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Parma

Occupazione del Duomo 45 anni dopo: quando il '68 di Parma andò in prima pagina

14 settembre 2013, 20:04

Occupazione del Duomo 45 anni dopo: quando il '68 di Parma andò in prima pagina
Sono passati 45 anni: quasi mezzo secolo che ha inevitabilmente cambiato il mondo. Eppure quel sabato di metà settembre (il 15 settembre 1968) è ancora una delle date più importanti della storia recente di Parma, che forse meriterebbe un approfondimento e un dibattito pubblico, nei giorni in cui il nuovo papa dialoga sulle colonne di un quotidiano anche con gli atei.

L'occupazione del Duomo di Parma, pur durata solo poche ore, fu un fatto clamoroso e lacerante. Ma allo stesso tempo, e comunque lo si giudichi, testimonia la particolare natura del '68 a Parma, che non si limitò alle occupazioni universitarie ma si inserì, con uno degli episodi più clamorosi a livello nazionale, anche nel mondo cattolico. Ecco allora, per giovani e meno giovani, la ricostruzione di quelle ore tratta dall'archivio di gazzettadiparma.it, con il corredo di foto e video dagli archivi della Gazzetta e di Tv Parma. E, in fondo, lo spazio commenti per le riflessioni di chi c'era o di chi vuole commentare 45 anni dopo.
 
(g.b.) - Erano le 17 di una sabato di fine estate, quando all'ingresso del Duomo, fra i due leoni antelamici, comparve il clamoroso striscione “Cattedrale occupata”. Una protesta simbolica quanto eclatante, messa in atto da un gruppo di giovani denominati “I protagonisti”: uno dei gruppi cattolici del dissenso che erano nati (così come il gruppo “Mattei”) nella nostra città. Alla testa dei contestatori, “lo studente Schianchi”, per dirla con la Gazzetta di allora: uno studente che si era già proposto come uno dei leader del '68 a Parma, che anche qui si era fin lì espresso soprattutto nel mondo dell'università.
 
Naturalmente arrivarono subito in Duomo rappresentanti della diocesi: don Mazzoli e mons. Triani ebbero i primi vivaci scambi di opinione con gli occupanti. I quali avevano anche spiegato in un volantino-manifesto le ragioni dell'occupazione: in particolare si chiedeva alla Chiesa “il coraggio di scelte a favore dei poveri e contro il sistema capitalistico”. Inoltre si protestava contro “la rimozione di preti senza avere interpellato i fedeli”: il riferimento era in questo caso ben preciso, e riguardava un sacerdote di Santa Maria della Pace che si era reso protagonista di alcune iniziative tanto coinvolgenti per i giovani (come la “messa beat” con il complesso dei Corvi) quanto criticate dai “benpensanti”, e viste con perplessità dalla Curia. Alla fine, il giovane sacerdote venne spedito in una parrocchia di montagna: era don Pino Setti, oggi in città nella parrocchia della Trasfigurazione e sicuramente uno dei sacerdoti più amati in città.
 
Alle 18,30, in quel clima di tensione, monsignor Rossolini celebrò la messa, dopo avere rifiutato la proposta degli occupanti di una discussione sul vangelo al momento dell'omelia. E monsignor Grisenti dissuase i giovani dalla volontà di interrompere la celebrazione, di fronte al rifiuto di monsignor Rossolini. Il quale lesse invece la lettera di un partigiano alla moglie, scritta poco prima di essere ucciso.
Al termine della celebrazione la Cattedrale avrebbe dovuto essere chiusa, ma gli occupanti si rifiutarono di uscire. E a sgomberare il Duomo furono allora le forze dell'ordine, mentre i giovani opponevano “una resistenza passiva e non violenta”: molti di loro furono trascinati fuori a braccia.
La lunga giornata, però, non era ancora conclusa: alle 21, sul sagrato della cattedrale, si tenne infatti una “assemblea del popolo di Dio” con circa 200 partecipanti.
 
Grande fu ovviamente il clamore della notizia, anche fuori da Parma. Nei giorni successivi ci furono diverse reazioni: nuove polemiche si accesero anche in seguito a un comunicato dello stesso don Setti. Nei giorni successivi intervenne ufficialmente anche il  vescovo Amilcare Pasini, che prima incontrò i 100 sacerdoti di Parma in seminario, e poi diffuse un comunicato ufficiale, nel quale si diceva che “il rinnovamento non si realizza con atti che impediscono il dialogo”.
Mons. Pasini, negli interventi di quei giorni, cercò di rasserenare gli animi, ma in realtà visse quell'episodio come una profonda e dolorosa lacerazione: me lo fece capire lui stesso quando molti anni dopo (proprio in occasione di un altro decennale) rifiutò una intervista per Tv Parma dicendomi che non voleva “riaprire quella ferita”.
E un profondo scalpore lo provocarono le parole del Papa. Paolo VI volle accennare ai fatti di Parma durante l'udienza generale del mercoledì a Castelgandolfo, condannando “le occupazioni di Cattedrali” e le azioni dei “cattolici inquieti che diventano molesti e nocivi alla Chiesa di Dio”.
 
Avete vissuto quellì'episodio e le altre vicende del Sessantotto parmigiano? Come le ricordate? Avete aneddoti da raccontare o riflessioni o documenti da proporre 40 anni dopo? Dite la vostra, utilizzando lo spazio commenti a fianco di questo articolo nella colonna centrale