Sei in Archivio

STORIA

Parma, la vita e gli amori

Storia della città dal Mille al Millenovecento di Luigi Alfieri - Mup editore

10 novembre 2013, 23:15

Parma, la vita e gli amori

Luigi Alfieri

PARMA, LA VITA E GLI AMORI

Storia della città dal Mille al Millenovecento

II edizione (Mup, 2007)

Shop on line - Per acquistare il libro: http://www.mupeditore.it/saggistica/storia_1/parma_la_vita_e_gli_amori.aspx

Nota alla presente edizione

Quattordici anni fa, veniva pubblicata la prima edizione di Parma, la vita e gli amori. In seguito sono uscite due ristampe. Ora che il libro è di nuovo esaurito, ecco la seconda edizione, leggermente emendata nei testi e più ricca come veste grafica e contenuti. Come risulta dalla lettura della prefazione all’edizione del 1993, si tratta di un libro divulgativo, che, dato il successo di vendite ottenuto, ha assolto e potrà continuare ad assolvere il compito di informare sulla storia della nostra città un pubblico vasto e non necessariamente specializzato. Approfitto di questa occasione per ricordare, ancora una volta, che a Parma manca una storia della città di alto livello scientifico. La classica opera monumentale, che non può essere fatta da un giornalista-divulgatore ma da una équipe di storiografi, di scienziati delle fonti. Speriamo che la riedizione di questo testo sia di buon auspicio.
L. A.

 

Presentazione

 

Quante storie di Parma esistono? Tante e nessuna. Tante perché ci sono numerosi libri che raccontano la vita della città. Nessuna, perché queste opere, per un motivo o per l’altro, non esauriscono una funzione informativa globale. Alcune, ottime e mitiche, come l’Affò e il Pezzana, sono state scritte nei secoli scorsi e si riferiscono a periodi limitati. 

Altre, più recenti, come quella del Bernini, non trattano momenti importanti della storia locale, come il primo Cinquecento, o il tempo che va dalla dominazione dei Farnese a quella dei Borbone e a questo proposito occorre ricordare che l’autore è morto prima di terminare il suo lavoro. La più abbordabile e completa, che ha per autori Bazzi e Benassi, risale al 1908; è ben fatta, ma, secondo lo stile dei tempi, pone scarsa attenzione a questioni economiche e sociali.

Ci sono, poi, un’infinità di bellissimi libri, più o meno recenti, che prendono in considerazione singole famiglie, episodi storici specifici, personaggi illustri, fenomeni urbanistici, demografici, economici.

Mancava, a mio giudizio, un testo capace di raccontare la storia di Parma dall’anno Mille in avanti anche a chi è del tutto digiuno in materia. Non un’opera scientifica, ma divulgativa. Un lavoro semplice – possibilmente  non banale – fatto a trecentosessanta gradi, tenendo sì presenti i grandi avvenimenti, i personaggi di primo piano, i giochi politici e di potere, ma anche la vita di tutti i giorni: i divertimenti, l’alimentazione, le abitudini, le sofferenze, le condizioni economiche e sociali, il peso del fisco, i costumi, anche sessuali, della gente comune. Insomma, una cosa da giornalisti.

Per colmare, nei limiti del possibile, questo vuoto, ho deciso di fare, per conto dei lettori, l’“inviato speciale” nei libri che raccontano la storia di Parma. Ho sfogliato migliaia e migliaia di pagine, cercando di mettere insieme un’infinità di informazioni sparse in un gran numero di testi, e di assemblarle in modo organico. Raccattando un brandello in un saggio, l’altro in un articolo erudito, altri ancora in una monografia, alla fine sono usciti i ritratti di personaggi misconosciuti ma stupendi, come Giberto Giberti o Gherardino Segalello. I racconti di episodi economici di rilievo mondiale, come le fiere internazionali di San Siro e Sant’Ercolano. Di usanze bizzarre, come il palio delle prostitute. Di fatti scioccanti, come lo squartamento di Ottobono Terzi e il massacro di Luigi Anviti. Ho scoperto pure piccole cose: come e perché i Parmigiani cominciarono a tagliarsi quotidianamente la barba, con quanta perseveranza bestemmiassero Dio e i Santi nel primo Cinquecento, come venissero insidiati, maschi e femmine, dai soldati francesi, quanto temessero i lupi e amassero i maiali. E un’infinità di altre curiosità.

Viaggiando tra i libri, però, l’inviato ha scoperto che è relativamente facile documentarsi su Maria Luigia, Du Tillot, i Farnese e i Borbone, miti della città, ma si fatica a raccogliere notizie del grande Papa, Parmigiano di adozione, Innocenzo IV, di Pier Maria Rossi, Obizzo Sanvitale, Moreau de SaintMéry, Girolamo Cantelli, Giovanni Mariotti, e altri personaggi che non hanno niente da invidiare, per cultura, carattere, grandezza ai più abusati simboli della parmigianità. Ha scoperto che ci sono pochissimi testi che raccontano i viaggi dei mercanti, i contratti degli usurai, gli stenti dei contadini, i ricchi guadagni dei cambiatori, le feste di Carnevale, i matrimoni, i mercati, l’abbigliamento della gente, le case in cui abitava. In poche parole, la vita di una città. Un insieme di cose minuscole che, unite, contano come le battaglie celebri, i grandi condottieri e le feste dei Duchi.

Ci vorrebbero più studi sull’andamento demografico, sull’economia locale, sull’evoluzione del costume, sulle produzioni agricole e sull’alimentazione nel corso dei secoli, sul modo di far politica e di aggregarsi in gruppi e partiti, sulle malattie e sugli ospedali, sugli Statuti e sul funzionamento delle istituzioni, sull’abbigliamento, sull’alfabetismo e sulle scuole. Come archeologi, bisognerebbe scavare nella terra per riportare alla luce il “parmigiano” del Medioevo, quello del Rinascimento, del Seicento e del secolo dei Lumi; il carbonaro e il primo industriale moderno. Ma per farlo occorre uno scienziato, non basta un giornalista. 

Questo libro è dedicato a due Parmigiani che non sono più. Il giudice Maurizio Febbroni, e il giornalista Paolo Pedretti, due uomini simili: colti, intelligenti, modesti e innamorati della loro città. Papi lo avrebbe scritto molto meglio di me. Era il migliore.

 

L. A.

 

 

 

 

 

A Maurizio Febbroni e Paolo Pedretti

amici cari

alte intelligenze che la città ha perso

 

La città dei Vescovi

 

L’orologio della storia segnava l’anno Mille. Parma era una piccola città con case di legno, paglia e fango. Chiusa tra povere mura, viveva sotto la guida del Vescovo. La campagna era soggetta all’autorità del conte rurale. I maiali grufolavano per le strade; i lupi seminavano il terrore nei boschi. Crisopoli, la “città d’oro” dei bizantini, aveva l’aspetto ordinario di qualsiasi misero agglomerato urbano europeo.

Un posto qualunque, si sarebbe detto. Invece, tra quelle povere dimore, tra quelle strade sudice, accadeva qualcosa di speciale; si sviluppavano idee, nascevano e si formavano uomini straordinari, germogliava il nuovo. Nel grande movimento che di lì a poco avrebbe portato al nascere di una società diversa, viva e moderna, la società dei Comuni, Parma era all’avanguardia; pronta a recitare la parte di primadonna, ruolo che calzò a lungo, condizionando l’evolversi della titanica lotta tra Impero e Papato.

Se la città balzò sulla scena della storia con un ruolo di prim’ordine, lo deve ai suoi Vescovi e alla loro grandezza. Sigifredo, Enrico, Ugo, Cadalo, Everardo, furono personaggi discussi e discutibili quanto ai costumi, ma intelligenze fini, uomini di spessore, sempre sulla cresta dell’onda. Legati anima e corpo ai dominatori della scena politica del tempo, gli imperatori tedeschi della casa di Franconia. Per loro scelta la città fu sempre schierata a favore della corte di Germania e contro il Pontefice. Gli alti prelati parmensi ebbero un peso straordinario sulla scena internazionale; spesso rivestirono la carica di cancellieri imperiali, un po’ ministri, un po’ capi di gabinetto. Furono consiglieri della corona, ispiratori di decisioni storiche, padri culturali di scismi tragici per la cristianità.

In ambito locale, il maggior merito di questi “pastori di anime”, più impegnati sul terreno temporale che su quello spirituale, fu di avere mantenuto in vita la “Scuola vescovile” di Parma, uno dei massimi centri europei per le arti del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia). Per frequentarla, giungevano a Parma studenti da ogni parte del mondo conosciuto; la città si affermò come crocevia del pensiero e delle idee, gli indigeni ebbero a disposizione un formidabile mezzo di arricchimento culturale. Tra gli allievi dello Studio, uomini di eccezionale ingegno: è ben documentata la presenza, prima come “scolaro”, in seguito come insegnante, di Pier Damiani, dottore della Chiesa, santo e cardinale, fervidamente impegnato nella riforma ecclesiastica. Iniziò a frequentare lo Studio nel 1025, e vi rimase per diversi anni, in attesa di farsi monaco, passo che compì nel 1035. La Scuola prosperò per tutto il dodicesimo secolo e fu famosa in Europa come “Fonte di Sapienza”; nel 1200, divenne laica. L’attività fu regolata dal Comune, ma l’istituzione non perse mai la propria fama internazionale.

Rispetto a quello di oggi, il ruolo dei Vescovi di allora era diverso, non paragonabile: erano depositari dell’autorità spirituale e, al tempo stesso, della tradizione giuridica. Potevano esigere tasse, amministrare la giustizia, prendere decisioni politiche che impegnavano la collettività: somigliavano più a sindaci che a pastori. Nel Mille, il prelato estendeva la propria potestà sulla città di Parma e nel raggio di tre miglia dalle mura. Da quel limite in avanti iniziava la competenza del conte rurale, signore delle campagne.

Durante l’undicesimo secolo gli imperatori, condizionati dal fatto che i prelati, spesso, erano anche cancellieri di corte, ampliarono di continuo il potere temporale dei loro “funzionari”, fino a giungere alla creazione della figura del Vescovo-conte.

Nel 1003, Sigifredo, fondatore dei monasteri di San Giovanni e di San Paolo, per decenni alla guida della Chiesa locale, ottenne da Enrico II il potenziamento delle proprie prerogative: la sua giurisdizione, oltre che agli uomini della città, venne estesa a tutto il clero della diocesi. La potestà fu mantenuta anche dal successore, Enrico, che si assentò a lungo da Parma per svolgere nel miglior modo possibile le mansioni di cancelliere imperiale.

Il primo vero Vescovo-conte fu Ugo, che resse le sorti cittadine dal 1028 al 1044, anno dell’avvento di Cadalo alla guida della Chiesa locale. Ugo ottenne nuovi e più vasti poteri nel 1036. Corrado il Salico gli concesse il comitatus e facoltà di “governo” su ampie zone del contado, compresi i fiumi.

Alla metà del secolo, il potere conferito al Vescovo di Parma era dunque immenso. E anche la ricchezza: egli possedeva 63 tenute con corti e castelli. La diocesi di Parma, pur subordinata gerarchicamente a quella di Ravenna, sede del metropolita, era tra le più ambite d’Europa. Non suscita meraviglia che, in tempi di simonìa dilagante, i funzionari imperiali fossero disposti a sborsare cifre ingenti pur di averne la guida spirituale e, soprattutto, materiale. L’aristocratico veronese Ingone − raccontano gli storici − nel 1045, avrebbe pagato una somma enorme all’Imperatore (non esiste alcuna documentazione certa di questa tangente ante litteram) per far sì che il figlio Cadalo divenisse Vescovo (e automaticamente conte) di Parma. Ottenne l’investitura per l’erede e, con questo, cambiò la storia della città.

 

Gli Imperatori e l’Italia

Non si può capire la storia di Parma nell’undicesimo secolo senza conoscere il ruolo dei re di Germania in Italia e in Europa. Facciamo dunque un passo indietro, ai tempi di Ottone I Duca di Sassonia. Nato nel 912, nel 936, a soli 24 anni, divenne re dei tedeschi. Nel 951, chiamato da Adelaide, vedova di Lotario, re d’Italia, marciò sulla Penisola con il suo esercito e sconfisse l’aspirante sovrano Berengario II. Nel “Bel Paese” si trovò a proprio agio: sposò Adelaide e, poco dopo, si fece proclamare re d’Italia, cingendo la “corona ferrea” a Pavia.

Lasciato il regno in vassallaggio a Berengario, se ne tornò al Nord. Dopo dieci anni, nel 962, valicò di nuovo le Alpi per domare la ribellione di Berengario e, a Roma, si fece incoronare imperatore, inaugurando una moda molto apprezzata: dopo di lui, ogni re di Germania ambì ad essere fatto re d’Italia a Pavia e al titolo di “Cesare”. Tutti i successori di Ottone passavano le Alpi con l’esercito, ristabilivano i loro diritti sui feudatari ribelli, calzavano la corona ferrea e scendevano a Roma. Qui, con grande pompa, il Pontefice, non sempre di buona voglia, li creava imperatori, eredi di Carlo Magno. La maggior preoccupazione di Ottone e dei successori fu quella di guidare la politica dei pontefici romani: attraverso il Privilegium, egli riservò ai Cesari il controllo dell’elezione dei papi.

Anche Parma ricevette alcune visite dei sovrani tedeschi. Resta memorabile la sciagurata venuta di Corrado II il Salico nel 1037. La sua calata in Italia fu burrascosa: dopo aver imprigionato il Vescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, giunse in città nei giorni immediatamente precedenti il Natale. Era ospite di Ugo, cui, l’anno precedente, aveva conferito i poteri di Vescovo-conte.

L’Imperatore portò con sé milizie indisciplinate. I soldatacci tedeschi trattavano la popolazione con strafottenza, non mancando di ubriacarsi e di dare fastidi di ogni genere. I parmigiani, per qualche giorno, subirono la fastidiosa presenza dei “crucchi” senza batter ciglio. Quando la loro esuberanza superò la misura, reagirono. Si scatenò una sommossa e un militare fu ucciso. Ne nacque una vera e propria battaglia, con morti e feriti. Il Salico interpretò la reazione popolare come affronto alla sua alta autorità e ordinò alle truppe una dura reazione. Non si limitò a punire i colpevoli del moto; volle inginocchiare tutta la città, facendone abbattere le mura (che erano mura per modo di dire, essendo fatte di terra e legno). Nell’occasione, Parma trasse un severo ammaestramento; l’obbedienza all’Impero uscì rafforzata, durando incrollabile per settant’anni.

Secondo alcuni cronisti, Corrado poté domare la rivolta solo grazie all’intervento del piccolo esercito messo a disposizione dal potente feudatario Bonifacio di Canossa, della famiglia degli Attonidi, padre di Matilde. Lo storico locale Ireneo Affò lo nega, così come ritiene che Bonifacio e la sua famiglia non abbiano mai esercitato un potere diretto su Parma. Solo influenza politica.

Durante l’undicesimo secolo, il contrasto tra Papato e Impero, nato ai tempi di Ottone I, andò acuendosi, fino a sfociare nella drammatica “lotta per le investiture”. Fu uno scontro acre, senza esclusione di colpi. I Vescovi e i religiosi di Parma, interpreti di una visione della Chiesa mondana e temporale, spesso campioni nel campo della simonìa, furono dalla parte dei sovrani tedeschi. Di più: in molti casi assunsero il ruolo di ideologi della corte di Germania e fornirono all’imperatore la giustificazione giuridica dei frequenti atti di forza verso i papi di Roma. Alcuni assursero a posizioni di primo piano nella politica mondiale; si fecero arbitri della storia.

 

Giberto Giberti, un grande Parmigiano

 Tra i grandi del secolo figura senza dubbio anche un parmigiano: Giberto Giberti. Nato da nobile famiglia cittadina in data sconosciuta, fu indirizzato alla carriera ecclesiastica e seppe percorrere, gradino per gradino, tutte le tappe del cursus honorum, diventando prima arcivescovo, poi (anti)papa. Affò lo dipinge come un anticristo, simoniaco e corrotto. Lo raffigura nel ruolo di “guida spirituale” della nutrita schiera internazionale di religiosi dediti alle attività mondane e al concubinato: nel valutare il suo severo giudizio, non bisogna dimenticare che è quello di un valoroso storico, ma anche di un prete del Settecento. Il bravo Ireneo guarda con malevolo sospetto tutto ciò che esce dall’ortodossia. Verso Giberti e il suo partito nutre più di un pregiudizio. A sua discolpa, va detto che è assodato come il clero parmense, in quel tempo, fosse ben lontano dalle idee della Pataría, il movimento, sviluppatosi nei primi decenni del secolo ad opera del monaco Arialdo, che propugnava la riforma morale e disciplinare della Chiesa. Giberto ne fu il nemico numero uno.

Il prelato era uomo di grande intelligenza e di personalità titanica. Dopo aver esercitato il ruolo di cancelliere per l’Italia alla corte di Enrico III, imperatore dal 1039 al 1056, alla sua morte, fu pedagogo, insieme alla vedova del sovrano, Agnese, di Enrico IV bambino. In breve, sfruttando la dimestichezza con la famiglia imperiale, divenne la più alta eminenza di corte; la politica religiosa era salda nelle sue mani. Avvalendosi dell’opera di illustri giuristi, favorì il formarsi della teoria di diritto pubblico, secondo la quale la Chiesa era sottoposta ai poteri dell’Impero.

Fu Giberto Giberti a volere, nel 1059, il concilio lateranense, durante il quale si stabilì che la nomina del Papa fosse condizionata dall’assenso cesareo. Quando, nel 1061, il patarino Anselmo da Baggio venne eletto al soglio di Pietro con il nome di Alessandro II, senza il placet della corte tedesca, Giberto Giberti convocò un congresso dei Vescovi lombardi a Basilea. Durante l’assise, che seppe pilotare con abilità, un suo amico fu nominato antipapa. Quell’amico era Cadalo, Vescovo di Parma.

La supremazia dell’intrigante cancelliere sull’entourage imperiale era destinata ad avere breve durata. Nel 1063, perse il potere, e subì una lunga eclisse. Rispuntò su poltrone di prestigio solo quando l’allievo, Enrico IV, divenne re di Germania. Per volere di quest’ultimo, nel 1072, Giberto fu investito “arcivescovo metropolita” di Ravenna. La lotta personale contro i papi di Roma non era finita: nel 1075, il prelato parmigiano venne scomunicato da Gregorio VII, Ildebrando di Soana, altro irriducibile sostenitore della riforma morale della Chiesa. Non aveva partecipato al Concilio di Roma, che condannò la pratica dell’investitura dei Vescovi da parte dell’imperatore.

Il prelato parmigiano non rinnegò mai il legame con Enrico IV e la sua perseveranza fu premiata; nel 1080, il re di Germania lo fece eleggere Papa dai Vescovi riuniti al Concilio di Bressanone, in contrapposizione a Gregorio VII. Assunse il nome di Clemente III. Nel 1084, entrò in Roma con le truppe di Enrico IV. I tedeschi lo posero sul soglio di Pietro. Subito dopo, Giberto incoronò l’ex allievo, facendolo imperatore. Lo scambio di cortesie avvenne il giorno di Pasqua. La festa durò poco: lo scolaro e il maestro dovettero lasciare Roma in tutta fretta, sotto la minaccia delle truppe di Roberto il Guiscardo, condottiero normanno che aveva dato il via allo stanziamento nel Mezzogiorno d’Italia del bellicoso popolo del Nord.

Le fortune di Clemente III declinarono con rapidità; la sua figura perse di vigore, e, finita la stagione dei sogni, il Papa Pasquale II − vero Papa, in questo caso − lo relegò a Civita Castellana. Qui, tornato a essere un semplice Giberto, morì indomito e, per quei tempi, vecchissimo.

 

Parma, l’Italia, l’Europa e il Grande Risveglio

Narra un vecchio sussidiario: “superata la paura del dies irae, la fine del mondo, che gli antichi prevedevano per l’anno Mille, la comunità cristiana si risvegliò. Ripresero le attività economiche, risorsero le città, la cultura prese nuovo vigore”. A questa epidermica ricostruzione della rinascita europea, propinata a generazioni e generazioni di scolaretti con i fiocchi rosa e azzurri, va fatta una serie di integrazioni. Sarebbe troppo facile ridurre a una sola − la coscienza dello scampato pericolo − le infinite cause di un fenomeno eccezionale. Intanto, è bene precisare che non si può stabilire una data per l’inizio della “grande ripresa”; il processo fu lento e cominciò molto prima dell’anno Mille. Nell’undicesimo secolo, si ebbe solo una forte accelerazione.

Il primo fattore scatenante la rinascita economica fu la capacità dell’Europa di opporsi all’arrivo di nuove orde barbariche. Dopo secoli, ai confini del mondo cristiano, i grandi feudatari e i monasteri opponevano tenace resistenza alle intrusioni violente dei popoli dell’Est. Nello stesso tempo, aumentarono gli spazi coltivati: molti terreni vennero rubati alle foreste, le pianure furono bonificate. Anche il territorio che circondava Parma cambiò volto: gli immensi boschi venivano tagliati, le paludi prosciugate. Attorno alla città, come nel resto d’Europa, si combatté la violenta battaglia tra l’economia silvo-pastorale e la nuova agricoltura: coloni contro allevatori, in una lotta disperata per la sopravvivenza. Alla fine la spuntò il contadino.

Nel Mille e dintorni, a Parma comparvero importanti innovazioni tecniche: piccole cose se viste con gli occhi di oggi, strumenti rivoluzionari per quei tempi. Nei mercati di città e nelle corti, riapparirono gli attrezzi in ferro; energia idraulica e animale furono riscoperte. La nascita di numerosi mulini, la ferratura dello zoccolo, la possibilità di attaccare i finimenti fissi non più ai mozzi delle ruote (come accadeva nell’Alto Medioevo), ma alla parte anteriore del carro, permisero impensati incrementi della produttività.

Il boom agricolo rese possibile alle grosse corti, ai feudi e ai piccoli poderi, la creazione di surplus tali da alimentare di nuovo, dopo secoli, attivi scambi commerciali. Tra le mura rinacquero i mercati: i contadini portavano generi alimentari e ricevevano in cambio i prodotti degli artigiani cittadini. Poco dopo il Mille, a Coparmuli, piccolo porto fluviale alla foce della Parma, si stabilì il punto di incontro tra mercanti di diverse città e provenienze, dove si scambiavano merci di ogni genere. Tutti questi fenomeni economici, ancor in nuce nell’undicesimo secolo, esplosero nel dodicesimo.

Negli anni del dies irae, si affermò anche un altro importante fattore di benessere e civiltà: il vigoroso scambio commerciale e culturale con il mondo islamico. L’attività di compravendita di beni con la civiltà araba, ben consolidata in tutto il Mediterraneo, favorì il fiorire delle città marinare, anticipatrici delle istituzioni e degli sconvolgimenti sociali dei Comuni lombardi e toscani. Fin dall’inizio, Parma, grazie a quel favoloso sbocco sul Tirreno che era la strada Romea, la quale dalla nostra città portava fino ad Aulla, ebbe rapporti stretti con Pisa e con Amalfi. Anche lì si compravano prodotti da rivendere a Coparmuli. Anche lì si respirava la cultura del nuovo e del diverso. Anche da lì i nostri avidi mercanti acquistavano quella voglia di cambiare la cristallizzata società del Medioevo che poi cedevano, gratis in questo caso, alla città.

In quegli anni, attorno a Parma si coltivavano la segala, il frumento e l’orzo. Cereali base per l’alimentazione umana. Per fare farine e prodotti simili alla polenta, si ricorreva anche ai grani minuti, saggina e miglio, che venivano raccolti durante l’inverno. Il miglio fu largamente diffuso nelle campagne fino all’avvento del mais, che ebbe luogo nel Settecento. Per fare il pane si usavano anche i legumi; solo fava e ceci: i fagioli furono importati secoli dopo. Nelle semine non si seguiva la rotazione e, con l’impiego prolungato, i terreni si impoverivano.

Il boom agricolo non si limitò a far rifiorire i commerci, favorì pure il rinascere dell’artigianato e l’incremento demografico: avendo più mezzi per sfamarsi, la popolazione di Parma e del contado aumentò; fuori dalle mura cittadine sorgevano i borghi; i primi furono quelli di San Giovanni e di Santa Cristina. Quest’ultimo, situato a est della città, era prediletto dai nobili. Il centro urbano vero e proprio era, rispetto ad oggi, di piccolissime dimensioni. Se ne stava racchiuso all’interno di una cinta rettangolare, che aveva il suo lato sud lungo una linea identificabile con le attuali via al ponte Caprazucca e borgo Riccio; quello est lungo borgo San Silvestro e via Cairoli; quello nord lungo borgo Mazza e borgo San Biagio; quello ovest delimitato dalla Parma. L’Oltretorrente era ancora fuori dalla città. Per entrare in Parma esistevano quattro porte: Pediculosa a sud, lungo il percorso dell’attuale via Farini; Benedetta a nord (forse accompagnata da un secondo ingresso); Cristina a est, posta nell’attuale via Repubblica; e porta Parma a ovest, con vista sul torrente. Pure in montagna nacquero nuovi centri, Monchio per esempio. La città e il contado vivevano in pieno lo straordinario risveglio che caratterizzò l’Italia e l’Europa al tempo dei “Giorni dell’ira”.

 

Cadalo, l’antipapa

 Tra le più splendide figure cittadine dell’undicesimo secolo, un posto in prima fila spetta senza dubbio a Cadalo, Vescovo e antipapa. Personaggio controverso; amato e odiato dagli storici a seconda del loro atteggiamento nei confronti dell’Impero e del Papato.

Nacque nel 1010, a Verona, da nobile famiglia veneta. Il padre, Ingone, era vice comes della corte imperiale. Secondo alcuni cronisti, Cadalo, nel 1036, fu nominato cancelliere di Corrado II il Salico: Affò, che odiava il veronese più di Belzebù, lo nega. è certo, invece, che nel 1041 ebbe l’incarico di diacono atque vice dominus della Chiesa veronese. Quattro anni dopo, il gran colpo: con i soldi del padre, secondo le ferree regole della simonìa, Cadalo comprò la carica di Vescovo di Parma. Come pastore, era ben lontano dagli ideali dei patarini, che odiava ricambiato. Portava in capo pelli di zibellino, indossava vesti candide, calzava scarpe rostrate. Pier Damiani lo definì “effeminato, di modi insinuanti, amante del lusso e del denaro”. La leggenda, alimentata da Ireneo Affò, lo vuole dedito al concubinato. Tuttavia, seppe fare cose importanti per la città. Tra il 1046 e il 1055, fece costruire fuori dalle porte, tra i monasteri di San Giovanni e di San Paolo, uno splendido palazzo vescovile munito di due torri e di un grande ambiente in cui amministrare la giustizia.

Nel 1055 (secondo alcuni tre anni dopo), le povere case di legno e paglia della città presero fuoco. Bruciò mezza Parma, duomo compreso. Cadalo, cui certo non mancava il denaro, fece realizzare una cattedrale più ricca e imponente di quella andata distrutta.

Date le affinità elettive, il Vescovo si legò di grande amicizia con Giberto Giberti, come lui fedele al partito imperiale. Insieme contribuirono non poco all’affermarsi della teoria secondo cui la Chiesa è da considerarsi gerarchicamente sottoposta all’Impero. Quando, nel 1061, Anselmo da Baggio, patarino convinto, pupillo di Pier Damiani e Ildebrando di Soana, fu eletto Papa con il nome di Alessandro II, senza il placet della corte tedesca (Enrico III era morto da poco e il figlio Enrico IV era ancora bambino), i due “parmigiani terribili” passarono all’azione.

Giberto Giberti, a quel tempo cancelliere imperiale, indisse un congresso di Vescovi lombardi a Basilea e Cadalo venne eletto Papa, o meglio, antipapa. Assunto il nome di Onorio II, si diede subito un gran da fare e con metodi poco adatti a un erede di Pietro. Appoggiato da molti preti, che speravano dichiarasse lecito il matrimonio dei religiosi, e da diversi nobili, scritturò in Parma un piccolo esercito. I suoi nemici furono scacciati dalla città o andarono in esilio volontario. Benché contrastato dalle truppe di Beatrice Canossa, moglie di Bonifacio, fedele al partito papale, Cadalo partì alla volta di Roma con il suo manipolo. Voleva cacciare Alessandro II. La spedizione fallì.

L’antipapa ritentò l’impresa due anni dopo. Entrò in San Pietro, e, pressato dalle truppe di Roberto il Guiscardo, si dovette ritirare a Castel Sant’Angelo. Dopo lungo assedio, riuscì a fuggire da Roma. Tornò a Parma e, poiché si sentiva più Onorio che Cadalo, continuò pateticamente a proclamarsi Papa, benché il Concilio di Mantova lo avesse deposto per ristabilire l’unità dei cattolici. Il vero motivo dell’insuccesso dello scismatico fu la caduta in disgrazia di Giberto Giberti, che, nel 1063, aveva perso la propria posizione di prestigio nella corte imperiale. Senza l’appoggio tedesco, l’antipapa non poteva continuare l’impari battaglia col Pontefice ufficiale.

Cadalo morì nel 1072, ancora convinto di essere il legittimo successore di Pietro.

 

La situazione politica attorno alla città

 Nella seconda metà dell’undicesimo secolo, Parma era città profondamente calata nella realtà politica europea, anzi era, per certi aspetti, città guida. Uomini come Giberto e Cadalo condizionarono in profondità il pensiero e l’opera degli imperatori tedeschi. Elaborarono teorie discutibili e ardite, che si sono diffuse a macchia d’olio nella cristianità e sono durate nei secoli. Il dibattito sul valore comparato delle posizioni di Cesare e di Pietro (affrontato sbrigativamente dai due concittadini) è rimasto irrisolto per tutto il Medioevo. Chi era la luna? Chi era il sole che la illuminava? Il duplice interrogativo angustiò le menti elette e non fu sciolto neppure dalle armi degli eserciti che si schierarono a favore dell’una e dell’altra fazione.

Non si può dunque capire nulla di Parma senza sapere cosa accadeva nel mondo. La seconda metà del secolo fu dominata dallo scontro terribile e grandioso tra due non comuni personalità: Gregorio VII, Ildebrando di Soana, ed Enrico IV, re di Germania e imperatore. Ognuno dei due ha un peso nella storia non solo per la propria figura individuale, ma anche, e soprattutto, per la forza delle idee che ha incarnato con passione.

Ildebrando nacque nel 1022; fattosi monaco cluniacense, capeggiò il grande movimento riformatore che sosteneva la moralizzazione del clero. Voleva consacrare l’autonomia della Chiesa, liberandola da ogni ingerenza esterna. Tramite il Dictatus Papae del 1076, sancì la superiorità del Pontefice sui Cesari, arrivando a sostenere che il primo potesse deporre i secondi. Diede anche il via alla “lotta per le investiture”, stabilendo che nessun laico potesse assegnare incarichi ecclesiastici.

Nel 1077, umiliò Enrico IV a Canossa, costringendolo a stare per tre giorni e tre notti digiuno, a piedi nudi in mezzo alla neve, prima di riceverlo. Dopo pochi anni, il “Tedesco” gli restituì lo schiaffo. Nel 1084, lo cacciò da Roma e lo costrinse a vivere in esilio presso il re normanno Roberto il Guiscardo. Il Papa morì lontano dalla Città Eterna, a Salerno, nel 1085.

L’altro grande duellante, Enrico, nacque nel 1050. Rimasto orfano giovanissimo, fu allevato dalla madre e da Giberto Giberti, che gli infusero un ipertrofico concetto del proprio ruolo ed esercitarono il potere in sua vece. Nel 1054 era già re di Germania. Nel 1076, esordì in modo fragoroso sulla scena mondiale, facendo deporre Gregorio VII dal Sinodo di Worms. Per tutta risposta, il Papa lo scomunicò, costringendolo ad umiliarsi a Canossa per avere il perdono della Chiesa. Sostenendo che la nomina dei Vescovi competesse all’imperatore, diede il via a una lotta tra i due sommi poteri che terminò solo nel 1122. Fece eleggere Giberto Papa e da lui fu coronato Cesare; l’ultima parte della vita del sovrano fu triste: nel 1095 gli si ribellò il figlio Corrado, nel 1105 l’altro rampollo, Enrico, che lo depose. Ebbe un tramonto infelice, come il proprio indomabile avversario.

Durante questa titanica lotta, Parma, a suo tempo ben ammaestrata dai soldati di Corrado il Salico, non abbandonò mai il partito imperiale. Il Vescovo Everardo, che guidò la diocesi dalla morte di Cadalo fino al 1085 (la data non è certa, così come non si sa con sicurezza chi fu il suo successore: si parla di un certo Wido), era un fedele partigiano di Giberto, al punto di meritarsi la sospensione da parte di Gregorio VII. Ebbe persino l’ardire di condurre un esercito contro Matilde di Canossa, campionessa del partito papale, la quale lo vinse e lo fece prigioniero.

Matilde era l’ultima discendente degli Attonidi. La sua famiglia era originaria della Toscana e viveva secondo la legge longobarda. Gli Attonidi, trasferitisi in Emilia, nel decimo secolo si affermarono come la maggiore autorità regionale contrapposta ai Vescovi di Ravenna. Furono grandi fautori della bonifica delle paludi padane ed ebbero i titoli di conti di Brescia, Mantova, Reggio Emilia, Modena e Ferrara; detenevano pure la marca di Toscana. Nell’undicesimo secolo, il massimo esponente del clan fu Bonifacio di Canossa, che cercò sempre di esercitare una forte influenza su Parma. Dopo di lui il potere passò alla moglie Beatrice di Lorena, fiera nemica di Cadalo e, alla sua morte, a Matilde, fedelissima a Gregorio VII. Fu nel castello canossiano della marchesa che Enrico IV, nel 1077, subì la bruciante umiliazione di inginocchiarsi di fronte a Ildebrando.

Matilde ebbe grande importanza nella storia di Parma perché, all’inizio del dodicesimo secolo, seppe riportare la città nell’orbita papale, appagando un sogno perseguito con costanza per decenni.

 

La nascita del Comune a Parma e in Europa

 La nascita del Comune è avvolta nel mistero. è impossibile fissare la data di inizio del movimento, lento ma inesorabile, che ha portato al sorgere di questa originale forma di aggregazione politica. è certo che, nell’undicesimo secolo, quando nelle città del mondo cristiano il potere del Vescovo-conte toccò il suo apice, già il nuovo covava sotto le ceneri. In Italia, in Francia, nelle Fiandre, in Germania, il “prelato” guidava la comunità, amministrava la giustizia, riscuoteva le tasse ma, accanto a lui, si formava un potere diverso. Un po’ ovunque sorgevano “unioni giurate di privati” che collaboravano con il Vescovo per fini pubblici: si formavano assemblee. A Parma, fin dai tempi di Cadalo, esisteva la “Concia”, un consesso, dapprima solo consultivo, che collaborava con il Vescovo nella gestione della cosa pubblica. Con il passare degli anni, il peso di questa assemblea si fece sempre più determinante. I documenti ci dicono che, all’inizio del dodicesimo secolo, la “Concia” assumeva motu proprio decisioni importanti per la vita della città.

Nel 1108, mentre il Vescovo Bernardo degli Uberti fungeva da semplice spettatore, essa volle la spedizione militare contro Fidenza e regolò le vicende della pace successiva. I documenti storici, poi, ci danno notizia dell’esistenza di due consoli a Parma fin dal 1140. In verità, in un atto del 1092 già si leggeva che a Donizone fu dato un pezzo di terra “da tutto il popolo parmense, dall’imperatore Enrico e dal Vescovo Everardo”. Un chiaro segno che, accanto all’autorità dei prelati e dei Cesari, esisteva pure quella dei cittadini, rappresentati dalla “Concia”. Anche se il Comune, a Parma, nacque in modo ufficiale solo a metà del dodicesimo secolo, la sua gestazione iniziò circa cento anni prima. Quando si parla di unioni di privati e assemblee che guidano le città, non si deve commettere l’errore, assai diffuso, di pensare che esse fossero istituzioni democratiche. Per tutto il dodicesimo secolo, a Parma e altrove, esse furono formate solo da una piccola parte dei cittadini, i più ricchi e potenti, quasi tutti scelti tra la classe degli aristocratici, chiamati boni homines. Siamo di fronte al governo di pochi. Un’oligarchia.

La parola “Comune” è espressione piuttosto generica. Con questo termine, variando i tempi e i luoghi, si identificano forme istituzionali diverse. Per esempio, nel dodicesimo secolo, a Parma, il Comune è retto da due consoli originari della città, eletti dall’assemblea dei boni homines e affiancati da un “consiglio di credenza” composto da due rappresentanti per ognuna delle quattro porte: Pidocchiosa, Benedetta, Santa Cristina e Parma. Nel tredicesimo secolo, invece, inizia una fase diversa, durante la quale a capo dello “stato cittadino” è il Podestà. Si tratta, il più delle volte, di una persona chiamata da un Comune vicino per rinsaldare vincoli di alleanza già stabiliti nei trattati. Illustri boni homines parmigiani furono spesso Podestà di Cremona, Reggio e Modena; saltuariamente di Milano e di grandi centri toscani. Viceversa, queste città diedero molti “primi cittadini” a Parma. Quello di Podestà diventò un vero e proprio mestiere.

Tutte le grandi famiglie nobili della Crisopoli del Duecento, Rossi, Lupi, Da Correggio, Sanvitale, Pallavicino, Da Gente, espressero prestigiosi “notabili”, che guidarono i maggiori Comuni del Centro-Nord.

Durante la fase podestarile, nelle città italiane, Parma compresa, si realizzarono imponenti palazzi nelle piazze centrali da adibire a residenza del rettore della cosa pubblica. Tanta era l’imponenza del palazzo, tanto il prestigio che riverberava sul Comune. Col tempo, la nuova istituzione politica, che andava inglobando larghe fette di contado, divenne espressione dello smantellamento della società feudale: all’insegna del motto, poi fatto legge, “l’aria di città rende liberi”, i contadini affluivano numerosi nell’urbe, per svincolarsi dal potere dei Signori. Tra questi ultimi, nel dodicesimo secolo, molti “gattopardi” capirono la trasformazione in corso e si gettarono a capofitto nella vita della polis assumendone la guida. Parma, poi, a differenza di tante altre città italiane, non seppe mai liberarsi dall’egemonia delle grandi famiglie. Furono esse a monopolizzare per quasi tre secoli la guida delle istituzioni.

