa il centro di gravità della sua composizione nello svelamento di storie e vicende – anzi delle loro motivazioni – tenute rigorosamente celate e sottotraccia dai molti – e qui il giudizio politico può anche apparire duro e impietoso – che hanno edificato il monumento resistenziale quale narrazione senza ombre e recessi: ascesa mistica della nazione verso intangibili empirei. Semplicemente, furono venti mesi di eroico furore (...)». E poi c’è la narrativa. «''La bottega di Aldo'' - spiega Massari - è il secondo e ultimo romanzo di Mario; in un certo senso è il seguito di ''Boogie Woogie'', anch’esso edito da Diabasis, ambientato nel periodo della lotta partigiana a Neviano degli Arduini, dove Mario era nato. Aldo Monica era il barbiere del paese, un grande appassionato di musica. Suonava la chitarra, i suoi figli sono poi diventati musicisti di valore. Il personaggio di Aldo compare già in ''Boogie Woogie'', dove esprime un giudizio sulla musica di Verdi: ''Ti mette l’angoscia'', diceva». 
Mario Rinaldi – continua Massari – era «un pessimista, ma un pessimista romantico, di un romanticismo epico, foscoliano. O verdiano, come Manrico nel Trovatore. Sì, Mario amava Verdi. La sua passione per il melodramma era contagiosa. Era riuscito ad avvicinare all’opera anche Maurizio Landini, il segretario generale della Fiom, che gli era stato presentato dall’avvocato Centurio Frignani, ex sindaco di San Polo d’Enza». Un dramma mordeva l’anima di Rinaldi, un dramma antico. 
«Da un lato – racconta Massari – Mario viveva nel mito di una madre forte, bella e coraggiosa, Camilla, antifascista e sorella di Giacomo Ferrari ''Arta'', comandante unico delle formazioni partigiane parmensi; dall’altro avvertiva un disagio profondo, incolpevole ma incancellabile, quello di non aver forse voluto bene al padre, Vincenzo, che era segretario comunale a Neviano, una brava persona, ma fascista. E poi c’era l’ammirazione per il fratello ''Toti'', poco più che adolescente in armi, fulgidamente eroico». 
 Nitida, in «Boogie Woogie», brilla la madre quale stella polare. Come ombre inquiete, plasmate però nella materia reale, sorgono in quel primo romanzo alcune importanti figure della Resistenza («Ilio», «Pablo», «Penola», «Nardo» e altri), che Mario aveva conosciuto da bambino, testimone insieme a Camilla di eventi tragici come l’eccidio del Comando Unico a Bosco di Corniglio, nel ’44, e di effimere, sorridenti tregue. Attorno una schiera di personaggi piccoli e veri, ma non per questo minori nel perenne ruotare del mondo attorno al proprio asse obliquo, pericolosamente oscillante tra il bene e il male. La guerra è, per lo scrittore, un «marasma umano». 
Anche la più giusta, se mai possibile, condanna chi l’ha voluta e le sopravvive ad espiarla giorno per giorno. Una desolata saggezza questa di Rinaldi, un’amarezza che scava il cuore. La cifra, per Massari, anche del secondo romanzo, «La bottega di Aldo», che si svolge nel dopoguerra. E che,  senza retorica, mette davanti alle più inconsolabili durezze della vita.