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Cleveland, l'"orco" confessa le torture, rischia la pena di morte

11 maggio 2013, 21:15

Cleveland, l'

Marcello Campo

 
WASHINGTON – Ariel Castro, l’orco di Cleveland, sta collaborando con gli inquirenti, confessando gran parte dei reati contestati, sulla base delle indicazioni fornite dalle sue vittime ormai libere. Tuttavia, rischia lo stesso di andare davanti al boia: il procuratore a cui è stata affidata la pubblica accusa, Timothy McGinty, ha detto chiaramente che intende incolparlo di omicidio aggravato, per aver picchiato Michelle Knight sull'addome, provocandole almeno 5 aborti. Un reato che in Ohio potrebbe essere sanzionato con la pena di morte. Ora anche il test Dna conferma che la figlia che Amanda ha partorito sei anni fa nella casa degli orrori è figlia del suo aguzzino.
Nel frattempo, continuano a emergere nuovi dettagli sulla prigionia: «Ariel Castro – sintetizza la Polizia – creò una camera della tortura a casa sua, che per dieci anni è stata una prigione privata nel cuore della città. La raccapricciante brutalità delle torture che queste ragazze hanno subito lungo questi dieci anni – spiegano le stesse fonti – sono aldilà di ogni umana comprensione».
Alla Cnn parla anche Angie Gregg, una delle figlie avute da Ariel durante il primo matrimonio: «Per me è morto: è il criminale più cattivo, vile e demoniaco che esista. Non voglio più vederlo in vita mia. In famiglia non abbiamo un dna di mostri», prosegue quasi in lacrime. «In passato ho conosciuto un uomo gentile e amichevole. Ma ora – aggiunge la ragazza – non ci saranno più visite, nè telefonate. Lui non potrà essere mai più mio padre, non posso accettarlo». Quando ha saputo la notizia del rapimento delle tre ragazze, spiega che avrebbe «voluto morire». Lei assieme al marito, in questo decennio, è stata spesso ospite nella casa degli orrori, ma purtroppo non ha mai avuto alcun sospetto: «Abbiamo mangiato, ascoltato musica. Papà è sempre apparso rilassato, divertente, non ci ha mai messo fretta perchè andassimo via».
Poi ricorda alcuni dettagli, che ora, alla luce dei fatti, assumono grande significato, ma che all’epoca erano del tutto banali : «La musica era sempre altissima, ma lui era un appassionato. Anche la porta della cantina era sempre sbarrata. Una volta gli chiesi se potevo andare su, a vedere la mia cameretta di quando ero piccola. Ma lui mi disse che era meglio di no perchè era piena di sporcizia, in totale disordine». Quindi, Angie sottolinea come non volesse mai rimanere a dormire fuori: «Magari veniva a trovarci molto presto, per poi tornare a casa sua entro la sera». Poi un aneddoto riguardante la figlia sua e di Amanda. «Un giorno mi fece vedere la foto della bimba scattata sul cellulare. Io dissi che sembrava Emily, mia sorella, da piccola. Gli chiesi se fosse sua. Ma lui mi ripeteva che era la figlia della sua ragazza con un altro uomo. Io non ci credetti, al massimo pensai che si trattasse di una figlia illegittima. Ma certo non potevo immaginare quale fosse la verità».
 
FESTEGGIAVA GIORNO CATTURA CON TORTA. PER CASTRO ERANO RICORRENZE, COME LORO NUOVI COMPLEANNI
NEW YORK, 9 MAG – Emergono nuovi dettagli sul mostro di Cleveland, Ariel Castro, che per dieci anni ha tenuto segregate nella sua casa tre ragazze usandole come «schiave del sesso». L’uomo considerava la cattura di Amanda Berry, Gina Dejesus e Michelle Knight una ricorrenza da celebrare. Con tanto di torta. Lo ha rivelato al New York Times il cugino di Gina, che ha raccolto le confidenze della ragazza non appena è stata liberata.
«Si era segnato le date sul calendario, e ogni anno Ariel festeggiava con una cena e una torta il giorno del rapimento di ciascuna di loro», ha raccontato il ragazzo, che ha chiesto di rimanere anonimo. «Per lui era come se fosse il loro nuovo compleanno», ha aggiunto.

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