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Parma

Lettera al direttore - Parma senza poesia

17 maggio 2013, 16:22

Lettera al direttore - Parma senza poesia

 Caro direttore,

come non esser d’accordo con l’accorato intervento dell’amico Giuseppe Marchetti (Gazzetta di ieri, 14 maggio 2013) circa l’interruzione del Parma Poesia Festival? 
Non so quali siano le ragioni (vere) di tale scelta (non sono un politico). Se ci si dicesse che la causa prima risiede, al solito, nella “crisi”, quella di tagliare un “festival di poesia” potrebbe sembrare, a tutta prima, una scelta necessaria, inevitabile, persino logica… Già: ci sono problemi gravi e urgenti in molti settori “vitali”. Eppure anche la poesia, con la sua gratuità (si sa: carmina non dant panem) è un indice di vita, di sopravvivenza, di dignità culturale.
O la caduta del Festival sarà piuttosto un preciso segnale di discontinuità degli attuali amministratori con l’impostazione in merito delle passate amministrazioni? Ma allora perché non imboccare una strada appunto di austera e dignitosissima sopravvivenza? Sarebbe pure un bel segnale: interrompere la linea portante del “grande evento” (grandi nomi, grandi spese ecc.), che è stata quella più appariscente del passato, e puntare soprattutto sulle pullulanti attività endogene, che son tante e anche di buono/ottimo livello. E certo più economiche. Si badi che gli organismi e le persone che si occupano, a Parma, di poesia non sono né pochi né necessariamente provinciali (attenzione: la “grandezza” sbandierata dai media, insomma “la fama”, circa letterati e critici non corrisponde necessariamente ai veri valori intrinseci).
Il rischio sarebbe forse di immiserire, sul piano propagandistico, il festival? E come sarebbe possibile ciò? se si pensa che la scelta primaria di Parma è, quantomeno dalla fine dell’Ottocento ad oggi, 2013, anzitutto una scelta per la poesia. Ne sono testimonianza i nomi prestigiosi di ieri (da Renzo Pezzani ad Attilio Bertolucci, da Gian Carlo Conti a Gian Carlo Artoni…) e i tanti di oggi, fra cui vere punte di diamante di rilievo nazionale come Pier Luigi Bacchini e il “nuovo” Emilio Zucchi (e Maria Pia Quintavalla, Giancarlo Baroni, Antonio Riccardi…). E intorno a queste “punte” una moltitudine di seri e appassionati poeti (non faccio l’elenco, che sarebbe troppo lungo), e bravi performer, e attivi gruppi culturali, e solleciti organizzatori di eventi. E imprese culturali di grande rilievo: si pensi al recente volume «Le Lettere della Storia di Parma» (MUP), nitido specchio di tradizione e vita letteraria. Un fermento, insomma, un’“officina” che meriterebbe di avere voce di continuità, pur nella differenza.
Intanto è un peccato. Un vero peccato.
Paolo Briganti
 

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