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Parma

Lavoro e solidarietà: ecco l'identikit dei donatori Avis

13 maggio 2013, 01:23

Lavoro e solidarietà: ecco l'identikit dei donatori Avis

Andrea Del Bue

Il titolo dell’indagine «Valori in corso» è un gioco di parole. Il contenuto è tutt’altro che uno scherzo: si parla di relazione tra donazione e lavoro. Voluta dall’Avis comunale, e successivamente abbracciata a livello provinciale, la ricerca è stata realizzata dai sociologi Fabio Piccoli e Francesco Cirillo, che si sono serviti della collaborazione dei dipendenti di Iren Emilia e Unicredit. Ieri, nella sede di San Pancrazio, dopo i saluti introduttivi del presidente dell’Avis comunale, Luigi Mazzini, e del suo predecessore Doriano Campanini, gli esperti hanno presentato e analizzato il lavoro. 1.807 le persone che si sono sottoposte al questionario.
 «Un campione ampio e attendibile - osserva Cirillo -: basti pensare al fatto che spesso si fanno ricerche a livello nazionale dopo aver interpellato solo mille unità. Ciò nonostante, stiamo presentando solamente i primi dati: la ricerca prosegue».
Innanzitutto, una valutazione di genere: ci sono più uomini che donne, ma c’è in atto un cambio di tendenza tra gli under 30, dove le donne sono in netta maggioranza. Si scopre poi che il gesto di allungare il braccio in favore di chi ne ha bisogno è strettamente legato al grado di istruzione: chi ha un diploma o una laurea è più propenso alla solidarietà. Tasto dolente, il coinvolgimento degli immigrati: «Il 98,4% dei donatori è italiano, solo l’1,6% straniero - illustra Piccoli -. Un dato che non rispecchia la configurazione della provincia, dove gli stranieri residenti sono il 13,1%». 
Particolare attenzione è stata data alla relazione tra precarietà e dono: «L’83% degli interpellati è occupato, il 16,8% no», sottolinea Piccoli. E’ qui che si inserisce l’intervento di Maurizio Vescovi, un pezzo di storia dell’Avis: «Tutto ciò che rende precari ci fa diventare fragili nella vita quotidiana - riflette il medico e consigliere comunale -. Il lavoro rafforza il volontariato». 
Ma perché una persona decide di donare sangue? Dalla ricerca risulta che il motivo principale è la possibilità di tenere monitorato il proprio stato di salute, seguita dalla convinzione che le scorte non siano sufficienti: chi dona, quindi, lo fa per stare bene moralmente e fisicamente. Infine, la questione relativa al permesso lavorativo in occasione del giorno della donazione:  oltre il 60% degli intervistati lo considera fondamentale, ma è anche vero che il 33,3% ha dichiarato che, nel giorno del sondaggio, non lo avrebbe richiesto: «Segno che il donatore è una persona responsabile», conclude Piccoli. 
Dalla ricerca, risultano due modelli di donatore: quello attento alle campane di sensibilizzazione e che dona per monitorare la propria salute, quello che ha usufruito in passato di una donazione, che ha altri donatori in famiglia e che non disdegna il permesso lavorativo. Al sociologo Cirillo spettano le conclusioni: «Alla luce dei dati - osserva -, è opportuno coinvolgere gli under 30, i migranti, soprattutto dall’Europa dell’est, rafforzare le sinergie tra Avis e aziende». Messaggio raccolto da Giuseppe Scaltriti, presidente dell’Avis provinciale, che ha illustrato parte dell’attività dell’associazione. 
Chiude «Dsèvod», al secolo Maurizio Trapelli, simbolo di parmigianità: «Ho avuto la scalogna, ma anche la fortuna, di aver bisogno di sangue: è in quel momento che ho capito quanto è grande questo dono». 
 

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