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Francesco Carta: "Arrampicare? È come una droga"

11 maggio 2013, 23:04

Francesco Carta:

Andrea Del Bue

A  13 anni, per Natale, chiede ai genitori un trapano in regalo. Due anni prima, grazie ad un corso per bambini di alpinismo, organizzato dal Cai, Francesco Carta scopre la montagna: «Ho provato una sensazione unica di libertà: da lassù si può godere appieno dello spettacolo della natura».
Da quel giorno non può più fare a meno di scalare e arrampicare. Inizia a fare attività indoor, in palestra e, quando può, si fa accompagnare sui monti del nostro Appennino.  Non sempre, però, i genitori sono disponibili: «Io, invece, avevo bisogno di arrampicare tutti i giorni: è una droga», racconta Francesco, oggi 21 anni e tra i più quotati atleti di bouldering a livello nazionale. Con quel trapano mette insieme i pezzi di legno presi dagli scarti di un falegname e tappezza le pareti del solaio di assi e prese: «Almeno mezz’ora, ogni sera – assicura -, dovevo salire in soffitta e arrampicare».
Delle specialità dell’arrampicata si appassiona ai boulder: si tratta di scalare dei grossi massi, senza corda, in pochi passaggi. Sotto, a garantire la sicurezza, i «crash pad», i materassi: «Hai le mani libere: ci vuole tanta forza, coniugata a grande tecnica». E due mani enormi e forti, come le sue. A 16 anni le prime gare regionali, già a livello senior, senza passare per le giovanili: la gavetta, d’altra parte, l’aveva fatta in solaio: «Sono entrato in punta di piedi, imparando i trucchi dai più esperti - spiega -, questo è uno sport in cui l’esperienza conta molto».
In Lombardia e Veneto arrivano le prime vittorie, presto vola in Coppa Italia: «Una bella soddisfazione: in tutto, a livello nazionale, ho collezionato tre podi».  Risultati di prestigio ottenuti senza tecnico alle spalle: «Sono l’allenatore di me stesso – osserva Carta, per tutti ''Marma'' per la sua passione per il monte Marmagna, vetta che si specchia sul Lago Santo -. Ho imparato a conoscere il mio fisico, la mia tecnica, le mie potenzialità e i miei limiti». Sembra assurdo, ma ha ragione lui. Infatti, nel 2010, dopo i piazzamenti in Coppa Italia, arriva la chiamata della Nazionale: «Ho partecipato ad una gara di Coppa del Mondo: ero agitatissimo, in mezzo a dei fenomeni, eppure me la sono cavata».
E’ in rampa di lancio, ma all’improvviso l’inaspettato: muore il papà e lui perde la voglia. «Ho continuato ad allenarmi con la stessa intensità di sempre – racconta -, ma non ho più voluto sentir parlare di gareggiare». La sua attività si sposta soprattutto all’aperto.
In solitaria, alla Pietra di Bismantova, apre 15 boulder: significa ripulire la roccia da piccoli arbusti, foglie e muschio per renderla terra di conquista per gli arrampicatori. «Ci sono rocce meravigliose, così come al Lago Santo: il nostro Appennino è pieno di posti eccezionali», assicura. Intanto, si dedica anche all’alpinismo, insieme all’amico Stefano Righetti («Una persona splendida e Bibbia dell’alpinismo»).
Staccando la spina, gli torna la voglia. Salta un tendine di un dito, ma dopo mesi di cure e terapia recupera più forte di prima, allenandosi intensamente in palestra, allo Stone Temple, con la quale collabora: «Sono tornato alle gare, in Coppa Italia. Ho ritrovato l’entusiasmo», conclude. E mette nel mirino la riconquista della maglia azzurra.
 

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