Il desiderio di crescita dei Comuni contrastava, oltre che con la potestà dei Vescovi, presto ridimensionata e relegata in second’ordine, con quella, immensa, dell’imperatore. I re di Germania videro di malocchio l’affermarsi delle nuove realtà cittadine che, se non ardivano chiedere l’indipendenza, tuttavia pretendevano l’assoluta autonomia. Con la nascita del Comune, un terzo elemento si inseriva nella titanica lotta tra Papato e Impero. E, anche in questo caso, Parma, schierandosi ora con l’una, ora con l’altra parte, recitò un ruolo non secondario.

 

Il gran salto, dall’Impero al Papa

 Come tutti i grandi amori, anche quello tra Parma ed Enrico IV era destinato a finire. All’alba del dodicesimo secolo la città, vissuta a lungo all’ombra degli antipapi Cadalo e Giberto, tornò tra le braccia di Santa Romana Chiesa. L’abile timoniere che la condusse nel sicuro porto di Papa Pasquale II fu Bernardo degli Uberti, assistito e incoraggiato dalla marchesa Matilde di Canossa.

I fatti ebbero uno svolgimento piuttosto confuso. Alla fine dell’undicesimo secolo, Parma era schiacciata tra due potenze filopapali: a est, quella, grande, di Matilde; a ovest, l’altra, piccola, di Fidenza. Borgo San Donnino, questo il nome della cittadina fino all’epoca fascista, negli ultimi anni era stato occupato da Corrado, il figlio ribelle dell’imperatore Enrico IV vicino alle posizioni politiche della Marchesa. Corrado si era unito ad alcuni Comuni italiani per combattere contro le città fedeli al padre. Voleva attaccare Parma, ma, dubbioso del successo, si limitò a occupare Fidenza. Al giro di boa del nuovo secolo, il piccolo centro, di nuovo indipendente, aveva cominciato a crescere e si era dato una forma amministrativa di tipo comunale. I borghigiani, molto orgogliosi, negavano soggezione a Parma. Disobbedivano alla “Concia” e, fatto ancor più grave, agli ordini del Vescovo.

La città, dove il partito favorevole al papato alzava la testa dopo anni di frustrazioni, si sentiva presa in una morsa. In molti ritenevano giunto il momento della svolta. L’occasione propizia si presentò nel 1104. In quell’anno, Papa Pasquale II aveva mandato come proprio inviato in Lombardia, per riportare ordine nelle diocesi riottose − Dio solo sa quanto lo fosse Parma − Bernardo degli Uberti, fiorentino, abate di Vallombrosa, consigliere spirituale di Matilde, e cardinale. In agosto, il prelato, con audacia, decise di portarsi nella città di Cadalo e Giberto, forse invitato dai partigiani locali del Papa. Il 15, giorno dell’Ascensione, celebrò messa in cattedrale. Durante il rito, fu aggredito e subito rinchiuso in una torre. La prigionia di Bernardo durò poche ore: i parmigiani, temendo l’intervento delle truppe di Matilde (secondo Affò, invece, solo per senso di giustizia), lo rilasciarono. Il cardinale pregò la Marchesa e i suoi alleati, irritati per l’irriverenza della città, di desistere da ogni forma di intervento punitivo. Se lo fece per calcolo, ci azzeccò.

Con questo gesto, Bernardo si guadagnava la simpatia di tutta la popolazione: due anni dopo, nel 1106, ambasciatori parmigiani si recarono a Guastalla, dove Pasquale II stava tenendo il Concilio. Gli si dichiararono fedeli, chiesero perdono per gli sgarbi passati e supplicarono il sommo Pontefice di avere Bernardo Uberti come Vescovo: la città aveva cambiato partito. In questo voltafaccia, la paura di Matilde ebbe un ruolo determinante.

La riconciliazione tra Parma, il Papa e la Marchesa venne sancita con una solenne cerimonia in cattedrale. Terminato il Concilio di Guastalla, Pasquale si recò in città e, alla presenza della nobildonna, riconsacrò il duomo, fatto costruire dall’empio Cadalo dopo l’incendio che lo aveva distrutto. Nel corso della celebrazione, Matilde fece grandi offerte alla comunità e il popolo prese a benvolerla o, almeno, così finse.

Bernardo guidò la diocesi di Parma fino alla morte, avvenuta nel 1133. Nei suoi ventisette anni in diocesi, si comportò più da Vescovo che da conte e permise, non sappiamo quanto volontariamente, il definitivo affermarsi del Comune. Con lui l’assemblea popolare ebbe sempre maggior peso. Nel 1108, la “Concia”, forte dell’alleanza di Matilde, decise di saldare i conti con Borgo San Donnino. Un piccolo esercito attaccò Fidenza, bruciò le case e distrusse le mura: così si regolavano i sospesi nel Medioevo.

Se la provincia di Parma è debitrice alla Marchesa della Pieve di Sasso, deve a Bernardo il complesso di Badia Cavana, che andò ad aggiungersi al buon numero di conventi fatti erigere dai nobili locali nell’undicesimo secolo. Costruendo queste grandi strutture religiose, i ricchi del tempo pensavano di comprarsi fette di paradiso; per questo, specie all’avanzare della vecchiaia, spendevano grandi capitali nell’edificazione di chiese e abbazie. L’indulgenza non aveva prezzo.

 

L’età d’oro dell’economia

I secoli decimo e undicesimo segnarono il periodo della crescita; il dodicesimo fu il momento del boom economico. I meccanismi che nei duecento anni precedenti erano andati sviluppandosi lentamente, ora marciavano a velocità folle. Parma era ormai una città ricca, anche se non di tutti ricchi: l’assetto sociale del tempo non lo permetteva. Questo momento felice (l’espressione va intesa come limitata all’economia, perché in altri campi non mancarono le preoccupazioni e i problemi) durò fino alla prima metà del Trecento e coincise con il fiorire delle grandi opere dell’architettura medioevale cittadina.

Per capire l’economia di Parma dal dodicesimo al quattordicesimo secolo, bisogna avere chiaro il sistema di comunicazioni in cui si trovava inserita. La posizione geografica era ottima. Notevole il vantaggio di trovarsi, allo stesso tempo, nel cuore della Pianura Padana e a ridosso degli Appennini. La città veniva servita da tre grandi vie: il Po, l’Emilia e la strada Romea. Il Grande Fiume si faceva preferire a ogni altra soluzione di trasporto per i costi minori e per la possibilità di spostare ingenti quantitativi di merce in un’unica soluzione.

Lungo il corso d’acqua, nei punti più protetti, adatti all’attracco, al carico e allo scarico delle merci, sorsero i porti fluviali. Centri pulsanti di vita e di commerci. Parma era servita da tre scali: quello di Albareto, mai identificato con esattezza dagli storici moderni, quello di Brescello, alla foce dell’Enza, e quello di Coparmuli. Quest’ultimo era il preferito dagli stranieri; nelle sue vicinanze sorse il primo mercato internazionale, che con il tempo si trasformò in una fiera vera e propria. Nello spazio dei porti, avveniva, di regola, la riscossione dei dazi e il pagamento dei pedaggi. Per rendere ancora più semplice l’accesso delle merci in città, nel Duecento, Parma fu collegata al Po direttamente tramite il canale Naviglio: la tradizione vuole che il marmo rosa di Verona per la costruzione del Battistero, giungesse, via acqua, direttamente alla fabbrica antelamica. E così accadeva per gran parte delle merci che servivano alla città. Il Grande Fiume e i suoi rami in questi secoli erano ben più vivi di oggi. Funzionavano come le vene di un corpo sano: portavano alle città padane il sangue necessario alla vita.

Anche la via Emilia, che a quei tempi si chiamava Claudia, era un’arteria importante. Ma nel Medioevo non fu certo tenuta nelle condizioni in cui la custodirono per secoli i romani. Le buche la facevano da padrone, il percorso era dissestato, mancavano i ponti. Fino al 1170, non ci fu mai alcuna passerella sul fiume Taro. In quell’anno, un eremita fece costruire la piccola opera in muratura della cui manutenzione si occuparono alcuni frati. La struttura viaria rimase in vita fino al 1304, quando venne travolta da una piena impetuosa. Secondo molti storici non fu ricostruita. Passarono più di cinque secoli prima che la duchessa Maria Luigia realizzasse un nuovo ponte. Sembra incredibile che per così lungo tempo nessuno abbia mai pensato a realizzare un’opera tanto importante per l’economia di un’intera regione, un servizio che avrebbe agevolato migliaia di pellegrini, un’infinità di mercanti e gli eserciti che percorsero l’Italia in lungo e in largo in momenti cupi della storia del Paese. La carta a stampa del territorio Parmense, realizzata dall’incisore olandese Girolamo Kock, nel 1551, mostra un passaggio sul Taro simile a un ponte, e fa sorgere qualche dubbio.

La via Romea, conosciuta anche come Francigena, era la strada percorsa dai pellegrini per raggiungere Roma. Un tratto di essa univa Fidenza con il mar Tirreno, via Bardone, Berceto, Aulla. Sull’antica arteria, correvano anche molti mercanti con le loro merci. La Francigena serviva da cerniera tra l’economia del Mar Tirreno, basata sui traffici delle repubbliche marinare di Pisa e Amalfi, e la Lombardia, nome con cui allora si designava tutto il Nord-Ovest dell’Italia. La Romea rimase in auge fino al quindicesimo secolo, quando venne aperto il passo della Futa; dopo di che fu progressivamente abbandonata.

Grandi protagonisti del boom dei secoli d’oro furono i mercati e le fiere. I primi assolvevano la funzione di mettere in contatto le attività del contado con quelle della città. Dalla campagna arrivavano le derrate alimentari; il centro urbano metteva a disposizione i suoi prodotti finiti: panni, vestiti, calzature, attrezzi in ferro o in legno e tutto quanto gli artigiani riuscivano a produrre. I contadini, poi, scambiavano tra loro animali e sementi. Il luogo deputato all’incontro di questi due mondi separati, che avveniva con puntualità ogni sabato, era un ampio terreno lasciato scoperto dal torrente Parma dopo che, nel 1177 (secondo altri nel 1180), una piena ne aveva spostato il corso a occidente: la Ghiaia. Un luogo che per secoli mantenne l’originaria vocazione. Il mercato della Ghiaia fu sempre florido, grazie anche alla proibizione, imposta dal Comune, dell’intermediazione tra i prodotti della campagna e quelli della città. Allo scopo di impedire il rialzo dei prezzi, i contadini erano obbligati a portare le derrate direttamente in Ghiaia e ad effettuare qui i loro acquisti. Non era permesso l’intervento di “grossisti”.

Nel 1266, il mercato del sabato divenne insufficiente e le autorità decisero di replicarlo nella giornata di mercoledì. Alcune merci venivano trattate nella piazza del Comune, o piazza Nuova, dove spuntarono anche i banchi dei cambiatori.

La vocazione della città alle grandi esposizioni internazionali non nacque con la Mostra delle Conserve e con Cibus. Già nel Medioevo Parma sapeva allestire manifestazioni capaci di attirare operatori economici da ogni parte d’Italia e d’Europa. I mercanti parmigiani erano intraprendenti, viaggiavano, frequentavano le fiere francesi dello Champagne. Studiarono attentamente l’organizzazione dei rendez-vous commerciali stranieri e seppero ritrasmettere questa cultura ai loro concittadini.

Parma, favorita dalla formidabile posizione al centro di un efficiente sistema viario, sviluppò, con gradualità, una tradizione invidiabile di interscambio con le regioni circostanti e con i paesi lontani. Seppe dar vita a due attesi appuntamenti internazionali con cadenza annuale; uno primaverile e uno autunnale: la fiera di San Siro e quella di Sant’Ercolano. Entrambe erano frequentate, in particolare, dai mercanti francesi e fiamminghi, che arrivavano da Nord attraverso la via Romea. A Parma, i compratori venuti dal Settentrione potevano trovare il prodotto principe dell’economia locale: la lana e i suoi derivati. Dal tempo dei romani, le campagne di questa fetta dell’Emilia abbondarono di greggi; pastorizia e preparazione dei panni di bassa qualità furono sempre attività economiche trainanti. La città era famosa in tutto il mondo anche per un’altra produzione: il fustagno, che veniva esportato in tutta Europa.

Nelle fiere, i mercanti stranieri potevano trovare anche stoffe, canapa e lino “made in Parma”. Olio ligure e toscano, buoi, muli e cavalli per il trasporto delle merci. I fiamminghi portavano a Sud i panni di lana di qualità super pregiata, che a Parma trovavano compratori pronti a smerciarli in Toscana e nell’Italia Centrale.

La fiera più antica era quella di Sant’Ercolano: nata dall’evoluzione del mercato internazionale del porto di Coparmuli, si svolgeva dal primo giovedì di settembre e durava una settimana. Se ne hanno notizie dal dodicesimo secolo sino al 1364, poi scomparve. San Siro, che si teneva in Primavera, ebbe vita più breve: l’ultima edizione è datata 1306. Le fiere erano organizzate con cura e meticolosità, il Comune prendeva tutte le iniziative capaci di incrementare l’afflusso di mercanti stranieri o provenienti dalle città vicine. Durante lo svolgimento della manifestazione i dazi venivano aboliti, i processi civili godevano di un rito accelerato, le misure di ordine pubblico e vigilanza erano straordinarie. Esisteva un vero e proprio calendario interregionale; esso faceva sì che le manifestazioni organizzate da un Comune non coincidessero mai con quelle di uno vicino.

I grandi protagonisti dell’economia di questo periodo erano i mercanti. Coraggiosi e spregiudicati, battevano l’Europa esposti ad ogni sorta di pericolo pur di poter comprare a basso prezzo merce che poi rivendevano a quotazioni astronomiche. Il guadagno era alto, ma anche il rischio del trasporto era enorme e i dazi stratosferici. Sul commerciante pendeva sempre, come una spada di Damocle, il rischio della “rappresaglia”: secondo questo istituto giuridico, internazionalmente riconosciuto, il mercante che fosse stato spogliato della sua merce in una città straniera, qualora incontrasse, in patria, un collega originario di quel luogo, aveva la facoltà di sottrargli impunemente il carico. Una legge non scritta di raccapricciante inciviltà. Una fattispecie che si concretizzava con esecrabile frequenza. Un deterrente al commercio.

Le attività produttive svolte nel Parmense sono più ampie di quanto non lasci pensare la pur grande abbondanza di merci presenti sulle fiere e sui mercati. Nel territorio prosperavano, per esempio, gli artigiani del settore laterizi e proliferavano le fornaci, che sfornavano ingenti quantità di mattoni. è anche per questo che la presenza di monumenti in marmo, nella Parma medioevale, è molto scarsa, così come rocche e castelli sono costruiti con i materiali ricavati dalla terra cotta. La presenza di produttori di mattoni, tra l’altro, è rimasta costante nei secoli fino all’epoca moderna.

Attraverso quella grande via del commercio che era il Po, dai lidi adriatici giungevano in città grossi quantitativi di sale: un prodotto indispensabile nell’alimentazione medioevale, l’unico in grado di consentire la conservazione delle carni, specialmente suine, e del pesce. Il sale era la vita; per tutte le città lontane dal mare, in un’ipotetica bilancia dei pagamenti, rappresentava voce largamente passiva. Parma era più fortunata. A Salsomaggiore e dintorni esisteva una vera e propria industria per ricavare notevoli quantitativi di “conservante” dalle acque minerali. La ricchezza e la potenza della famiglia Pallavicino − duratura nei secoli − si spiega anche con il possesso − non costante − delle miniere di sale. La presenza di questa attività, spinta a eccessi inconsulti dalla sete di denaro, provocò danni ecologici disastrosi. Per alimentare le caldaie dei Pallavicino, furono distrutti tutti i boschi e le foreste vicine a Salso. L’equilibrio naturale della zona rimase sconvolto per secoli. Penose le condizioni di lavoro in cui erano tenuti gli operai addetti alla produzione, che vivevano alla stregua di bestie.

 

Il Comune, la Lega e Barbarossa

 Il fenomeno più importante del dodicesimo secolo fu la lotta dei Comuni italiani per la conquista dell’autonomia dal potere imperiale. Una lotta che si concretizzò nell’interminabile braccio di ferro tra le città, coalizzate in un’unica Lega e Federico Barbarossa, difensore della dignità e del potere cesareo. In questa sfida, Parma giocò un ruolo ambiguo, il ruolo di chi da pompiere (visti i tempi di cui trattiamo meglio sarebbe dire brentatore) si fa incendiario. La città, inizialmente schierata con Federico, quando vide venir meno la convenienza della scelta, si buttò con disinvoltura tra le braccia della Lega Lombarda.

Nel 1125, alla morte di Enrico V, la casa di Franconia si estinse. In Germania scoppiò un’aspra lotta, durata quasi trent’anni, tra due diversi partiti, Guelfi e Ghibellini, per lo stabile conseguimento del trono tedesco, che, come sappiamo, dava titolo alla pretesa della corona ferrea e dello scettro imperiale. Alla fine, dopo una lunga serie di contrasti e intronizzazioni, la spuntò Federico Hohenstaufen, Duca di Svevia, detto il Barbarossa, forte di qualificate parentele sia nel campo dei feudatari di ispirazione guelfa, sia in quello dei signori Ghibellini.

Federico, nato nel 1123, a 29 anni assunse il titolo di re di Germania. Il suo primo obiettivo fu domare i Comuni italiani. Questi ultimi, favoriti dalla “vacanza di potere” originata dalle trentennali lotte tra le fazioni tedesche, si erano notevolmente rafforzati e avevano rosicchiato spazi sempre più ampi di autonomia. La loro forza politica, economica e militare era cresciuta; l’imperatore riteneva giunto il momento di schiacciare il freno. Nel 1154, scese in Italia e convocò la prima dieta di Roncaglia, durante la quale impose ai Comuni lombardi di desistere dalle continue e snervanti guerre che si portavano l’un l’altro. Tra le più riottose città italiane figurava anche Parma.

Dopo essersi fatto incoronare imperatore nel 1155, nel ’58 convocò una seconda Dieta nella cittadina piacentina. Questa volta fece le cose in grande. Avvalendosi dei più acuti giuristi dello Studio bolognese, allievi di Irnerio, preparò una serie di provvedimenti tesi a riaffermare i poteri sovrani dell’imperatore sui Comuni. Pretese la restituzione di tutti i diritti regi usurpati. Volle riservarsi il potere di confermare la nomina di Consoli e Podestà, che dovevano, da quel giorno, chiamarsi “imperiali” e favorì l’esercizio delle potestà vescovili rafforzando l’autorità religiosa rispetto a quella laica: un salto nel passato, una sfida alla storia che Barbarossa non poteva vincere. E, alla fine, perse.

Numerosi Comuni si schierarono apertamente contro Federico I; nel 1159, Alessandro III, Rolando Bandinelli, da poco chiamato al soglio di Pietro, appoggiò il movimento di “resistenza”, trasformandosi nel più pericoloso nemico dell’Imperatore. Barbarossa reagì provocando lo scisma: nominò un antipapa.

In questo convulso succedersi di avvenimenti, Parma si schierava con Federico. In città si costruì, per lui, il palazzo imperiale dell’Arena, che sorse nel luogo in cui ora si trova il collegio Maria Luigia. La residenza imperiale fu iniziata nel 1158 e finita in soli sei anni.

Il clero si schierò, secondo una vecchia abitudine, con il falso Pontefice; il Vescovo Aicardo da Cornazzano era fedelissimo all’Hohenstaufen: in breve la sua autorità, con l’appoggio del sovrano, offuscò ogni potere laico. La città, come del resto Reggio, Modena e Cremona, offrì all’Imperatore consistenti manipoli di soldati per far fronte a diverse campagne militari. Nel 1162, un gruppo di cittadini in armi, guidato da Gherardo da Cornazzano, partecipò all’assedio e alla distruzione di Milano.

Barbarossa amava Parma e, nel 1164, vi convocò un’importante Dieta, durante la quale si stabilì l’ampliamento dei poteri del Vescovo all’interno dei Comuni a discapito dei consoli. Nelle città italiane aumentava il malcontento; Papa Bandinelli soffiava sul fuoco della rivolta. Nel 1167, i rappresentanti delle polis antiimperiali si riunirono nell’abbazia benedettina di Pontida, in provincia di Bergamo, per prestare il solenne giuramento che diede origine alla Lega Lombarda (quella vera) benedetta da Alessandro III. Squillava un campanello d’allarme che i parmigiani non poterono ignorare. Subito sospesero il Vescovo Aicardo dai suoi poteri e nominarono nuovi consoli favorevoli alla federazione delle città del Nord e al Papa. La bandiera era stata girata in tempo.

Il più clamoroso segnale di cambiamento si ebbe nel 1175, quando fu chiamato alla carica di Podestà il milanese Nigro Grasso, acerrimo nemico di Federico I. Ciò significava che Parma, nel momento in cui Barbarossa correva l’Italia con il suo esercito minaccioso, aveva scelto di schierarsi con la città lombarda, la più fiera avversatrice dell’Imperatore. La guerra era vicina e, come primo atto, Nigro Grasso fece costruire il carroccio, che chiamò “Crepacuore”. Era un grosso carro trainato da buoi intorno al quale si raccoglieva, per combattere, la fanteria del Comune. Recava un’antenna con la croce e lo stendardo cittadino, un altare e la campana, chiamata “martinella”. Nel 1175, Barbarossa tentò invano di espugnare Alessandria, dando un primo segno di debolezza militare; nel 1176, fu sconfitto nella battaglia di Legnano. Con l’esercito della Lega Lombarda militò una nutrita schiera parmigiana, probabilmente accompagnata dal “Crepacuore”.

Dopo Legnano, l’Imperatore ridimensionò gli obiettivi. Si incontrò con il Papa ad Anagni e rinunciò a perseguire la propria politica in campo religioso, favorendo il rientro dello scisma. Nel 1177, accettò la tregua di Venezia, che permise la cessazione per 6 anni delle ostilità con i Comuni. Allo scadere del termine, nel 1183, Barbarossa, ridotto a miti consigli, stipulò la Pace di Costanza. Un trionfo per i Comuni lombardi: l’Imperatore riconosceva la loro autonomia, concedendo la facoltà di guerra e di pace che, secondo il diritto romano, spetta solo agli Stati sovrani. In cambio di un ossequio formale alla sua persona, restituì anche importanti regalie. La situazione tornava ad essere identica a quella precedente la prima Dieta di Roncaglia. Sei spedizioni militari in Italia, assedi, guerre, distruzioni non avevano prodotto nessun risultato. Barbarossa morì nel 1190, durante la terza crociata, annegando nel fiume Salef, in Cilicia.

La vittoria di Costanza giovò molto ai Comuni italiani sul piano politico, ma portò con sé nefaste conseguenze. Scomparso il temibile nemico esterno, le città ricominciarono a lottare aspramente tra di loro. In Italia fu tutto un fiorire di guerre e Parma non rimase certo a guardare.

 

Una città che cresce

 Tra una guerra e l’altra, nel dodicesimo secolo, Parma trovò anche il modo di consolidare la propria posizione economica. Le grandi fiere internazionali andavano a gonfie vele, la produzione della lana era abbondante, il fustagno veniva richiesto in tutto il mondo, il contado dava derrate alimentari in quantità. Arricchendosi, la città, come il resto d’Europa, registrò un forte incremento demografico. Gli abitanti aumentavano, Parma si espandeva. Nel 1169 il Comune prese una decisione non più prorogabile e ampliò le mura, che furono, di fatto, raddoppiate. La nuova cinta si estese oltre i borghi di recente creazione e racchiuse nel suo perimetro San Giovanni, il palazzo vescovile e la cattedrale. Parma, ora, assomigliava a un trapezio allungato, il cui lato nord correva lungo le attuali via Affò, strada Cavallotti, borgo Studi, borgo delle Colonne, via Dalmazia. Il lato est, cortissimo, coincideva con l’attuale borgo Valorio, assai vicino a Barriera Repubblica. A sud la cinta si sovrapponeva alle attuali strada al ponte Caprazucca, Borgo Riccio, borgo Regale e borgo Lalatta. All’esterno delle mura fu scavato un profondo fossato. Nel 1178, anche l’Oltretorrente, che a quei tempi si chiamava Capo (o Cò) di ponte, ebbe le prime difese: fu circondato da un profondo scavo triangolare con la base sul torrente, nel tratto compreso tra via della Costituente e via Rodolfo Tanzi, e il vertice a metà di via D’Azeglio. 

In quegli anni, nel Parmense assumeva rilevanza sempre maggiore l’attività alberghiera. Inizialmente svolta in esclusiva da ordini religiosi tramite ricoveri chiamati “xenodochi”, con l’intensificarsi dei traffici commerciali, l’affermarsi delle fiere, la presenza costante di pellegrini lungo la Romea, essa divenne un’occupazione lucrosa: nel business si buttarono anche i laici. In città nacquero alberghi e taverne molto frequentate da stranieri; gli osti non si limitavano a fornire il cibo e un giaciglio: quando il cliente era un mercante, fungevano anche da custodi e sensali, incassando lucrose provvigioni. L’industria dell’ospitalità, sviluppatasi con forza nel dodicesimo secolo, ebbe un vero e proprio boom nel Duecento. Gli osti di Parma, poi, vissero un momento di grazia nel 1300, anno del Giubileo a Roma. Le locande della città e quelle disseminate lungo la via Claudia furono insufficienti a far fronte alla domanda di alloggio; per contrastare l’emergenza, anche i privati davano camere in locazione.

Lo sviluppo degli scambi commerciali incrementò il bisogno di moneta corrente. Nell’undicesimo e nel dodicesimo secolo, Parma non aveva una propria zecca; in città circolavano “pezzi” coniati a Pavia e a Lucca. Dal 1162, comparvero nei mercati locali gli “imperiali” di Federico I, provenienti da Milano. Il Comune si dotò della zecca solo nel 1207; in ogni caso, alla moneta locale furono sempre preferiti gli “imperiali”.

In tutto il Medioevo, il tallone d’Achille della città fu la mancanza di iniziativa nel settore bancario; Parma soffrì di un forte complesso di inferiorità nei confronti della vicina Piacenza. Lungo la Trebbia nacquero e prosperarono fior di finanzieri. I nostri vicini, specialmente nel Duecento, si imposero con i loro banchi nelle principali piazze europee, richiestissimi e ben presenti soprattutto a Genova e nel regno di Francia. Il maggior contribuente di Parigi era il piacentino Gandolfo D’Arcelli. La banca Scotti era considerata una delle più sicure d’Europa. Parma, incapace di crearsi una cultura in questo campo, si affidava ai finanzieri toscani.

La città era in costante espansione, le vecchie case di legno e paglia avevano ceduto il passo a quelle di sassi e di mattoni, “l’aria che rende liberi” attirava sempre più gente, l’abbondanza di cibo favoriva l’incremento demografico: le mura divennero ancora una volta insufficienti alla popolazione. Nel 1210 il fossato che circondava Capo di ponte fu allargato fino a Barriera Santa Croce e la città si allargò verso est, fino a giungere a Barriera Repubblica e a sud, sfiorando borgo Felino. Dopo un ulteriore ampliamento nel 1230, la cinta toccò la massima estensione nel 1261. Da allora, le mura cittadine restarono praticamente invariate (come perimetro, non certo come struttura) fino agli ultimi anni dell’Ottocento. Parma aveva toccato il momento più felice della sua storia; solo dopo la Seconda Guerra Mondiale avrebbe goduto di una congiuntura economica altrettanto favorevole.

Quali erano i nuovi e definitivi confini della città? A destra del torrente, la cinta correva, a sud, lungo quello che è l’attuale viale Martiri della libertà; a est, lungo viale Pier Maria Rossi e viale Tanara; a nord, lungo viale Mentana. A ovest, il limite era dettato dal torrente. Capo di ponte veniva delimitato a nord da viale Piacenza nuovo, a ovest da viale Pasini e dall’inizio di viale dei Mille, a sud-ovest ancora da viale dei Mille e a sud da viale Caprera.

Dilatandosi le mura, crebbe in proporzione anche il numero delle porte e delle pusterle che davano accesso alla città. Alla fine del Duecento se ne contavano ventitré. Vale la pena di ricordare le più importanti. A est, sulla via Emilia, all’altezza di Barriera Repubblica, si trovava Porta San Michele. A sud, Porta Pediculosa fu sostituita da Porta Nuova, in corrispondenza di Barriera Farini. Nel punto in cui oggi confluiscono viale Martiri della libertà e via XXII Luglio, fu eretta Porta Maestà. A ovest, si affacciavano sul torrente le porte Cappellina, degli Spadari e Mozza.

Tre i grandi ingressi settentrionali: Porta San Barnaba, a Barriera Garibaldi, Porta Bologna, in fondo a borgo del Parmigianino e Porta San Benedetto a Barriera Saffi.

In Capo di ponte troneggiavano, a occidente, Porta Santa Croce, che sorgeva sulla via Emilia in corrispondenza dell’omonimo Piazzale; a meridione Porta San Francesco, ava dell’attuale barriera Bixio; a nord Porta di Santa Maria eretta dove oggi sorge il palazzo Ducale. 

 Il torrente, nel XIII secolo, era scavalcato da quattro passerelle. Da nord a sud il Ponte di Galleria (in seguito Ponte Verde), costruito nel 1278, che si trovava nel luogo ove oggi sorge la Pilotta; il Ponte di Pietra, realizzato nel 1207, antenato del ponte di Mezzo; il Ponte dei Salari (o degli Spadari, scomparso in età viscontea), che vide la luce nel 1287; e il Ponte di Donna Egidia da Palude, opera del 1278, ribattezzato nel XV secolo “Caprazucca” dal soprannome del castellano della rocca di Donna Egidia, Antonio da Godano. Fuori città c’era il ponte Dattaro.

 

Le guerre di Parma nel XII secolo

 Si scrive “epoca dei Comuni”, si legge “epoca dei campanili”. Per le città lombarde il dodicesimo secolo fu un momento di risse, di profondi odi reciproci, di dispute selvagge. Fra “tribù” che vivevano a pochi chilometri di distanza, si alzavano steccati invalicabili: a volte per motivi economici, a volte per scelte politiche, spesso per semplici questioni di “pelle”. Anche Parma aveva la sua nemica del cuore: Piacenza, città dei banchieri. Al contrario, incredibile a dirsi, il Comune intratteneva ottimi rapporti con Reggio Emilia, la rivale di oggi.

Da cosa nasceva l’odio reciproco coi vicini occidentali? Non c’era una causa unica, ma la più importante stava nell’ambizione, condivisa da entrambe le contendenti, di esercitare la propria influenza su Salsomaggiore, con le ricche saline, e Fidenza, prospero crocevia tra la Claudia e la Romea. Ancora, produceva effetti negativi la concorrenza tra i mercanti parmensi e quelli piacentini che frequentavano le stesse fiere e commerciavano i medesimi prodotti; il diverso schierarsi per il Papa o per l’Impero; l’aderire a leghe contrapposte. Insomma, una miscela esplosiva sempre pronta al botto. E di scoppi in questi cento anni se ne sentirono parecchi.

La prima guerra tra le due città ebbe luogo nel 1145. Ne furono causa i comportamenti della famiglia Pallavicino (o Pelavicino), che prendeva il nome dall’abitudine di spogliare (pelare) i vicini dei loro possessi. Il primo Pallavicino fu Adalberto, della famiglia degli Obertenghi, di cui si sa solo che ha avuto sepoltura nel cimitero di Castione Marchesi. I suoi discendenti dominarono ampie fette di territorio dalla Bassa agli Appennini; in particolare, nell’area padana, a cavallo degli attuali confini tra le due province.

Nel 1145, Oberto Pallavicino, per vendicarsi dei torti subiti dal figlio Delfino, nemico dei piacentini, donò i suoi possedimenti a Piacenza, per poi farseli restituire in feudo. Parma non sopportò l’affronto e scoppiò una lunghissima guerra. Crisopoli ebbe come alleati Delfino, Cremona, Modena e Reggio, città da sempre amiche che, mezzo secolo dopo, si uniranno a lei nella potentissima “Lega mediopadana”; come nemico, oltre agli odiati “banchieri”, il terribile Oberto. Dopo anni di scaramucce, nel 1149, i piacentini assediarono il castello di Tabiano, occupato da Delfino. Truppe parmigiane e cremonesi, accorsero al maniero sbaragliando l’esercito avversario. Il nemico si arrese. La pace − e qui abbiamo ancora un segnale del declinare costante del potere vescovile − fu trattata dai consoli, delegati ad agire campana sonata et concione facta; cioè, dopo avere consultato l’assemblea. Piacenza dovette rinunciare alle terre dei Pallavicino e alla supremazia su Borgo San Donnino. In vero, non accettò mai la sconfitta e continuò a molestare il Comune con l’appoggio dei fidentini. Fino a che, il 20 settembre del 1152, i parmigiani, che nello stesso momento avevano avuto scontri anche sul confine est con truppe reggiane, assalirono Fidenza, la presero, incatenarono gli abitanti e bruciarono le case: i metodi spicci di allora.

In quegli anni l’Italia era tutto un pullulare di guerre e solo la calata di Federico Barbarossa ricompattò i Comuni, che, trovato un nemico esterno, diminuirono la conflittualità interna. Gli scontri fratricidi ripresero dopo la Pace di Costanza. Parma, per far fronte alla difficile situazione politica e alle continue minacce piacentine, nel 1188, diede vita alla Lega mediopadana con Reggio, Modena e Cremona. L’alleanza durò per più di cinquant’anni. Nell’ultimo decennio del secolo la città visse in uno stato di guerra permanente: aiutò Bergamo nello scontro con Brescia, mandò spesso sue truppe a difesa di Cremona, minacciata dai Comuni di oltre Po, condusse una lotta senza sosta con Piacenza. Tra i due centri esisteva un continuo stato di belligeranza interrotto da brevi periodi di pace. Borgo San Donnino era come un vaso di coccio tra vasi di ferro.

La crisi più grave si ebbe nel 1198, quando i parmigiani strapparono per l’ennesima volta il Borgo ai piacentini ed esigettero dalla sfortunata città totale obbedienza, imponendole un proprio Podestà. Piacenza reagì duramente e si formarono contrapposti schieramenti che spaccarono in due la Lombardia. Metà Comuni con Parma, metà con l’odiata nemica. Gli eserciti, nonostante il tentativo di pacificazione operato dal Papa, si scontrarono il 19 maggio 1199 vicino a Fidenza. Il Comune e i suoi alleati furono portati alla vittoria dal grande condottiero Rolando Rossi. Per un po’ Piacenza non diede noie, ma, durante il primo ventennio del Duecento, Parma fu comunque sempre mobilitata nel prestare soccorso alle città della Lega mediopadana impegnate in eterni conflitti.

 

Papa Innocenzo III e Federico II

 Non si può capire la storia di Parma nella prima metà del tredicesimo secolo senza fare cenno ad alcuni avvenimenti e personaggi della ricca scena mondiale. Due furono i protagonisti assoluti in questo momento della civiltà occidentale: un Papa, Innocenzo III, e un imperatore, Federico II, nipote del Barbarossa. 

Lotario, dei conti di Segni, nato ad Anagni nel 1160, fu personaggio straordinario per determinazione, carisma, pervicacia e intelligenza. Divenuto Papa nel 1198 prese il nome di Innocenzo e si mosse sulla strada tracciata, oltre un secolo prima, da Gregorio VII. Massimo assertore della supremazia della Chiesa sui poteri laici, coniò la teoria del sole e della luna: il Papato era un grande astro, che, con la sua luce, illuminava l’Impero, semplice satellite del Pontefice. Non si limitò alle teorizzazioni, ma con le opere cercò di dimostrare la correttezza dell’asserzione, regolando, da moderno king maker, l’accesso al trono di Germania. Prima, nel 1209, favorì l’ascesa alla dignità imperiale di Ottone di Brunswick; poi, scomunicatolo, lo depose, per far posto a Federico II, suo pupillo, incoronato re di Germania nel 1212.

Fautore della “Repubblica cristiana”, volle le crociate contro gli eretici albigesi, i mori di Spagna e le popolazioni pagane del Baltico. Nel 1215, celebrò il trionfo della sua “dottrina” davanti a tutti i potenti della terra: il Concilio Laterano sancì la superiorità del Papato rispetto a ogni altro potere. Morì nel 1216 a Perugia, in tempo per non vedere il regale allievo diventare accanito nemico delle idee innocenziane.

Federico II è senza dubbio uno dei personaggi più affascinanti della storia universale. Nacque nel 1194 da Enrico VI (figlio del Barbarossa) e Costanza d’Altavilla. Il padre morì quando era ancora bambino. Già re di Sicilia dal 1196, nel 1198, la madre lo affidò alla tutela di Papa Innocenzo. Nel 1212, il Pontefice ne favorì l’elevazione a re di Germania, a patto che rinunciasse a unificare le due corone. Cosa che Federico, con cinismo, fece subito dopo la morte di Lotario di Segni. Nel 1220, Papa Onorio III lo coronò imperatore. A questo punto, Federico tolse la maschera e rivelò con chiarezza come il suo primo scopo politico fosse la riaffermazione del potere imperiale, specialmente sull’Italia. Non era certo nel suo carattere recitare la parte di una luna illuminata dal Papa-sole e lo dimostrò con i fatti.

Tra i progetti federiciani rientrava quello di reimporre ai Comuni la totale potestà cesarea. Aprì il contrasto con Roma disattendendo gli appelli alla crociata e, per questo, fu scomunicato nel 1226. Due anni dopo, guidò una spedizione in Terra Santa e riprese Gerusalemme; non con le armi, ma trattando con il sultano. Pose il centro della propria politica in Sicilia e la sua corte (magna curia) fu luogo di grande cultura, punto di incontro tra le tradizioni europea, araba, greca, ebraica. Egli stesso, coltissimo, scrisse un libro sull’arte di cacciare con gli uccelli, considerato un vero e proprio trattato di ornitologia.

