Sei in Archivio

Parma

La corsa - La Resistenza raccontata da una 13enne

04 maggio 2013, 22:17

A scrivere a Gazzettadiparma.it è una mamma, Marzia. "Non è una vera storia quella che vi invio, ma dopo il 25 aprile, dopo oggi 1 maggio, dopo le “offese” alle sagome della Resistenza e alla buona notizia che sono state sistemate e che sabato è stata organizzata una manifestazione, casualmente mia figlia Alice, 13 anni, 3° media alla Don Cavalli ha scritto per un compito ciò che vi allego. La II guerra e la Resistenza sono programma di studio, ma, grazie alla sensibilità di un’ottima insegnante  e alla discussione in casa, queste storie, la nostra Storia,  sono diventate parte di lei. E quello che scrive, che sente e che ha fatto suo, come per tanti suoi coetanei sono certa, mi da la certezza che queste idee e questi valori resteranno sempre, attraverso le crisi e nonostante gli sfregi alle sagome dei Partigiani".

 

Ecco il racconto scritto da Alice

Corro. Corro sempre più forte. Sento i polmoni che bruciano, ma resisto. Devo resistere. Seguo il percorso del lento ruscello che ho di fianco. Vorrei fermarmi, bere, riposare. Ma non posso. Continuo a correre.

Sono ormai più di tre giorni che sono partita. La settimana scorsa è arrivato un gruppo di cinque ragazzi; partigiani, hanno detto, stanziati nella zona del poggio. Il più grande, che non superava i 20 anni, ha spiegato che ,di li a poco, avrebbero dovuto spostarsi più verso ovest. I tedeschi si stavano avvicinando, il poggio non era più una zona sicura.
Avevano bisogno di qualcuno che avvisasse la squadra della vecchia fornace, che stessero pronti ad accogliere una ventina di uomini, o forse qualcosa di meno, mentre loro facevano scorta di rifornimenti. Avanzai, senza esitazione, piantandomi davanti al ragazzo. Conoscevo la strada per la vecchia fornace, sapevo sparare e correvo veloce. Poteva bastare?

Evidentemente bastava. Il giorno dopo, all’alba, nella piazzetta del paese, mi fecero salire su un grosso autocarro, pieno di cibo e munizioni. Mi avrebbero accompagnato fino al poggio. Da li, dovevo proseguire, da sola.

Bastarono poche ore di viaggio. In una vecchia cascina abbandonata incontrai il comandante. Dopo avermi detto la parola d’ordine che mi sarebbe servita per farmi riconoscere, mi spiegò cosa dovevo fare esattamente: raggiungere la fornace entro una settimana, informare dell’arrivo della squadra del poggio e in più consegnare alcune informazioni sull’avanzamento di un certo manipolo di autocarri tedeschi. Dopodiché, dovevo filare a casa immediatamente. “La montagna non è posto per una ragazzina”, disse. Lo guardai con un certo disprezzo, ma egli sorrise e mi strinse la mano. Non lo pensava davvero.

Quattro giorni che sono partita dal poggio. È primavera inoltrata. All’alba mi metto in marcia, di solito corro fino a che il sole non si trova nel suo punto più alto. Allora mi fermo, bevo qualche sorso dal ruscello, mi rinfresco appena e apro la bisaccia con i viveri. Mangio qualche striscia di carne secca, un pezzo di pane e se sono fortunata riesco a trovare qualche bacca nelle vicinanze. Non mi concedo più di mezz’ora, giusto il tempo di riposare un attimo le gambe.
Cammino fino al tramonto. Quando il sole sta per sparire, riprendo a correre e non mi fermo per altre due, tre ore. Infine, cerco un posto dove poter dormire, mi ricopro con delle foglie secche e aspetto.

Seguo il corso del ruscello, ma a volte mi allontano per prendere qualche scorciatoia, inoltrandomi tra gli alberi. Puntualmente, il rumore ormai famigliare dell’acqua che scorre mi raggiunge. Secondo il comandante, mantenendo questo ritmo dovrei riuscire ad arrivare in sei, sette giorni. Il quinto giorno, mentre il sole cala, riesco a scorgere il bosco che si dirada e il pendio che scende dolcemente.

