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Parma

Quando "il solista del mitra" si confidò alla Gazzetta

13 maggio 2013, 21:17

Quando

E' morto Luciano Lutring, un bandito che divenne un protagnista delle cronache di mezzo secolo fa con il soprannome di "solista del mitra". E che in seguito, pagato il debito con la giustizia, ha avuto frequenti incontri a Parma, legati a varie iniziative ed anche a un libro. Quella che segue è un'intervista concessa alla Gazzetta di Parma nel 2005.  

Luca Pelagatti

Ci sono vite e destini a colori ed altri in bianco e nero. Così come in bianco e nero era la Milano delle case di ringhiera, quella con le bucce d'arancia messe a far profumo sulle stufe economiche, quella delle balere la domenica pomeriggio all'idroscalo, quella povera, e forse bella, che portava ancora addosso i segni dei tempi magri della guerra. La Milano che pensava in dialetto, che non si immaginava ancora capitale e si limitava a sognare i palazzi del centro bevendo bianchini nei «trani» della periferia.
«E la mia storia comincia proprio li, nella latteria che i miei gestivano in via Novara - ricorda oggi Luciano Lutring, il «solista del mitra», il bandito simbolo della mala d'altri tempi, quello che le polizie di mezza Europa hanno inseguito per anni. E che alla fine, dopo 200 colpi più o meno memorabili, 13 anni in galera, due grazie presidenziali è diventato persino una faccia da film. Prima di lasciare il mitra, impugnare il pennello e inventarsi una nuova vita.

«Tutti si vantavano di avere fatto grandi cose e io che alla metà degli anni '50 ero un ragazzotto volevo costruirmi un personaggio. Così da un rigattiere ho comprato una pistola che non sparava neppure e ho cominciato a farla vedere in giro». Senza sapere che il destino spesso sceglie per noi e lo fa indossando la maschera della burla.

«Un giorno del '57 sono entrato alla posta per pagare la bolletta di mia zia e l'impiegato vedendo la pistola ha pensato alla rapina e mi ha messo in mano due milioni. Lì per lì non ho capito, ma cosa dovevo fare? Ho preso i soldi e sono andato via». Dando il primo colpo di pennello alla maschera dell'«americano», il balordo che ama la bella vita, guida una Cadillac lunga come una portaerei e ha sempre le tasche piene di soldi.

«Mia madre voleva che sposassi una brava ragazza del quartiere ma a me piacevano le divine dei film come la Mangano e la Pampanini, o le ballerine che incontravo nei night club». Quelle attratte da quel tenebroso che si atteggiava a ras della mala e che, come si sarebbe detto decenni dopo, non doveva chiedere mai. Anche perché in pochi a vederlo con il mitra in mano avrebbero detto di no.

«Poi ho conosciuto Yvonne, una splendida indossatrice svizzera a cui avevo rubato una valigia. Visto che era così bella le ho restituito la borsa. E quaranta giorni dopo era mia moglie». La compagna di un bandito solitario ormai passato dalle «spaccate» con il martello nei negozi di periferia alle rapine vere con i duri della «banda dei marsigliesi». E che ormai i giornali avevano iniziato a chiamare il «solista del mitra». «Nascondevo l'arma nella custodia di un violino. Quel dettaglio creò il personaggio». Mentre Lutring, braccato ma sempre con Yvonne al fianco, colpiva e svaniva: «Nel '64 ho svaligiato una gioielleria a Salsomaggiore mentre era in corso Miss Italia. Fu un colpo grosso: per il valore della refurtiva e per la popolarità che mi diede». Trasformando il balordo di via Novara nel pericolo pubblico più ricercato nell'Italia ingenua del boom quando lui, ormai abile a inventarsi ogni giorno un nuovo volto, era già passato in Francia dove, ancora una volta, la stampa riempiva pagine su pagine con le sue gesta a calibro 9. Fino a quel primo settembre del '65 quando Pigalle fu scossa dalle raffiche e Lutring smise infine di correre, sgambettato da 8 proiettili. «Ho sentito la morte fremermi nel corpo e ho chiuso gli occhi. Poi mi sono svegliato circondato da agenti dopo una settimana di coma». Con il destino segnato di chi deve scontare 42 anni di detenzione e passa i giorni a pensare alla scritta sul fascicolo: fine pena settembre 2007.

«Sono rimasto 5 anni e 8 mesi in isolamento nel carcere francese e perso in quell'anticamera della pazzia, in una cella del braccio della morte, ho capito che avevo solo due possibilità: o tentare la fuga e sprofondare ancora di più o smetterla con quella vita». Inventandosi un nuovo sogno fatto di parole e di colori. «In cella ho iniziato a scrivere e dipingere. Di nascosto sono riuscito a fare uscire dal carcere la mia autobiografia che è stata pubblicata da Longanesi ed è poi diventata un film diretto da Lizzani con Robert Hoffman, Lisa Gastoni e Gian Maria Volontè». Un poliziesco impregnato di verità tra i poliziotteschi beceri di quegli anni, quelli delle Giuliette che sgommano e le sparatorie, e che per una volta raccontava non una sceneggiatura ma una vita. Come l'altro film ispirato alla sua storia sbagliata impersonato addirittura da Alain Delon. «Per anni, recluso, ho continuato a dipingere e scrivere fino a che nel '73 sono stato portato in Italia, qui a Parma, per un processo. Non volevo tornare in Francia e quindi mi sono barricato nella sezione di isolamento di San Francesco con 4 detenuti». L'ennesima rivolta finita con un ricovero in infermeria e decine di articoli dei giornali che l'11 novembre '73 però si trovarono a dare la notizia della grazia concessa dal presidente francese Pompidou. Erano gli anni delle bombe in piazza, delle razzie di Vallanzasca e della sua banda, delle battaglie fumose della Celere con gli autonomi dell'Autonomia. «E per me dell'attesa della seconda grazia, quella del presidente Leone, che mi avrebbe finalmente aperte le porte». Come è poi accaduto nel marzo del '77 quando il solista del mitra è tornato ad essere, semplicemente Luciano Lutring fu Ignazio. Ora uomo libero.

«Da allora vivo dei miei quadri, mi sono risposato, è nato Mirko e le due gemelle. Ma il mio destino rognoso non era finito con la grazia e nel '91 mio figlio Mirko, che aveva 12, è morto ucciso da un cavo dell'alta tensione urtato mentre passava in bicicletta». Una batosta terribile raccontata in una serie di quadri feroci, volti di poveri Cristi deturpati da un dolore difficile da raccontare a parole che lentamente però ha dovuto lasciare il posto alla dura consuetudine del vivere.

«Ora ho quasi 70 anni e sono un uomo tranquillo, guardo crescere le mie figlie che ora hanno 18 anni, dipingo. Nella vita ho sofferto tanto, ho molto sbagliato ma non ho mai ucciso e ho pagato per i miei errori» conclude. Prima di abbracciare gli amici del bar Alexis di Parma che è venuto a salutare e di una foto ricordo davanti ad uno dei suoi quadri, una squillante e luminosa veduta del «suo» lago Maggiore: «Mi piace quella luce, amo quelle sfumature». Dimostrando che anche un destino in bianco e nero può alla fine scoprire la consolazione dei colori.

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