Gran mecenate, protettore di poeti e scienziati, in politica era cinico e spietato. Puniva con crudeltà ogni sospetto di tradimento. Molti tra i suoi più fedeli collaboratori finirono decapitati. Amava circondarsi di una guardia araba e di animali esotici, con i quali stupiva le popolazioni dell’Impero: nel 1237, fece entrare in Parma un elefante, dromedari, cammelli e un leopardo. Per quella platea medioevale lo spettacolo fu strepitoso e conferì a Federico un alone magico. Alla guida del movimento Ghibellino italiano, sostenne contro il Papato e le forze guelfe un conflitto più che ventennale, e alla fine dovette soccombere. Ebbe nella Lega mediopadana l’alleato fedele di tante battaglie. La storia della città, per decenni, si legò alla sua vicenda umana. A Parma visse momenti di gloria, ma riportò anche la più bruciante sconfitta.

 

Il Comune nel Duecento

 Il Duecento fu un’epoca di grandi trasformazioni: si passò definitivamente dal Comune consolare al Comune podestarile. Alle origini, in Parma, i Podestà furono esponenti di famiglie locali di estrazione nobiliare; in particolare, Rossi e Da Correggio. Venne poi il momento dei “primi cittadini” provenienti da città alleate; Cremona, Reggio e Modena su tutte. Anche il Comune del “Crepacuore” forniva Podestà ad altri centri dell’Italia del Nord: una famiglia che si fece molto onore amministrando collettività lombarde fu quella dei Lupi, che agli albori del Sedicesimo secolo si fuse, per via matrimoniale, con i Meli, dando origine alla stirpe dei Meli-Lupi.

Con l’affermarsi della nuova istituzione, sorsero i grandi palazzi della politica e nacquero gli statuti. A Parma, i consoli avevano una sede piuttosto modesta in un edificio posto ad angolo tra Strada di Santa Cristina (via Repubblica) e strada delle Beccherie di San Giorgio (via Cavour), la Domus communis o Domus Civitatis. Non bastava più; per volere del Podestà Torello Da Strada di Pavia, nel 1221, fu realizzato il maestoso “Palazzo del Podestà”, che sorse nel luogo in cui oggi si trova una banca. Il primo cittadino volle lasciare di sé un ricordo imperituro. Quando la costruzione fu terminata, vi fece porre davanti un torello di marmo. L’animale divenne il simbolo della città: fu effigiato sulle monete, sulle bandiere e nei sigilli. Nel 1281, si costruì un’altra residenza per il Podestà e l’edificio voluto dal pavese assunse la denominazione di Palazzo Vetus.

Gli statuti, che raccolgono quanto stabilito dalla volontà degli appartenenti al Comune e giurato in forma solenne, vennero raccolti in un unico codice nel 1226. Dell’opera si fecero quattro copie: una era sempre a disposizione per la consultazione pubblica. Successive redazioni (che regolarono gli interessi locali prendendo a modello il diritto romano e fornendo risultati, se non scientificamente ineccepibili, comunque molto pratici) si ebbero nel 1255, nel 1304, nel 1325 e nel 1347.

Mentre maturavano sostanziali cambiamenti istituzionali, si svilupparono nuove forme di aggregazione, gli interessi si frantumarono, nacquero disparati centri di potere. A Parma si affermarono le “corporazioni di arti e mestieri” che raggiunsero il numero di trenta. Tra esse la più potente era quella della lana. Sin dal 1211, si ha notizia della “società dei mercanti e degli artisti”; dotata di numerose sedi estere, essa affiliò diverse categorie di artigiani.

All’interno del Comune vero e proprio, guidato dagli aristocratici della classe dei milites, si formò il Comune minus, espressione della borghesia, con al vertice il “Capitano del popolo”. Il primo parmigiano a ricoprire questa carica fu Ugo da Sanvitale, nel 1244. Nonostante l’imporsi della nuova istituzione, in città la borghesia non ebbe mai quel potere che seppe raggiungere in altri centri, specialmente toscani. I formidabili mercanti locali e gli artigiani mantennero posizioni defilate rispetto ai rissosi milites delle grandi famiglie.

Nel Duecento inoltrato, anche a Parma, come in tutta Italia, degenerò il fenomeno delle fazioni. La passione politica dei tempi, ben rappresentata, per quel che riguarda Firenze, dalla Commedia di Dante Alighieri, assunse spesso i toni della guerra civile. Mutuando le espressioni tedesche, nacquero il partito Ghibellino, fedele all’Impero, e quello Guelfo, filo-papale. In città, quest’ultimo, sul finire del secolo tredicesimo, vinta la grande battaglia con i cesarei, si divise in due fazioni contrapposte, che rinnovarono scontri e battaglie. Ogni volta che una parte politica schiacciava l’altra, gli sconfitti prendevano la via dell’esilio, le loro case erano bruciate o rase al suolo, i beni confiscati. I fuoriusciti si ricompattavano in un città vicina, si riorganizzavano e, quando la loro fazione avesse ripreso quota nel Comune di origine, tentavano di rientrare con la forza. Il sangue correva a fiumi. L’altalena tra Guelfi e Ghibellini, partigiani del Vescovo e della “società dei crociati”, Rossi e Da Correggio, nella Parma del tredicesimo secolo, e, ancor più della prima metà del quattordicesimo, era la regola. Queste lotte estenuanti raggiunsero un livello tale che la continua distruzione delle case dei proscritti impoverì fortemente il patrimonio edilizio cittadino.

Nel momento del suo massimo fulgore, la società dei Comuni aveva già in sé i germi della decadenza. Fin dalla metà del Duecento, il bisogno di ordine e stabilità, la necessità di porre fine alle lotte di fazione, il desiderio di pace interna, favorirono nelle città del Nord l’affermarsi dell’uomo forte, il Signore. A Parma, il tentativo da parte di “uno solo” di farsi padrone della città, messo in opera da Giberto Da Gente tra il 1254 e il 1259, abortì; in altri luoghi ebbe miglior sorte: gli Estensi imposero la propria Signoria su Ferrara nel 1264, i Gonzaga su Mantova nel 1328. Se la sopravvivenza del Comune sia stata un bene o un male è difficile a dirsi. I Signori (tutti Podestà o capitani del popolo giunti al potere in modo apparentemente legale: abili, nel farsi confermare nell’incarico anno dopo anno dipingendosi come pacificatori super partes, fino a vederselo assegnato a vita) imposero, in molti casi, regimi equi e moderni: il loro Stato non si appoggiò più a papi e imperatori e non fu in balìa di fazioni sanguinarie guidate dall’esterno. Parma, invece, continuava a fluttuare da uno schieramento all’altro, a prezzo di morti, confische e proscrizioni.

 

Lo sviluppo della città

 Com’era la città del Duecento? Grande. Le mura raggiunsero un’estensione pari a quella del diciannovesimo secolo e, fuori di esse, crebbero borghi di rispettabili dimensioni. I nodi vitali della città erano tre: piazza Vecchia, che corrisponde all’attuale piazza Duomo, piazza del Comune (o piazza Nuova) e piazza Ghiaia. La prima era il centro religioso, la seconda il centro politico, la terza il luogo del mercato e delle esecuzioni capitali, il punto di incontro tra contadini e cittadini.

La piazza Vecchia, o platea ecclesiae maioris, cominciò a definire il suo volto nell’undicesimo secolo con il sorgere della cattedrale e del Palazzo Vescovile. Inizialmente, il duomo non era solo il luogo dei riti religiosi, ma anche un edificio pubblico con funzioni civili. Vi si tenevano assemblee, si trattavano gli affari, serviva da rifugio alla popolazione in caso di assedio, era il contenitore delle forme di teatro popolare del tempo: le “sacre rappresentazioni”. Pure il Palazzo Vescovile, nei primi decenni, ospitò attività svariate e dissimili tra loro. Oltre a dare ricetto al suo titolare, fungeva da residenza per l’imperatore durante le visite in città ed era il luogo dell’amministrazione della giustizia.

La piazza Vecchia, compresa tra cattedrale e Palazzo, aveva forma quadrata e ogni lato misurava cinquanta metri. La sua estensione era tale da poter accogliere tutti i cittadini della città al suo interno e assolveva, essa pure, a funzioni civili che perse, così come la cattedrale e il palazzo vescovile, con l’affermarsi del Comune e lo strutturarsi della piazza Nuova.

Quest’ultima era ubicata nella stessa area in cui anticamente stava il foro romano e in cui oggi si trova piazza Garibaldi. Nel tredicesimo secolo, essa vide sorgere accanto alla Domus Civitatis e al Palazzo Vetus altri importanti costruzioni al servizio della comunità. Di fianco all’edificio voluto da Torello, dal lato opposto di strada di Porta Pediculosa (via Farini), dove oggi si trova una pizzeria, venne eretto il nuovo Palazzo del Podestà, unito a quello Vecchio da un passaggio aereo chiamato ambulatorium.

Perpendicolare alle due costruzioni destinate al primo cittadino, sul lato est, sorse il “Palazzo del Capitano del popolo”, che univa strada di Santa Cristina (via Repubblica) con il voltone sistemato a fianco del Palazzo Nuovo. Dietro la residenza del Capitano, verso est, la “torre comunale” e il “Palazzo dei Notai”. Il lato nord della piazza era occupato dal “Palazzo dei Mercanti”, costruito nel luogo in cui oggi sorge il Palazzo del Governatore. A ovest stava, come oggi, la “chiesa di San Pietro”, che aveva aspetto ben diverso da quello attuale. Nell’area delimitata da questi edifici, divisa in platea communis (la parte a sud) e platea Nova (la parte a nord) si svolgeva tutta la vita politica della città, tenevano banco i cambiatori e, da un certo momento in avanti, una volta alla settimana, si animava il mercato alternativo alla Ghiaia. Oltre a strada di Santa Cristina e strada di Porta Pediculosa, convergevano sulla piazza Nuova, strada dei Mercanti (via Mazzini) e strada delle Beccherie di San Giorgio (via Cavour).

 

Segalello, il dramma dell’eretico

 Dopo il Mille i popoli cristiani sentirono sempre più vivo il desiderio del ritorno ad una religiosità di matrice evangelica. La ricchezza, lo sfarzo, la mondanità di Papa e prelati, il dilagare di pratiche simoniache, il concubinato diffuso, accesero come scintille il fuoco della riforma. Un po’ ovunque si affermarono movimenti che spingevano al nuovo: esaltavano povertà, purezza e semplicità di vita. Per molti di essi il tentativo di mantenersi nell’ortodossia fallì. Nacquero le eresie, di cui la dottrina valdese e catara furono la massima espressione.

La Chiesa non tollerò queste devianze e, per combatterle, alla fine del XII secolo, diede vita all’Inquisizione, che anche a Parma vigilò inflessibile facendo ardere roghi dispensatori di morte. Su uno di questi fuochi, nel 1300, anno del Giubileo, finì la sua carriera di predicatore eretico Gherardino Segalello, figura singolare, tragica e sfortunata.

Di lui si sa poco, e quel tanto è filtrato attraverso i racconti di cronisti e storici cattolici, che certo non l’hanno amato. Con certezza non si conosce neppure l’anno della nascita. Si pensa abbia visto la luce ad Alzano, oggi Ozzano Taro, nella prima metà del XIII secolo. Era un contadino illetterato, con il pallino di farsi predicatore. Nel 1249, chiese di entrare nell’ordine dei frati minori, ma la domanda fu bocciata: troppo ignorante, troppo protervo.

Gherardino Segalello, che molti storici chiamano Gherardo Segarelli, non si diede per vinto. Si tagliò un mantello sulla foggia di quelli indossati dagli apostoli nelle immagini sacre medioevali, si fece crescere barba e capelli, iniziò a battere le strade della città e del contado predicando con temeraria sicurezza e incitando i cristiani al ravvedimento. Intimoriva gli ascoltatori gridando con ossessione morbosa il suo invito: “Penitenzàgite!” “Penitenzàgite!” ingiungeva a tutti.

Intendeva ripercorrere senza umiltà, anzi con sicumera popolaresca, la strada che fu di San Francesco (1182-1226). Un impossibile esercizio che lo portò fuori dall’ortodossia. Nella sua grossolanità, non mancò di fascino. In breve volgere di tempo, raccolse discepoli tra gli umili e i diseredati. Ebbe subito una corte di trenta allievi reclutati nelle campagne e tra il sottoproletariato cittadino. Imponeva ai seguaci, che palesando una non comune mania di grandezza ribattezzò “apostoli”, di spogliarsi di ogni bene, contentarsi di una sola tunica, non avere fissa dimora. Sosteneva che si potesse arrivare alla castità praticando la carne e, per lui, giacere con una donna senza toccarla era miracolo maggiore che resuscitare un morto. Gli storici cattolici, in primis Affò, sostengono che quando il numero degli apostoli, maschi e femmine, andò crescendo, il sesso fosse molto praticato; anche tra soli uomini. Di certo, i seguaci di Segalello vivevano in promiscuità.

Con gli anni, il contadino di Ozzano divenne un fenomeno di dimensioni nazionali. Attorno a lui si formò un vero e proprio ordine fuorilegge. Anche il Papa cominciò a preoccuparsi del diffondersi delle idee di Gherardino. Gli apostoli, imitando i religiosi regolari, fondarono delle case lontano da Parma: a Faenza e nelle Marche. Per le menti medioevali la miscela di Vangelo, pauperismo, sesso, superstizione propinata da Segalello aveva un effetto ipnotizzante. La Chiesa ufficiale lo temeva e non fece attendere troppo la reazione. Nel 1273, Papa Gregorio X mise l’ordine “fuori legge”. Il Vescovo di Parma, Obizzo Sanvitale, cominciò a riservare a Gherardino un trattamento da osservato speciale. Nel 1286, dopo una serie di richiami, lo fece incarcerare.

Il prelato passò dal bastone alla carota. Cercò di rendere inoffensivo Segalello tenendoselo vicino, facendolo partecipare alle attività del palazzo: l’apostolo mangiava alla mensa del Vescovo, viveva la sua vita. Ma non mancava di irridere Obizzo, di farlo oggetto di lazzi triviali.

I papi Onorio IV e Niccolò IV, nel 1286 e nel 1290, intimarono ai seguaci di Gherardino di entrare in un ordine religioso a loro scelta. Il rifiuto li pose fuori dalla Chiesa. Nel 1294, il predicatore di Ozzano fu imprigionato per la seconda volta; processato dall’Inquisizione, fu consegnato al braccio secolare e arso vivo nel 1300. 

Il tremendo atto di forza non ottenne gli effetti sperati. Le idee di Segalello continuarono a camminare sulle gambe degli apostoli, guidati da un nuovo capo: fra Dolcino Torielli. Quest’ultimo seppe dare alle confuse predicazioni del maestro un’organica teorizzazione. Rinvigorì le truppe dei seguaci e si creò un esercito di 1400 fedeli, che si muoveva rumorosamente per l’Italia nordoccidentale, seminando il terrore tra le gerarchie ecclesiastiche. Nel 1306, Papa Clemente V bandì contro la massa degli eretici una famigerata crociata. Gli apostoli furono sterminati tra le montagne della Valsesia: Dolcino e la sua compagna Margherita, “sorella sopra ogni altra dilettissima”, morirono torturati per volontà del Vescovo di Biella. La Chiesa del Medioevo era anche questo. Il ricordo dei dolciniani restò vivo a lungo nelle popolazioni dell’Italia del Nord. Lo sa bene Umberto Eco, che in quel meraviglioso affresco medioevale che è Il nome della rosa fa spesso riecheggiare l’esortazione di Gherardino: “Penitenzàgite!”.

 

Le guerre di Parma fino al 1247

Per Parma, il Duecento fu senza pace. La città conobbe grandi scontri intestini e condusse guerre sanguinose contro i Comuni avversi. Eppure il secolo era iniziato sotto buoni auspici: nel 1202, il Podestà, marchese Lupo, della stirpe dei Lupi, pose fine a un interminabile conflitto, stipulando la pace con Piacenza per la durata di cinque anni. Nel 1215, le eterne duellanti erano ancora in guerra tra di loro e i cronisti non ci ragguagliano sugli esiti di questo ennesimo scontro. Ci dicono, invece, che Parma fu di nuovo impegnata in operazioni belliche a partire dal 1217: in ossequio al trattato istitutivo della Lega mediopadana, il Comune intervenne per difendere Cremona dagli assalti di altre città lombarde. Tutto si concluse con la pace di Lodi, siglata nel 1218, su pressione di Papa Onorio III.

Tra quanti deposero le armi, Cremona, Piacenza e, probabilmente, Milano e Reggio. Da quell’anno, Parma, poiché era tutta presa dal duro scontro istituzionale che opponeva il Vescovo Obizzo Fieschi al Comune, per lungo tempo prestò minore attenzione alle vicende esterne. Cosa succedeva in città? Gli amministratori laici negavano al prelato l’esercizio di alcune regalie e quest’ultimo ebbe una dura reazione, che lo portò all’esilio. Nel ’20, il Comune subì l’umiliazione della scomunica, inflitta dal legato papale Ugolino d’Ostia. Le posizioni delle parti si fecero più concilianti l’anno successivo grazie alla mediazione del Podestà Torello da Strada, ma il conflitto si spense del tutto solo nel 1224, con la morte di Obizzo.

I venti di guerra cominciarono a soffiare di nuovo sull’Italia nel 1226: Federico II, imperatore da sei anni, tenne un’importante Dieta a Fidenza. Nel corso dell’assemblea, per reagire all’atto ostile dei Comuni di Milano, Brescia e Mantova, che avevano fondato la Societas Lombardiae (denominata anche Seconda Lega Lombarda), li privò dei diritti concessi dal Barbarossa con la Pace di Costanza. Come sovrapprezzo, il Vescovo di Hildesheim scomunicò le città ribelli. La Dieta ebbe l’effetto di scavare un solco profondo tra le parti in causa; l’Italia del Nord si trovò divisa tra Comuni imperiali e antiimperiali. Fin da principio, Parma, sempre fedele ai Cesari, come le alleate Cremona, Modena e Reggio, militò tra le file ghibelline. Ne conseguì l’automatica partecipazione del suo esercito alle due epiche battaglie di Santa Maria in Strada, nel 1228, e di San Cesario, nel 1229. Entrambi gli scontri furono vinti dalle truppe imperiali contro Bologna e i Comuni toscani, nel primo caso; contro Bologna e i federati alla Societas, nel secondo caso.

Queste sono le guerre più importanti, non le uniche, che hanno visto impegnata la città nella prima metà del secolo. Altri scontri si ebbero con i Malaspina per il possesso dei castelli della Valtaro, nel 1231, e con la solita, irriducibile, Piacenza.

 

Il Papa parmigiano d’adozione e la svolta guelfa

 Nell’undicesimo secolo, Parma espresse due antipapi; nel tredicesimo, diede alla cristianità due pontefici di quelli veri: Innocenzo IV e Adriano V. Anche se non erano nati in città, entrambi vi ebbero la loro formazione culturale e le prime pratiche di affari politici e religiosi di alto livello. Innocenzo IV, nemico acerrimo di Federico II, nacque a Genova, in un anno imprecisato, con il nome di Sinibaldo Fieschi; era nipote di Obizzo, Vescovo di Parma. Fu educato all’ombra del duomo (frequentò anche lo Studium parmense) sotto la guida dello zio, il quale seppe leggere nell’acerbo giovinetto le grandi doti di politico e di abile tessitore, che ne caratterizzarono l’attività papale.

Giovanissimo, Sinibaldo fu nominato canonico della cattedrale. Nel 1217, condusse in porto le trattative di pace tra Genova e Pisa, mettendosi in buona luce negli ambienti diplomatici nazionali. Durante la lunga permanenza in città, maritò le tre sorelle a esponenti di primo piano delle famiglie dei Rossi e dei Sanvitale. Eletto Papa nel 1243, con l’aiuto dei parenti, cominciò a tramare per portare Parma dal campo Ghibellino a quello Guelfo, togliendola dall’influenza di Federico II.

In città il partito papale, seppure soccombente, non aveva mai cessato di esistere e si sosteneva su personaggi di primo piano delle famiglie Rossi (solo un ramo), Sanvitale, Da Correggio e Lupi. La strategia di Sinibaldo si imperniò su tre mosse fondamentali: nel ’43, fece nominare Vescovo suo nipote, Alberto Sanvitale; nel ’45, scomunicò l’imperatore Federico e, sempre in quegli anni, aiutò Ugo Sanvitale a impossessarsi dell’incarico di Capitano del popolo di Parma. Colpi da maestro che rafforzarono la fazione e prepararono la grande svolta cittadina.

Il primo tentativo di capovolgere la situazione politica del Comune fu operato nel 1245 ed ebbe come ispiratore palese (si presume che il regista occulto fosse Papa Innocenzo) Bernardo di Rolando Rossi, politico cittadino di statura internazionale, di solidi legami sia in campo Guelfo che Ghibellino, già Podestà di Bergamo, Mantova, Modena, Reggio, Ravenna, Asti, Arezzo. Il miles parmense era legato da vincoli di amicizia con l’imperatore Federico II. Ne era compater e risultava membro di una ristretta schiera di eletti che avevano libero accesso alle stanze imperiali. Allo stesso tempo, Bernardo era pure cognato di Sinibaldo Fieschi e proprio questo fatto gli alienò le simpatie del regale amico.

Quando il prelato salì al soglio di Pietro, Federico cominciò a diffidare in modo sempre più aperto (non sappiamo se a torto o a ragione) del Rossi. Nel 1245, Bernardo, temendo per la propria vita, fuggì dalla corte e riparò a Parma. Qui, con l’appoggio di Lupi, Sanvitale e Correggesi, riuscì ad attuare il “ribaltone” politico e ad ottenere la nomina di un Podestà di parte guelfa.

Federico, adirato per il tradimento della città, marciò su di essa con un grosso esercito. I membri della fazione papale, intimoriti, abbandonarono di nuovo il Comune e si ritirarono in esilio, senza rinunciare alle brame di potere. L’imperatore favorì il ritorno alla guida di Parma dei capi di parte ghibellina e infierì duramente contro gli sconfitti, distruggendone le case. Instaurata tra le mura la legge del terrore, se ne partì solo dopo avere ridimensionato il ruolo del Vescovo Sanvitale e aver stabilito pene crudeli, tra cui il taglio di una mano e di un piede, per chiunque intrattenesse rapporti epistolari con il Papa.

Passati due anni, nel 1247, i Guelfi, capeggiati da Bernardo Rossi, Giberto Da Gente, dai Sanvitale e dai Correggesi, si ritrovarono a Noceto, dove, unite le forze, diedero vita ad un esercito minuscolo ma agguerrito, che vinse i partigiani Ghibellini nella battaglia di Borghetto. Parma era di nuovo in mano al partito capeggiato, dietro le quinte, da Sinibaldo Fieschi. La città cambiò in modo radicale anche la politica estera: abbandonò la Lega mediopadana e strinse nuove alleanze. Milites parmensi divennero Podestà di Comuni prima nemici, come Milano, Piacenza − e qui siamo di fronte a un evento storico −, Bologna e Genova.

 

La battaglia di Vittoria

 Vendicativo e spietato, Federico di Svevia non poteva accettare né la perdita della leadership in una città tanto importante, né il tradimento del suo compater. Preparò un esercito formidabile e marciò su Parma allo scopo di punirla in modo esemplare. In quei tempi, punizione esemplare significava morte, saccheggio e distruzione di mura e case.

L’imperatore ebbe l’appoggio dei due grandi Signori Ghibellini del Nord Italia: Ezzelino da Romano, che spadroneggiava nel Veneto, e Oberto Pallavicino, che aveva base a Busseto e dominava diverse terre lombarde. Nel luglio del ’47, l’esercito di Federico si accampò tra l’attuale Vicofertile e la via Claudia. Qui fu edificata, in tempo record, una città che l’imperatore, in segno augurale, chiamò “Vittoria”. Parma era completamente accerchiata. I cesarei deviarono il corso dei canali che portavano acqua nel centro urbano; le truppe saracene bruciavano le campagne; gruppi di armati assaltavano e prendevano i castelli del contado.

Gli unici rifornimenti arrivavano via Po, risalendo la Parma; presto anche questa “strada” si chiuse. La città, difesa dai soldati di Azzo d’Este, Rizzardo di San Bonifacio, Gregorio Montelongo, Alberto Fieschi e dalle milizie di Piacenza, Genova e Milano, era alla fame. Al più, si mangiava pane impastato con farina di lino. Ovunque si aggiravano spie ghibelline. Mesi d’assedio misero a dura prova la resistenza del Comune.

Frate Salimbene degli Adami, che visse dal 1221 al 1287 (?), e lasciò una Cronica che è un “monumento storico preziosissimo per comprendere la vita di quei tempi”, fu testimone oculare dell’assedio e descrisse con parole strazianti le sofferenze dei popoli lombardi durante la guerra:

 

I contadini non potevano ne arare, ne seminare, ne mietere, ne piantar vigne, ne vendemmiare, ne abitare nelle ville, specialmente nella campagna parmigiana, reggiana, modenese e cremonese. Tuttavia, vicino alla città lavoravano difesi dai soldati della città stessa...; questo era necessario a farsi a cagione degli assassini, dei ladroni e dei predoni che si erano moltiplicati in modo straordinario, e facevano prigionieri gli uomini per costringerli a riscattarsi con denaro e rapivano e mangiavano e vendevano i bovini. E se i ricattati non pagavano il prezzo del riscatto, li appendevano per i piedi, o per le mani, e strappavano loro i denti, o mettevano loro in bocca dei rospi, per indurli a riscattarsi... E i lupi, che non trovavano animali da divorare presso le ville, come agnelli e pecore, essendo state le terre messe completamente a fuoco, in branchi numerosissimi urlavano per fame fin presso alle fosse della città e sbranavano uomini, donne, ragazzi, che trovavano da dormire sotto i portici, o sui carri, e talora rompendole, penetravano attraverso le muraglie delle case e divoravano i bambini. 

 

Federico sembrava avere la vittoria in mano, quando commise un grave errore: gli fu fatale la passione per la caccia. Il 18 febbraio del 1248, lasciò il campo con gli inseparabili falconi, per una battuta venatoria lungo il Taro. Azzo d’Este e Gregorio da Montelongo, forse informati da spie guelfe, colsero l’attimo; usciti a capo delle truppe assediate da porta dell’Olmo (oggi corrisponderebbe a barriera d’Azeglio), seguiti dalla popolazione inferocita, attaccarono Vittoria. La città imperiale vide atrocità inverosimili, le donne dell’harem di Federico furono stuprate, 1500 soldati caddero uccisi, tremila prigionieri. La “Berta”, carroccio dei cremonesi, fu presa dai parmigiani ed esposta nel Battistero. Nella piazza del Comune, a ricordo del trionfo, fu posta una campana su una struttura di legno denominata “Battifolle”. Inoltre, fu aggiunta allo stemma della città la scritta “Hostis turbetur, quia Parmam Virgo tuetur” (tema il nemico, perché la Vergine protegge Parma). Secondo fra Salimbene, quando l’imperatore costruì il suo accampamento, le nobildonne fecero realizzare un modellino in argento della città, lo portarono in duomo e l’offrirono alla Madonna per ottenere la protezione divina.

A Vittoria, si consumarono saccheggi indegni: un umile calzolaio di bassa statura, Cortopasso, ritrovò tra le macerie la corona dell’imperatore e, per questo solo fatto, divenne una celebrità internazionale. Della sua modesta e fortunata impresa si parlò in tutto il mondo e il Comune lo ricompensò del “furto” assegnandogli un vitalizio e una casa.

Federico II si accorse con ritardo dell’attacco e non gli restò altra via di scampo che la fuga. Approdato a Fidenza, poté raggiungere Cremona attraverso le terre dei Pallavicino. Nella città lombarda ebbe calda accoglienza, trovando modo di riorganizzare la corte e l’esercito. Di certo ripensò più volte con amarezza all’attimo in cui aveva battezzato il campo Vittoria.

Per Parma i guai non erano finiti: dopo il successo di Vicofertile, restava nel mirino di Comuni e Signori Ghibellini del Nord. Cremona, Ezzelino e Oberto la odiavano. Aspettavano solo il momento propizio all’attacco. Per parte loro, le truppe dell’Imperatore condussero svariate scorribande nel Parmense e in una di esse trovò la morte il prode Bernardo di Rolando Rossi, ucciso da un soldato nemico dopo esser stato disarcionato dal suo cavallo.

 

Alcune curiosità della città duecentesca

La Parma del tredicesimo secolo, ricca, ma agitata dalle lotte intestine e oppressa dalle guerre, si abituò a convivere con queste sciagure ineluttabili. Pur nella turbolenza dei tempi, mantenne vive le grandi tradizioni economiche e culturali. Il Duecento fu un’epoca d’oro. La Scuola vescovile, per esempio, divenne laica, ma non perse alcunché della sua alta reputazione. Fu regolata dal Comune ed ebbe allievi illustri, come Simone Mompitié de Brion, poi Papa col nome di Martino IV. Fu un centro di apprendimento cosmopolita: grazie alla diffusione della lingua latina, poteva essere frequentata da scolari e professori di tutto il mondo cristiano.

Della florida economia del tredicesimo secolo, con le sue fiere, i mercati, le botteghe artigiane federate in corporazioni, abbiamo già parlato nei capitoli precedenti; restano da fare alcune osservazioni sulle attività agricole. Vicino alla città era florida la piccola proprietà terriera. Molto spesso, il contadino possedeva diversi minuscoli appezzamenti lontani l’uno dall’altro. Per far cessare il frazionamento dei poderi, nacque l’istituto dell’“ingrossazione obbligatoria”. Nel caso che un agricoltore volesse aumentare l’estensione della sua area coltivata, poteva acquisire quella del vicino cedendogli in cambio un terreno di pari valore situato in altra zona. Se la stima dei poderi era corretta, non si poteva rifiutare la permuta. I primi contratti di ingrossazione conosciuti risalgono al 1198. Gli ultimi al 1229. Per perfezionare il negozio giuridico furono istituiti speciali giudici “ingrossatori”. Ogni porta aveva il suo.

Se, dal decimo al dodicesimo secolo, la fame di spazi coltivabili diede luogo a un disboscamento selvaggio, nel Duecento si creò il problema opposto: quello di tutelare la selva. Il tipico paesaggio forestale padano era scomparso, le più svariate esigenze produttive avevano imposto la morte dei boschi. Il bisogno di legname cresceva e la produzione locale si era fatta insufficiente. Feudatari e Comune difendevano il verde.

Abbiamo detto che Parma era una città con ricchi mercanti, in cui si trovavano floride botteghe artigiane: come impiegavano i loro guadagni i ceti borghesi? Concedendo prestiti a usura, cui il Comune aveva imposto un tetto massimo del 20 per cento, comprando case e acquistando terreni agricoli. I nuovi padroni concepivano il podere come un mezzo di ulteriore arricchimento; producevano derrate alimentari per commerciarle. Appena giunti in possesso della terra, miglioravano la gestione dei suoli e spremevano senza pietà il contadino. Per molti lavoratori delle campagne, rispetto al secolo precedente, le condizioni di vita peggiorarono. 

Come già nel 1098, all’inizio del Duecento molti cavalieri parmensi parteciparono alle crociate in Terra Santa. Al ritorno importarono a Parma gli ordini dei Templari e dei cavalieri Gerosolimitani, che ebbero grande peso nello sviluppo politico cittadino ed europeo. Fu importante anche la presenza dei cavalieri Teutonici. Nel 1202, uno di essi, Rodolfo Tanzi, fondò a Parma un ospedale (si potrebbe dire ospizio) per poveri, infermi, pellegrini ed esposti. Fino a quel momento, in città esistevano solo strutture per accogliere malati di lebbra. Il ricovero voluto da Rodolfo Tanzi era affidato a conversi e converse, persone di fede che donavano la propria opera e le proprie sostanze ai luoghi pii. Essi professavano ubbidienza al superiore, ma senza legami stretti come quelli di suore e frati. Promettevano rispetto della gerarchia, povertà e castità “fino a che lo permettesse l’umana fragilità”. L’eventuale fornicazione non era considerata infrazione ai voti. Se da essa derivava scandalo pubblico, i conversi venivano espulsi; se tutto restava nascosto, se la cavavano con qualche colpo di frusta.

I parmigiani del Duecento amavano anche divertirsi. La maggior occasione di sfogo era il Carnevale. In quel periodo dell’anno, i milites organizzavano grandi tornei cavallereschi in Prato Regio, a nord delle mura cittadine. Per i poveri, che non potevano concedersi questi lussi, restavano le mascherate, spesso di soggetto osceno. Per quanto riguarda il sesso, in città esistevano diversi bordelli ben organizzati, tutti rigidamente regolati dalle leggi del Comune.

Oltre a Innocenzo IV, nel Duecento, un secondo parmigiano d’adozione fu Papa: Ottobono Fieschi, arcidiacono della cattedrale, che ascese al soglio pontificio nel 1276, col nome di Adriano V. Come il pontificato di Sinibaldo fu denso di grandi scelte e determinante per lo sviluppo della storia universale, così quello di Adriano fu sfortunato. Il Papa morì trentotto giorni dopo l’elezione. Un primato poco invidiabile.

Il tredicesimo secolo vide il completamento del più amato monumento cittadino: il Battistero. L’opera fu iniziata dai parmigiani, che la vollero come simbolo della loro potenza, nel 1196. Ne venne affidata la costruzione all’architetto e scultore di origine comasca Benedetto Antelami, che lo ornò di rilievi con le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, che dovevano servire per insegnare al popolo la dottrina. I primi battesimi furono realizzati nel 1216, ma la fabbrica fu terminata del tutto solo nel 1260. 

Un’ultima curiosità: nel Duecento il carroccio di Parma cambiò nome. Scomparve il vecchio “Crepacuore” e fu sostituito dal “Biancardo”.

 

Oberto Pallavicino, la vendetta

 La sconfitta di Vittoria lasciò l’amaro in bocca ai Ghibellini. In particolare a Oberto Pallavicino, uno dei più potenti Signori dell’Italia Settentrionale, protetto di Federico II. Dopo la sfortunata battaglia, l’Imperatore, come premio alla fedeltà dimostrata, lo investì dei feudi di Busseto, Zibello, Ragazzola, Polesine, Borgo San Donnino, Solignano, Ravarano, Serravalle, Pietramogolana, Tabiano Bargone, Parola, Samboseto, Costamezzana, Noceto, Varano Melegari e Sanguinaro. Allo stesso tempo, l’imperiale Cremona lo volle Podestà. La Lega mediopadana era morta per sempre.

Gli antichi alleati ora erano nemici. Nel 1250, Oberto, alla guida dell’esercito della città lombarda, rafforzato dagli esuli di parte imperiale, occupò Fidenza, suo feudo, e si spinse fino al luogo in cui sorgeva Vittoria. Qui, ingaggiò una grande battaglia con i parmigiani. Si ripeteva l’eterno duello: Guelfi contro Ghibellini, ma, questa volta, la Vergine non accordò la sua protezione a Parma: accadde un disastro; l’esercito comunale subì la sua più dura sconfitta. Il carroccio fu perso, le mura furono salve per poco e 1575 soldati caddero prigionieri. Subirono un destino infame: incarcerati a Cremona in condizioni disumane, molti di loro morirono. I superstiti furono liberati solo nel 1253. Una pagina nera per la storia cittadina. Il giorno della sconfitta fu ribattezzato “la mala Zobia”.

Per qualche anno, il potere di Oberto crebbe ancora. Fu nominato vicario del Sacro Romano Impero in Lombardia ed estese la propria influenza sulle città di Brescia, Pavia, Piacenza, Alessandria, Tortona e Vercelli. Non depose mai le mire su Parma e cercò in ogni modo di farvi trionfare la fazione ghibellina imponendo un proprio uomo alla carica di Podestà. Più volte vicino al successo, più volte lo mancò all’ultimo istante.

L’ascesa di Oberto Pallavicino si interruppe con il definitivo affermarsi del partito Guelfo in Italia. Il fenomeno fu favorito dallo stanziamento degli Angioini a Napoli e in Sicilia. Carlo d’Angiò vi fu chiamato dal Papa. Nel 1266, organizzò leghe guelfe in tutto il Nord. Proprio in quell’anno, il Pallavicino, per effetto della diplomazia del re di Napoli, perse il controllo di diverse città e, per rifarsi, occupò Fidenza. I parmigiani non accettarono mai le conseguenze di questo atto di forza; nel 1268, dopo lungo assedio, presero Borgo San Donnino. Smontarono le fortificazioni e distrussero le mura. Oberto, solo e amareggiato, si ritirò nel castello di Valmozzola, dove morì un anno dopo. La sua ingloriosa fine era già scritta da tempo nel libro della storia: la parabola del partito Ghibellino, da cui il Pallavicino traeva la propria forza, si era chiusa nel febbraio del 1266 a Benevento, quando Carlo d’Angiò ebbe l’opportunità di sbaragliare l’esercito di Manfredi di Svevia. Il figlio naturale di Federico II morì nella battaglia. Il futuro era in mano ai Guelfi.

 

Giberto Da Gente, la Signoria mancata

 Parma fu tra le prime città italiane ad avere l’opportunità di trasformare il Comune in Signoria. L’occasione si presentò a metà del tredicesimo secolo a un uomo di doti non comuni: Giberto Da Gente. Un milites il cui curriculum vitae e le cui relazioni giustificavano ampiamente le smodate ambizioni politiche. Ebbe ottimi natali: era figlio di Egidio di donna Agnese, valoroso combattente alle crociate in Terra Santa e Podestà di ricchi Comuni del Nord, tra cui Modena e Cremona. La prima comparsa di Giberto sulle pagine dei cronisti medioevali risale ai tempi della battaglia di Borghetto, dove combatté con i fuoriusciti Guelfi, sostenuti da Innocenzo IV.