Ogni tanto controllo di avere ancora in tasca la pistola. Quando al poggio me l’hanno data non mi hanno detto dove è stata fabbricata, se in America, in Inghilterra o in Germania.
È abbastanza lunga, circa una spanna e mezzo; l’impugnatura è in legno, l’otturatore è ben oliato. Le munizioni vi scivolano dentro perfettamente, è leggera; si adatta alla mia mano come se fosse stata creata apposta per me. Non è come il vecchio fucile da caccia di mio papà. Ho imparato a sparare con quello. In cortile, mi piazzavo davanti all’albero cavo e prendevo la mira.
Anche con questa ho provato a sparare, una volta. Ero stesa di fianco ad un albero. Ho preso la mira, puntando ad un tronco al di la del ruscello. La pallottola è finita esattamente dove volevo io,conficcandosi nel centro preciso del tronco.

Sesto giorno. Sto discendendo il pendio, di corsa. Cerco di evitare i sassi e i cumuli di terra per non ruzzolare giù. La mia milza protesta pulsando dolorosamente.

Finalmente. La fornace mi si staglia davanti, come la ricordavo, forse un po’ più piccola di come mi era sembrata l’ultima volta. Oh sì, ero già stata qui. Quasi sei anni fa, avevo poco più di nove anni. Ma ricordo tutto come se non fosse passato neanche un giorno.

Nel bel mezzo della notte, uno sparo. Un altro. Mi svegliai, correndo giù per le scale. Davanti a casa mia c’erano una decina o più di uomini vestiti di nero. Trascinavano via mio padre. Mia mamma invece giaceva a terra, immobile. Mi avvicinai. Gli uomini stavano andando via, alla fornace, così aveva detto uno di loro, trascinandosi dietro mio papà, che urlava.
Capii subito perché urlava. Qualcosa nella mamma non andava. Era sdraiata a pancia in giù, non muoveva un muscolo. Cercai di scuoterla. Svegliati mamma, svegliati! Urlavo. Intanto una pozza di sangue si allargava intorno. La girai, guardandole il viso per l’ultima volta. L’avevano picchiata. L’avevano picchiata e poi le avevano sparato. Riuscii appena in tempo a infilarmi dentro un autocarro, dentro un grande baule. Non so quanto durò il viaggio. Mi svegliai in mezzo al silenzio. Scesi e mi nascosi dietro un albero. Mio papà era in piedi in mezzo al grande spiazzo davanti all’edificio. Un uomo vestito di nero gli parlava. Urlava, più che altro. Volantini, diceva, volantini. Speravi che dei volantini potessero servire a qualcosa?! Propaganda anti-fascista?! Sei solo un povero comunista, un illuso! E intanto lo picchiava con il calcio del fucile. Io volevo urlare, ma non mi usciva la voce. Non sapevo cosa fare. Così rimasi li, a guardare. Avrebbero ucciso anche me, se avessi cercato di fare qualcosa. Rimasi a guardare mentre l’uomo vestito di nero sparava, mentre mio papà cadeva a terra. Quando tutti se ne andarono, mi avvicinai. Non correvo. Sapevo cosa era successo. Era riverso come la mamma. Mi accucciai di fianco a lui, aspettando il mattino dopo.

Ecco perché. Perché volevo portarlo io quel messaggio. Ciò che era successo quella notte, alla fornace, mi aveva fatto conoscere la crudeltà di quelle persone contro cui i partigiani combattevano. Che fossero fascisti o tedeschi. Non volevo che quello che avevo vissuto io accadesse ad altri bambini innocenti.
Volevo rendermi utile, ma non per uccidere tutti i fascisti che incontravo sul mio cammino, perché sarei diventata io l’assassino. Volevo fare qualcosa per creare un mondo migliore, dove nessuno avrebbe dovuto preoccuparsi di essere comunista, socialista o ebreo.

Entrai nella fornace e recapitai il messaggio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA