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Fotografia

Il Regio: realtà e sogno

29 ottobre 2013, 20:08

Il Regio: realtà e sogno

Stefania Provinciali

Il Teatro Regio di Parma «va in scena» a Palazzo Pigorini in una delle mostre in calendario per questo bicentenario verdiano. Un teatro espressione della vita e del mito, attraverso le immagini di fotografi che nei primi anni Ottanta hanno volto il loro sguardo e il loro obiettivo a quel complesso mondo, luogo e metafora della rappresentazione, dove si misurano e si confrontano campi estetici diversi. Qui la realtà e il sogno si mescolano negli occhi e nei gesti del quotidiano fino a fissare l’identità culturale di un mondo che fa parte della ricchezza della città poiché ne esprime una essenza e non solo la messa in scena di un’opera. L’idea di dar vita a questo progetto, lavorando sui confini di un’ idea del teatro, nei primi anni Ottanta è stata di Alberto Nodolini, parmigiano, allora Art Director per le edizioni Condé Nast, ovvero la persona attraverso cui passa l’ impostazione visuale complessiva, e quella delle fotografie che si pubblicheranno sulle più importanti testate della moda. E’ lui che indica gli autori, a loro propone il racconto che diverrà immagine, spesso segue la loro formazione professionale e artistica. Raffinato operatore e cultore dell’ immagine su scala mondiale, è legato alla sua città ed al suo teatro tanto da chiedere ai fotografi che conosce e che apprezza di scattare foto nel cuore del teatro dando vita ad un archivio enorme mai esposto al pubblico da cui esce il nucleo della mostra. L’occhio di ciascun autore ha una diversa visione, la scelta cade su «storie» diverse, diverse angolazioni, intese come impostazione dell’immagine e come visione di quella realtà  che si snoda pian piano nell’itinerario espositivo, rievocando volti, azioni, interpretazioni, gestualità e pensiero dietro e sulla scena. La mostra dal titolo «Teatro per scelta» visibile fino all’8 dicembre, fa parte della rassegna «Obiettivo teatro», e presenta foto dalla collezione Nodolini di alcune decine di fotografi. Carlo Bevilacqua, 1983, mostra il Teatro come impacchettato dal cellophane all’ indomani del terremoto trasformando il cantiere in un gesto post dadaista, come quelli di Christo e Jeanne-Claude. C’è poi la foto narrativa, di cronaca degli spettacoli, che si svolge con il bianco e nero deciso e grafico di Maurizio Buscarino mentre il raccontare di Mario Contrino procede nei tempi dilatati suggeriti da superfici un po’ consumate volte a smontare l’idea del fasto. Altro espressionismo è quello sfiorato nel réportage di Nancy Campbell dove la fotografia si avvicina ad un mondo dell’arte che è anche pittorico, a fianco e dentro le ragioni delle correnti artistiche del secondo Novecento. Sante D’ Orazio - siamo nel 1983 – si muove in zone precluse al pubblico mentre nelle foto a colori di Roberto Tizzi, nel camerino con Lydia Alfonsi, il volto dell’attrice «riletto» nello specchio, si trasforma in una maschera come una natura morta di Tomea. E’ solo un accenno al percorso. Paolo Castaldi, Didier Duval con le pause dello spettacolo, i volti (Belledi, Bioli, Del Monte, Maag, Jerkovich, Falavigna) con le inquadrature che sottolineano gli sguardi, per tagli decisi. La notte del teatro per Giovanni Ferraguti –storico narratore in immagine della cronaca locale- ha il sapore delle notti parigine. Accanto tutti gli altri fotografi.