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Arte-Cultura

Ue, sogno diventato incubo

16 maggio 2013, 01:45

Ue, sogno diventato incubo

Christian Stocchi

Ai nostri giorni, Prometeo – scriveva profetico Cioran nei Sillogismi dell’amarezza – sarebbe un deputato dell’opposizione». O forse no. Il titano benefattore dell’umanità, che secondo il mito donò all’uomo il fuoco, le scienze e le arti, sarebbe persino espulso dal Parlamento, colpevole di essere estraneo al pensiero unico dominante, che riduce le scelte della politica alle ragioni dell’economia. Ma oggi nessuno ama assumersi la responsabilità dei sacrifici che richiede.
E allora ecco il tormentone: «Ce lo chiede l’Europa». Ripetuto di continuo: da destra a sinistra. Cantato all’unisono persino nella popolare satira degli «Sgommati», dai pupazzi di Alfano, Bersani, Casini, Monti e Napolitano.
Scelto ora, provocatoriamente, da Luciano Canfora, filologo, storico, firma di punta del «Corriere della Sera», come titolo del suo nuovo libro («È l’Europa che ce lo chiede! Falso!», Laterza, pag. 87, 9 euro), che punta l’indice contro falsi miti e riti infondati, dall’europeismo d’accatto all’idolatria del profitto a ogni costo.
Professor Canfora, qual è il senso di questo luogo comune, che sembra chiudere le porte a qualsiasi possibilità di discussione politica?
Dietro questa frase si cela un enorme equivoco. Un conto è che l’Europa ci chieda qualcosa, un altro è che si debba obbedire. Mai come oggi, di fronte al disagio crescente di larga parte dei cittadini, si percepisce la necessità di ridiscutere vincoli e richieste. Non solo in Italia: probabilmente l’inquietudine francese renderà meno rigida questa gabbia.
Sembra che abbia vinto l’Europa della finanza e abbia perso l’Europa dei popoli.
Non è un caso che oggi si parli sempre più di Eurozona e sempre meno di Unione Europea. Un concetto puramente monetario vince su un’idea politica che non si è mai consolidata. Il fallimento dell’euro è esemplare: una moneta senza Stato, un processo economico senza un radicamento nella realtà.
In un fortunato saggio, Luciano Gallino ha denunciato una nuova lotta di classe, condotta dai ceti dominanti contro i ceti subalterni. Come nota anche lei, si restringono i diritti, crescono le povertà. E ogni scelta politica, specialmente se improntata al rigore, appare necessaria, inevitabile. Indiscutibile.
Le tesi di Gallino, supportate da dati difficilmente contestabili, spiegano bene la realtà in cui viviamo. E la politica è prona al pensiero unico. Le divaricazioni tra i partiti non avvengono più su temi sociali, bensì su questioni etico-individuali. Intanto, le parole cambiano il loro significato e vanno a riplasmare una realtà profondamente deteriorata. D’altra parte, mentre inseguiamo il mito della governabilità, ignoriamo quel che accade intorno a noi: ad esempio, il fatto che il capitalismo trova nella schiavitù una delle condizioni fondamentali del profitto. Come si può constatare anche riguardo all’ecatombe di operai avvenuta in Bangladesh. Impressiona la perdita della coscienza di classe, della consapevolezza di una condizione comune: così si generano i nuovi schiavi.
Che responsabilità hanno i mezzi di comunicazione?
Enormi. L’opinione pubblica viene plasmata dal coro compatto dei media.
La rete , d’altra parte, ha aperto nuove frontiere.
Ma resta un fenomeno marginale. Si pensi alla scarsa capacità di mobilitazione del Movimento Cinque Stelle quando ha consultato i suoi iscritti riguardo all’elezione del presidente della Repubblica: a che titolo circa 48mila persone avrebbero dovuto incoronare Rodotà?
A proposito di Grillo e del suo movimento...
Un bluff. Non durerà a lungo. Il caso Parma, con le evidenti difficoltà dell’attuale amministrazione, è significativo.
In un contesto complessivo così difficile, qual è lo stato di salute della scuola e dell’università?
Pessimo. I salari dei professori sono bassi, la considerazione sociale modesta, le strutture e le risorse insufficienti.
Anche la formazione dei docenti, che avrebbe dovuto segnare una svolta nella costruzione della scuola del futuro, resta un cantiere aperto. Le polemiche sui Tfa, i tirocini che consentono di ottenere l’abilitazione all’insegnamento, lo confermano.
Quanto è accaduto l’anno scorso è qualcosa di molto grave. I quiz dei test d’ingresso erano indegni: puramente nozionistici, pieni di strafalcioni. Ma non è finita qui. Alla fine del suo mandato, il ministro Profumo, con il suo consueto stile democristiano, ha deciso di firmare la sanatoria dei Tfa speciali, corsi riservati a chi possiede tre anni di anzianità di servizio. Tutto questo in barba a ogni logica di programmazione e a qualsiasi criterio realmente fondato sul merito.
Ma quando è cominciato, a suo giudizio, il deterioramento della scuola e dell’università?
L’inizio della fine coincide con le riforme di Berlinguer nella seconda metà degli anni Novanta. La logica di fondo era sostanzialmente quella di abbassare il livello per aumentare il numero di laureati. Ne ha fatto le spese la qualità dell’istruzione. Letale è stata poi l’azione del ministro Gelmini, che ha tagliato senza alcun criterio e ha aggiunto anche diverse scelte improvvide come la marginalizzazione della geografia. Ecco, volendo fare un confronto storico, si potrebbe tracciare un parallelo con due personaggi decisivi per la fine dell’Impero romano d’Occidente.
Quali?
Berlinguer ricorda Massimino il Trace, l’imperatore che segnò l’inizio della decadenza. Maria Stella Gelmini, invece, Attila, il re degli Unni, che, invadendo l’Italia, assestò il colpo di grazia all’Impero. Il danno, insomma, è grave. Riprendersi sarà un’impresa.
E' l'Europa che ce lo chiede! Falso! - Laterza, pag. 87, euro 9,00