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La Vasca

Imagine: il mondo a 20 anni - Gemma Calabresi, la speranza che pietrifica

03 maggio 2013, 21:19

Francesca Gatti

Gemma, la cultura della vita e la vita, “che è bene vivere, a qualunque costo”.

Ci saremmo dovuti aspettare forse il lamento, il dolore e la rabbia di una vittima; ma il sorriso, la lucidità e le parole di speranza che una persona ha saputo trasmettere in una sala gremita di persone, ci hanno lasciati pietrificati.
 Gemma Capra, meglio nota come vedova del maresciallo Calabresi, non si è fermata all’attimo dell’assassinio del marito, la mattina del 17 maggio 1972, quarantuno anni fa.

Le nostre aspettative sarebbero state soddisfatte molto probabilmente qualche anno fa, quando il rancore e la debolezza di Gemma prendevano più facilmente il sopravvento sulla sua forza; ma se così non è stato, all‘auditorium della Casa della Musica di Parma, possiamo ritenerci artefici di questo cambiamento. Le persone, infatti, -e non solo la fede, di cui parlerò più avanti- hanno salvato Gemma dall’inabissamento: l’interessamento, l’ attenzione, la presenza, la sensibilità, le cure e le premure, i messaggi, le parole, -in una parola: la solidarietà- di cui siamo, a volte, capaci.

Originaria di una famiglia cattolica, Gemma non ha mai abbandonato la sua fede, che, nei momenti di crisi, è diventata un punto di riferimento e le ha fornito quasi una ‘giustificazione’: “Da quel 17 maggio, ho incominciato a pensare al fatto che la mia vita non sarebbe più stata come me l’ero immaginata e sognata, ma che almeno non sarei stata sola. La fede non toglie il dolore, ma lo riempie di significato. Non mi è mai capitato di pormi la domanda ‘perché è successo a me’ dal momento che non capivo perché sarebbe dovuto toccare agli altri”.
 Gemma svela il lato positivo interno all’esperienza del dolore: a quel suo aspetto, il più delle volte trascurato, grazie al quale è riuscita a maturare, a crescere e a sviluppare una sensibilità maggiore.
E accenna al perdono come percorso molto lungo, con alti e bassi: dev’essere un percorso ricercato e continuato, perché “il perdono non si dà attraverso le parole o la mente, ma solo con il cuore”.
E’ inoltre necessario operare una differenza tra ‘giustizia’ e ‘perdono’ dal momento che l’una non esclude l’altra: ‘giustizia’ non equivale a ‘dimenticare o perdonare’, ma vuol dire fare luce, capire, ricercare la verità.

Frutto dei tre anni di matrimonio tra Luigi e Gemma sono i tre figli, l’ultimo dei quali doveva ancora nascere al momento dell’omicidio del padre. Gemma racconta di come è riuscita a infondere loro uno spirito di rivalsa. “Crescerli nella cultura del rancore”; spiega: “ avrebbe costituito una tragedia in più per noi perché avrebbe significato far trionfare la morte e la cultura derivante da essa. Se avessi instillato in loro solo la rabbia e la vendetta, non avrebbero costruito alcunché sia come persone sia all’interno delle loro vite: non sarebbero più stati in grado di comprendere ciò che di bello ancora la vita riservava e avrebbe riservato loro”.
Dei tre figli, solo Mario -diventato giornalista, scrittore e direttore de La Stampa-, ha ricordi personali del padre. “La memoria e la figura del padre doveva essere viva in loro, ma non limitante: ho cercato di fare in modo che i miei figli non si fermassero all’attimo dell’omicidio, ma di proiettarli verso il futuro, in grado di inventarsi e di ricrearsi una propria vita”.
 Gemma chiude il suo intervento con un monito dedicato ai genitori: “Costruite un dialogo con i vostri figli; non abbiate paura di essere troppo semplici o troppo profondi. Confrontatevi e date loro l’esempio, sempre!”.

Come al termine delle opere teatrali e musicali, gli applausi durano parecchi minuti, qualcuno tra il pubblico si alza in piedi e molti esibiscono la loro copia di Spingendo la notte più in là, il libro di cui è autore il figlio Mario Calabresi, con l’intenzione di farselo autografare da questa donna decisamente fuori dall’ordinario.

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