Tornato da vincitore in città, ricoprì primari incarichi pubblici. Nel 1253, fu eletto Podestà di Parma. Subito realizzò un capolavoro politico favorendo la pacificazione tra la fazione guelfa dominante e i fuoriusciti Ghibellini. Con questo atto si cucì addosso il vestito di “guida” super partes, guadagnandosi la stima dei cittadini desiderosi di pace e di Papa Innocenzo IV: al Pontefice stavano a cuore le sorti della comunità che lo aveva a lungo ospitato e in cui vivevano i parenti più stretti.

Dopo il ritorno degli esuli, il popolo, riconoscente, confermò a Giberto l’incarico di Podestà per cinque anni. Nel ’54, ottenne un successo ancora maggiore: fu nominato Signore a vita. Il suo prestigio era immenso; numerosi Comuni lo chiamarono ad arbitro di contese intercittadine. Parma lo amava. Forte di questa posizione e sicuro del proprio potere, cominciò a tenere comportamenti incauti. Benché titolare di un salario di duemila lire imperiali, si dimostrò venale, mise in atto una condotta tesa all’arricchimento personale. Si costruì case in città e a Campegine, il paese della sua famiglia. Mise in piedi una mini tangentopoli. Questi atteggiamenti da politico arraffone del ventesimo secolo, piacquero poco ai parmigiani e la popolarità di Giberto scemò. Tra l’altro, il partito Guelfo lo sospettava di segrete intese con Oberto Pallavicino. Dopo una serie di scontri con il Vescovo Obizzo Sanvitale, a suo giudizio colpevole di sperperare i beni della diocesi, intuendo di essere in cattive acque, Giberto abbandonò il potere prima che la situazione potesse precipitare. Perse la poltrona, ma salvò la faccia. Fu richiesto come Podestà da diversi Comuni e accettò, in tempi diversi, le offerte di Pisa e Padova. Nel 1264, tornò per un breve periodo alla ribalta della scena politica cittadina. Fallito quest’ultimo tentativo, accumulata un’enorme ricchezza, si ritirò a vita privata nella sua Campegine.

Con lui Parma perse la prima occasione di trasformarsi in una Signoria; in seguito, se ne presentarono altre tre. Abortirono tutte: impossibile stabilire se sia stato un bene o un male.

 

Baluardo guelfo

 Il 1266 fu un anno decisivo per la storia della città e dell’Italia. L’anno del trionfo Guelfo. Dalla vittoria di Carlo d’Angiò nella Battaglia di Benevento derivarono effetti a catena in tutto il Paese. Ovunque il partito papale prendeva il sopravvento. Anche a Parma. Qui, nel 1259, con il fallimento del progetto di Giberto Da Gente, si era creato un vuoto politico. Le due tradizionali fazioni vennero a trovarsi in posizione di sostanziale equilibrio; in certi anni − per esempio nel 1264 − si ebbero violenti scontri tra le parti. Poiché nessuna ebbe la forza di prevalere sull’altra, a volte si giunse alla nomina di due Podestà; uno Guelfo, uno Ghibellino.

Nel 1266, Oberto Pallavicino tentò più volte di forzare la situazione per spostare l’ago della bilancia a favore dei Ghibellini. Tra i filo-papali si diffuse il timore che i partigiani della fazione avversa volessero consegnare la città al nemico di sempre, il vicario dell’impero. L’atmosfera era pesante. Tutti indugiavano. Alla fine, la situazione precipitò ad opera di un umile sarto, Giovanni Barisello. Il temerario artigiano raccolse cinquecento armati e si presentò alle abitazioni dei Ghibellini obbligandoli a giurare fedeltà alla Chiesa. I suoi uomini si accanirono con particolare crudeltà contro i nipoti di Oberto e distrussero i palazzi del “Gran Ghibellino”. Furono commessi soprusi di ogni sorta. Molte case vennero bruciate. Parte dei filo imperiali fuggirono spontaneamente, altri furono esiliati. La città fu saccheggiata per tre giorni e tre notti. Cessata la grande purga, i Guelfi si trovarono completamente padroni del campo. Il Comune era in loro potere e lo rimase per molti anni. La situazione politica italiana non lasciava ai Ghibellini alcuna speranza di ripresa. Carlo d’Angiò aveva steso la sua rete su tutta la Penisola. La dinastia sveva era finita. I Guelfi, per eliminare ogni possibile pericolo, fecero una dura spedizione punitiva contro Colorno, dove si erano asserragliati i Ghibellini in fuga. Presero la città e uccisero un gran numero di esuli.

 

Il partito unico

Gli uomini di Giovanni Barisello, preso il potere, diedero vita alla “Società dei crociati”. Una creatura anomala, mostruosa e affascinante al tempo stesso; una sorta di partito-Stato, dai contorni indefiniti. Un corpo i cui organi a volte si identificavano e a volte si sovrapponevano a quelli del Comune. Un po’ come, molti secoli dopo, il “Partito comunista sovietico”, i cui burocrati avevano anche la guida dell’Unione delle Repubbliche. La Società aveva circa duemila iscritti e regole severissime. Intanto, per i “crociati”, c’era una divisa sociale da sfoggiare in ogni pubblica uscita; poi, una serie di prescrizioni e divieti, come quello di sposare donne di parte ghibellina. La Società era, al tempo stesso, esercito, fonte esclusiva da cui attingere i candidati alle cariche pubbliche, partito. I suoi membri provvidero a ingaggiare e mantenere un manipolo di cento fanti e cento cavalieri, utili sia nelle guerre esterne che nel caso di torbidi cittadini.

Il capitano dei crociati, per lungo tempo, ebbe il comando della milizia e assunse il titolo di “Capitano del popolo”. Al suo fianco operavano quattro gonfalonieri. Il Podestà del Comune eleggeva due cittadini ogni quartiere, otto persone in tutto, col compito di scegliere i 560 componenti del consiglio generale tra i membri della Società. Essa era come una grande piovra che tutto afferrava, tutto vedeva, tutto governava. I suoi cento tentacoli tenevano ben salde le poltrone che contavano. Era il potere. L’organizzazione si identificava a tal punto con la città che il suo emblema, uno scudo dorato con croce blu, divenne il secondo stemma di Parma, affiancando il vecchio torello. La città si ritrovava con due simboli entrambi presenti per secoli sugli atti pubblici, come testimoniano diversi documenti custoditi presso l’Archivio di Stato. 

Il meccanismo politico istituzionale creato dalla Società, in apparenza perfetto, sembrava dovesse durare in eterno. Invece, il grande monolite Guelfo dopo alcuni anni si frantumò. Gli interessi dei cittadini erano troppo diversi per poter essere rappresentati da un’unica fazione. I primi segni di cedimento si avvertirono già nel 1271, quando il Vescovo Obizzo Sanvitale cominciò la fronda contro la lobby dei crociati. Attorno al caparbio prelato si raccolsero gli esponenti delle maggiori famiglie aristocratiche; la “gente nova”, borghesia dai facili guadagni, scelse di restare fedele alla Società, appoggiata dai clan Rossi e Da Correggio. La tensione tra le parti salì in modo lento, ma inarrestabile e, nel 1295, sfociò in una vera e propria guerra civile.

Anche il lungo periodo di dominio della fazione papale vide Parma intervenire in diverse guerre e la città dovette difendersi da virulenti attacchi militari da parte dei fuoriusciti. Il più pericoloso fu portato nel 1271, ma altre volte squadre di esuli corsero il contado in modo sanguinario. Il Comune intervenne nel 1275 alle operazioni militari della “Lega guelfa” in difesa di Milano e spesso fu chiamato a prendere parte a guerre civili che si accendevano in città amiche, Reggio e Modena in particolare. Questi due Comuni, di nuovo alleati con Parma, avevano una vita interna turbolenta e, dopo una serie di gravi disordini, nel 1288 e nel 1289, caddero spontaneamente sotto il dominio degli Estensi, già Signori di Ferrara, per rimanervi sino al 1306. I ferraresi avevano mire di espansione anche su Parma e, in città, non mancavano i loro fans; uno di essi era il Vescovo Sanvitale, con tutta la sua famiglia e il partito aristocratico.

 

Il Vescovo Obizzo e le sue trame

Obizzo Sanvitale, Vescovo di Parma dal 1258 al 1295, fu una figura centrale della vita cittadina. Grande sostenitore della parte guelfa, entrò poi in contrasto con l’onnipotente Società dei crociati, coagulando intorno a sé gli esponenti di quello che, impropriamente, chiameremo “partito aristocratico”. Alla sua fazione, attorno al 1290, aderirono anche numerosi fuoriusciti Ghibellini, che vedevano nel successo dei disegni del Vescovo una buona occasione per tornare in città e cacciarne i nemici.

Dopo che gli Estensi presero, senza colpo ferire, Modena e Reggio, il Sanvitale tenne con loro costanti contatti. I Guelfi popolari, guidati da Rossi e Da Correggio, temevano, probabilmente a ragione, che il Vescovo volesse cedere anche Parma ad Azzo d’Este, con il malcelato proposito di avere in cambio grandi vantaggi per la famiglia. Tra prelato e Comune si aprì una lotta sorda. Obizzo arrivò a scomunicare il Podestà Umberto de’ Guarnieri di Città di Castello, reo di aver condannato un religioso.

Il cardinale Bianchi, parmigiano influentissimo presso la corte papale, per evitare lo scontro fisico tra le due fazioni, convinse il Pontefice a nominare Sanvitale Vescovo metropolìta di Ravenna. Una promozione che sapeva tanto di rimozione. Obizzo, ricevuta l’investitura il 23 luglio del 1295, non abbandonò la città, anzi, fece capire chiaramente che era intenzionato a restare a Parma.

Per liberarsene, i Da Correggio fecero spargere la voce che il Vescovo si era dato al partito Ghibellino. Ripetendo il colpo riuscito trent’anni prima a Giovanni Barisello, duemila persone marciarono minacciose sul palazzo del Vescovo. Gridavano: “Muoia il ladrone e muoiano i ladroni di parte imperiale”. Obizzo fuggì a Ravenna; tuttavia, l’abate di San Giovanni organizzò la resistenza della fazione dei Sanvitale. Lo scontro armato fu inevitabile. Il giorno di Santa Lucia, in città si scatenò una sanguinosa battaglia: i Guelfi crociati, guidati dai Correggesi, ebbero il sopravvento sugli uomini del Vescovo, sostenuti dai fuoriusciti. Ci furono saccheggi, morti, distruzioni. Gli aderenti al partito Sanvitale furono cacciati dalla città. In Primavera, la lotta riprese nel contado. I Ghibellini e gli uomini di Obizzo, con l’appoggio militare di Azzo d’Este, si scontrarono più volte con le truppe del partito dominante. Fu versato molto sangue, le campagne vennero devastate. Alla fine, gli Estensi si riappacificarono con il Comune e i fuoriusciti abbandonarono la lotta. Parma restava in mano ai Da Correggio e ai loro alleati Guelfi.

 

L’economia nel XIV secolo

 Il quattordicesimo fu un secolo maledetto. Non se ne trovano di peggiori nella storia moderna europea e italiana. Parma non fece eccezione. Per prima cosa, si manifestò la grande crisi dell’agricoltura. I terreni, sfruttati senza pietà nel corso del Duecento, si erano depauperati. La totale assenza di rotazione delle colture, una pratica che sarà introdotta secoli dopo, li aveva resi sterili. Il suolo non era più in grado di garantire pane per tutte le bocche. Ci fu un continuo succedersi di carestie.

L’insufficienza dei prodotti agricoli ebbe come primo effetto l’aumento dei prezzi. L’inflazione calò su una larga fascia di ceti sociali con dirompente forza di maglio. Il Comune prima, i Visconti poi, non furono più in grado di attuare la politica del calmiere. Scompariva la garanzia di prezzi politici per prodotti di prima necessità come grano, farina e pane. Solo i benestanti, ed erano una parte sempre minore della popolazione, potevano permettersi di comprare l’indispensabile per vivere. I poveri diventavano ogni giorno più poveri; la miseria si diffondeva in città e nel contado.

Il quattordicesimo fu anche il secolo delle guerre: internazionali, intercittadine, intestine. Eserciti armati, irriguardosi dei più elementari diritti della popolazione, percorrevano Parma e la Penisola. La possibilità di movimento dei mercanti era sempre più limitata. Le grandi fiere di San Siro e Sant’Ercolano prima decaddero, poi morirono. I ricchi traders cittadini rinunciarono, poco a poco, al commercio internazionale, trovando sbocchi meno rischiosi per i loro capitali. Si spense una gloriosa tradizione.

Nella seconda metà del secolo, scomparve il protagonista dell’agricoltura di fine Duecento: il mezzadro. Chi era inquadrato in questa figura giuridica non aveva più la forza di fornire al padrone le prestazioni richieste dal contratto. Il proprietario del fondo puniva l’inadempiente riducendolo alle condizioni di servo della gleba. Nella nuova situazione, il contadino lavorava senza amore.

La crisi delle campagne riverberò immediatamente i propri effetti sulla città. I primi a crollare sotto il peso della stagnazione furono gli artigiani collegati al settore agricolo. Piano piano si indebolirono altri comparti produttivi. I piccoli e medi borghesi restavano schiacciati sotto il peso delle tasse crescenti. Le corporazioni si infiacchirono. Anche l’onnipotente arte della lana, spina dorsale dell’economia cittadina, subì in modo drammatico gli effetti della recessione. Crollava l’ultimo baluardo.

A complicare in modo irreparabile una situazione già grama, vennero le epidemie e i disastri naturali, colonna sonora di un secolo nero. La prima comparsa della peste a Parma risale al 1312. Fu cosa da poco, solo un modesto aperitivo di quello che doveva accadere dal 1347 al 1351, quando il terribile contagio portò alla tomba un terzo di tutta la popolazione europea. Il flagello non risparmiò la città. La popolazione fu falcidiata. Il morbo ricomparve tra le mura e nel contado nel ’61, quando uccise quarantamila persone. Una tragedia senza pari in tutta la storia locale. La peste nera non aveva finito di infierire sui poveri abitanti della vecchia Crisopoli. Tornò, spietata, nel 1388 e nel ’99. Ogni volta peggiorava le condizioni di una comunità già derelitta.

L’orrendo morbo ebbe compagni di viaggio altrettanto spiacevoli. Nel 1310 ci fu un’invasione di locuste tale che gli insetti formavano nuvole capaci di oscurare il sole. Divorarono pascoli, coltivazioni, foglie: ovunque portarono fame e distruzione.

Nell’87, si diffuse in tutto il Parmense una morìa di animali che uccise due terzi dei buoi. Nel 1391, durante una delle tante guerre viscontee, i nemici depredarono nelle campagne dodicimila “animali grossi”.

Non finisce qui: l’intrecciarsi di simili nefasti fenomeni causò un generale abbandono del contado. Molte terre, specie quelle appenniniche, non erano più coltivate; di conseguenza, venne meno ogni forma elementare di regimentazione delle acque. Ne scaturì un dissesto idrogeologico generalizzato che portò frane e grandi inondazioni. Nel 1307, la Parma ebbe una tale piena, che, dopo l’esondazione delle acque, la popolazione si aggirava per l’Oltretorrente solo grazie all’aiuto delle barche. Un’alluvione ugualmente disastrosa si ebbe nell’85, preceduta e seguita da tante altre piccole inondazioni.

La vita dei contadini e dei cittadini parmigiani senza mezzi, nel Trecento, era terribile.

Fino ad ora, abbiamo analizzato le cause della crisi economica locale condivise con gli altri centri italiani ed europei; a partire dal 1346, il Comune visse un dramma tutto suo: la dominazione dei Visconti. Cadendo nelle mani della famiglia milanese, Parma fu declassata a livello di colonia. Diventava uno dei tanti domini di cui i Signori lombardi si servivano per rendere pingui le casse dello Stato-famiglia. Prelevavano, con tasse e gabelle di ogni genere, somme immense per finanziare le guerre, i lussi della capitale, le spese della corte, l’esercizio dei vizi personali: non restituivano che le briciole. Poche opere pubbliche, nessun abbellimento, nessun sostegno ad artigiani e mercanti. Politica di rapina. Un fiume di denaro scorreva a senso unico da Parma a Milano, per bagnare, spesso, anche le sponde di Pavia.

I primi Visconti finanziarono il loro delirante imperialismo guerrafondaio con le risorse che sottraevano alle città soggette. I secoli d’oro erano proprio finiti. L’unico fenomeno economico positivo per la Parma del Trecento, fu il nascere di una tradizione industriale cartaria che sarebbe durata secoli. La produzione dei rivoluzionari fogli, destinati a scalzare la tirannide della pergamena, cominciò nella nostra città, seconda solo a Fabriano, nel 1316, quando lungo i canali della periferia sud nacque la prima cartiera.

 

Giberto Da Correggio

Dopo lo sfortunato tentativo dell’avido Giberto Da Gente, la Parma del Trecento vide di nuovo un nobile provare la scalata alla Signoria. Tentò l’avventura un uomo cinico e spregiudicato, intelligente e violento, testardo e irriducibile: Giberto Da Correggio. Abile maestro di trasformismo, capace di passare dalla bandiera guelfa a quella ghibellina con la disinvoltura con cui un traghettatore passa dall’una all’altra sponda del fiume. Un politico senza “parola” e senza pudore, secondo lo stile dei tempi. Lo si può giudicare con obiettività solo tenendo conto della morale del Trecento, dell’inaffidabilità e dell’opportunismo di tutti i Signori suoi contemporanei.

Sul finire del Duecento, a Parma era andato crescendo in modo smisurato il peso delle grandi famiglie: Rossi, Sanvitale, Pallavicino, Lupi e Da Correggio dominavano la città. Giberto, nipote del Da Gente, era il più brillante rampollo dei Correggesi.

All’esordio della carriera politica, in ossequio alle più radicate tradizioni di famiglia, aderì alla parte guelfa ortodossa: fu nemico dei partigiani del Vescovo Obizzo e dei Ghibellini. Nel 1303, dopo anni di lotte tra la sua fazione e gli avversari, per gran parte fuoriusciti, ebbe l’acume di capire che la città era sfinita dalle scaramucce continue e sanguinose. Autentico animale politico, si fece interprete del sentimento collettivo e lanciò una pubblica proposta di pace. In breve tempo, convinse le autorità comunali a far rientrare i fuoriusciti. Il 23 luglio fu la “giornata del perdono”. Il Comune revocò tutti i bandi. Gli esuli poterono tornare tra le mura. Il popolo era in delirio. Tutti (molti − si sospetta − lo fecero a pagamento) osannavano il grande pacificatore; Giberto il clemente. L’eroe fu portato in trionfo per le strade e per i borghi. Si riunì il Consiglio e nominò Da Correggio “conservatore della pace, Signore, difensore e protettore della città, del Comune e del popolo di Parma”.  Insomma, era nato un dittatore.

Passata l’infatuazione, il risveglio fu drammatico. Il “pacificatore” trascinò Parma in una serie di guerre interminabili. Per sostenere le spese militari, appesantì senza pietà il carico fiscale. Nei conflitti intercittadini, si segnalò soprattutto per la mutevolezza delle alleanze. Con gli Este, Signori di Ferrara, Modena e Reggio, a tratti era amico, a tratti sommo avversario: alla fine, nel 1306, contribuì a cacciarli dalle due città emiliane per confinarli entro i domini di Romagna.

Anche sul fronte cittadino la pace si ruppe presto. Rossi e Lupi, furono di nuovo relegati nella condizione di fuoriusciti. Guelfi dissidenti e neo Ghibellini ripresero la lotta. Attorno al 1307, il contado era tutto uno scontro tra le truppe di Giberto e le milizie degli esuli. Le campagne erano corse solo da soldati; l’una e l’altra parte tutto distruggevano. Nel 1308, scoppiò una vera e propria guerra civile: i fuoriusciti si impadronirono della città. Da Correggio e i suoi si rifugiarono a Castelnuovo. I vincitori demolirono fino alle fondamenta le case dei vinti e si diedero a un saccheggio sfrenato: si consumava il solito rituale. Causa gli atti di barbarie perpetrati in quei giorni, furono distrutti a montagne tutti quei documenti di vita politica e amministrativa, in particolare gli statuti, che oggi permetterebbero di ricostruire senza dubbi, che invece restano, due secoli di storia locale.

Dopo tante morti e violenze, Giberto seppe ancora giocare d’astuzia. Riconquistata Parma, il 29 giugno 1308, giorno di San Pietro, siglò un accordo con i nemici, capeggiati come sempre da Rossi e Lupi, che permetteva loro di tornare in città. Il popolo lo acclamò per la seconda volta, ma, poco tempo dopo, quando si sentì di nuovo sicuro, il dittatore cacciò i rivali, con la solita appendice di case rase al suolo.

Nel 1310, quando Enrico VII di Lussemburgo scese in Italia per ripristinare le ragioni dell’Impero, il Da Correggio, forse dimenticando d’esser Guelfo, si comportò da Ghibellino. Corse a Milano per omaggiare il Restauratore e, nel 1311, gli restituì la corona imperiale che Cortopasso aveva sottratto a Federico II durante il saccheggio di Vittoria. Enrico lo ricambiò facendolo cavaliere, Signore di Guastalla e vicario di Reggio Emilia.

L’innamoramento durò poco, perché, conquistato dai soldi di Roberto d’Angiò, Giberto si impegnò a far tornare Parma e Reggio nell’orbita guelfa ortodossa. Alla fine, le due città aderirono alla Lega antiimperiale. Il Da Correggio continuò con i suoi giri di valzer ancora per qualche anno, finché, nel 1316, molte Signorie del Nord, stanche dei suoi continui voltafaccia, si coalizzarono contro di lui. Si formò un’alleanza sponsorizzata da Matteo Visconti, Can Grande della Scala, Rolando Rossi e Gianquirico Sanvitale: il 25 luglio, mentre il grosso delle sue truppe si trovava a Cremona, Giberto fu cacciato per sempre dalla città con un fulmineo colpo di mano. Si organizzò un tumulto di popolo, le case del tiranno e degli amici furono distrutte e un consiglio di tremila uomini lo depose. Falliva il secondo tentativo di trasformare il Comune di Parma in Signoria.

Il tiranno non accettò mai la sconfitta e, sino alla morte, continuò a insanguinare il territorio parmense con rovinose scorribande. Eseguì diversi blitz nel contado e contro la città. Non ebbe mai fortuna. Spirò nell’esilio di Castelnuovo nel 1321. Solo la morte poteva domarlo.

 I Rossi e gli Scaligeri

 Nei primi anni del Trecento, in Europa si succedette un turbinio di avvenimenti che condizionarono la vita italiana e quella di Parma. Nel 1303, su pressione dei re francesi, Clemente V trasferì la sede papale ad Avignone, dove restò per 74 anni. I pontefici si occuparono delle cose del Bel Paese attraverso loro delegati. Il più celebre fu Bertrando del Poggetto, rappresentante di Giovanni XXII, Papa dal ’16 al ’34.

Anche la situazione dell’Impero era caotica: morto Enrico VII di Lussemburgo nel 1313, la sua eredità fu raccolta da Lodovico il Bavaro, che la conservò fino al 1346, anno in cui venne spodestato, e da Carlo IV di Boemia, incoronato nel 1354.

La Chiesa non riconobbe Lodovico e proclamò la vacatio imperii. Per il Papa non esisteva nessuno che potesse esercitare legittimamente la funzione cesarea e si propose come “vicario” dell’Impero. Tra i due poteri universali scoppiò una dura lotta che, in Italia, rese ancor più aspri i contrasti tra Guelfi e Ghibellini. Nel 1328, il Bavaro scese nella Penisola e fronteggiò Bertrando del Poggetto, che sosteneva le ragioni di Avignone appoggiato dagli Angioini. Nel ’31, calò in Italia un altro Principe del Nord, Giovanni di Boemia, con il figlio Carlo. Entrambi questi episodi ebbero su Parma effetti profondi. Crisopoli era smarrita, senza punti di riferimento. Ondeggiava in balìa di avvenimenti esterni.

Per la città l’inizio della fine ebbe luogo al momento della cacciata di Giberto Da Correggio. La guida del Comune era in mano alle grandi famiglie e queste, trovandosi in una posizione di equilibrio, per prevalere l’una sull’altra chiedevano aiuto ai Signori delle regioni del Nord, ai sedicenti imperatori, al delegato del Papa: Parma divenne l’oggetto dei desideri di Lodovico, Bertrando, Giovanni di Boemia; e ancora, degli Scaligeri, degli Estensi e dei Visconti, che non si accontentarono più del ruolo di arbitri, ma pretesero di diventare padroni.

Nel 1316, caduto il tiranno, nel popolo si riaccese la sete di libertà e fu varato il nuovo statuto infarcito di ambiziose misure a tutela della sovranità comunale, tutte destinate a restare sulla carta. Dopo un lungo periodo di equilibrio, tra le grandi famiglie in lotta, si affermò il predominio della fazione legata a Gianquirico Sanvitale, nemica dei Rossi. Nel 1321 Giovanni XXII, Clemente Duèse, preparò una spedizione militare in Italia per appoggiare la politica del proprio delegato, Cardinale del Poggetto.

A Parma, in coincidenza con questa levata di scudi papali, la parte Guelfa, guidata dai Sanvitale, e quella ghibellina, in mano ai Rossi, cominciarono a fronteggiarsi con fare deciso. Il 19 settembre del 1322, dopo tanti attriti, le due fazioni si scontrarono in armi. L’ennesima guerra civile fu brevissima: i Rossi prevalsero e, per punizione, rinchiusero i rivali in grandi gabbie e li esposero al ludibrio della città.

I maggiori esponenti della famiglia erano Marsilio e Rolando. Di fatto Ghibellini, non mancarono di allearsi con la Chiesa quando lo consigliarono le condizioni internazionali. Un anno dopo la presa del potere, i nuovi Signori passarono al campo Guelfo, facendosi amici del Cardinale del Poggetto, con cui ebbero per anni un costante rapporto di amore-odio. Attraverso varie vicissitudini e con forme diverse, mantennero il predominio in città fino al 1335, passando da un partito all’altro quando se ne presentava la convenienza. Rolando e Marsilio, furono, di volta in volta, Signori, vicari, o semplici eminenze grigie del potente di turno. In occasione dei suoi frequenti soggiorni a Bologna, Rolando venne imprigionato per ben due volte dal Cardinale del Poggetto, nel 1323 e nel 1329. Riuscì sempre a contrattare la liberazione.

I Rossi, nominalmente Ghibellini, non guardarono tanto all’ideale, che tradirono spesso, quanto al rafforzamento della famiglia. Fecero nominare Vescovo di Parma uno dei loro, Ugolino, quando aveva solo ventitré anni; divennero Signori di Borgo San Donnino e di Lucca; si imparentarono con le maggiori famiglie italiane e una delle loro donne sposò il figlio di Can Grande II. Ebbero rapporti molto stretti con gli imperatori ogni qual volta scesero in Italia: si fecero investire in tutti i feudi di recente acquisizione e, dopo avere manifestato simpatie a Lodovico il Bavaro, si legarono a Giovanni di Boemia che, nel 1331, divenne Signore di Parma, lasciando ad amministrare la città il figlio Carlo; quest’ultimo, il futuro imperatore Carlo IV, guidò per qualche tempo la città, affiancato dai Rossi. Non ebbe modo di dimostrare il proprio genio che esplose ben più tardi, quando fu l’artefice di quella mastodontica opera di realizzazioni monumentali e di riassetto urbanistico, che, sotto la guida dell’architetto Peter Parler, trasformò il volto di Praga, facendone una delle più belle città del mondo. A Parma gli mancarono il tempo, i denari e, probabilmente, la voglia di fare cose importanti per una comunità che non sentiva sua.

La parabola della fazione di Rolando cominciò a scendere verso il 1334, quando gli Scaligeri, incuranti delle parentele, iniziarono a mostrare con fatti concreti le loro ambizioni sulla città. I veronesi, per impadronirsi di Parma, usarono uno speciale cavallo di Troia: la famiglia Da Correggio, che seppero aizzare astutamente contro i Rossi. Nel ’35, dopo avere occupato militarmente le campagne vicine alle mura, i Dalla Scala e i Correggesi si impadronirono del potere con la forza. Ugolino, Marsilio e Rolando Rossi fuggirono a Padova, ospiti dei Da Carrara. Si esaurì un ciclo vecchio e ne cominciò uno nuovo, assai doloroso.

I veronesi restarono padroni di Parma per sei anni fino al 1341. Il loro dominio è ricordato dai cronisti del tempo con terrore. Un periodo nerissimo. I Dalla Scala ebbero l’effetto di una piaga biblica. Dominarono la città con il pugno di ferro e la schiacciarono sotto il peso delle tasse. Tutta la ricchezza prodotta in Emilia finiva in Veneto, per finanziare la grandeur di una famiglia di smisurate ambizioni. Il glorioso Comune di Parma era morto per sempre.

Gli Scaligeri infierirono ancora sui Rossi e tolsero al clan pure la città di Lucca, loro dominio, mentre Fidenza finiva nelle mani dei Visconti, già padroni di Milano.

 

Alcune curiosità del XIV secolo

Nel corso del quattordicesimo secolo la città fece la sua prima conoscenza dell’artiglieria. Accadde nel 1360: Bologna era stata assalita dai Visconti. La difendeva il cardinale Albornoz, legato papale che, per effettuare un’azione diversiva, mandò alcune migliaia di soldati ungheri all’assalto di Parma (allora dominio visconteo). Costoro, tra lo stupore degli assediati, che ignoravano l’esistenza di simili diavolerie, martellarono le mura con rudimentali bombarde, senza riuscire ad espugnarle.

Nel Trecento, in città era ancora tollerata l’esistenza della schiavitù. Lo conferma un atto notarile rogato nel 1392: il testamento di Bertrando Rossi. In esso il nobile parmense, probabilmente lo stesso che fu primo consigliere di Gian Galeazzo Visconti, lascia i propri schiavi in godimento agli eredi. 

Nel quattordicesimo secolo, i parmigiani portavano tutti la barba. La moda cessò nel 1376, in maniera piuttosto singolare. In quell’anno, il cardinale Roberto di Ginevra, che in seguito sarebbe diventato antipapa col nome di Clemente VII, scese in Italia con un esercito di soldati bretoni. I militari si fermarono per una lunga sosta a Gaiano. Il loro aspetto colpì la popolazione: erano tutti rigorosamente rasati in volto. Da quel momento l’abitudine di sbarbarsi prese piede anche a Parma.

Il principale problema cittadino, nel Trecento, era quello delle fogne, divenute insufficienti ai bisogni della popolazione. Inoltre, i maiali circolavano per le strade, tutte senza selciato, l’acqua scarseggiava, l’immondizia veniva abbandonata ovunque. La città era in preda agli odori e, secondo alcuni storici, proprio la carenza di accorgimenti igienici favorì il diffondersi in Parma di epidemie.

Anche in questo secolo cupo, i cittadini non dimenticavano le occasioni di divertimento. Ogni anno, il 15 di agosto, si teneva un palio e al vincitore veniva consegnato un panno scarlatto: da qui la definizione medioevale “correre lo scarlatto” per indicare la ricorrenza. Nel Quattrocento la struttura del palio, che si teneva il giorno dell’Assunta, si complicò; le gare si moltiplicarono. Esisteva la corsa dei barbari (o cavalli sciolti) quella degli uomini, degli asini e delle prostitute. La più attesa di tutte.

Nella seconda metà del Trecento, in piena dominazione viscontea, il Parmense, come il resto d’Italia, era spesso attraversato da truppe di ventura straniere al soldo delle Signorie italiane: in particolare, i tedeschi guidati dal capitano Lando, e gli inglesi di Hawkwood. Una cosa, ci raccontano i cronisti, incuriosì la popolazione: la presenza di un nutrito numero di meretrici esotiche al seguito di ogni esercito. Anche i Signori della guerra erano sensibili ai richiami del sesso.

Nel quattordicesimo secolo, mentre la città decadeva, le grandi famiglie aumentavano il loro prestigio, che assumeva una connotazione nazionale. Rossi, Da Correggio, Sanvitale, Lupi, Pallavicino, si imparentavano con le maggiori dinastie italiane. Molti di loro erano chiamati da Signorie, Comuni, Repubbliche marinare a ricoprire gli incarichi di Podestà o di capitani nell’esercito. Tanti furono Vescovi in grandi diocesi italiane.

Nel 1322, Ugolino da Neviano fondò l’“ospedale degli incurabili”, che seguiva il primo ospedale cittadino fatto costruire da Rodolfo Tanzi, cavaliere dell’ordine teutonico. Ancor prima esisteva un centro per lebbrosi amministrato dall’ordine di San Lazzaro di Gerusalemme.

 

Azzo Da Correggio

 Azzo Da Correggio era figlio di Giberto, rissoso Signore mancato, e nipote degli Scaligeri. Prete colto e raffinato, venne indirizzato fin da giovane all’attività diplomatica, che svolse per conto dei parenti veneti. A metà anni Trenta, i Dalla Scala lo inviarono ad Avignone, alla corte papale. Qui fece l’incontro più importante della sua vita: conobbe il poeta Francesco Petrarca, che gli sarebbe rimasto amico fino alla morte.

Nel 1339, il mondanissimo Azzo lasciò la tonaca e, l’anno successivo, sposò una Gonzaga, figlia dei Signori di Mantova. Nello stesso periodo, cominciò ad accarezzare grandi ambizioni personali: maturò il desiderio di rendersi indipendente dai parenti veronesi e di farsi Signore di Parma, con l’aiuto dell’intero clan Da Correggio. Insieme a Petrarca, cominciò a girare l’Italia per trovare alleati che lo aiutassero a scalzare i Dalla Scala, che tenevano la città sotto il loro tallone.

Chiese aiuto ai D’Angiò di Napoli e a Firenze, ma ottenne solo cortesi rifiuti. Per vincere gli Scaligeri gli restava un’unica possibilità: allearsi con Luchino Visconti, Signore di un vasto territorio a cavallo tra Piemonte e Lombardia. Azzo accettò di sottoscrivere un accordo capestro: Luchino lo avrebbe aiutato a prendere Parma e, in cambio, il parmigiano gli avrebbe riconsegnato la città, dopo averla governata per quattro anni. Il Correggese accolse la proposta per un motivo molto semplice: lui i patti, anche se scritti, li considerava senza valore.

Forti di tanto appoggio, il 21 di maggio del 1341, i parenti dell’ambizioso giovanotto, fomentarono una rivolta e presero il potere, scacciando i veronesi con l’aiuto delle truppe viscontee. Il 23, Azzo, accompagnato da Petrarca, entrò in Parma tra due ali di folla festante. Il letterato era al culmine della sua fama; pochi giorni prima era stato laureato poeta in Roma. Per festeggiare il trionfo dell’amico compose la canzone Quel che nostra natura in sé più degno. Per ricompensarlo, Azzo gli fece ottenere l’incarico di canonico e arcidiacono della cattedrale. Inoltre, fu assegnata al poeta la prebenda di Coloreto. Da quel momento, il legame tra Petrarca e la città si fece intenso. Dopo avere soggiornato a lungo alla Guardiola di Guardasone, si fece costruire una casetta a Selvapiana, sulla riva reggiana dell’Enza. Tornò più volte a Parma, dove ebbe duri scontri con il Vescovo Ugolino Rossi; qui, nel 1348, in piena peste, apprese la notizia della morte di Laura. Il suo ultimo soggiorno (documentato) in città risale al 1351.

La “Signoria a tempo determinato” di Azzo Da Correggio, molto turbolenta, durò solo tre anni. Nel 1344, Parma fu assediata da Obizzo d’Este, per conto degli Scaligeri, che non avevano ancora digerito la perdita di una “colonia” così fruttuosa. In contingenza tanto difficile, il Correggese ricordò di essere un diplomatico: anziché ingaggiare battaglie interminabili con l’assediante, preferì vendergli la preda a peso d’oro, incurante dell’impegno assunto con Luchino Visconti. La città tornava sotto il dominio straniero.

L’oro intascato fece dimenticare ad Azzo di non essere riuscito a coronare il sogno che fu anche di suo padre: diventare Signore di Parma. Si riconciliò con i parenti di Verona e visse per anni alla corte di Can Grande. Ne riguadagnò la fiducia. Quando il Dalla Scala abbandonava la città, governava a nome suo. Riconoscente e affidabile come sempre, nel 1354, partecipò alla congiura di palazzo per rovesciare il Signore. Il golpe fallì e Azzo fu costretto a rifugiarsi a Mantova protetto dai Gonzaga.

Dopo aver partecipato alla Lega anti Visconti del ’57, nel ’58, “con coerenza”, grazie al Petrarca, si riappacificò con i Signori di Milano e visse alla loro corte fino alla morte, sopraggiunta nel 1362. Con lui scompariva uno dei grandi cinici del Trecento, secolo di uomini senza onore e senza parola. Parma perdeva l’ultima occasione di essere Signoria indipendente e si incamminava verso il triste destino di colonia dei Visconti.

 

Lo Studio parmense

 Fin dall’Alto Medioevo, Parma ha posseduto un centro di studi superiori. Un luogo in cui era possibile conseguire titoli validi per esercitare una professione dopo avere frequentato corsi di lezioni e superato regolari esami. Oggi si chiama “Università”. In quei tempi aveva altri nomi: prima “Scuola”, poi “Studio”. Cambiano gli epiteti ma lo scopo resta invariato: preparare i giovani alla scienza e alla vita, insegnando loro a svolgere un’attività.

Il centro di studi superiori, per essere tale, deve conferire degli attestati che abbiano un riconoscimento pubblico. La Scuola di Parma questa legittimazione la conquistò nel 962, anno in cui l’imperatore Ottone I rilasciò al Vescovo Uberto il diploma che gli attribuiva il diritto di eligere, cioè selezionare attraverso esami, e “ordinare”, cioè iscrivere all’ordine, i “notai”, coloro che svolgevano le svariate attività di carattere legale allora esistenti. Il privilegio fu confermato dai successori di Ottone e l’istituto parmense, che in realtà esisteva da secoli, andò assumendo un prestigio sempre maggiore. La licenza conseguita dalla Scuola di arti liberali di Parma fu, per tutto l’undicesimo secolo, il miglior lasciapassare per accedere alla cancelleria imperiale. Si “laurearono” nella nostra città due dei maggiori collaboratori di Enrico III, Giberto Giberti e Anselmo il Peripatetico.

L’attività di studio avveniva all’interno dell’Oppidum, il complesso di edifici realizzato attorno al duomo e al Palazzo Vescovile. Gli studenti, che provenivano da ogni angolo d’Europa, avevano accesso alla fornitissima biblioteca del capitolo della cattedrale. Tutta la vita della Scuola era regolata dal Vescovo, cui competeva l’esclusiva del conferimento del diploma di dottorato. Il mondo accademico ruotò attorno alla sua figura finché non si affermò accanto all’autorità episcopale quella del Comune. La nuova istituzione diede il via a una lenta opera di laicizzazione del centro di studi, ma il ruolo dell’uomo cui toccava la “guida religiosa” della città restò sempre centrale. Per volontà dell’imperatore Ottone, era lui il depositario del diritto di rilasciare le “licenze”. Ciò lo rendeva intoccabile. Estrometterlo dal percorso didattico voleva dire delegittimare la Scuola.

L’azione del Comune per aumentare il proprio peso all’interno del centro di istruzione superiore raggiunse il culmine verso la metà del tredicesimo secolo. Nel 1266, furono emanati gli “statuti” dello Studio parmense, che dilatarono il ruolo dei laici. La gestione dei corsi era un segno di potere, ma alle istituzioni cittadine interessava anche l’aspetto economico della vicenda accademica. La presenza degli studenti forestieri era fonte di ricchezza. Non solo gli scolari erano facoltosi, ma servivano come ponte per stabilire contatti, spesso lucrosi, con altri Comuni e altre nazioni. Accanto allo scambio culturale, incentivavano quello commerciale. Le “città universitarie” si disputarono gli allievi con ogni mezzo, lecito e illecito. Una delle prime cure della collettività parmense fu quella di sottrarre ospiti di tanto riguardo al rischio di essere vittime dell’esercizio del diritto di rappresaglia da parte dei mercanti cittadini. I loro beni, spesso ingenti, furono messi al sicuro da ogni rischio.

Nel 1304, il Comune emise altri statuti che accentuarono il volto laico dello Studio, ma non intese mai fondare una nuova Scuola, si limitava a dare regole diverse a quella vescovile. Varava norme integrative, non costitutive. Al Vescovo veniva riservato il ruolo di “capo della cancelleria dello Studium”; la sua presenza alla cerimonia per il conferimento del diploma, al termine del corso di lezioni, non era solo simbolica. Il prelato svolgeva un ruolo attivo.

Fino al diciottesimo secolo, i diplomi di laurea furono intitolati alla massima autorità religiosa cittadina. è questa una delle tante conferme della continuità tra Scuola, Studio e moderna Università.

Allo scopo di aumentare il numero dei docenti, gli statuti introdussero la libertà di insegnamento. I professori potevano unirsi in “società di studio”, intraprendere iniziative indipendenti. La concessione della laurea, però, restava una prerogativa della “Scuola comunale” con l’intervento del Vescovo. Non esisteva più un luogo fisico dello Studium, ovunque erano docenti, lì si poteva insegnare.

Nell’undicesimo secolo la licenza conseguita a Parma apriva le porte della cancelleria imperiale; nel dodicesimo e nel tredicesimo era un biglietto d’ingresso per i palazzi dei Comuni lombardi. Se la città ha dato numerosi Podestà e capitani del popolo alle polis dell’Italia del Nord, lo si deve anche alla presenza tra le mura di un qualificato centro di studi. Rossi, Lupi, Sanvitale, Da Correggio seppero sfruttare al meglio la Scuola per prepararsi all’esercizio del potere. I milites locali guidarono città del calibro di Milano, Cremona, Reggio, Brescia. Dallo Studium uscirono cardinali e papi. Primo fra tutti Sinibaldo Fieschi, nipote del Vescovo Obizzo. 

Dal 1294, al diritto si aggiunse un nuovo insegnamento: la medicina. Un grande passo avanti per il centro di istruzione superiore parmense, che si affiancò a quello di Salerno, il primo in Italia a preparare i seguaci di Esculapio.

Nel tredicesimo secolo nacque anche l’Universitas scholarium, l’associazione corporativa degli studenti, guidata da un rettore eletto dagli iscritti e scelto tra quanti frequentavano i corsi. Nel Trecento, all’Universitas toccò anche il compito di pagare i docenti. I professori diventarono dipendenti dei loro allievi.

Nel 1387, prese avvio il declino dello Studio, inevitabile conseguenza della decadenza della città. Dopo anni di concorrenza, Pavia, con la complicità dei Visconti, vinse il braccio di ferro con Parma. Il Duca Gian Galeazzo proibì ai suoi sudditi di frequentare la “Fonte di Sapienza”. L’insegnamento fu sospeso per venticinque anni.

 

Parma nelle grinfie dei Visconti

 Il dominio di Obizzo d’Este sulla città fu molto breve e lasciò scarse tracce. Va archiviato come una tappa, quasi insignificante, nella marcia verso la conquista del potere da parte dei Visconti, clan emergente del Nord Italia.

Essi ottennero la Signoria di Milano nel 1277, quando l’arcivescovo Ottone sconfisse le truppe rivali dei Torriani, a Desio. Il pronipote Matteo (morto nel 1322), forte dell’appoggio di Enrico VII, di cui fu vicario imperiale, allargò i domini di famiglia a Pavia, Alessandria, Vercelli, Novara, Como, Lodi, Bergamo, Cremona, Piacenza.

I Signori di Milano, città ricca per la produzione e i commerci della lana e dei metalli, si ispirarono sempre a una politica imperialistica: la loro ossessione costante era espandere i confini del dominio a scapito dei vicini. Sarebbe, però, ardito parlare di “Stato visconteo”, in quanto i territori soggetti non godevano di una vera e propria unità amministrativa. Ogni città conservava, in parte, l’antico ordinamento. Il controllo del potere centrale sulla periferia era precario. Spesso sorgevano sacche di anarchia; il governo di Milano era ben organizzato solo in un settore: la riscossione di tasse e gabelle, che fornivano il carburante necessario per tenere in moto la macchina espansionistica. Con i soldi spremuti dalle città soggette, i Visconti pagavano le milizie, spesso straniere, al loro servizio.

Nel 1339, dopo la morte di Azzone, che conquistò Brescia e la incluse tra i territori della Signoria, il potere passò congiuntamente all’Arcivescovo Giovanni e al fratello Luchino. Fu quest’ultimo a prendere Parma.

Beffato da Azzo Da Correggio, che non mantenne la promessa di cedergli la città e, anzi, la vendette a Obizzo d’Este, Luchino, nel 1346 assediò la povera Crisopoli, ormai spossata dalle continue guerre fratricide, dalle dominazioni straniere, dalle scorribande militari sul contado di fuoriusciti e città nemiche. L’Estense non era in grado di sopportare la pressione delle truppe milanesi e, piuttosto che subire una dura sconfitta militare, preferì vendere la preda. Il 22 settembre, i Visconti divennero padroni di Parma. Tali restarono, salvo una lunga parentesi, fino all’estinzione della famiglia, nel 1447. Per un secolo la storia della città si intreccia con quella, sempre turbolenta e sanguinosa, dell’inquieta Signoria lombarda. 

Luchino era uomo deciso e spietato: entrato in possesso del nuovo dominio si propose, come primo obiettivo, di far cessare le continue schermaglie tra fazioni e famiglie. Fece rientrare tra le mura tutti gli esiliati, che in quel momento erano principalmente di fede ghibellina, e ridusse in modo drastico il potere e la funzione delle “società”, veri e propri partiti del tempo. Visconti tolse ogni peso politico alle arti e alle corporazioni. Proibì agli aristocratici di costruire nuovi castelli e a molti sottrasse quelli esistenti; vietò a tutti l’uso delle armi; introdusse dure sanzioni nei confronti di chiunque osasse contravvenire ai suoi ordini. I successori fecero di più; vietarono l’uso delle tre parole magiche dell’Italia dei Comuni: Popolo, Guelfo, Ghibellino. Chi trasgrediva era sottoposto al taglio della lingua.

Luchino mantenne in vita le istituzioni comunali, ma le svuotò di ogni significato. Si riservò il diritto di eleggere il Podestà e affiancò propri fedelissimi ad ogni magistrato locale. Aveva il totale controllo dell’amministrazione e, da subito, introdusse pesanti tasse e gabelle. La più iniqua fu quella del sale, che tormentò per secoli i parmigiani. Ogni suddito era soggetto a una doppia contribuzione: a favore del Comune e della Signoria. In realtà, quasi tutte le ricchezze prodotte dalla borghesia cittadina prendevano la strada di Milano; tra le mura restavano le briciole.

Per garantire l’ordine pubblico, Luchino fece pesanti interventi su piazza Maggiore (piazza Nuova). Ordinò la chiusura di tutte le porte e finestre che si aprivano su di essa e la volle fortificata. Dopo averla trasformata in un presidio inespugnabile, la ribattezzò “Sta’ in pace”. La politica dei Visconti, alla lunga, favorì la classe nobiliare a dispetto di quella “borghese mercantile”; l’unico vantaggio che recò a quest’ultima fu l’abolizione del protezionismo nelle città dei loro domini. Con l’avvento del nuovo Signore, Fidenza acquistò un’amministrazione indipendente; le corti di Monchio, per tradizione feudo vescovile, furono trasferite sotto la giurisdizione del Comune. In omaggio alla politica espansionistica della famiglia, Luchino aggiunse ai possedimenti viscontei anche Piacenza, Bellinzona, Locarno e Asti.

 

Barnabò e il conte di virtù

Alla morte di Luchino, nel 1349, tutto il potere fu concentrato nelle mani dell’Arcivescovo Giovanni Visconti. Abile diplomatico, il prelato seppe conquistare Bologna e Genova; dopo un lungo guerreggiare, pagato a caro prezzo dai parmigiani, rinunciò ad espandersi in Toscana. Alla sua morte, avvenuta nel 1354, il comando della città passò a Matteo, che, morto nel 1355, lasciò il dominio visconteo diviso tra Galeazzo II, che governò la parte occidentale, e Barnabò, marito di Regina della Scala, cui toccò il lato orientale, con Parma e Bologna.

Barnabò era un tiranno inflessibile; tramite i suoi fidi, resse la città con grande durezza fino al 1385. Dovette condurre diverse guerre per difendere Bologna, che dopo molte resistenze gli fu tolta dal legato papale cardinale Albornoz, e respingere le coalizioni anti viscontee allestite dalle potenze guelfe italiane. Durante queste lotte, Parma pagò grandi tributi, in sangue e in denaro. Fu oggetto di violenti assalti (terribile quello, a suon di bombarda, degli Ungheri, nel 1360) e di devastazioni da parte degli eserciti nemici e amici; anche questi ultimi non andavano tanto per il sottile nei rapporti con la popolazione e, di fronte al bisogno di sfamarsi, saccheggiavano senza riguardo.

Le famiglie nobili, con intelligenza gattopardesca, stabilirono buoni rapporti con i Visconti. Rossi, Correggesi, Pallavicino e Sanvitale diedero i loro uomini migliori all’esercito e all’amministrazione di Barnabò. L’aristocrazia parmense cominciava a farsi largo alla corte di Milano; nel volgere di pochi decenni raggiunse le più ambite posizioni di comando. Solo i Lupi rifiutarono di asservirsi.

Parma, martoriata da disgrazie di ogni tipo, languiva in uno stato di triste decadimento. Anche il glorioso Studio, padre della moderna Università, fu compresso dai nuovi Signori, che intendevano favorire in ogni modo quello di Pavia, più vicino al loro cuore. Durante il lungo dominio, i Visconti fecero pochi interventi sulla città. Lasciarono praticamente intatta l’urbanistica civile, mentre diedero impulso a quella militare. Per prima cosa, rafforzarono le mura, fino a quel tempo realizzate solo in terra e legno, dotandole di ampie merlature. Poi, realizzarono lungo la cinta tre imponenti rocche vicino a Porta Santa Croce, Porta San Michele (barriera Repubblica) e Porta Nuova (barriera Farini). Altra imponente costruzione fortificata, iniziata da Barnabò e terminata dai suoi successori, fu il Castello, eretto in Capo di Ponte nell’area in cui, più tardi, sarebbe sorto il Parco ducale. Non si sa quale fosse la precisa collocazione del maniero, ma si pensa sorgesse nel luogo in cui ora svetta il palazzo che ospita i carabinieri.

Alle estremità del ponte di Galleria furono innalzate due rocchette (nel Seicento una è stata inglobata nella Pilotta), e analoga sorte toccò al ponte Caprazucca. Il ponte dei Salarii scomparve dalla geografia cittadina, mentre il ponte di Pietra fu dotato di due torrioni.

Per motivi di sicurezza fu drasticamente ridotto il numero delle porte di accesso alla città. Restarono in vita Santa Croce e San Francesco (barriera Bixio) nell’Oltretorrente; San Michele (barriera Repubblica), Porta Nuova (barriera Farini), porta Bologna (allo sbocco di borgo del Naviglio), San Barnaba (in fondo a via Garibaldi) e Stradella (in piazzale Risorgimento).

Barnabò non pensò mai al benessere della città e la considerò solo come una fonte di finanziamento delle imprese belliche. Fedele alla politica antiguelfa, infierì sul clero cittadino. Dopo tanti anni, anche il tiranno conobbe il tramonto.

Per lui il destino aveva nome, cognome e soprannome: Gian Galeazzo Visconti, Conte di Virtù. Suo nipote. Nel 1378, alla morte di Galeazzo II, il conte di Virtù gli subentrò al comando della parte occidentale della Signoria. Troppo poco per l’ambizioso aristocratico. Gian Galeazzo guardava lontano: voleva dominare su tutto il territorio in mano alla famiglia e qualcosa di più. Cominciò a studiare le mosse dello zio e, dopo anni di paziente attesa, nel 1385, con un fulmineo colpo di mano, se ne liberò. Fece imprigionare Barnabò e tenne per sé la guida di tutto lo Stato. Come si dice di questi tempi, “la vecchia volpe finì in pellicceria”.

Il conte di Virtù era astuto e intelligente; infido come tutti i Signori del Trecento. La sua parola non aveva valore; le sue promesse seguito. Con lui la potenza viscontea toccò il culmine del prestigio politico. Grazie alla forza degli eserciti conquistò Verona, Vicenza, Padova, e Belluno in Veneto. Lucca, Pisa, Siena e Perugia in Centro Italia. Sempre pronto a ricorrere alla forza delle armi, ma codardo per carattere, non guidò mai di persona le proprie milizie. In prevalenza, questo compito toccò a condottieri, quasi tutti parmigiani, veri e propri “Signori della guerra”: Ugoletto Biancardo, Jacopo Dal Verme, Lodovico Cantelli, Ottobono Terzi e Guido Da Correggio.

Più simili a capitani di ventura che a generali moderni, essi guidavano eserciti che potremmo definire “personali”, tale era il legame che si instaurava tra il capo supremo e la truppa. Ognuno di loro, così come il terribile Facino Cane, altro valente braccio armato del conte di Virtù, poteva, di momento in momento, diventare arbitro dei destini dello Stato. Alla morte di Gian Galeazzo, proprio gli strateghi frantumarono il dominio dei Visconti.

In Parma, ogni volere del Biancardo, di Dal Verme e del Terzi era legge. Nessun Podestà, nessun gabelliere osava opporsi. Il peso delle armate nella politica di Gian Galeazzo era troppo importante. Ogni nuova città conquistata con la forza, costò alla comunità locale immensi capitali. Tutte le spese dell’esercito erano sostenute dalle imposte, che dovevano anche coprire i fasti della corte del conte di Virtù. I sudditi che non pagavano le contribuzioni erano puniti senza pietà.

Gli esponenti della nobiltà parmense non si limitarono a percorrere i gradini del cursus honorum militare; si fecero largo anche tra le insidie della corte. “Primo consigliere” del Visconti fu, per anni, Bertrando Rossi, che approfittò della posizione per rinvigorire il prestigio del nobile casato e rimpinguarne i feudi. Il conte di Virtù ebbe per Parma un’attenzione leggermente superiore a quella mostrata dai suoi predecessori. Nel 1392, ordinò di eseguire una serie di “lavori pubblici”: si rifecero molte strade e alcune vennero dotate di selciato; si sgomberarono le vie e i borghi da rottami e rifiuti; si rinforzarono le mura. Il centro urbano ebbe un aspetto più gradevole. Tra i provvedimenti positivi adottati dal Conte vi fu quello di richiamare i mercanti e gli artisti fuggiti in altre città per evitare le tasse di Barnabò. Gian Galeazzo stabilì dure sanzioni per feritori e omicidi. Le pene più singolari: estrazione di un occhio, taglio della mano, taglio della lingua. 

Grazie alle ricchezze accumulate sfruttando le città-satellite, il Visconti, nel 1395, poté portare a compimento il colpo della sua vita: comprò dall’imperatore Venceslao il titolo e l’investitura di Duca di Milano. Ebbe trentacinque figli tra legittimi e naturali; una di essi, Valentina, nel 1387, sposò Luigi d’Orléans: da qui, più tardi, nacquero le pretese dei re di Francia sul Ducato di Milano. L’abbondante figliolanza complicò molto le vicende della successione. Nel 1402, quando Gian Galeazzo morì, il caduco Stato, allargato a prezzo di tante guerre e tradimenti, si sgretolò.

A questo punto viene da chiedersi: quale sarebbe stato il destino di Parma se, nel lontano 1254, Giberto Da Gente fosse riuscito ad instaurare la sua Signoria? Se la città si fosse stretta attorno a lui, o al nipote Da Correggio o ad Azzo, e avesse saputo darsi forme di governo stabili e un esercito forte, sarebbe decaduta ugualmente al rango di colonia? Non sarebbe diventata, invece, una capitale come Milano, Mantova o Ferrara? Non si può dir nulla, perché la storia non ammette i “se” e i “ma”. Tuttavia, la storia medesima suggerisce una risposta: qualche secolo dopo, quando si affermò il Ducato dei Farnese, pur con tutti i suoi difetti, Parma si risollevò e visse di nuovo periodi felici, anzi, meno tristi.

 

L’economia nel Quattrocento

 Il quattordicesimo secolo vide il rovinoso crollo dell’economia parmigiana: scomparvero le fiere internazionali; l’attività di mercanti e artigiani fu ridotta all’osso; le continue guerre, civili prima, viscontee poi, immiserirono la popolazione; Milano, attraverso l’imposizione fiscale, assorbì tutte le ricchezze cittadine e le epidemie decimarono gli abitanti. All’alba del Quattrocento, la situazione locale era tragica. Tuttavia, piano piano, cominciò, timida, la ripresa.

In Europa ci furono incremento demografico e aumento della produzione agricola: i suoli, abbandonati per decenni, erano di nuovo fertili. Sui mercati si ripresentava una certa abbondanza di derrate alimentari. Ovunque andava risorgendo l’attività artigianale, seppur concepita in modo diverso rispetto al secolo precedente: ora si puntava sulla qualità. L’obiettivo era soddisfare i bisogni di Principi e Signori, da una parte, e dei nuovi ricchi di estrazione borghese, dall’altra.

Nelle campagne si operarono bonifiche e si costruirono case coloniche. Si intensificò la coltivazione della vite e dell’ulivo. A Firenze fiorì una ricca industria della seta.

Parma godette di questo risveglio solo in modo marginale, di riflesso. Il ruolo di quasi-colonia, le continue guerre condotte dai duchi di Milano, che non risparmiarono città e contado, la perdita dell’orgoglio di campanile, attutirono gli effetti del mini boom europeo. Rimasero, specialmente nella zona di Colorno e dei Mezzani, spaventose sacche di povertà. Tuttavia, in special modo dopo gli anni Trenta, qualcosa si mosse e ci fu un miglioramento rispetto alle misere condizioni del Trecento. Si consolidarono attività tradizionali, ne nacquero di nuove.

Il Giubileo del 1400, generò una vigorosa rinascita dell’attività alberghiera locale. Grazie al copioso passaggio di pellegrini diretti a Roma, in Parma si contavano 38 osterie; lungo la via Claudia, 50. Anche la produzione laniera ebbe nuovo impulso. Nelle campagne si coltivò meno frumento e si diede più spazio alla pastorizia. Dallo statuto dell’arte della lana, rielaborato nel 1421, apprendiamo che gli artigiani locali esportavano nella sola Venezia quattromila panni l’anno; in città esistevano 300 telai e 800 mulinelli; l’intero settore dava lavoro a 600 persone.

Nel 1455, nel mondo si verificò qualcosa di grandioso: Giovanni Gütemberg stampò la prima opera, una Bibbia, con i suoi prodigiosi caratteri mobili. Era nato il libro moderno; e, con esso, la tipografia. Il mondo disponeva di un micidiale mezzo di diffusione della cultura, l’economia di una nuova industria. Parma, favorita dalla forte produzione cartaria locale, si schierò subito in prima linea nel dare impulso alla neonata attività.

Nel 1470, un suo figlio, Antonio Zarotto, fondò a Milano la prima tipografia italiana con caratteri mobili scolpiti da un italiano. Due anni dopo, Andrea Portilia, di Torino, stampò il primo libro nato in città: secondo alcuni, un’opera di Plutarco, il De liberis educandis; secondo altri, la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Nel ’73, si stabilì a Parma anche il tipografo di Lione Stefano Corallo, che pubblicò opere classiche e testi giuridici. Negli anni successivi, diversi parmigiani produssero lavori a stampa tra le mura e in giro per l’Italia.

Se il Quattrocento fu il secolo dell’artigianato di qualità, Parma seppe ben interpretare le tendenze dei tempi. In essa operavano orafi, cesellatori e medaglieri di eccelso valore. Le loro creazioni erano richieste dalle maggiori corti del tempo; lavorarono presso i più illustri Principi. Il vanto della città furono gli orologiai, tra cui spiccavano gli esponenti della famiglia Da Ramiano. Non si limitarono a realizzare i loro marchingegni di sofisticata ingegneria meccanica per i potenti della terra, ma diedero anche a Parma una meraviglia, per quei tempi, senza pari. Nel 1421, fu collocato sulla torre del Comune, sviluppo di quella realizzata nel tredicesimo secolo che, con i suoi 240 piedi di altezza, svettava sulla piazza Maggiore, un orologio con le fasi lunari, decorato da mastro Marchionne Toschi; lassù in alto, come per magia, un angelo usciva da una porticina al battere di ogni ora. I villani del contado e i pellegrini in viaggio verso Roma passavano intere giornate con il naso rivolto al cielo per assistere al nuovo, miracoloso modo di segnare lo scorrere del tempo.

L’aumento della produzione agricola, il rinvigorirsi degli scambi commerciali e la rinascita dell’artigianato non coincisero con un significativo miglioramento delle condizioni della gente comune. La ricchezza non era distribuita tra le classi sociali con equità. Nel quindicesimo secolo si aprì una forbice: i ricchi divennero più ricchi, i poveri più poveri. Dei dodicimila abitanti della città di Parma, solo uno su quindici poteva definirsi abbiente. Il proliferare della miseria è ben provato dal diffondersi della piaga dell’usura. Il numero delle persone che prestavano denaro ad interesse insopportabilmente alto crebbe con progressione geometrica. Elargivano crediti esosi gli ebrei, che il Comune e i Visconti costrinsero, prima, a marchiare i vestiti con una grande “O”, poi, a vivere fuori dalle mura; ma l’usura era praticata anche da alcuni mercanti locali.

La Chiesa si preoccupò del fenomeno, tanto che i Vescovi giunsero a proibire la sepoltura degli usurai in luoghi consacrati. Alcuni ordini religiosi fondarono i “monti di pietà” allo scopo di concedere prestiti al consumo e finanziare i piccoli artigiani. Il primo Monte di pietà cittadino, oggi “Banca del Monte”, la più antica banca locale, fu fondato da fra Bernardino da Feltre dell’ordine dei padri Minori osservanti, nel 1488. Con questo atto si produsse una rottura nel pensiero e nella tradizione cattolica, si gettarono le basi per una nuova politica economica con importanti connotazioni civiche e notevoli elementi solidaristici. Sui prestiti (solo se superiori a una lira) gravava un modestissimo interesse chiamato “denarino”: era il mini-obolo che garantiva la sopravvivenza alla creatura di Bernardino. Il Monte ebbe subito successo e, nel 1492, nei paraggi di piazza Grande, all’ombra di San Pietro, nacque la sua seconda filiale. Negli ultimi cinque secoli, l’istituto ha fatto registrare una crescita costante.

Pochi anni dopo l’iniziativa di Bernardino, Frate Andrea da Faenza istituì un “Monte delle biade”, dal quale i poveri potevano ricevere a prestito grano a condizioni di favore. Andrea da Faenza era un uomo dalla morale rigida. Voleva imporre alla città costumi severi. Intendeva che i parmigiani limitassero le spese nel vestire, abolissero le mascherate, causa di fatti licenziosi, e limitassero i balli. Non se ne fece nulla. Le sue prediche andarono a vuoto.

Con la condiscendenza degli ultimi Visconti, nel contado si formò un nuovo feudalesimo di campagna non più minacciato dal Comune. Ciò favorì, un po’ in tutta la provincia, il sorgere di sontuose rocche e castelli, che univano alla funzione militare quella di abitazione ricca e confortevole. Ne abbiamo un bell’esempio nei manieri realizzati da Pier Maria Rossi a Torrechiara e Roccabianca, da Guido Torelli a Montechiarugolo, dai Terzi a Sissa, dai Pallavicino nel loro piccolo Stato; tutte dimore degne di Principi del Rinascimento. Questo nuovo feudalesimo, tollerato dai duchi, assunse nei decenni uno straordinario vigore, al punto da generare all’ombra delle rocche forme di potere autonomo intollerabili da uno Stato moderno. I Signori locali si arrogarono prerogative, come quella di amministrare la giustizia sul proprio territorio, che rendevano il feudo una sorta di isola indipendente. Più tardi, i Farnese impiegarono più di un secolo per debellare questi fattori di disturbo del potere centrale.

I duchi di Milano ebbero sempre spiccata attenzione per le vie di trasporto. Se non furono tanto illuminati da realizzare un ponte sul Taro, ugualmente cercarono di mantenere vivi i collegamenti tra Parma e il Po attraverso i canali navigabili. Il Naviglio, a lungo impraticabile, venne riaperto nel 1422; nel 1463 fu dato incarico ad Aristotele Fioravanti, progettista del Cremlino di Mosca, di realizzare una via d’acqua tra Parma e Colorno.

 

Ottobono Terzi, Signore della guerra

Con la morte di Gian Galeazzo, avvenuta il 3 settembre 1402, il Ducato di Milano piombò nella più totale anarchia. Lo Stato fu diviso in due parti: una assegnata a Filippo Maria, e l’altra, comprendente Parma, a Giovanni Maria, primogenito di Gian Galeazzo. In realtà, i veri padroni della Lombardia erano i “Signori della guerra”. I grandi capitani di ventura italiani che, forti dei loro eserciti personali, alla fine del Trecento subentrarono ai mercenari stranieri nel servizio ai Principi. La fedeltà a chi li pagava era incerta e di breve durata; legata a un solo fattore: il denaro.

Tra i condottieri che si erano posti al servizio di Gian Galeazzo, molti dei quali originari di Parma, non regnava l’armonia. Già nei primi mesi del 1402, quando era ancora vivo il Conte di Virtù, le truppe di Ugolotto Biancardi e Ottobono Terzi, impegnate nella medesima guerra, si azzuffarono. Tra i soldati vi furono scontri sanguinosi e solo l’autorità del Principe poté far cessare il dissidio. Quando morì, i nodi vennero al pettine e i “generali” frantumarono il Ducato.

A Parma, la situazione era esplosiva. La politica viscontea aveva permesso l’affermarsi dell’aristocrazia su tutte le altre classi. I nobili delle grandi famiglie dominavano il contado dalle loro rocche ed estendevano il potere fino alla città. Tra le mura rinacquero le fazioni; i cittadini erano divisi in quattro “squadre” sempre in lotta fra loro in un continuo mutare di alleanze: quella dei Rossi, quella dei Pallavicino, quella dei Sanvitale e la Ducale, che faceva capo ai Da Correggio. L’azione dei clan era violenta, non erano rari i casi di omicidio e di aggressione: morti e feriti non si contavano. Spesso, una fazione assaltava i castelli dell’altra. Proprio in questi anni, tra Rossi e Pallavicino, nacque l’inimicizia che durò un secolo intero e provocò lutti e guerre non solo locali.

Tra i condottieri parmigiani al servizio dei Visconti, crebbe in modo rapido e smisurato la stella di Ottobono Terzi. Il capitano si mise in mostra presso il Duca Gian Galeazzo alla fine del Trecento, conquistando larghe fette di Umbria e Toscana. In seguito, diede prova di sottili capacità strategiche difendendo con perizia Brescia, assediata dalle truppe dell’imperatore Roberto il Bavaro calate in Italia con intenzioni ostili ai Visconti. Non pago di salvare la città, Ottobono sconfisse gli imperiali in diverse piccole battaglie, dissuadendo gli invasori dal proseguire nel piano di aggressione.

Spietato, sanguinario, avido di danari, ambizioso, nel 1402, alla morte di Gian Galeazzo, cominciò a scorrazzare con le sue truppe per il Ducato, seminando disordine e arraffando bottini. Nel luglio del 1403, i Visconti lo fecero commissario di Parma e Reggio in condominio con Jacopo Terzi. In quel periodo le due province emiliane erano obiettivo delle spedizioni disastrose operate dagli eserciti della coalizione anti ducale voluta dal Papa e da Firenze. Il contado era tutto un pullulare di scontri. In particolare, la squadra dei Rossi si alleò con il Pontefice e con la città toscana; i suoi uomini si scontravano duramente con le altre fazioni.

In questa confusa situazione, Ottobono maturò il proposito di imporre la sua Signoria personale su Parma e Reggio. Per riuscire nell’intento usò le tre armi che meglio sapeva maneggiare: forza, astuzia, diplomazia. Dopo aver combattuto per mesi contro gli uomini di Pietro Rossi, nel novembre del 1403, con cinismo, abbandonò il campo visconteo Ghibellino e si alleò con il capo squadra nemico. Nel marzo del 1404, Pietro e Ottobono si impossessarono militarmente di Parma nel nome del Guelfismo. Come primo atto, cacciarono dalla città i Correggesi. Dopo un solo mese, in aprile, Terzi tolse la maschera e allontanò anche i Rossi dal potere. Ne nacque una guerra civile che insanguinò a lungo le strade della città. Alla fine, Ottobono affermò la sua Signoria e allargò il dominio fino a Reggio Emilia. La dittatura durò cinque anni, per finire nel 1409. Folle di potere, compì atti di crudeltà inaudita. Un esempio per tutti: per vendicare la morte di un suo paggio che gli era molto caro, fece uccidere centosettanta partigiani dei Rossi, li volle tagliati a pezzi e li fece mandare con dei carri nel campo nemico. 

Il “Signore della guerra” non si accontentò di governare sulle due province emiliane. In diverse circostanze, approfittò della propria potenza militare per impadronirsi di ricchi bottini. Nel 1407, marciò su Milano con un poderoso esercito. Sconfisse le milizie di Facino Cane, capitano che aveva a lungo militato al suo fianco sotto i Visconti, e conquistò la città. Ne minacciò la distruzione e pretese il pagamento di una grossa taglia per desistere dallo scellerato proposito. L’arroganza di Ottobono Terzi non era certo gradita alle Signorie del Nord. Gonzaga ed Estensi cominciarono un intenso lavoro diplomatico per isolarlo e ridurne l’esuberanza.

Nel 1409, per Ottobono venne il momento della resa dei conti. Invitato da Nicolò III d’Este ad un summit politico a Valverde di Rubiera, fu strozzato dal celebre capitano di ventura Muzio Attendolo Sforza, mentre il Signore di Ferrara assisteva impassibile. Il cadavere fu orrendamente mutilato ed esposto, ridotto in quarti, sulle porte di Modena.

Parma e Reggio passarono sotto il controllo degli Estensi e vi restarono per undici anni. I cronisti ricordano il dominio di Nicolò come un periodo fortunato. Il nuovo Principe fece rientrare i fuoriusciti e, rispetto ai Visconti, governò con mitezza. Allentò la morsa fiscale e consentì la rinascita dello Studium cittadino, che visse un momento di fulgore tra il 1412 e il 1420. Risale a questa parentesi di gloria il varo degli importanti statuti della Scuola superiore parmense che in gran parte sono giunti fino a noi, e ci permettono di penetrare i segreti del mondo accademico del tempo. Per qualche anno la città tirò il fiato.

 

Il ritorno dei Visconti

Nel 1412 morì Giovanni Maria Visconti. Il Ducato di Milano tornò unito sotto la guida di un unico Principe: Filippo Maria. A lui, cupo, crudele, astuto, diffidente, sleale, maniaco dell’astrologia, toccò in eredità il compito di restituire prestigio allo Stato e alla famiglia. Aiutato da uomini di governo e capitani di grande valore, iniziò l’opera di restaurazione. Tra i principali collaboratori ebbe Guido Torelli, investito del feudo di Montechiarugolo nel 1404, Niccolò Piccinino, Francesco Sforza, Niccolò Guerriero Terzi e Pietro Rossi.

Rimasto solo al potere, il Duca cominciò la riorganizzazione dello Stato e dell’esercito. Nel 1417 riconquistò Piacenza e, nello stesso anno, appoggiato da Orlando Pallavicino il “Magnifico”, Signore di un vasto territorio a cavallo tra le due province, cominciò a molestare Parma. Lavorò ai fianchi Niccolò d’Este con una serie di operazioni militari disastrose per il contado. Il Principe ferrarese, sfinito dalle continue battaglie e ormai certo della superiorità militare di Filippo Maria, nel 1420, vendette Parma ai Visconti. Secondo il vecchio copione, l’ingresso del Duca in città fu accompagnato dall’esultanza popolare. I cittadini ben volentieri abbandonavano il giogo degli estensi, senza sapere su che bracia stavano cadendo.

Il pentimento per gli sbocchi di gioia fu repentino. Il Principe rinnovò la politica dei suoi avi. Per prima cosa, nel 1420, ordinò che i suoi sudditi non potessero frequentare lo Studium, che tanto infastidiva quello di Pavia. In pratica, il provvedimento equivaleva alla chiusura. Reintrodusse il vecchio sistema fiscale fatto di tasse, gabelle, prestiti forzosi, taglie. I funzionari milanesi erano sanguisughe corrotte e insaziabili.

Con l’ascesa del nuovo Principe, il Ducato si ritrovò sprofondato in una serie interminabile di guerre, che causarono morte e distruzione anche nel Parmense. I vicini dei Visconti non potevano tollerare la politica imperialista di Filippo Maria. Venezia e Firenze condussero contro di lui lotte sanguinose. Nel 1427, in occasione di una di queste spedizioni militari nemiche, i parmigiani fecero la loro conoscenza con un’arma nuova: i terribili schioppetti dei soldati della Serenissima, antenati dei moderni fucili. Nelle guerre contro i Visconti, la Repubblica marinara spostava i propri soldati servendosi del “bucintoro”, un’imbarcazione a remi e senza vele particolarmente adatta alla navigazione fluviale. Nel 1431, la flotta veneta trasportò dalla laguna al Po, fino ai porti parmensi, 24 mila uomini tra fanti e cavalieri. Il Grande Fiume era divenuto la “via degli eserciti” e le terre rivierasche subirono danni incalcolabili. Il periodo compreso tra il 1423 e la morte di Filippo Maria, avvenuta nel 1447, fu, per il Ducato, un lungo momento di guerra intervallato da brevi attimi di pace. Di questi conflitti Parma pagò le spese, ma da essi non trasse mai vantaggi.

 

Drammi e ombre del Quattrocento

Non furono i fatti d’arme le uniche tragedie del Quattrocento. La città ebbe altre angustie. Prima fra tutte la peste: il terribile morbo, nel ’10, uccise un abitante su quattro. Si ripresentò con minor virulenza, ma sempre mietendo numerose vittime, nel ’23, nel ’28, nel ’50, anno di Giubileo, e nell’84. Nel 1414, ci fu una piena della Parma e nel ’38 un forte terremoto. Nel 1480, ricomparvero le locuste, che divorarono i raccolti.

Due singolari problemi irrisolti furono i lupi e i maiali. Ne danno testimonianza i documenti pubblici e la produzione legislativa. Branchi di belve affamate, pericolose per le mandrie e per l’uomo, correvano le campagne. Le autorità municipali, per ridurre il pericolo, istituirono forti taglie. Premi in denaro venivano concessi a chiunque potesse dimostrare di avere abbattuto un lupo. La città, invece, aveva un elemento di disdoro nella gran quantità di scrofe e maiali liberi di grufolare per le strade. Più volte i duchi intervennero con minacciose grida per far cessare il malcostume, ma non raggiunsero mai l’obiettivo. I suini restarono a lungo padroni del campo.

Vasta fu anche la produzione di leggi contro la bestemmia. Nel corso del quindicesimo secolo, vennero introdotte pesanti sanzioni per chi si abbandonava a questo vizio; non devono aver ottenuto grandi risultati se, nel Cinquecento, vediamo ancora la municipalità intervenire in materia. Numerose anche le grida contro gli atti violenti, le baratterie e le frodi. Nonostante la vasta produzione legislativa, l’uso dei tempi voleva che i delitti dei ricchi e dei potenti restassero impuniti, si trattasse pure di omicidi e ferimenti. Alla fine una multa sanava tutto.

Il dramma più grande del secolo fu l’impoverimento dei contadini, le cui condizioni, durante il Quattrocento, si fecero ancor più misere che in passato. Dopo la sfortunata rivolta operata dai villani parmensi nel 1385, repressa nel sangue dai Visconti, le cose, per i lavoratori della terra, andarono sempre peggiorando. I provvedimenti ducali ci lasciano intendere che era in corso una fuga ininterrotta dai castelli e dalle corti di campagna. Per frenare l’emorragia, i magistrati stabilirono che gli abitanti dei centri che si andavano maggiormente spopolando godessero di forti esenzioni fiscali. Fu inutile: in un secolo la popolazione del contado dimezzò. Povertà, peste, scorribande di squadre armate, carestie, lupi e locuste erano più forti delle leggi del Duca.

 

I microstati nel contado

Un fenomeno caratteristico del secolo fu il formarsi nel Ducato di Milano e, in particolare, nel Parmense, di “microstati” interni al dominio sforzesco. Nel Trecento, molti influenti Signori del contado avevano mantenuto il potere giurisdizionale e fiscale. Amministravano la giustizia ed esigevano imposte. Luchino e i suoi eredi vedevano la cosa di malocchio, ma sopportavano. La loro macchina di governo era disorganizzata. Non riuscivano ad accentrare, vaste fette di territorio sfuggivano al controllo. Un braccio di ferro con i “Signori rurali” avrebbe potuto essere perdente. Temevano l’inimicizia della classe aristocratica.

Per porre termine all’incresciosa realtà di queste specialissime autonomie locali, scelsero la via più breve: legalizzarono le situazioni di fatto ormai insanabili. Fu così che, a inizio Quattrocento, i Duchi di Milano diedero il via a un nuovo feudalesimo. Investirono i maggiori “vassalli” parmigiani dei territori su cui già esercitavano la giurisdizione, rinunciando a parte dei propri diritti, ma stabilizzando in modo indolore una situazione mal definita e fluida. Precisarono l’essenza di poteri ambigui nati dall’arbitrio e appagarono le esigenze di una categoria sociale di primo piano nell’assetto politico del tempo.

La prima investitura fu quella di Guido Torelli, fatto Signore di Montechiarugolo nel 1406. Nel 1407, furono assegnate Castelbelforte e Fontanellato ai Sanvitale. Nel 1440, fu la volta dei Terzi, che furono infeudati di Sissa, Torricella e Belvedere. Tre anni dopo, Calestano e Marzolara vennero assegnati ai Fieschi, che, in verità, vantavano già diritti su quei luoghi in virtù di un “privilegio” dell’imperatore Enrico VII. Procedendo di questo passo, a fine Quattrocento, il potere della nobiltà locale sottraeva alla giurisdizione della città di Parma tre quarti del territorio, ma l’autorità ducale, almeno formalmente, era salva. In questi microstati i sudditi dovevano obbedienza ai propri Signori, erano tenuti a prelevare il sale da loro ogni mese, pagavano “Herbatico e ghiandatico”, prendevano le armi e prestavano servizio quando il feudatario lo richiedeva. Gli aristocratici emiliani erano, di fatto, tra i più potenti e ricchi d’Europa. Costruirono sontuosi castelli, diedero ambiziose sistemazioni urbanistiche ai centri su cui governavano, si fecero committenti di artisti celebrati per abbellire le loro residenze, sponsorizzarono la cultura umanistica.

 

Francesco Sforza

 Se un uomo può essere indicato come figura simbolo dell’Italia del secolo quindicesimo, questi è Francesco Sforza, il capitano di ventura, che, con l’appoggio del proprio esercito, si impose ai suoi padroni e divenne Duca. Figlio di Muzio Attendolo, guerriero mercenario romagnolo, nacque nel 1401 a San Miniato. Giovanissimo, seguì le orme paterne. Nel 1424, durante la guerra con gli Aragonesi, un talent scout di eccezione, Guido Torelli, Signore di Montechiarugolo, ne scoprì le eccelse qualità di stratega. Lo segnalò a Filippo Maria Visconti e il Duca volle Francesco ai suoi ordini. Tra i due si instaurò un burrascoso rapporto, fatto di brevi amori e lunghi odi. Provvisorie alleanze, inimicizie prolungate. Aiuti reciproci e tradimenti clamorosi. Nel 1427, proprio il sospetto di un tradimento da parte del giovane Sforza spinse il Duca a cacciarlo da Milano. Il guerriero, bello, coraggioso, scaltro e loquace, non si scoraggiò, intraprendendo audaci imprese. Occupò la Marca e il Papa Eugenio, Signore di quella terra, lo nominò Gonfaloniere della Chiesa: non per stima, ma per paura.

Nel ’37, Francesco disponeva di un esercito di seimila uomini. Spostando il suo appoggio da un Principe all’altro, poteva cambiare le sorti di qualsiasi guerra. è per questo che Filippo Maria, vigliacco quanto lo Sforza era coraggioso, volle farselo di nuovo amico. Nel 1441, giunse al punto di dargli in moglie la figlia Bianca, con una dote eccezionale: le città di Cremona e Pontremoli.

Il vincolo di parentela non migliorò molto i rapporti tra i due. Il Visconti diffidava di Francesco. La forza, il coraggio, l’intelligenza del genero gli incutevano terrore. Lo voleva accanto a sé quando il Ducato era in pericolo; lo allontanava quando si sentiva al sicuro dai nemici esterni, Venezia e Firenze su tutti. Ogni volta che Filippo Maria desiderava riavere lo Sforza al suo fianco, gli donava nuove città. Invero, lo odiò sempre e, alla sua morte, lasciò erede del Ducato Alfonso di Aragona.

Questo non bastò a domare il “Signore della guerra”; grazie alla potenza dell’esercito, all’intelligenza e all’abilità diplomatica, nella primavera del 1450, dopo tre anni di lotte, divenne Duca di Milano. La sua politica fu molto diversa da quella dei Visconti. Proprio Francesco, soldato di professione, ridiede pace allo Stato. Nel 1454 stipulò con Venezia e Firenze il Trattato di Lodi, che consentì ai tre belligeranti perpetui di deporre le armi.

In Italia prendeva il via la “politica di equilibrio”, che ebbe i Medici come grandi fautori.

La fine delle guerre permise a Francesco di allentare la pressione fiscale sulle città; anche Parma ne trasse giovamento. Il Principe punì sempre con rigore i gabellieri disonesti, che angariavano ingiustamente le popolazioni del Ducato e per questo fu amato dal popolo, quanto meno, molto più amato dei Visconti. Nella sua corte ebbero grande prestigio Pier Maria Rossi, Cristoforo Torelli e Sagramoro da Parma. Tra i condottieri più ascoltati, Roberto Sanseverino, che, a ricompensa della propria fedeltà, nel 1458 ottenne l’investitura nel feudo di Colorno.

Quando, l’8 marzo 1466, Francesco Sforza morì, vittima di un attacco di idropisia, fu pianto dai sudditi con sincerità.

 

Parma tenta di tornare indipendente

 Alla morte di Filippo Maria Visconti, il 13 agosto 1447, il popolo di Parma ingaggiò, invano, un duro braccio di ferro con la storia. La collettività, approfittando dell’incerta situazione istituzionale del Ducato, cercò di riacquistare la libertà e di far rinascere il Comune. Non era più il tempo delle polis, quanto dei Prìncipi e dei Signori. E così, dopo meno di due anni, il nobile tentativo fallì.

Appena diffusa la notizia del decesso del Duca, Milano, Parma e la piccola Fidenza, decisero di rendersi indipendenti, dandosi una “costituzione” di tipo comunale. Come prima mossa, stipularono una stretta alleanza con l’impegno di scambiarsi tempestivamente ogni informazione in materia politica e militare. Francesco Sforza, che ambiva a riunire tutto il Ducato sotto la sua guida, ben sapendo di non avere ancora i mezzi sufficienti per realizzare il progetto, mostrò (era una finta) simpatia per il tentativo libertario di Parma e Fidenza.

La città si munì di un esercito. Scritturò le truppe mercenarie di Taliano Furlano e le fece entrare tra le mura, che correvano ancora lungo il percorso del tredicesimo secolo. Mentre la maggior parte della collettività profondeva tutte le energie possibili per far rivivere la Repubblica, le solite “grandi famiglie” davano vita ai loro squallidi giochi di potere. I Sanvitale e i Terzi volevano consegnare la città agli Estensi, i Rossi erano per l’adesione al Ducato di Milano, guidato da Francesco Sforza. Una terza potenza aveva mire di supremazia su Parma: Venezia, i cui soldati, durante le guerre con i Visconti avevano più volte risalito il Po.

Adottando la politica del “bastone e della carota”, fatta di atti minacciosi alternati a manifestazioni di simpatia, la spuntò Francesco, appoggiato dal fido alleato Pier Maria Rossi. Nel dicembre del ’48, Alessandro Sforza, fratello del futuro Duca, condusse le truppe a Felino, feudo rossiano, con il chiaro intento di attaccare Parma. Il 16 gennaio del ’49, il condottiero, consigliato da Pier Maria, marciò verso la città. Vinse in battaglia l’esercito del Comune, ma non infierì. Gli fu sufficiente dimostrare che aveva la forza necessaria per impossessarsi della preda. Il 20, Borgo San Donnino, spaventata dalla determinazione degli sforzeschi, dopo essersi consultata più volte con il Comune di Parma, si diede al nemico, che concesse una resa molto onorevole. Crisopoli nicchiò per un mese; poi, il 16 febbraio, cedette alla forza di Francesco, in cambio di un ottimo capitolato. Il sogno di libertà era durato diciotto mesi.

 

Da Galeazzo Maria a Gian Galeazzo

 Alla morte di Francesco, nel 1466, il Ducato di Milano passò nelle mani di suo figlio, Galeazzo Maria Sforza. Il rampollo, in un primo momento, si occupò solo di cose militari e lasciò l’amministrazione civile nelle mani della madre, Bianca Visconti. Era molto ambizioso e volle presto liberarsi di un’ingombrante presenza, accantonando Bianca e prendendo in mano le redini del governo.

Quanto il padre era equo, tanto il figlio era sregolato. Ridestò nei sudditi il ricordo di Barnabò e Filippo Maria. Spendaccione e dissoluto, lo “Sforzino” organizzava feste grandiose e, al minimo pretesto, insieme alla moglie, la bellissima “Bona di Savoia”, visitava i Principi italiani con smodato seguito di cortei, degni di un satrapo orientale. Causò la lievitazione delle spese della Camera ducale e, per farvi fronte, ricorse al metodo-Visconti: tasse e gabelle da far pagare alle città satellite. Parma, per esempio.

Galeazzo Maria ereditò dal padre la passione per l’arte militare, ma non il coraggio: approntò grandi eserciti e progettò spedizioni audaci; gli mancò sempre il cuore necessario per passare alle vie di fatto, o l’umiltà di affidarsi ai capitani di ventura. Trattava i sudditi con disprezzo e alterigia, e il difettuccio, alla fine, gli fu fatale: in gioventù, ebbe come maestro Cola Montano. Il pedagogo, per temprarne il carattere, lo trattò con durezza. Divenuto Duca, lo Sforzino si vendicò, infliggendo al vegliardo ogni forma di umiliazione. Girolamo Olgiati, Gian Andrea Lampugnano e Carlo Visconti, anch’essi allievi di Cola Montano, per liberare l’antico insegnante (e lo Stato) dalle intemperanza del tiranno, lo uccisero, tendendogli un agguato la notte di Santo Stefano del 1476. La successione al prodigo Galeazzo aprì una lotta sorda e disperata che ebbe su Parma conseguenze tragiche. Prima di parlarne, vale la pena di ricordare un merito del Duca dissoluto. I suoi predecessori dimostrarono sempre malanimo nei confronti degli ebrei. Giunsero fino ad imporre che portassero una grande “O” cucita sui vestiti. Fu proprio il bizzoso figlio di Francesco Sforza a rimediare al torto paterno, ponendo fine all’uso incivile e sospendendo altre umilianti restrizioni antisemite.

 

La guerra dei Rossi

 La successione a Galeazzo Maria divise il Ducato di Milano, Parma e l’Italia in due partiti contrapposti: la fazione di Bona di Savoia-Sforza e del potente ministro Cicco Simonetta, contro quella di Lodovico Sforza, detto il Moro. Entrambi si disputavano la tutela di Gian Galeazzo, lo sfortunato figlio ed erede del defunto Duca.

Con Bona e Cicco, si schierarono Pier Maria Rossi e il suo clan, Firenze, Venezia, i Gonzaga e gli Estensi. Con il Moro, le tre squadre (Sanvitale, Correggesi, Pallavicino) e gli Aragonesi, padroni del Sud Italia. La prima mossa toccò a Simonetta, che affidò l’erede alle cure della madre, senza che lo zio Lodovico e i suoi fratelli formulassero clamorose proteste. A Parma, i contrasti scoppiarono prima che a Milano. Dopo mesi di scaramucce, il 2 marzo del 1477, “le tre famiglie unite” passarono all’attacco. Correggesi, Sanvitale e Pallavicino devastarono e distrussero le case dei Rossi e dei loro alleati. Rubarono ogni cosa, infliggendo ai nemici un danno incalcolabile. Nacque una faida senza fine, che avrebbe portato, di lì a pochi anni, alla guerra civile.

In maggio, gli oppositori vennero allo scoperto anche a Milano. Roberto Sanseverino, Signore di Colorno, d’intesa con Lodovico Sforza e i suoi fratelli, organizzò un complotto per uccidere Bona e Cicco Simonetta. L’obiettivo era quello di portare il Moro alla guida dello Stato e fare di Roberto il Signore di Parma. La trama venne scoperta: Lodovico fu esiliato e il Sanseverino, condannato a morte, si salvò con la fuga. Entrambi, negli anni ’78 e ’79, condussero una guerra di logoramento contro il Ducato insidiandone di continuo i confini con l’aiuto dei genovesi. In parallelo, stesero una fitta rete di trame sulla città di Milano, servendosi degli amici rimasti in patria. 

La Duchessa premiò la fedeltà di Pier Maria Rossi, nominandolo suo primo consigliere. Nello stesso tempo, ordinò alle tre squadre di risarcire al clan i danni arrecati nella notte del 2 marzo ’77. Un ordine che Pallavicino, Da Correggio e Sanvitale rifiutarono sempre di eseguire. Anzi, a Parma continuarono gli scontri tra le fazioni, con il solito codazzo di morti e feriti.

Nel 1479, il golpe. Il peso del partito del Moro e di Roberto Sanseverino era cresciuto di giorno in giorno e Bona fu costretta a imprigionare Cicco Simonetta, perdonare Lodovico e nominarlo governatore del Ducato. Poco dopo, essa stessa venne imprigionata e il Moro assunse la tutela del nipote, quindi, il potere. Ora era lui il padrone dello Stato. Gian Galeazzo fu per tutta la vita un ostaggio nelle mani dello zio. Il colpo di Stato significava pure la rovina per la squadra di Pier Maria Rossi. In città, tra l’ottobre e il novembre del ’79 i membri del clan furono di nuovo vittime di aggressioni violente e dovettero rifugiarsi nei castelli del contado.

A Parma, sotto forma di provocazioni e piccole scaramucce, gli attriti continuarono per due anni. Nel 1482, scoppiò quella che viene chiamata “la guerra dei Rossi”. Pier Maria, forte dell’appoggio di Venezia, non si piegò mai al Moro; Pallavicino Pallavicini, il nemico di sempre, riuscì a convincere Lodovico a passare all’azione per piegare la resistenza dei ribelli. Il 3 maggio, l’esercito ducale marciò su Noceto, feudo dei Rossi. Il castello fu colpito da 300 proiettili di bombarda ed espugnato. Gli uomini di Pier Maria, sempre sostenuti dalla Serenissima, si vendicarono con continue scorribande nel contado e attaccando ripetutamente le mura di Parma, dalla quale erano fuggiti tutti i loro partigiani.

Il 25 luglio 1483, cadde un altro bastione rossiano: il castello di Roccabianca. In settembre, Pier Maria, vecchio e malato, morì. Il figlio Guido, fiero come il padre, proseguì la lotta rinchiudendosi nel castello di San Secondo. Poche settimane dopo la scomparsa del genitore, di fronte alla superiorità del nemico e alle onorevoli proposte di resa dei ducali, che promettevano il perdono e la salvaguardia dei beni, il capoclan dei Rossi si arrese. Le due parti stipularono una fragile pace, che non raggiunse certo lo scopo di rasserenare le quattro squadre. Roccabianca fu donata ai Pallavicino.

Nel 1483 divampò una nuova guerra tra Guido e le tre famiglie. Le rocche dei Rossi furono tutte espugnate e il figlio di Pier Maria dovette fuggire a Genova. Da lì passò a Venezia, dove ottenne il comando dell’esercito della Serenissima. A Parma, la famiglia, per anni, scomparve dalla geografia del potere. è impossibile fare una stima dei danni che lo scontro tra le squadre causò alla città e al contado, l’economia locale, in particolare il settore agricolo, ne uscì massacrata. I Rossi furono battuti, ma le tre squadre non ebbero un gran premio: profusero tutte le loro energie solo per esaltare la causa di Lodovico il Moro. Parma usciva in ogni caso sconfitta.

 

Pier Maria, Signore del Rinascimento

 Pier Maria Rossi fu una delle figure più affascinanti del primo Rinascimento italiano. Un guerriero, ma anche uno statista colto e raffinato, aperto al nuovo che avanzava.

Nacque nel 1413, a Berceto, vecchio feudo di famiglia. Giovanissimo, militò nell’esercito del Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, e divenne amico del più valoroso capitano del Quattrocento: Francesco Sforza. Nel 1430, sposò la figlia di Guido Torelli da Montechiarugolo, influente più di ogni altro tra i membri della corte milanese. Fu un matrimonio di interesse e Pier Maria non amò mai la moglie. Quando, nel 1447, morì il Duca, l’ambizioso miles parmigiano si schierò con intelligenza e contribuì in modo determinante all’ascesa di Francesco. Con le armi e con l’oratoria, spinse Parma a darsi al nuovo Signore e, nel momento in cui − era il 1450 − lo Sforza partì alla conquista di Milano, lasciò i propri figli in custodia a Pier Maria. Era un segno di amicizia e fiducia. Fino alla pace di Lodi, del 1454, il capo del clan dei Rossi fu sempre al fianco del nuovo Duca in tutte le guerre vittoriose. Francesco ricompensò con generosità i servigi ricevuti. La potenza e la ricchezza dell’insigne famiglia parmigiana crescevano di giorno in giorno.

Pier Maria non fu solo un valente uomo d’arme. Anzi, diede il meglio di sé in tempo di pace. Aritmetico valente e abile nelle lettere, parlava con disinvoltura il francese e lo spagnolo. Protesse artisti e letterati, lasciando a Parma maestose architetture, che ne testimoniano il gusto raffinato e la modernità.

Innamorato teneramente di Bianchina Pellegrini, moglie del cavaliere Melchiorre di Arluno, nel 1448, ordinò la costruzione del castello di Torrechiara, che durò dodici anni. All’interno del maniero fece realizzare la splendida “camera d’oro”, testimone degli amori tra il valoroso feudatario e la sua bella. Fece erigere anche la magnifica rocca di San Secondo e riorganizzò la struttura urbanistica del paese secondo i più moderni criteri rinascimentali. Ripristinò gli antichi bagni termali di Lesignano e fondò il convento di Torrechiara. Romantico e appassionato, volle dare all’amante un’altra grande prova di affetto: per lei fece costruire il maniero di Roccabianca, che prese il nome dalla sua diletta.

Dopo anni vissuti a Parma alla maniera dei Principi del Rinascimento, venne il momento delle disgrazie. L’assassinio del Duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, fu, per i Rossi, l’inizio della fine. Il capoclan si schierò con Bona e Cicco Simonetta, contro Lodovico Sforza. Il prevalere del Moro causò la drammatica caduta della famiglia. Il nuovo Signore, i Pallavicino, i Da Correggio e i Sanvitale ingaggiarono contro Pier Maria una vera e propria guerra, che azzerò il ruolo dei Rossi all’interno dello Stato. La morte, sopravvenuta il primo settembre 1482, risparmiò al valoroso Signore lo spettacolo della fine di un sogno di potere. Il tramonto del clan fu malinconico: i feudi di Berceto, Felino, San Secondo, Torrechiara, Corniglio, Noceto e Roccabianca, rischiavano di cadere nelle mani dei nemici.

 

Lodovico il Moro e la Battaglia di Fornovo

 Alla fine del quindicesimo secolo, Parma restava parte integrante del Ducato di Milano. Lo Stato lombardo era formalmente nelle mani di Gian Galeazzo Sforza; in realtà, lo zio Lodovico teneva tutte le leve del potere e si comportava come un despota. Il Moro era padrone assoluto della situazione interna, ma, fuori dai confini, si vedeva minacciato da Ferdinando di Aragona, re di Napoli. Gian Galeazzo, nel 1488, aveva sposato Isabella, figlia dell’Aragonese. Quest’ultimo non gradiva che il genero fosse impossibilitato a esercitare le funzioni di Duca; il Moro temeva, forse a ragione, che dalla Campania il re mirasse a ribaltare la situazione milanese, riportando il potere nelle mani del suo legittimo titolare.

Fedele al comandamento secondo il quale la miglior difesa è l’attacco, nel 1493, l’usurpatore coalizzò il Papa Alessandro VI Borgia, Venezia, i Gonzaga di Mantova e gli Estensi di Ferrara in una alleanza ostile a Ferdinando. Fece di più, mandò in Francia alcuni ambasciatori, tra cui Gianfrancesco Sanseverino, Signore di Colorno, per convincere Carlo VIII a scendere in Italia e prendersi il regno di Napoli. Col senno di poi, un gesto scellerato. Il Moro chiamava una potenza straniera a farsi arbitra degli equilibri nazionali e, allo stesso tempo, mostrava all’Europa quanto fossero deboli e divisi gli Stati italiani dopo la morte di Lorenzo il Magnifico. Molti hanno attribuito a Lodovico le disgrazie che piombarono sul Paese dal Cinquecento in avanti; in vero, è facile supporre che Spagna e Francia avrebbero scoperto anche senza il suo aiuto una preda tanto facile e ricca.

Nel 1494, dopo la morte di Gian Galeazzo, re Carlo cedette alle pressioni dello Sforza e scese in Italia con un esercito di 18 mila uomini, in gran parte mercenari svizzeri e tedeschi. Gianfrancesco Sanseverino radunò nel Parmense un’ingente quantità di truppe per dare manforte ai Francesi. Il sostentamento dei soldati diede molti problemi alla popolazione locale.

I Prìncipi italiani vedevano di buon occhio la calata dello straniero, specialmente Papa Borgia, che sperava in un aiuto per il figlio Cesare, detto “il Valentino”. Alessandro VI voleva creare per lui uno stato, e confidava nella benevolenza di Carlo. Invece, il re scorrazzò per l’Italia con una sola cura: l’interesse personale. Dicendosi successore degli Angioini, il francese occupò Napoli: i Prìncipi, tra i quali nessuno aveva ricevuto benefici dal monarca, si resero conto troppo tardi del pericolo e, nel 1495, nacque una Lega avversa a Carlo VIII, sostenuta dal Moro, dalla Spagna, da Venezia e dall’Imperatore. Il comando dell’esercito della Lega toccò a Francesco Gonzaga.

Temendo di vedersi chiusa la via del ritorno, senza indugio, il re decise di risalire la Penisola. Le truppe alleate, desiderose di scontrarsi con il nemico, lo attesero a Fornovo, dove, il 6 luglio del 1495, ebbe luogo la celebre battaglia. Su questo episodio si sono versati fiumi di inchiostro, qualcuno volle dipingerlo come una grande vittoria italiana. A dire il vero, non era schierato nessun esercito “nazionale” e non vi fu vera vittoria. L’“epica pugna” durò soltanto un’ora, e i diecimila soldati del re gallo (tanti ne erano rimasti al suo seguito) non furono sconfitti. Dei quattromila morti, la gran parte erano combattenti della Lega. Francesco Gonzaga, benché favorito dalla disposizione in campo delle truppe, non riuscì a far muovere la riserva guidata dallo zio Rodolfo, morto in battaglia; i suoi “stradiotti”, indolenti mercenari greco-albanesi, anziché attaccare il nemico scendendo a sorpresa dalle colline, assetati di bottino, piombarono sui bagagli dei francesi, depredandoli con avidità; infine, quando le truppe di Carlo si diedero alla fuga, nessuno le inseguì. Francesco Guicciardini, storico acuto, circa il fatto d’arme di Fornovo lasciò scritto: “[...] il consentimento universale aggiudicò la palma a’ franzesi: per il numero de’ morti tanto differente, e perché scacciarono gl’inimici di là dal fiume, e perché restò loro libero il passare innanzi, che era la contenzione per la quale proceduto si era al combattere”. In effetti, Carlo VIII ebbe sgombra la strada per tornare nel suo regno.

 

Parma in mano ai Francesi

 Con la discesa di Carlo VIII la strada per l’Italia era riaperta. Da quel momento la massima ambizione dei re di Francia e di Spagna fu quella di dividersi le spoglie dello “stivale”, ricco e senza difese. Il primo a seguire le orme di Carlo fu l’immediato successore, Luigi XII, Duca di Orléans, suo cugino, che, come discendente di Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo, conte di Virtù, vantava diritti di successione sul Ducato di Milano; quindi, su Parma. Divenuto re il 7 aprile del 1498, Luigi, appoggiato da Papa Alessandro VI, da Venezia, dai Savoia e dai marchesi del Monferrato, tutti ostili al Moro, affidò a Gian Giacomo Trivulzio il compito di preparare una spedizione militare.

Il condottiero lombardo, che aveva già servito sia Lodovico Sforza che gli Aragonesi, in poco tempo fu pronto all’azione. Nell’agosto del ’99, le principali fortezze del Ducato erano già cadute in mano francese. Il 6 ottobre, debellato da Trivulzio l’esercito del Moro, Luigi XII entrò in Milano. Parma, con gran tempismo, si era già data ai Francesi nel mese di settembre. Il cambio di padrone fu assai festeggiato dalla città, ignara di quanto l’aspettava.

Il re ricompensò Trivulzio facendolo governatore del Ducato lombardo. La parentesi di potere del condottiero durò poco: nel febbraio del ’500, i Ghibellini (così si chiamava la fazione favorevole al Moro) si ribellarono ai Guelfi (il partito filo francese) e li cacciarono da Milano, governatore compreso. Lodovico Sforza tornò Signore della città e dello Stato. Ancora una volta, il popolo di Parma fece grandi feste e diede segni di esultanza per il cambiamento. Il Moro, con l’apporto di numerosi mercenari svizzeri, ricostruì l’esercito, intenzionato a vincere le truppe del re. Il 5 aprile, al momento della battaglia decisiva, che si combatté a Novara, fu tradito proprio dai masnadieri elvetici, che rinunciarono a combattere in sua difesa. Luigi XII vinse e fece prigioniero lo Sforza. Lo sconfitto fu tradotto in Francia, dove, nel 1508, morì in cattività. Ebbe il tempo di pentirsi amaramente di avere insegnato ai sovrani d’Oltralpe la via italiana.

L’11 aprile del 1500, Parma, questa volta senza grandi manifestazioni di giubilo, espose di nuovo le bandiere dei vincitori: non bastò a rabbonire i Francesi che condannarono la città a pagare l’iperbolica multa di quarantamila scudi. L’esercito di Luigi corse per tutto il contado, ovunque saccheggiando e portando rovine. Il castello di Montechiarugolo, tenuto da Signori di parte ghibellina, i Torelli, fu assediato, e preso. Tra i pochi che ebbero benefici dalla vittoria francese, il clan dei Rossi, ora capeggiato da Troilo I. Il boss Guelfo ottenne dal re la restituzione dei feudi di Berceto, San Secondo, Torrechiara, Felino e Corniglio. I torti subiti dal Moro erano riparati. Borgo San Donnino fu data ai Pallavicino, Torricella e Fognano ai Simonetta.

I Francesi restarono padroni incontrastati del Ducato di Milano fino al 1512. Parma visse anni terribili. Il peso del fisco si fece, se possibile, più forte che sotto il dominio di Lodovico Sforza e la città fu umiliata dalla continua presenza dell’esercito straniero. Sulle famiglie gravava l’onere di ospitare i soldati, fornendoli di vitto e alloggio. I militari trattavano la popolazione con strafottenza, imponendo su tutti la legge della forza. I maschi erano soggetti a ogni genere di angherie, le donne violentate con sistematico scrupolo. Non a caso, in questi dodici anni, il numero dei figli illegittimi abbandonati alle cure dell’ospedale Rodolfo Tanzi crebbe in misura impressionante. A testimonianza della corruzione dei tempi, Gian Andrea Tarasconi e Ambrogio da Milano, incaricati dai Francesi di riscuotere le tasse, trovarono modo di rubare ai sudditi una somma stimata pari a quella dell’imposta e si fecero ricchi. Il popolo parmigiano, incapace di spezzare la rete di complicità che proteggeva i due malversatori, si consolava recitando irridenti sonetti:

 

Zan Andrea Tarascon

se ha fato un bel rubon

a le spese del tajon

e Ambrogio da Milan

se ha fato un bel gaban

a le spese del vilan.

 

Durante il dominio francese, in Europa andarono affermandosi nuovi princìpi di architettura militare. Il sistema delle fortificazioni fu rivoluzionato dall’introduzione massiccia delle armi da fuoco e dall’uso copioso della bombarda nell’assedio delle città. Per difendersi dalle progenitrici dei moderni cannoni, lungo le mura, al posto delle vecchie torri, si costruirono dei pentagoni con il vertice rivolto verso la campagna, i bastioni che, quando erano molto grandi, prendevano il nome di baluardi. Furono eliminate anche le merlature, vulnerabili e fragili di fronte alla potenza dei proiettili della bombarda.

I francesi, pur mantenendo in gran parte il vecchio tracciato, sotto la guida di Trivulzio, modificarono la struttura della cinta cittadina, abbassandone l’altezza, dotandola dei primi bastioni (tredici in tutto) e sostituendo, nei limiti del possibile, il mattone al fango e al legno di viscontea memoria. 

Fedeli alla linea già imposta dai duchi di Milano, ridussero al minimo le porte d’ingresso alla città, mantenendo in vita porta San Barnaba e porta Bologna a Nord, porta San Michele a Est, porta Nuova a Sud; nell’Oltretorrente, porta Santa Croce, a Ovest e porta San Francesco, a Meridione.

 

L’economia del Cinquecento

 Un fatto sopra tutti condizionò l’economia del nuovo secolo: la scoperta dell’America. Dal nuovo continente, raggiunto da Cristoforo Colombo nel 1492, i galeoni spagnoli importarono veri e propri fiumi d’oro e preziosi. Le ricchezze delle colonie, attraverso le banche creditrici dei sovrani iberici, indebitati con tutta Europa, affluirono nei paesi più ricchi, generando violenta inflazione. I prezzi salirono alle stelle. Per i poveri, comprare i generi di prima necessità era sempre più difficile.

Parma non fece eccezione al quadro generale; in città, il sessanta per cento della retribuzione di un salariato bastava appena per soddisfare il bisogno di pane di una famiglia media. Nella prima metà del secolo, le guerre d’Italia e le carestie aggravarono la situazione locale; il centro urbano si impoverì e perse un terzo della popolazione. Industria e artigianato si indebolirono. L’esportazione di prodotti grezzi, pur scarsa, era superiore a quella di beni lavorati. I mercanti si trasformarono, abbandonando l’attività di trading, e assunsero uno stile di vita simile a quello degli aristocratici. Da produttori di ricchezze si fecero parassiti. La piramide sociale cittadina vedeva al vertice i proprietari della terra, sotto di loro i pochi commercianti e finanzieri; poi il clero, con un cinque per cento della popolazione; seguiva la categoria dei “servitori”, che comprendeva una fetta del dieci per cento degli abitanti. Alla base, la gran massa degli operai e dei prestatori di servizi, che occupavano una posizione migliore di mendicanti e vagabondi, mantenuti dalla carità pubblica e privata.

Con il dominio francese (1500-1512 e 1515-1521), il dilagare dell’indigenza generò criminalità e banditismo: l’inasprimento delle pene corporali e la proliferazione dei capestri, non bastarono a tenere sotto controllo il fenomeno. La precaria situazione economica favorì il sorgere di ospizi, monti di pietà e monti frumentari. Anche nel contado la situazione era grave e nel dominio Pallavicino nacque, nel 1537, il “Monte di credito su pegno” di Busseto. La benefica istituzione ebbe vita gloriosa fino al 1960, quando venne assorbita dalla Cassa di Risparmio di Parma, che ne ha tutelato il prezioso patrimonio di cultura, di arte e di tradizione.

A metà Cinquecento, con la creazione del Ducato farnesiano, cominciò l’inversione di tendenza. Parma si trasformò da Comune satellite in capitale: nei secoli precedenti, le ricchezze prodotte in città servivano a finanziare le imprese belliche del Ducato di Milano e le casse di famiglia di Visconti e Sforza; ora, la vecchia Crisopoli era il centro attorno al quale gravitava la vita dello Stato, sede del governo, luogo del terziario pubblico. Da Piacenza, dai feudi farnesiani di Ronciglione e Castro, da Novara, dai possedimenti nel Lazio e in Abruzzo, arrivavano risorse non ingenti, ma bastevoli a risollevare un poco l’economia locale, a renderla meno asfittica.

Per incrementare l’occupazione, i Duchi puntarono sull’industria edilizia: prima vollero la realizzazione della Cittadella; in seguito, della Pilotta. Grazie alle “grandi opere”, contavano di allontanare i vagabondi dalle strade e di dare un salario a chi non riusciva a trovare lavoro. Le paghe erano basse, ma pur sempre paghe. La popolazione di Parma, che, nel 1545, era di 19 mila abitanti, nel 1630, toccò i 30 mila.

In Emilia Occidentale, il sedicesimo secolo vide una grande rivoluzione nel settore dei trasporti. Le vie d’acqua cedettero la supremazia a quelle di terra. La strada Romea fu spodestata dal nuovo percorso della Futa, che divenne il principale asse Nord-Sud. Il canale che univa Parma al Po fu interrato al calare del Quattrocento; neppure i Farnese ebbero la volontà di riaprirlo. I duchi riservarono, invece, solerti attenzioni alla buona tenuta delle strade, in primis della Claudia. Il decadimento della via dei pellegrini che univa Fidenza con Aulla fu causa di impoverimento per una vasta fetta di territorio e l’industria alberghiera ne risentì.

Mercati e fiere persistevano, ma erano molto cambiati rispetto a quelli che resero ricca la Parma del tredicesimo secolo. Specie dopo l’avvento dei Farnese, il commercio con l’estero era ridotto a poca cosa. Era frenato da dogane, dazi, pedaggi, discipline corporative della produzione, legislazioni restrittive, sistemi di pesi e misure diversi a seconda degli Stati.

Le fiere si trasformarono in episodi di interesse solo locale. L’aspetto folcloristico prevaleva su quello economico. Durante la manifestazione, che aveva una durata minima di una settimana, e poteva arrivare fino a tre, si svolgevano spettacoli e giochi: la vendita di prodotti di pronto consumo non era l’unico scopo della kermesse. Per tutta la durata della rassegna, e qui stava la sua essenza, era proibito il commercio in tutta la città, si poteva comprare e vendere solo nel luogo deputato. I generi più trattati erano piccoli e grandi animali, uova, cereali, semilavorati e prodotti di artigianato.

I mercati settimanali dovevano fare i conti con la nuova struttura delle aziende agricole. Ognuna di esse mirava all’autosufficienza: erano dotate di falegnameria, mulino, officina di fabbro ferraio, osteria, fornace. Il bisogno di acquistare attrezzi dalla città, rispetto al Duecento, era calato. Le aziende, in gran parte condotte a mezzadria, avevano come obiettivo l’autoconsumo. Solo le eccedenze andavano al mercato: non veniva mai venduta la produzione della famiglia coltivatrice, ma si commercializzava unicamente parte di quella dei proprietari del fondo. I beni più richiesti dalla città erano la canapa, la seta, il frumento e le uova. A ruota seguiva il vino. A Parma, la macellazione del bestiame poteva essere fatta solo nelle strutture pubbliche e la carne, genere il cui prezzo era proibitivo per la stragrande maggioranza della popolazione, veniva venduta solo dai beccai autorizzati. Il commercio della seta soggiaceva a disciplina vincolistica. I bozzoli dovevano essere ceduti in un luogo pubblico chiamato “paviglione”. I paviglioni venivano allestiti nel periodo compreso tra maggio e agosto. Il prezzo si formava, secondo un criterio moderno, in base a domanda e offerta.

La quotazione del frumento, invece, era fissata dallo Stato, che controllava con rigore tutte le fasi di produzione del cereale. Il grano era oggetto di un lucroso contrabbando sul Po: ogni volta che il prezzo sulla riva lombarda era inferiore a quello della sponda emiliana, barche clandestine attraversavano il Grande Fiume. Col tempo, i Farnese proibirono l’esportazione dei prodotti agricoli e limitarono l’importazione del sale: secondo i Duchi doveva bastare quello di Salsomaggiore.

Nel corso del secolo, nelle campagne parmensi si profilò un imponente processo di riduzione a coltura di terreni abbandonati, di boschi e di acquitrini. Tra il 1545 e il 1593, la superficie lavorata aumentò del cinquanta per cento. Nel medesimo periodo, ebbe luogo un processo di accorpamento dei poderi. Molte proprietà, grandi come fazzoletti, scomparvero a causa dell’indebitamento del padrone e furono assorbite da aziende di maggiori dimensioni. Numerosi coltivatori diretti divennero coloni, braccianti o mezzadri, peggiorando la condizione umana e sociale. 

Anche se il Cinquecento, nel campo dell’economia locale, non fu un secolo d’oro, alcune industrie ebbero grande successo. Prima tra tutte quella casearia. Il formaggio parmigiano era famoso in ogni angolo d’Italia e veniva richiesto in quantità. La domanda superava la produzione: spesso gli scaltri commercianti locali compravano forme di grana nel Lodigiano e le rivendevano come merce del posto. Non c’era ancora il marchio “Doc” a tutelare il consumatore.

Grazie alla famiglia Viotti, già attiva all’inizio del secolo, Parma fu anche importante centro di produzione libraria. Sfruttando la presenza di cartiere locali, i membri del clan di tipografi stamparono un’infinità di volumi di ogni genere, che rivendettero in svariate città italiane. I Viotti, che operarono fino alla seconda metà del Seicento, giunsero a possedere, oltre alle tipografie, tre fabbriche per la produzione della carta.

 

Parmigiani alla disfida di Barletta

Nel 1501, Luigi XII e Ferdinando di Aragona, re di Spagna, si incontrarono a Granada e raggiunsero l’accordo per spartirsi un’altra fetta d’Italia: il Napoletano. Per Parma fu un disastro: la città divenne punto di raccolta dei soldati francesi da inviare al Sud. Diversi cavalieri locali si aggregarono alla spedizione. Quanto sia costata alla popolazione l’inattesa adunata di truppe è facile immaginare: di certo, ancora una volta, di lì a nove mesi, aumentarono le nascite illegittime.

A cavallo tra la Primavera e l’Estate, Transalpini e Spagnoli occuparono il regno di Napoli. Immemori dell’accordo di Granada, i due eserciti vennero alle armi per disputarsi il possesso del territorio occupato. Nel corso dei combattimenti, il transalpino Guy la Motte accusò di codardia gli Italiani. Come narrano in modo diffuso i sussidiari, gli rispose per le rime Ettore Fieramosca, che sfidò i compagni di La Motte. Il 13 febbraio, tredici Italiani fronteggiarono tredici sudditi di Luigi XII. Tra i “nostri”, militavano ben due Parmensi: Fanfulla dei Lodesani, da Guardasone, e Domenico Marenghi da Soragna, detto Riccio da Parma. Inutile ricordare che la vittoria toccò alla “squadra di casa”; secoli dopo, la retorica risorgimentale si scatenò, cercando negli sfidanti tracce di “amor patrio”. La guerra, invece, fu vinta dagli Spagnoli e la Pace di Lione del 1504, confermando ai Transalpini il possesso del Ducato di Milano, assegnò il regno di Napoli agli Iberici.

Durante il dominio francese, Parma subì altre privazioni. Nel 1506 fu attraversata, con i soliti effetti che già ben conosciamo, dall’esercito del re, diretto a Bologna per combattere contro i Bentivoglio. Nel 1507, gli occupanti ordinarono la costruzione di nuovi bastioni e di scavare un fosso attorno alle mura; sempre nello stesso anno, un poderoso esercito alloggiò per mesi a Parma e dintorni. Il peso della presenza militare fu grave anche nel 1508: le famiglie non ne potevano più di ospitare i Francesi nelle loro case, ma dovevano chinare la testa e pagare tasse massacranti alla camera regia di Luigi XII. Proprio al fine di ottenere il lucroso appalto per la riscossione delle entrate fiscali, scoppiarono, ad opera delle solite squadre, disordini e tumulti. Le cose non andarono meglio negli anni successivi: tra le mura, la presenza dei soldati francesi era sempre insopportabile. Nel ’10, gli occupanti imposero di erigere altri bastioni di difesa: la resistenza della popolazione era allo stremo.

 

Parma sballottata da un padrone all’altro

 Attorno al 1510, Papa Giulio II della Rovere, succeduto nel 1503 ad Alessandro Borgia, divenne “misogallo” e favorì il nascere dell’alleanza antifrancese tra la Spagna, Venezia, l’imperatore Massimiliano d’Austria e gli Svizzeri. Si chiamava Lega Santa. Il suo obiettivo? Liberare Milano dal predominio di re Luigi, che aveva assunto il titolo di Duca. Nel 1512, i due schieramenti passarono alle vie di fatto. Dopo la cruenta battaglia di Ravenna, la vittoria arrise alla Lega.

L’esercito francese tornò a casa e, come primo atto, il Pontefice fece occupare dalle truppe Parma e Piacenza: sosteneva che esse facevano parte dell’Esarcato di Ravenna, restituito alla Chiesa dal re longobardo Astolfo. L’argomentazione era deboluccia, ma resse. Il governatore imposto alla città dagli alleati fu Francesco Sforza, non certo un fedelissimo di Giulio II. La sua prima preoccupazione? Imporre al popolo una taglia di diecimila ducati a favore della Lega. Il 5 settembre del ’12, finalmente, il Vescovo Santaseverina prese possesso di Parma in nome e per conto del Papa. La Chiesa concesse al Comune condizioni molto migliori di quelle dei vecchi padroni. La gente si affezionò al nuovo regime, che lasciò praticamente intatta la struttura amministrativa locale.

I governatori nominati dalla Santa sede ebbero molti meriti, ma non riuscirono mai a domare la bellicosa classe aristocratica. Nei tre anni di dominio papale, si ripeterono i duri scontri tra la squadra dei Rossi e quelle di Correggesi, Sanvitale e Pallavicino.

 Dalla caduta del Moro in avanti, i feudatari, privi di ogni controllo superiore, erano andati assumendo un peso sempre più consistente nella struttura sociale cittadina e nelle campagne. La loro posizione era del tutto anomala sia per il contesto italiano che per quello europeo. Sopravanzavano tutti per potenza e ricchezza.

Nel 1513, in marzo, con la morte di Giulio II, la città cadde di nuovo, solo per pochi mesi, sotto il dominio del Ducato di Milano. Dopo la vittoria della Lega, gli Svizzeri avevano messo al comando dello Stato lombardo Massimiliano Sforza, figlio del Moro. Nel mese di maggio, il nuovo Papa, Giovanni Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, salito al soglio con il nome di Leone X, riebbe Parma sborsando una forte somma. 

L’ambizioso Pontefice intendeva costituire un grande Stato nell’Italia centrale, comprendente anche l’Emilia del Nord, da affidare al fratello Giuliano. Nell’ambito di questo progetto, approfittando dell’estinzione del ramo maschile del casato dei Lupi, avvenuta nel 1514 con la morte di Diofebo, assegnò il feudo di Soragna al congiunto, che morì di lì a poco. Giuliano, spegnendosi, vanificò il progetto del Papa e il suo decesso permise alla famiglia Meli, originaria di Cremona, di prendere possesso della gloriosa rocca della Bassa. Nel 1477, Giovanni Meli aveva sposato Caterina Lupi e da questa concatenazione di episodi nacque la “nuova” stirpe dei Meli Lupi, che fondeva il sangue di due tra le più prestigiose famiglie padane.

Il mite dominio della Chiesa cessò nel 1515. Il nuovo re di Francia, Francesco I, appena salito al trono, decise di vendicare le sconfitte subite da Luigi XII, e scese in Italia con un esercito formidabile. Sbaragliò gli svizzeri a Melegnano e occupò di nuovo il Ducato. In ottobre, Leone X restituì Parma e Piacenza alla Francia: in cambio ottenne che i Medici potessero continuare a governare su Firenze. Una città dal passato glorioso, era ridotta a merce di scambio al servizio delle ambizioni di una sola famiglia.

Il nuovo governatore, De Tours, esercitò il potere nel più perfetto stile transalpino. La pressione fiscale si fece insostenibile. I finanziamenti allo Studium furono ridimensionati; la fiera di Sant’Ercolano, ormai solo locale, abolita. I feudatari erano lasciati senza controllo, liberi di imperversare con le loro angherie: la squadra Guelfa dei Rossi proseguiva la perenne lotta con quelle Ghibelline. Come se non bastasse tutto questo, c’erano i soliti soldatacci mercenari da ospitare. Vitto, alloggio e sesso: tutto gratis. A questo proposito, secondo i cronisti del tempo, i “guerrieri” di Francesco I non si accontentavano di violentare le donne, ma fecero le cose in grande, sodomizzando un buon numero di maschi.

Durante il secondo periodo di dominazione francese, che durò dal 1515 fino al ’21, la sregolatezza di vita raggiunse livelli impensabili. Secondo gli storici, i preti bestemmiavano, praticavano largamente l’omosessualità e frequentavano con intenti poco nobili i conventi femminili. La situazione era tale che, nel 1519, il Vescovo Alessandro Farnese (il futuro Papa Paolo III) dovette indire un Sinodo per richiamare i religiosi all’ordine, stabilendo gravi pene per chi usciva dai binari della correttezza. Il rimedio non fu molto efficace. Tutto continuò come prima.

Nel contado, alla devastazione dei militari si aggiunse la presenza di spietate bande di briganti. La giustizia era impotente: dietro pagamento, il governo di Milano graziava reati di ogni genere. I nobili si ponevano al di sopra del bene e del male: padroni di due terzi delle risorse economiche e del territorio, erano esentati dall’obbligo di mantenimento dei soldati stranieri. Anche l’onere del fisco gravava solo sui deboli. Vivere a Parma sotto il tallone di Francesco I era una disgrazia.

 

La città ritorna alla Chiesa

 Durante i sei anni sciagurati del secondo dominio francese su Parma, in Europa accaddero fatti politici di straordinaria rilevanza, che non mancarono di avere effetti sulla città. Nel 1516, Carlo V d’Asburgo divenne re di Spagna. Come suo primo atto, stipulò con la Francia il Trattato di Noyon, che confermava Francesco I nel possesso di Milano e gli Iberici in quello del Regno di Napoli. I buoni rapporti del nuovo sovrano con la Francia durarono poco: nel 1519, alla morte di Massimiliano d’Austria, due grandi famiglie di banchieri tedeschi, i Welser e i Függer, strettamente legate alla casa d’Asburgo, comprarono a Carlo V la corona imperiale, corrompendo i “grandi elettori”. I tedeschi sconfissero sul filo di lana i finanzieri francesi, che volevano acquisire il titolo per il loro re.

Ora il monarca iberico era padrone della Spagna, dell’Austria, della Germania e dell’ex Ducato di Borgogna (comprendente i Paesi Bassi), che gli era toccato per via ereditaria. Se consideriamo che possedeva numerose colonie in America, aveva il diritto sacrosanto di declamare il motto “sul mio impero non tramonta mai il sole”. Al tempo stesso, però, Carlo era a tal punto indebitato con i Welser e i Függer che le ricchezze approdanti al porto di Siviglia dalle Americhe finivano subito nelle casse dei banchieri tedeschi. L’impero era, in pratica, nelle mani dei finanzieri del Reno.

Francesco I, afflitto dalla “sindrome di accerchiamento”, male tipicamente francese, non accettò la nuova situazione. Non poteva tollerare che il Paese fosse stretto, quasi strangolato, dai domini di un unico monarca. Tra i due sovrani scoppiò prima la guerra fredda, poi quella vera: un conflitto titanico che insanguinò l’Europa e non risparmiò Parma.

Le operazioni belliche presero il via nella Primavera del 1521, quando le truppe francesi invasero Borgogna e Navarra. Lo scenario di guerra si spostò presto nell’Italia del Nord: Carlo V voleva impossessarsi del Ducato di Milano, che gli serviva da raccordo tra l’Austria e il mar Ligure. Si alleò con Papa Leone X e attaccò in Lombardia. Parma, avamposto verso i domini papali, che si estendevano fino a Reggio Emilia, era un centro di massima importanza strategica. Fin dall’inizio dell’anno, la popolazione e le grandi famiglie nutrivano simpatie filo spagnole, dettate, un po’ dalla ragione, un po’ dall’odio verso i soldatacci transalpini. Cristoforo Pallavicino, sospettato di dare aiuto nel suo piccolo dominio bussetano a bande ostili agli occupanti, fu arrestato dai Francesi, torturato, condannato alla deportazione e ucciso.

Dopo varie esitazioni, il 12 luglio del 1521, un esercito fedele al Papa e all’Imperatore, voluto da Francesco Guicciardini, governatore pontificio, mosse da Reggio Emilia in direzione di Parma. Era formato, in gran parte, da mercenari tedeschi: i più bestiali. Le truppe si accamparono a San Lazzaro e assediarono la città. I Francesi, che presidiavano l’avamposto, decisero di resistere e fecero erigere dalla popolazione nuove fortificazioni. Tra le mura, la situazione era disperata. I soldati del Papa impedivano i rifornimenti e il poco cibo veniva monopolizzato dai militari.

L’8 settembre, gli uomini di Francesco I abbandonarono Capo di ponte, l’attuale Oltretorrente, nelle mani del nemico. L’esercito ispano-papale, visto dai parmigiani come liberatore, tenne un comportamento sorprendente: i mercenari tedeschi saccheggiarono le case, rubarono ogni cosa, violarono i conventi, spogliarono le chiese. L’abitato fu messo sottosopra, la popolazione terrorizzata: se questi erano gli amici, quale sarebbe stato il futuro della città?

Mentre il grosso delle truppe francesi resisteva sull’altra sponda del fiume, ben presidiata, giunsero i rinforzi guidati dal generale Lautrec. Gli Ispano-papali, compiuto il sacco, si ritirarono verso Reggio e i Francesi nuovi arrivati devastarono Roccabianca e molti altri paesi. Per qualche mese il teatro della guerra si spostò nel cuore della Lombardia; Parma rimase in mano alle truppe di re Francesco.

Solo il 27 novembre, le milizie di occupazione, guidate dal conte di Bozzolo, Federico Gonzaga, lasciarono la città. Ora comandava di nuovo la Chiesa; il legato pontificio, Giuliano de’ Medici nominò Francesco Guicciardini governatore apostolico. L’insuperabile storico e scrittore politico fiorentino instaurò con i Parmigiani un rapporto meraviglioso. Fu amato e stimato. Diede prova di coraggio e temperanza; nella sua Storia d’Italia lasciò pagine indimenticabili in cui descrive la breve esperienza di potere.

Morto Leone X, il 18 dicembre del ’21, l’esercito di Francesco I marciò da Cremona alla riconquista di Parma. La città era difesa da pochi soldati. Il governatore non si perse d’animo: valutata con realismo la consistenza del nemico, decise di resistere. Con la forza dell’oratoria dissuase quanti, la maggioranza, volevano la resa e armò il popolo. Il mattino del 21 dicembre i Francesi attaccarono. Anche le donne si recarono sui bastioni con i soldati. La battaglia, disperata e dall’esito incerto, durò quattro ore. Guicciardini la spuntò e l’esercito nemico tornò a Cremona. Tra i difensori, si distinse per valore Riccio da Parma, già protagonista della disfida di Barletta. Con lui fu sugli scudi un altro reduce dal duello pugliese: Francesco Salomone. Per ricordare la vittoria si coniò una moneta con il busto di San Tommaso, riconosciuto protettore della città. Dopo poco, il grande uomo politico fiorentino, tra la costernazione generale, dovette lasciare l’incarico di governatore: la città ebbe la fortuna di ritrovarlo sulla sua strada, pochi anni dopo, in circostanze altrettanto drammatiche. Ancora una volta Guicciardini la salvò.

Il 1522 e il 1523, furono anni drammatici. Formalmente sotto il dominio del nuovo Papa Adriano VI, fedelissimo di Carlo V, di cui fu istitutore, Parma subì la presenza delle truppe dell’esercito imperiale, che non si dimostrarono migliori di quelle francesi. La vita era grama e a complicare la situazione, nel ’23, due flagelli: la peste e l’esercito di Renzo da Ceri (Lorenzo Orsini), che cercò di prendere Parma per conto del re di Francia. Il sanguinario condottiero non riuscì a impossessarsi della città, ma devastò senza pietà tutte le campagne circostanti.

 

Parma capitale delle arti

 Nel Quattrocento a Parma fiorì una rigogliosa scuola umanistica. I suoi principali esponenti furono Francesco Maria Grapaldo, Jacopo Caviceo, Francesco Carpesano, Taddeo Ugoleto e Basinio Basini. Francesco Maria Grapaldo, nato nel 1460 e deceduto nel 1515, ha realizzato un’opera fondamentale nella storia dell’architettura, il De partibus aedium; un testo scritto sotto forma di dizionario che ha influenzato a fondo la cultura di settore per decenni e che fornisce notizie preziose sui costumi e sulle condizioni economiche di Parma alla fine del secolo XV.

Jacopo Caviceo è un personaggio affascinante sia per le opere, che per la vita avventurosa e caotica. Nato a Parma nel 1443, studiò umanità e diritto canonico a Bologna. Qui condusse la tipica esistenza del goliardo scapestrato e fu espulso dopo avere animato diverse risse notturne. Tornato nella città natale, sedotta con pubblico scandalo una povera monaca, si fece notare dalle autorità di polizia per il ferimento di un uomo in circostanze scabrose. Fuggì a Venezia e, in seguito, a Costantinopoli, mitica città d’Oriente. Quando pensò che le sue marachelle fossero state dimenticate, tornò a Parma, dove, alla testa di un gruppo di preti focosi, diede diversi grattacapi al Vescovo. Poco tempo dopo, a Roma, uccise un uomo, ma fu perdonato dal Papa. Durante la guerra dei Rossi, venne mandato da Pier Maria, suo protettore, a chiedere soccorso ai Veneziani. Morto lo splendido Signore, si mise al servizio del figlio Guido. Al termine di un’esistenza tempestosa, si ritirò a Montecchio, dove morì nel 1511.

Il suo capolavoro letterario è il Libro del peregrino, romanzo d’amore che, nella prima metà del Cinquecento, fu ristampato più e più volte e tradotto in francese. Caviceo ha lasciato anche un’opera di alto interesse storico: la Vita Petrimariae de Rubeis, dove celebra le alte virtù del creatore del maniero di Torrechiara.

Francesco Carpesano, prete colto e ambizioso, scrisse i Commentaria suorum temporum, una storia generale d’Italia dal 1470 al 1526. La narrazione è prudente e dallo stile modesto, ma ricca di notizie importanti per la storia di Parma.

Tra gli umanisti locali godette di fama internazionale Taddeo Ugoleto. Nato a metà Quattrocento, la sua rinomanza era tale che, nell’87, fu chiamato in Ungheria da re Mattia Corvino, che lo incaricò di raccogliere da tutta Europa testi preziosi, codici e libri per la ricca biblioteca di corte. Taddeo fu anche editore: con l’aiuto del fratello, pubblicò diverse opere classiche, tra cui le venti commedie di Plauto.

Basinio Basini nacque a Tizzano attorno al 1424 e morì giovanissimo, nel ’57. Frequentò due maestri prestigiosi: Vittorino da Feltre, a Mantova, e Guarino Veronese, a Ferrara. In questa città, Lionello d’Este gli assegnò la cattedra di Eloquenza. Protetto da Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini, cantò con ricercato stile ovidiano i suoi amori con Isotta e nei versi ricorda spesso Parma e la sua gente.

La presenza e i testi di questi eruditi influenzarono l’opera e il pensiero dei due grandi pittori che trasformarono la città del primo Cinquecento in un’autentica capitale delle arti: Antonio Allegri e Francesco Mazzola. Correggio e Parmigianino. Nonostante il suo degrado politico e sociale e la dominazione straniera, Crisopoli vantava una committenza fatta di grandi famiglie aristocratiche, ordini religiosi e confraternite, capace di trattenere a lungo in città due dei più grandi geni dell’arte universale.

Antonio Allegri nacque a Correggio in un anno compreso tra il 1489 e il 1494. Era figlio di un agiato commerciante di stoffe e nipote di un pittore di discreto peso. Lo zio fu il suo primo maestro. Ma la vera formazione del giovane Antonio avvenne a Mantova, dove subì l’influenza delle opere di Andrea Mantegna e Lorenzo Costa. Attraverso la famiglia dominante sulle sue terre d’origine, i Da Correggio, l’artista stabilì solidi contatti con Parma e operò in città dal 1519 al 1530.

Qui nacque il meglio della sua produzione: dall’enigmatica Camera di San Paolo, commissionata dalla badessa Giovanna Piacenza, alle cupole di San Giovanni e del Duomo. “Opera quest’ultima nella quale” scrive Pier Paolo Mendogni “l’artista raggiunge uno dei vertici più alti della pittura di tutti i tempi, sfondando lo spazio reale e creando uno spazio illusorio, infinito; e ciò in virtù di un triplice moto: ascensionale, circolare e ondulatorio, e di una luce sfolgorante, divina, che investe le figure fino a farle diventare esse stesse luce spirituale”. Un’operazione che nessuno osò più tentare per un secolo intero e nella quale si vedono prodigiose anticipazioni dell’arte barocca. Della vita del Correggio si sa poco o nulla. Si parla di un viaggio a Roma, di cui non si hanno prove, ed è certa la reciproca influenza con il grande Michelangelo: troppi sono i tratti comuni tra i due titani per poter escludere dei contatti, almeno indiretti. Antonio Allegri morì giovanissimo, nel 1534, lasciando un vuoto gigantesco. Il suo genio aveva fatto compiere alla pittura rinascimentale un incredibile salto nel futuro. Lo stile morbido e luminoso, la fluidità delle forme e gli scorci illusionistici odorano di Seicento.

All’opera del Correggio si ispirò, in gioventù, Francesco Mazzola. Ultimo rampollo di una famiglia di artisti, il Parmigianino, nacque l’11 gennaio del 1503. Ambizioso e inquieto, ebbe una vita avventurosa. Secondo molti biografi, fu attratto dall’alchimia e dalle arti dell’occulto. Dopo avere a lungo studiato la pittura di Antonio Allegri e del Beccafumi, nel 1524 intraprese il canonico viaggio a Roma. Un cimento cui si dovevano sottoporre tutti gli aspiranti alla grandezza artistica.

Il soggiorno nella Città Eterna durò tre anni e fu molto avventuroso. Parmigianino conobbe papa Clemente VII, ed entrò in contatto con gli ambienti della mega committenza. Nel 1527, in pieno sacco di Roma, mentre stava lavorando alla Madonna Bufalini, fu fatto prigioniero dai Lanzichenecchi e, a fatica, ottenne la libertà. Nell’urbe assorbì nuovi messaggi culturali, aderì al manierismo. Nei suoi quadri, esasperò le tensioni compositive sino a deformare la visione in un clima di raffinata astrattezza. Grande ritrattista, eccelse, soprattutto, nell’arte dell’incisione. è considerato il padre dell’acquaforte italiana. Le sue opere grafiche si diffusero in Emilia, Toscana, Lombardia, a Venezia e a Roma. Condizionarono il Pontormo e Paolo Veronese.

Nel 1531, Francesco stipulò un contratto per effettuare affreschi nella chiesa della Steccata. Rinviò più volte l’inizio dell’opera, litigò con i committenti, finché, nel 1539, fu imprigionato per inadempienza. L’alchimia non gli lasciava tempo per la pittura. Liberato, fuggì a Casalmaggiore, dove morì. Era il 25 agosto 1540.

 

La calata dei Lanzichenecchi

 Nel 1523, mentre nel Ducato di Milano imperversava la guerra franco-ispanica, morì Adriano VI e il Concistoro fece salire al soglio di Pietro il cugino di Leone X, Giuliano Medici, con il nome di Clemente VII. Il suo avvento sulla scena politica ebbe effetti disastrosi per l’Italia e per Parma. Il nuovo Pontefice ribaltò le tradizionali alleanze della Chiesa e, nel 1524, si accordò segretamente con Francesco I, tradendo l’Imperatore Carlo V, con cui si simulava neutrale. Mal gliene incolse; di lì a poco, l’Asburgo lo punì senza riguardi per il suo rango.

Clemente VII istituì la Legazione papale Cispadana di cui facevano parte Parma, Modena, Reggio e Piacenza, luogo in cui ebbe sede il legato, cardinale Giuseppe Salviati. Le città e le campagne erano vittime del continuo passaggio di eserciti dell’una e dell’altra parte. Ogni attività economica era ferma, la grandezza d’Italia finita. Nel 1525, Francesco I, sceso nella Penisola con il grosso delle sue truppe, fu sconfitto a Pavia e fatto prigioniero: “tutto è perduto fuorché l’onore e la vita, che è salva” scrisse alla madre. Il re di Francia fu portato a Madrid e costretto a firmare un oneroso trattato di pace, con cui rinunciava anche ai territori italiani. A Milano tornava a governare un figlio del Moro, Francesco II Sforza; Parma restò nella Legazione e ricevette la visita dell’Imperatore.

Nel 1526, Clemente VII e Francesco I, cocciuti come nessuno mai, animarono una nuova coalizione antiimperiale: la Lega di Cognac. Carlo V, stanco dei comportamenti ambigui del Pontefice, fece calare in Italia il terribile esercito dei Lanzichenecchi, soldati tedeschi guidati da Giorgio Fründsberg, fanatico luterano. Nel novembre, i mercenari, allo sbando e senza soldo, si buttarono sull’Emilia. Devastarono Busseto, Fidenza e un’infinità di centri minori. Parma fu salvata, ancora una volta, dal provvidenziale intervento di Francesco Guicciardini, che scrisse dei tedeschi: “non hanno rispetto non solo al nome degli amici, né dell’autorità e degnità de’ prelati, ma eziandio a’ templi, a’ monasteri, a’ le reliquie... ed alle cose sacre”.

I Lanzi, lasciata l’Emilia, proseguirono la corsa verso Roma per punire il Papa; nel maggio del 1527, espugnata la città, la sottoposero al più orrendo saccheggio che la storia ricordi. Clemente era ricompensato della scelta filo-francese. Dopo la devastazione, Papa Medici promise Parma e Piacenza all’Imperatore, ma, in realtà, grazie a sottili giochi diplomatici, riuscì a mantenere i due centri nell’orbita ecclesiastica, evitandone la consegna. Nel 1529, tra Clemente e l’Asburgo scoppiò la pace, ufficializzata dai Trattati di Barcellona e Cambrai.

Finita la prima fase della guerra ispano-francese, Carlo era il vero Signore d’Italia, come emerse chiaramente dal Congresso di Bologna. L’assise, cui parteciparono tutti i potentati della penisola, riconfermò il predominio della Chiesa su Parma e si concluse nel febbraio del 1530, con l’incoronazione di Carlo V da parte di Clemente VII, ormai domo, nella cattedrale di San Petronio. In pieno Rinascimento, un bagliore di Medioevo.

Restava irrisolta solo la questione della Repubblica di Firenze, che il Papa voleva abbattuta per far posto alla sua famiglia. Al fine di finanziare l’assedio della città toscana da parte delle truppe imperiali, il Medici non seppe fare di meglio che imporre a Parma una contribuzione di 18 mila ducati, raccolti tra il 1529 e il ’30, infierendo su un popolo già allo stremo delle forze. Dopo la presa di Firenze, l’Imperatore assegnò Modena e Reggio agli Estensi, duchi di Ferrara. Parma e Piacenza restarono isolate dal resto dello Stato Pontificio.

Il governo della città era debole. Il Papa non riusciva a far sentire il peso della propria forza. I rappresentanti di Clemente erano spesso oggetto di comportamenti insultanti. Nel 1532, il 30 agosto, il commissario apostolico Vincenzo Cavina, reo di avere imposto tasse opprimenti, fu aggredito e ucciso dai preti della città.

Parma fu colpita da un interdetto che durò per due mesi e, in seguito, visse anni di inquietante anarchia. Le squadre impazzavano, i delitti restavano impuniti; tra i nobili, padroni della situazione, scoppiarono baruffe continue, che spesso degenerarono in piccole guerre civili. Roma era lontana e impotente.

In questo periodo si fecero nuovi interventi sulle mura cittadine. I lavori furono diretti dall’architetto Antonio Sangallo il Giovane, che risiedette in Parma nel 1526 e nel 1533. Durante i lavori fu eliminato l’ingresso di porta Bologna e la parte settentrionale della città restò servita da porta San Barnaba. Nel 1545, al loro arrivo in città, i Farnese trovarono lungo la cinta undici baluardi e quattro piattaforme.

 

Paolo III Farnese, fondatore del Ducato

 “Si è visto un Ducato spuntare in un sol giorno come un fungo”: con questa celebre frase un noto invidioso del tempo, il Cardinale Gonzaga, commentò il nascere dello Stato farnesiano di Parma e Piacenza. Un falso storico. In realtà, il suo formarsi fu frutto del lavoro di una vita: una persona di intelligenza e tenacia non comuni, Alessandro Farnese, Papa con il nome di Paolo III, spese il meglio di sé stesso per dare ai discendenti una terra da governare. Lo fece con tanta abilità che alla fine ci riuscì, suscitando il risentimento generale.

Prima di lui, grandi pontefici dello stampo di Alessandro VI e Leone X avevano clamorosamente fallito l’impresa. Roderigo Borgia, per soddisfare le attese del suo Cesare, Duca di Valentino, favorì la discesa dei Francesi in Italia: sperava che il re lo aiutasse a consolidare il proprio dominio romagnolo. La morte del Papa fece saltare il piano di famiglia.

Leone voleva far nascere un Principato, comprendente anche Parma, da assegnare al fratello Giuliano; ma Giuliano era debole di salute; morì poco dopo essere stato investito marchese di Soragna e non se ne fece più nulla.

Paolo III, che presumiamo attento lettore dei testi di Machiavelli, seppe essere “volpe” e “leone” più di quanto non lo furono i predecessori. Ebbe maggior fortuna, abilità, e coraggio. I suoi eredi furono più determinati. Il Ducato di Parma e Piacenza non spuntò come un fungo, ma venne alla luce dopo una gestazione lunga e travagliata, grazie ad un’ostetrica di doti non comuni.

Alessandro era nato il 2 febbraio del 1468, da una famiglia di aristocratici, vocati all’arte della guerra, che sfornò condottieri e capitani di ventura. Sua madre era una Caetani, discendente di Bonifacio VIII. Proprietari di grandi feudi nel Lazio, gli ambiziosissimi Farnese puntarono sull’ultimo rampollo per differenziare i campi d’azione del casato e lo indirizzarono verso la carriera ecclesiastica. Secondo gli usi del tempo, ciò non impedì al ragazzo di avere educazione e condotta di vita mondane. Suo maestro fu l’umanista Pomponio Leto, fondatore dell’Accademia Romana. Tra gli amici, Pico della Mirandola, filosofo e letterato dalla memoria prodigiosa; Agnolo Poliziano, filologo e poeta; Lorenzo il Magnifico, Principe e mecenate.

Colto e intelligente, Alessandro, grazie alla relazione tra il Pontefice e la sorella Giulia, entrò giovanissimo nella cerchia dei protetti di Papa Borgia, che, a soli 25 anni, lo nominò Cardinale diacono. Il Farnese ebbe i prestigiosi incarichi di Legato della Marca di Ancona e, a partire dal ’500, di Legato al patrimonio papale. Fu ordinato sacerdote dopo avere compiuto i quarant’anni e celebrò la sua prima messa nel 1509.

Si sospetta che in gioventù non fosse posseduto da una vera vocazione religiosa e tenne la condotta di vita tipica del giovane rampollo dell’aristocrazia dorata. Ebbe pure una relazione con una sconosciuta gentildonna romana dalla quale, nel 1503, nacque il figlio Pier Luigi, legittimato da Papa Giulio II. A questo primo pargolo, ne seguirono altri tre, tutti legittimati. Grande amante di ogni espressione artistica, autentico mecenate, Alessandro volle costruire, in Roma, il superbo palazzo Farnese. L’opera venne realizzata con il contributo di architetti del calibro di Michelangelo, Antonio di Sangallo, Vignola e Della Porta. Commissionò diverse opere a Tiziano e fece eseguire lavori nella Cappella Sistina al Buonarroti. Nella sua casa il Cardinale manteneva oltre seicento persone. Oberato da ingenti spese, fu attento anche alle entrate: gli furono assegnati sedici vescovadi, prebende e abbazie. Nel 1530, Clemente VII gli conferì il ricco feudo di Ronciglione. La sorte gli fu sempre benigna; gli avversari attribuiscono i suoi successi a un “fluido” particolare: la “fortunozza paolina”, di cui parlano con abbondanza storici e cronisti malevoli.

Divenne Papa nel 1534, nel pieno infuriare del titanico conflitto tra Francia e Spagna. Come Pontefice seppe destreggiarsi con abilità tra i due contendenti, allo scopo di ottenere vantaggi dall’uno e dall’altro. Il suo vero sogno era riappacificare Francesco I e Carlo V, per poi intraprendere una crociata contro i Turchi. La rivalità tra i duellanti era tale che il progetto non uscì mai dal cassetto. Paolo III compì atti fondamentali per la storia della chiesa “approvando” la Compagnia di Gesù, nel 1540, e convocando il Concilio di Trento, nel 1542.

Con l’Imperatore ebbe un rapporto ambiguo, ma fruttuoso. Carlo V e Paolo III, come due calamite, si attraevano e si respingevano a seconda del momento politico. Spesso alleati, qualche volta nemici. Il Papa, astuto come faina, seppe strappare al sovrano diverse concessioni per il figlio Pier Luigi: prima i Ducati di Castro e Camerino, poi la città di Novara, infine, Parma e Piacenza. Nessuno riusciva a tessere trame diplomatiche meglio di Alessandro Farnese, cui non difettò neppure il coraggio dei grandi gesti: lasciò queste doti in eredità al figlio e ai nipoti. 

Il suo destino si incrociò per la prima volta con Parma nel 1509, quando Giulio II lo nominò Vescovo dell’importante diocesi emiliana. Il giovane cardinale, preso da mille incarichi, non si stabilì mai in città e amministrò le cose religiose tramite delegato. Fece alcune fugaci apparizioni, sufficienti a far nascere il grande interesse del “pastore” per una così bella preda. Al momento di costituire uno stabile dominio per il figlio, pensò proprio a Parma, ultimo avamposto nelle terre della Chiesa.

 

Spunta il fungo farnesiano

 Paolo III diede il via ufficiale alle grandi manovre per assegnare Parma e Piacenza a Pier Luigi il 21 giugno del 1543: quel giorno, il Papa incontrò a Busseto l’imperatore Carlo V. Ospite dei due grandi, Girolamo Pallavicino; spettatore e “fotoreporter”, il pittore Tiziano Vecellio, da Pieve di Cadore. A lui il feudatario della Bassa, stordito dall’onore di ospitare cotanto incontro sulle proprie terre, commissionò l’affresco raffigurante l’abbraccio tra la massima autorità spirituale e il sovrano più potente d’Europa. Purtroppo, è andato perduto.

Secondo la maggior parte degli storici, in quell’occasione, il successore di Pietro illustrò all’Asburgo il desiderio di dare le due città emiliane al figlio. Non si conosce la risposta dell’Imperatore, ma si presume non possa essere stata di entusiastica adesione.

Da tempo Carlo sospettava, pare a ragione, che Pier Luigi, Duca di Castro, conte di Ronciglione e marchese di Novara, trescasse con il re di Francia. Non a caso, attorno all’incontro di Busseto, si sviluppò un “giallo” internazionale. Nelle corti d’Europa si diffuse la notizia che i Farnese intendessero approfittare del meeting per assassinare l’Imperatore. Alcune spie dell’Asburgo intercettarono una lettera di Leonida Malatesta. Nella missiva si parlava apertamente dell’attentato da compiere ai danni del sovrano, sponsor Pier Luigi o la sua stessa famiglia. L’episodio non fu mai chiarito in modo ufficiale; di certo resta, agli atti della storia, il profondo odio di Carlo V verso il figlio di Paolo III.

Solo motivi di ordine politico consigliarono l’Imperatore di non ostacolare in modo palese il progetto farnesiano. Il sovrano si limitò al sabotaggio sotterraneo. Quando (era il 19 agosto del 1545) il Papa proclamò Pier Luigi Duca di Parma e Piacenza, ponendo a suo carico un tributo annuo come segno di sottomissione alla Chiesa, ebbe l’assenso formale dell’Imperatore. Si trattava di due “ducati” distinti, che componevano un “unico Stato”. In cambio delle città emiliane e del loro contado, il neo sovrano cedette allo Stato Pontificio i possedimenti di Camerino e Nepi. I soliti invidiosi fecero girare per le corti una battuta piena di doppi sensi: “I Farnese hanno scambiato un Camerino con due belle camere”.

Carlo V, giocato dalle “volpi italiane”, masticò amaro. Non si oppose ai maneggi; ma in cuor suo cominciò a meditare la vendetta, che arrivò, puntuale, due anni dopo. In ogni caso, negli incontri ufficiali, continuava a sostenere che Parma e Piacenza appartenevano al Ducato di Milano; quindi, alla Spagna, che aveva annesso alla corona il territorio lombardo nel 1535. La nascita del nuovo Stato irritò in particolare i Gonzaga, Signori di Mantova. Essi vedevano minacciata la propria supremazia nella fascia medio padana. Ferrante, governatore di Milano per conto dell’Imperatore, ostacolò in ogni modo il consolidamento del Ducato farnesiano.

 

Pier Luigi, il primo Duca

 Pier Luigi Farnese nacque nel 1503, a Roma, dal Cardinale Alessandro e da sconosciuta nobildonna romana. Fu un ragazzo bizzarro e irrequieto; di costumi discutibili. Collerico e ambizioso, non badò mai a contenere i propri vizi. Sospetto di omosessualità, di lui si diceva che avesse violentato il giovane e puro Vescovo di Fano, Cosimo Gheri, che lo indispettiva per l’eccessiva virtù.

Nel 1527, partecipò al sacco di Roma con gli scatenati Lanzichenecchi. è ricordato come uno dei condottieri più intemperanti tra quanti prestavano servizio nel tremendo esercito imperiale. Ogni scelleratezza gli fu perdonata grazie alla protezione del Cardinale suo padre.

Ancora adolescente, a sedici anni, sposò Girolama Orsini, che gli diede quattro figli: Ottavio, Duca di Parma; Alessandro, Cardinale e mecenate; Orazio, marito di Diana di Poitiers, della casa regnante di Francia; Ranuccio, Cardinale. Nel 1537, Paolo III riuscì a fargli assegnare il Ducato di Castro, nella Tuscia. Nello stesso tempo, lo nominò gonfaloniere della chiesa. Tre anni dopo, si vide affidato anche il feudo di Camerino. Papà non si dimenticò mai di lui; nel 1545, alla famiglia riuscì il colpo grosso: Pier Luigi fu investito Duca di Parma e Piacenza.

Il nuovo Signore si precipitò subito nelle proprie terre. Dopo aver passato a Parma un solo mese, dicembre, scelse come capitale Piacenza dove fissò la residenza abituale. Qui erano la corte e il centro dell’amministrazione.

Cresciuto in ambiente di elevata cultura, aveva maturato idee politiche moderne: il primo obiettivo fu quello di creare uno Stato centralizzato, eliminando ogni forma di potere che potesse interferire con la sua azione. Pier Luigi individuò il principale ostacolo interno alla realizzazione dei propri piani nei signorotti feudali. Durante il dominio francese e il blando governo della Chiesa, le famiglie aristocratiche avevano accumulato immenso potere e grande ricchezza. L’anarchia era totale, il Duca voleva ristabilire l’ordine.

Non poteva sopportare che i nobili insidiassero senza controllo i diritti del Comune e degli abitanti del contado: per prima cosa, dispose che i sudditi titolari di una rendita annua superiore a duecento ducati abitassero in città, dove erano soggetti a più agevoli controlli. Li obbligò anche a costruire nuove case. In terzo luogo, proibì ai feudatari di amministrare giustizia e istituì il tribunale per giudicare delle liti tra Signori e vassalli. Tolse Calestano ai Fieschi, Cortemaggiore ai Pallavicino, Poviglio ai Gonzaga, Romagnese ai Dal Verme. Se la morte non ne avesse interrotto l’opera, di certo avrebbe ridotto alla ragione un bel numero di signorotti parmigiani e piacentini.

Per avere un quadro completo della situazione del Ducato, già nel 1545, fece eseguire il censimento della popolazione. Inoltre, ordinò le poste e pose mano alla profonda riorganizzazione istituzionale affidata a personaggi del calibro di Annibal Caro. All’insuperato traduttore dell’Eneide affidò la cura degli affari attinenti la giustizia. Pier Luigi istituì la Segreteria di Stato e il Consiglio di Stato segreto. Volle un magistrato addetto alle rendite della camera ducale e creò il Consiglio di giustizia. Memore del proprio passato di soldato, dotò Parma e Piacenza di un esercito, piccolo, ma ben organizzato. I sudditi fecero a gara per entrare nei ranghi militari.

Divise i beni delle finanze ducali in “allodiali”, di proprietà privata della famiglia, e “camerali”, appartenenti allo?Stato. Il suo sogno era diventare monarca super partes, alla guida di un Paese organizzato, moderno e senza privilegi feudali. Troppo per un territorio rimasto a lungo nel disordine e dominato dalla nobiltà riottosa e prepotente. Pier Luigi trovò molti nemici: non solo i feudatari erano decisamente contro di lui; c’era anche chi soffiava sul fuoco della rivolta dall’estero. Carlo V e Ferrante Gonzaga non avevano ancora digerito lo sgarro di Paolo III, che aveva creato il “fungo” approfittando dell’incertezza degli equilibri internazionali e della guerra tra Francia e Spagna.

Nell’Imperatore era sempre vivo il sospetto che i Farnese avessero tentato di ucciderlo ai tempi del convegno di Busseto e l’Asburgo non era tipo da perdonare atti di tale gravità. Ferrante aveva, anche lui, buoni motivi per desiderare la fine del Duca: quel vicino sulla sponda destra del Po era troppo fastidioso per la famiglia Gonzaga; il Cardinale Ercole, glielo andava ripetendo da tempo. A tutto questo si aggiunga che Pier Luigi veniva accusato di aver appoggiato la rivolta organizzata da Gian Luigi Fieschi, filo francese, per strappare Genova ai Doria, filo-spagnoli, e il quadro è completo.

Il Governatore di Milano tenne costanti rapporti con un gruppo di nobili piacentini, tra cui primeggiava Agostino Landi, e li istigò a uccidere il tiranno. Il 10 settembre del 1547, il Duca fu ammazzato come Giulio Cesare: a pugnalate. I colpi furono inferti da Giovanni Anguissola e da due sicari; luogo dell’omicidio, lo studio di Pier Luigi. Il cadavere fu appeso al balcone e poi buttato tra la folla accorsa ad assistere al macabro spettacolo.

Secondo i più, il Ducato era finito; invece, proprio in questi drammatici frangenti, i Farnese seppero mostrare le qualità migliori e lo conservarono. La famiglia fece quadrato. Paolo III era ormai vecchio e infiacchito e il comando dell’“operazione salvezza” passò nelle mani di un personaggio eccezionale: il Cardinale Alessandro, figlio di Pier Luigi. Fu lui il regista, occulto ma non troppo, delle principali mosse compiute dal fratello Ottavio per mantenere Parma e Piacenza. Giocando una dura partita al tavolo dei potenti della terra, i due Farnese diedero prova di coraggio, fiuto politico, astuzia, spregiudicatezza e abilità diplomatica. Ebbero la forza di disobbedire all’Imperatore e, ancor di più, al nonno Papa. Alla fine, dopo anni d’azzardi, vinsero la partita. Parma tornava alla famiglia e, più tardi, anche Piacenza.

 

La riconquista del Ducato

Assassinato il Duca, Ferrante Gonzaga piombò su Piacenza come un falco. I congiurati convocarono l’assemblea del Comune e proposero la resa della città agli Spagnoli. Il governatore di Milano non si accontentò di una vittoria parziale. Volle infierire sui Farnese e marciò verso Parma, dove Ottavio era stato acclamato Duca dagli anziani e dal popolo, per occuparla. Diede inizio ad uno stato di guerra che, tra una pausa e l’altra, si protrasse per cinque anni. In pochi giorni si impossessò di tutto il territorio della provincia sino alla sponda sinistra del Taro. In ottobre, tra Ferrante e i Farnese si stipulò la tregua. Alla richiesta di restituire Piacenza, Carlo V rispose picche. Il Papa pensò che l’ambizioso progetto di creare uno Stato per la propria famiglia stesse fallendo. Mandò il governatore generale della Chiesa Camillo Orsini a occupare Parma, ordinando a Ottavio di rinunciare al potere.

Paolo III intendeva ricompensare il nipote affidandogli Camerino. Sollecitato dalla moglie Margherita e dal Cardinale Alessandro, il Duca non si arrese; nei primi mesi del ’49, cercò di entrare in città con un manipolo di armati e di prendere il castello. Orsini subodorò l’inganno e fece fallire il piano. Il Farnese si rifugiò con i suoi compagni nel maniero di Torrechiara, in attesa dell’occasione propizia per rientrare tra le mura da vincitore.

Il Papa non approvò la condotta del nipote e gli ingiunse di tornare a Roma. Ottavio rispose con una lettera durissima: rifiutò di obbedire e riaprì le trattative con Ferrante per riavere la città. Paolo III, già debilitato, nell’accogliere la missiva fu colto da “ardentissima febbre” e, dopo pochi giorni, il 10 novembre del 1549, morì. A questo punto, entrò in scena il “grande tessitore”, Cardinale Alessandro Farnese, prelato potentissimo, mecenate senza pari, dominatore di tutti i salotti romani, indiscusso pope maker, in grado di orientare larga parte dei voti del Conclave verso il candidato a lui più gradito. Non abbastanza forte per divenire Papa egli stesso, ebbe un peso determinante nella scelta di due Pontefici: ogni volta lo fece nell’interesse del clan.

Nella veste di Cardinale camerlengo, ordinò a Camillo Orsini di restituire Parma a Ottavio. Di fronte ad un primo rifiuto, brigò perché il medesimo comando fosse impartito dal Sacro collegio. La risposta fu ancora “no”: il governatore avrebbe lasciato la città solo dietro precisa disposizione del nuovo Papa. In Conclave, Alessandro riuscì a piazzare sul soglio pontificio il Cardinale Giovanni Maria de’ Ciocchi Del Monte, col nome di Giulio III. L’erede di Pietro, per gratitudine, diede ordine di lasciare Parma nella mani di Ottavio. Il Duca fece solenne ingresso tra le mura il 25 febbraio 1550. Il sogno di famiglia riprendeva corpo. Per concretizzare il progetto di Paolo III, restavano da recuperare Piacenza, Borgo San Donnino e il territorio alla sinistra del Taro occupato dagli Spagnoli. Ferrante Gonzaga era lì, vigile, a impedire che ciò avvenisse.

Giulio III conferì al Duca il grado di “gonfaloniere e generale della chiesa”, con relativo stipendio e una concreta elargizione di denaro per far fronte ai bisogni più immediati dello Stato. La morte di Pier Luigi e le conseguenti disgrazie di famiglia ebbero anche un effetto positivo: trasformare Parma nella capitale indiscussa dei loro domini. Ciò portò alla città numerosi vantaggi, soprattutto di carattere economico.

Il comportamento del Papa non fu mai accettato dall’Imperatore. Carlo V, istigato dal tenacissimo Gonzaga, sosteneva apertamente che Parma avrebbe dovuto seguire lo stesso destino di Piacenza. La città spettava al Ducato di Milano. Ciò spinse la spregiudicata famiglia Farnese, ispirata dal Cardinale Alessandro, a un improvviso mutamento di alleanze: il Duca accettò le lusinghe del re di Francia, Enrico II, e abbandonò il campo ispano papale. Il trattato formale, sottoscritto da Ottavio nel marzo 1551, prevedeva che il re offrisse duemila uomini a piedi e duecento a cavallo per la difesa della città e 12 mila scudi di provvisione annua. 

La guerra divampò di lì a poco, Papa Giulio III e Carlo V non potevano sopportare l’onta. In maggio, Ferrante piombò con 14 mila uomini su Noceto e la prese. Il 13 giugno, dopo avere attraversato il contado passando presso la città, giunto sull’Enza, si ricongiunse con il grosso delle truppe della Chiesa. Ottavio si trovò schierato contro un esercito di 20 mila fanti e 1500 cavalli. Lo spiegamento di forze intimoriva, ma costava carissimo a Papa e Imperatore, la cui situazione di cassa era asfittica. Ci furono battaglie a Colorno, Fontanellato e in altri castelli minori. Le truppe di entrambi gli eserciti portarono fame e devastazioni. Una drammatica carestia costrinse il Duca ad espellere dalla città migliaia di persone povere. Tra le mura restarono solo 17 mila abitanti. Ferrante spinse alcuni collaboratori di Ottavio al tradimento. Il Duca li smascherò e uccise di propria mano il comandante del castello. Le truppe parmigiane ebbero una grande iniezione di fiducia dall’espugnazione del maniero di Torrechiara.

La rocca di Pier Maria Rossi era finita nelle mani di Ascanio Comneno, capitano imperiale e Principe di Macedonia. Nel novembre del ’51, fu attaccata dagli armati di Ottavio. Durante i combattimenti, Comneno perì e i suoi uomini caddero prigionieri. Il castello era conquistato. All’interno si ritrovò un ricco bottino, che rianimò le milizie ducali.

Nella Primavera del 1552, rimasto al verde a causa di un esercito che divorava montagne di quattrini senza risultati, Giulio III sentì il bisogno di far cessare la guerra. Contro la volontà di Carlo V, in aprile, firmò la tregua biennale con il re di Francia. Il 10 maggio, di mala voglia, vi aderì anche l’Imperatore. Dopo cinque anni di battaglie, Parma poteva tirare il fiato. La città e le campagne erano prostrate come ai tempi dei Visconti. Carestia, malattie e povertà dilagavano. I nobili avevano rialzato il capo. Per Ottavio c’era tanto lavoro da fare.

Durante l’aprile del ’54, la tregua fu prorogata per un biennio. Nel frattempo il pope maker di casa Farnese, Alessandro, ottenne un altro grande successo politico: nel ’55 riuscì a fare eleggere Papa Giovanni Pietro Carafa, salito al soglio di Pietro con il nome di Paolo IV. Il neo Pontefice si sdebitò con lo sponsor riconoscendo a Ottavio il legittimo possesso di Parma e Piacenza.

L’idillio con il Pontefice durò poco. Nel breve volgere di un anno, il pirotecnico clan Farnese ribaltò di nuovo le alleanze. Il Duca e i suoi fratelli si convinsero che l’unico modo per riavere la città perduta era ottenerla direttamente dal re di Spagna, Filippo II. Suo padre, Carlo V, aveva da poco abbandonato la guida dell’Impero per ritirarsi in solitaria preghiera nel monastero di Yuste, in Estremadura. Lasciava incompiuto il proprio progetto politico e militare. Aveva diviso il dominio “su cui non tramonta mai il sole” tra suo fratello Ferdinando cui toccarono l’Austria e la corona imperiale e il figlio Filippo cui toccò il resto.

Ottavio, cedendo alle lusinghe degli spagnoli, il 15 settembre del 1556, firmò la Pace di Gand. Con essa, gli fu reso tutto il territorio che gli iberici occupavano nel Parmense, con l’obbligo di abbattere le mura dei castelli; il Cardinale Alessandro e la moglie del Duca, Margherita, riebbero i propri possedimenti situati nei domini spagnoli; l’unico figlio legittimo di Ottavio, Alessandro, veniva consegnato, quasi come un ostaggio, alla corte di Filippo; quel che più conta, i Farnese riavevano anche la città di Piacenza, con l’obbligo di mantenervi, a loro spese, una guarnigione spagnola, custode del castello. Tra gli obblighi imposti dal re, il perdono degli assassini di Pier Luigi e dei loro complici. Dopo quasi dieci anni di tenaci battaglie, i Farnese avevano vinto la propria guerra: lo Stato di famiglia era salvo. Paolo III elaborò il progetto, Pier Luigi e Ottavio prestarono il braccio e il magnifico Cardinale Alessandro la mente, le arti diplomatiche, la spregiudicatezza. Un gruppo di uomini astuti come volpi, tenaci come cammelli e testardi come muli, centrò l’obiettivo che i Borgia avevano fallito.

 

Margherita, figlia dell’Imperatore

 Tutti conoscono Palazzo Madama, la sede del Senato della Repubblica, reso celebre dai telegiornali. Il monumentale edificio sta alle spalle dei commentatori politici di ogni tiggì. Si contende con Montecitorio la palma di facciata più celebre d’Italia. Pochi sanno, invece, chi fosse la “Madama” proprietaria del Palazzo. La misteriosa signora ha un nome, Margherita, e un cognome, Asburgo. Tra i suoi mille titoli, quello di Duchessa di Parma. Era moglie di Ottavio Farnese, figlia illegittima di Carlo V, sorella di Filippo II, re di Spagna. Un personaggio femminile originale, controverso, grandioso, come pochi nella storia della città. I romani la chiamavano, appunto, “Madama”.

Margherita d’Austria nacque nel 1522, ad Audenarde, una cittadina delle Fiandre, dalla congiunzione carnale tra l’Imperatore, uso agli amori plebei, e una domestica sconosciuta. Educata dalle dame più in vista della corte, a soli sette anni fu promessa sposa ad Alessandro Medici, nipote di Papa Clemente VII, cui fu data in feudo la città di Penne in Abruzzo.

Nel ’36 si sposò. Dopo un anno Alessandro morì, vittima di un agguato. Carlo V, il quale aveva bisogno dell’appoggio del Papa, al momento di trovarle un altro marito, pensò che il partito ideale fosse ancora un nipote di Pontefice. Le diede Ottavio Farnese.

La piccola Madama non gradì la scelta. Distrusse il figlio del gonfaloniere della Chiesa con tre aggettivi: “piccolo”, “rozzo” e “sporco”. Tuttavia, lo dovette sposare. Per lungo tempo l’Asburgo rifiutò di consumare il matrimonio. Cedette solo per le insistenze di Paolo III e dell’Imperatore. Il legame rischiò più volte di sciogliersi; solo l’abile diplomazia farnesiana e i bruschi richiami della corte spagnola seppero tenere uniti due cuori che pulsarono sempre su sintonie diverse. Il Papa ammansiva la bizzosa nipote regalandole gioielli sfavillanti e vestiti principeschi, gli oggetti che Madama gradiva di più. Gemme e broccati furono la passione della sua vita. La maggior debolezza. Papa Farnese la sfruttò al meglio.

Del secondo marito, Margherita odiava la proverbiale avarizia; con lui divideva l’ambizione e lo aiutò nella scalata al Ducato.

Elegante e altera, ma non bella, la duchessa fu al centro di molti pettegolezzi. Il suo aspetto mascolino, la leggera peluria sul labbro superiore, gli interminabili periodi vissuti lontano dal marito e la passione sfrenata per la caccia, le attirarono spesso l’accusa di omosessualità. I pettegoli cortigiani del XVI secolo non ebbero mai modo di provare l’accusa e gli storici tendono a ritenerla infondata. Pensano, invece, che Margherita fosse indifferente alle lusinghe della carne.

Ben maggiore il suo interesse per le cose dello spirito. Fin da giovane, si rivelò molto religiosa. Ebbe come confessore Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Per quest’ordine, Madama ebbe una particolare predilezione: lo sostenne con grandi elargizioni e ne perorò la causa presso il Papa. L’affermazione dei “guardiani della Controriforma” ebbe in lei uno sponsor di prim’ordine. Fu sempre molto caritatevole con i poveri e le sue prodighe elemosine fecero scalpore nella Roma papalina.

Madama si barcamenò con la classe della donna di gran mondo tra i contrastanti interessi del padre imperatore e quelli del marito, spesso alleato con la Francia. A volte si fece mediatrice, più spesso parteggiò per i Farnese. Di certo la sua presenza fu utile alla causa di Ottavio. Se non altro, per mitigare le collere di Carlo V ogni qual volta il Duca aderiva allo schieramento filogallo.

Dopo anni di burrasca, il rapporto coniugale si raddolcì con la nascita dei figli gemelli Alessandro e Carlo (che morì in fasce), nel 1545. Lo stesso anno in cui Pier Luigi divenne Duca, un anno storico per il casato. Un anno da non dimenticare per Madama, allettata dall’idea di poter essere, un giorno, Duchessa.

Margherita d’Austria non amò mai Parma; entrò in città per la prima volta solo nel luglio del 1550; le preferì sempre Piacenza, Roma e, ancor di più, i suoi feudi d’Abruzzo. Con i Farnese condivideva una sola passione: la musica. Insieme a loro contribuì a fare della vecchia Crisopoli la capitale europea delle sette note.

Stimata dal fratello Filippo, dopo la Pace di Cateau-Cambrésis, che, nel 1559, mise fine per sempre al conflitto franco-spagnolo, fu nominata reggente dei Paesi Bassi. Un incarico che proiettò la famiglia dei duchi di Parma sulla grande scena internazionale. Madama, originaria delle Fiandre, conosceva molto bene questa terra e cercò di governarla con mitezza, temperando i bollori del fratello e del Cardinale di Granvela, fiduciario del re di Spagna. Il prelato, forte dell’appoggio della corte, condizionò negativamente l’opera della reggente, che tuttavia è ben giudicata da tutti gli storici.

Filippo II ispirava la propria politica ai princìpi di un assolutismo rigido e intollerante, che lo spinse alla persecuzione delle minoranze non allineate e di ogni forma di opposizione. La borghesia dei Paesi Bassi, aperta alle idee nuove e desiderosa di autonomia, non sopportò il tallone del re. In particolare, mentre in vaste aree della nazione si andava diffondendo il Protestantesimo, i sudditi male tolleravano la riorganizzazione ecclesiastica promossa da Filippo, che imponeva la cappa di piombo della Controriforma.

Nonostante le resistenze di Margherita d’Austria, nel 1564, fu introdotta nelle Fiandre l’Inquisizione. Troppo per la popolazione locale e Madama lo avvertiva. La Duchessa di Parma e Piacenza non accettava le doppiezze del fratello, che simulava comportamenti amichevoli e dissimulava il proprio unico obiettivo: tagliare tutte le teste che facevano ombra ai suoi progetti nei Paesi Bassi. Nel ’67, il dominio era una polveriera pronta ad esplodere. Margherita lo avvertì per tempo, e al fine di non avallare la politica reale, chiese di abbandonare la reggenza. Il potere passò al Duca d’Alba, già governatore di Napoli.

L’intolleranza del nuovo reggente scatenò quel conflitto sanguinoso e sordo che sarebbe stato domato solo dieci anni dopo dal più valoroso soldato del casato Farnese, il grande Alessandro, figlio di Ottavio e di Madama. Eccellente stratega, politico accorto e abile diplomatico.

Quando Margherita lasciò le Fiandre, la popolazione la rimpianse. Tornando a Parma, portò con sé un po’ della scintillante cultura dei Paesi Bassi, musicisti e quadri meravigliosi. Nel ’69, malata in modo grave, si ritirò negli amatissimi feudi d’Abruzzo, snobbando ancora una volta Parma e Piacenza. La sua vita ebbe l’ennesima impennata dieci anni dopo, quando, fallito il tentativo del Duca d’Alba di sottomettere con la forza il Paese, Madama fu richiamata nelle Fiandre dal fratello. A lei l’onore di affiancare, come reggente, il figlio Alessandro, cui era stato affidato il comando dell’esercito. Visse anni molto amari. Il rampollo non amava l’ombra della madre e, nel 1581, riuscì a scalzarla, assumendo i pieni poteri. Nel 1583, Margherita, delusa dal figlio, tornò in Italia. Morì nei suoi feudi del Sud il 20 gennaio del 1586, all’età di 64 anni. Fu sepolta a Piacenza.

 

Ottavio il testardo

 “Piccolo”, “rozzo” e “sporco”. Così lo definì la moglie promessa. Piccolo Ottavio lo era senza dubbio, come lo fu il padre Pier Luigi. Sulla veridicità degli altri due aggettivi c’è da dubitare. I quadri giunti fino a noi lo raffigurano elegante e compìto; l’educazione dei ragazzi di casa Farnese è sempre stata curata con scrupolo: come pensare che proprio il nipote del Papa non abbia goduto delle buone frequentazioni umanistiche di famiglia? Non sarà stato all’altezza di suo fratello, il cardinale Alessandro, ma certo non era un buzzurro. Lo dimostra la sua vita politica, che ci insegna come dovesse conoscere a fondo Il Principe di Machiavelli.

Circa l’igiene, si può ricordare che, in pieno sedicesimo secolo, la gente, in Europa, si lavava poco; c’è da credere che la stessa Madama d’Austria emanasse qualche profumino poco canonico.

Altri aggettivi si adattano meglio alla figura del secondo Duca di Parma: “tenace”, “scaltro”, “spregiudicato”. Riassunto in poche parole, era un testardo intelligente. Alla morte del padre, ben ispirato dal fratello cardinale, seppe resistere ad ogni forma di pressione, compresa quella del nonno Papa, e non abbandonò mai il disegno di prendere la città. Prima cercò di entrare con un sotterfugio nel castello, poi si appostò a Torrechiara in attesa del momento buono per passare all’azione.

Genero dell’Imperatore Carlo V, a lungo ne condivise gli interessi politici. Nel 1541, per compiacere il sovrano e appagare le sue smanie di nuovo crociato, partecipò alla sfortunata operazione militare contro i musulmani di Algeri. Negli anni successivi, specialmente dopo la morte di Pier Luigi, il rapporto con Madrid si incrinò. Nel 1551, consigliato dal fratello, Ottavio, per consolidare il possesso di Parma, si alleò con Enrico II, re di Francia. Con disinvoltura, cinque anni dopo, pur di riavere Piacenza dagli Spagnoli, fece “il salto della quaglia”, abbandonò Enrico e concluse con il cognato Filippo II il Trattato di Gand. “Il fine giustifica i mezzi”, frase mai scritta da Machiavelli, potrebbe benissimo essere stata coniata da un Farnese. Certo, la famiglia piegò spesso la morale alle leggi della politica.

Alla firma del Trattato di Gand, non bastò ad Ottavio perdonare i sicari del padre e dare il figlio Alessandro in ostaggio alla corte di Spagna per liberarsi della servitù di tenere la guarnigione imperiale nel castello di Piacenza. Questo manipolo di armati fu il cruccio della sua vita; disfarsene era il suo sogno.

Riconciliatosi con il cognato, per due anni nel ’58 e nel ’59, partecipò alle sue imprese. Ottavio fu presente anche alla stipula del Trattato di Cateau-Cambrésis e la sua figura era conosciuta e rispettata a livello internazionale.

Con Madama impostò un rapporto ambiguo; avevano caratteri inconciliabili e vissero per lunghe parentesi l’uno lontano dall’altra. Finì che il Duca ebbe un gran numero di figli − non si è mai saputo bene quanti − fuori dal matrimonio. I biografi di corte lo definirono “economo”; Margherita si spingeva un po’ più in là, qualificandolo “tirchio”. Certo ebbe sempre grande interesse per le condizioni della “Camera ducale” e a fatica scuciva quattrini a favore della moglie e del piccolo Alessandro. Anche il rapporto con il figlio fu cattivo: anziché essere fiero dei successi militari del grande stratega, “numero uno” dell’esercito imperiale, ne fu sempre geloso e lo tenne lontano da Parma fin che poté.

In politica interna, Ottavio dovette affrontare problemi immensi. Ereditava un dominio allo stremo delle forze, sfruttato senza ritegno da Visconti, Sforza, Francesi e Chiesa, che preferirono farlo oggetto di onerose tassazioni piuttosto che di buon governo. Ad Ottavio toccò il compito di riorganizzare lo Stato, un impegno che seppe assolvere con abilità. Fu lui il vero creatore di quel diritto ducale, che il nipote Ranuccio, più tardi, codificò in forma definitiva. 

Terminata la guerra con il Duca di Ferrara, che dovette condurre a cavallo tra il 1557 e il ’58 per compiacere la Spagna, si dedicò anima e corpo a risolvere il problema dell’inquadramento della riottosa nobiltà locale. Sui territori del Ducato esistevano due feudi, quello dei Landi, in montagna, e quello dei Pallavicino, alla Bassa, dotati di piena giurisdizione: in pratica Stati nello Stato. Inoltre, tutte le grandi famiglie (Rossi, Sanvitale, Correggesi, in testa) durante il periodo di dominio francese e pontificio avevano accresciuto a dismisura potere e ricchezza. Ottavio agì in modo drastico: proibì ai feudatari di militare sotto altri Prìncipi, li obbligò alla residenza in città, ne limitò l’espatrio. In pratica, recise i radicati rapporti che univano i clan parmensi con i potenti d’Italia e d’Europa, vincolandoli alla famiglia regnante. è naturale che i nobili non lo abbiano mai amato. Anzi: nel 1580, Ottavio fu oggetto della congiura orchestrata da Claudio Landi, figlio del carnefice del Duca Pier Luigi. Il feudatario aveva scritturato quattro sicari pagati profumatamente per uccidere il Farnese. Intercettati dalla polizia, essi furono catturati e torturati: tra i tormenti, rivelarono il piano scellerato. L’ira di Ottavio, ancora traumatizzato dalla morte violenta del padre, fu terribile: cinque congiurati furono decapitati in piazza, il Landi subì la condanna a morte in contumacia.

Il Duca pensò anche alla politica di espansione territoriale. Nel 1557, comprò Fidenza dai Pallavicino, nel ’78, tolse ai Landi Borgotaro, che si era ribellata ai propri feudatari.

Il sovrano fece di Parma la capitale di tutti i possedimenti farnesiani sparsi per l’Italia. Da Piacenza, così come dai feudi del Centro e del Sud, giungevano in città nuove risorse. Si sviluppavano le attività legate alla presenza della corte. Si rinvigoriva quel settore che oggi chiameremmo terziario. Ottavio diede l’avvio a imponenti opere urbanistiche e monumentali. A partire dal 1560, ridusse il vecchio castello di Galeazzo Maria Sforza a luogo di delizie, ricavandone il Palazzo ducale. Attorno realizzò un meraviglioso giardino e comprò il palazzo Eucherio Sanvitale con l’area circostante. In pratica diede vita a quello che ancor oggi è, mutato nell’aspetto, il Parco ducale. Scenario stupendo per una fastosa vita di corte. Durante il suo governo, furono costruite anche la chiesa dell’Annunciata e il Collegio dei Gesuiti, oggi Università degli Studi.

I “guardiani della Controriforma” furono chiamati a Parma da Ottavio nel 1564 e il Duca affidò loro la conduzione di tutte le strutture educative. La Compagnia di Gesù aprì tre scuole: una di grammatica, una di umanità e una di retorica. Nella piccola capitale, sotto la guida dei religiosi, era possibile compiere l’intero arco di studi che portavano all’acquisizione del dottorato.

Superata a fatica l’amarezza per la congiura ai suoi danni, Ottavio morì nel 1586, quando già brillava alta nei cieli d’Europa la stella di Alessandro Farnese, reduce dall’epica presa di Anversa. Proprio grazie al prestigio del figlio, nel 1585, il Duca ebbe l’ultima immensa soddisfazione della vita: il re di Spagna, dopo aver ritirato la propria guarnigione, gli restituì il castello di Piacenza. Solo ora l’indipendenza si poteva dire conquistata.

 

L’organizzazione dello Stato farnesiano

 Lo Stato farnesiano non era unitario; si componeva di due autonomi Ducati: Parma e Piacenza. Ad essi, nel 1637 e nel 1682, si aggiunsero, in modo ufficiale, gli Stati Pallavicino e Landi. Il primo si estendeva lungo la pianura che circonda Busseto, il secondo nei monti della Valceno e della Valtaro. Solo nel 1748, le parti, o ditiones, del Ducato passeranno da quattro a cinque: con l’avvento dei Borbone, entrò a far parte del dominio il Ducato di Guastalla.

L’ordinamento che regolava la vita dell’intero possedimento farnesiano, creato in gran parte da Ottavio e codificato nelle Costituzioni emanate da Ranuccio nel 1594 (rimasero in vigore fino al diciannovesimo secolo), era piuttosto complesso. Per capirlo, è necessario tenere presente che a quei tempi non era stata ancora teorizzata e realizzata la divisione dei poteri: Charles Montesquieu de Secondat pubblicò Lo spirito delle leggi nel 1748 e solo grazie a quest’opera si cominciò a ragionare della necessità di tenere ben distinte le funzioni legislative, giudiziarie e dell’esecutivo. Nello Stato assoluto, come era quello di Parma e Piacenza, esse si fondevano in una sola persona, quella del sovrano, il quale le delegava in modo confuso ai vari organi.

Le due istituzioni più integrate con l’attività del Duca erano la “Segreteria di Stato” e il “Consiglio di giustizia”. La Segreteria si occupava dei rapporti con l’estero (le prime ambasciate furono istituite solo nel Seicento) e dei rapporti con amministrazioni cittadine, clero locale, feudatari e destinatari di grazie o privilegi. Il Consiglio era il vertice dell’amministrazione giudiziaria. Aveva sede a Piacenza e si componeva di quattro consiglieri, dei governatori di Parma e Piacenza e del presidente. In prevalenza, i suoi membri non erano cittadini dello stato. L’organo aveva competenza giurisdizionale in materia di liti tra poteri concorrenti, appelli, cause di particolare gravità sia in materia civile che penale. Come conseguenza della confusione dei poteri, però, anche la Segreteria di Stato aveva una sezione dedicata alla giustizia, delegata a esaminare i ricorsi presentati dal Duca.

Sia Parma che Piacenza disponevano di un uditore civile, un uditore criminale e del procuratore del fisco, paragonabili a giudici di primo grado. A essi si aggiungeva il governatore, in prevalenza forestiero per garantire imparzialità, che amministrava la giustizia relativamente all’annona, all’ordine pubblico e al controllo delle comunità.

Ognuno dei due Ducati aveva un governo locale composto dall’“Anzianato” e dal “Consiglio”, formati, su proposta del governatore, da sudditi appartenenti a varie categorie sociali.

L’amministrazione economica e fiscale faceva capo alla “Camera ducale”, divisa in due sezioni. La solita e perniciosa assenza di separazione dei poteri faceva in modo che si creasse grande confusione tra i beni privati della casa regnante e quelli di carattere pubblico: sotto il profilo contabile, entrate e spese si trovavano mescolate, con grave danno per la collettività. Il sistema si perpetuò fino al 1756, quando Filippo di Borbone istituì il “Supremo magistrato delle reali finanze”.

A complicare ancor di più le cose in materia di poteri, c’era la diffusa presenza di feudatari sul territorio. I duchi di casa Farnese produssero sforzi immani per limitarne l’influenza. Uno dei primi atti di Pier Luigi fu la convalida del decreto del “Maggior magistrato”, emesso nel 1441 dai Visconti. Esso stabiliva che i Signori locali non estendessero la propria giurisdizione civile sui cittadini aventi proprietà nei loro domini o sui loro fittavoli e mezzadri. Nonostante l’opera dei duchi, nei 131 feudi piacentini e nei 77 parmigiani, i signorotti locali mantennero alcune prerogative, come la competenza per cause civili e penali di modesta entità.

Il Ducato di Parma e Piacenza, non essendo uno Stato unitario, aveva fonti legislative di diversa origine storica. I Prìncipi si sforzarono di uniformare il diritto civile e penale senza però toccare gli interessi già costituiti. Per effetto di questo indirizzo, in entrambi i campi, restò in vigore la normativa dei vari territori creata nel Medioevo attraverso gli “Statuti”. Alle disposizioni ducali e a quelle ereditate dall’epoca dei Comuni, si aggiungeva, come fonte, il diritto romano, che non si limitava a fare da ossatura all’intero sistema giuridico, ma veniva chiamato in causa ogni qual volta si riscontrasse vuoto legislativo o contrasto tra norme.

L’ordinamento concepito da Ottavio e Ranuccio, in sostanza, resse anche all’avvento della dinastia borbonica e venne superato solo con l’arrivo delle truppe e delle istituzioni di Napoleone, cui si deve l’affermazione del principio secondo il quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Con i Farnese, la popolazione è divisa per ceti, ciascuno dei quali gode di status e privilegi particolari, diversi a seconda della diversa appartenenza.

 

Parma sotto i primi Farnese

 Il censimento disposto da Pier Luigi Farnese nel 1545, ci rivela che Parma era città di medie dimensioni. Contava 19592 abitanti, contro i 97123 del contado e i 25502 dello Stato Pallavicino che, a quei tempi, comprendeva anche Fidenza. Ventotto anni dopo, nel ’73, il numero dei cittadini raggiunse i 26 mila. L’incremento demografico fu favorito dal nuovo status di capitale. Per una larga schiera di abitanti, in special modo quelli di grado sociale più infimo, la disponibilità di pane era scarsa. Ancor più carenti erano i circenses, attività ricreative e del tempo libero.

Le manifestazioni maggiormente attese erano il palio dell’Assunta e la fiera di Sant’Ercolano. Tra i pochi altri divertimenti, le commedie, le goderecce mascherate carnevalesche e i fuochi di artificio. Un altro spettacolo, molto macabro, cui il popolo assisteva in massa, erano le esecuzioni capitali; di solito, le condanne a morte venivano eseguite in Piazza Grande e non più in Ghiaia come nel Medioevo. Molto praticata era anche la pena della berlina e i cittadini più beceri si divertivano alla vergognosa esposizione del condannato.

La corte ducale riservava a sé un piacere privilegiato rispetto ad ogni altro: la musica, massima passione di tutti i Farnese di ogni generazione. Ottavio, Alessandro, Ranuccio e i loro discendenti ospitarono compositori, liutai, violinisti. Claudio Mèrulo Da Correggio era organista della chiesa della Steccata e gli stessi duchi si cimentavano con strumenti e voci. I Farnese, che nella loro corte sfoggiavano grande lusso, emisero diverse disposizioni che proibivano alla popolazione lo sfarzo e l’esibizionismo. Giunsero perfino a regolare il tenore dei capi di abbigliamento. A volte lo fecero per favorire l’economia locale, come quando Alessandro proibì di indossare capi di lana prodotti fuori dal Ducato; a volte, per scrupolo morale.

Fin dall’arrivo di Ottavio, in città si sentirono molto gli effetti della Controriforma. I Gesuiti furono subito padroni dell’educazione e numerosi altri ordini vennero introdotti a Parma; al culmine di questa marea di fede si contarono 15 conventi maschili con 472 frati, 24 femminili con 1453 suore e 70 chiese. Le pratiche religiose e le funzioni pesarono molto sulla vita di tutti i giorni. La dottrina era obbligatoria: “pescatori” e “pescatrici” acciuffavano i renitenti per strada, li costringevano alla frequenza e li punivano. In questo gran fervore esteriore, si vede l’influsso della parentela tra la famiglia ducale e i reali di Spagna, paese bigotto come altri mai.

Perpetuando gli usi dell’età sforzesca, gli ebrei furono sempre discriminati dai duchi. Gli era vietato possedere immobili a Parma e Piacenza; non potevano risiedere per più di tre giorni in città; erano autorizzati a tenere banco solo in otto paesi indicati in modo rigido dalla corte; subivano l’uso umiliante di simboli distintivi.

Se la prima metà del Cinquecento fu caratterizzata da un colossale flagello, la guerra franco-spagnola, che in più riprese interessò Parma e contado, la seconda parte del secolo trascorse relativamente tranquilla. La pace ritrovata consentì il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. L’ospite più indesiderato di quegli anni fu la peste. Il contagio, già comparso nel 1523, si ripresentò almeno due volte in forma virulenta; nel 1576 e nel ’91. Sempre nel ’91, il Parmense fu sconvolto dalla contemporanea esondazione del fiume Po, del Taro e della Parma. Un grave episodio, che convinse il Duca Ranuccio Farnese a fare effettuare imponenti lavori di regimentazione dei corsi d’acqua e di bonifica.

 

Alessandro, il grande stratega

 Tra le più celebrate figure del sedicesimo secolo, un posto di riguardo spetta al terzo Duca di Parma, Alessandro Farnese, uomo di guerra e valente diplomatico. Portava un nome magico per la famiglia e nacque in un anno magico: il 1545, lo stesso della fondazione dello Stato voluto da Paolo III.

Figlio di Ottavio e di Madama Margherita d’Austria, si rivelò bambino di ingegno eccezionale. A soli undici anni di età, la svolta della vita: nel 1556, dopo la stipula del Trattato di Gand, lo zio Filippo II lo volle a corte come “garanzia” del rispetto dei patti stipulati dai volubili Farnese. In Spagna, il giovane Alessandro disdegnò gli studi umanistici e si appassionò a quelli scientifici e militari. Poliglotta, amava sopra ogni cosa la pratica sportiva. Equitazione, nuoto, caccia, salto, corsa e danza erano il pane quotidiano. Grande amico di Don Carlos, figlio del re, si legò di profondo affetto anche con Don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo di Carlo V e, come tale, fratello di Madama Margherita.

I biografi lo descrivono come un giovane basso, molto atletico, i capelli bruni, gli occhi di bragia. I pittori ci hanno tramandato l’immagine di un hidalgo altero. Le donne non gli resistevano; secondo le migliori tradizioni di famiglia, collezionò numerose amanti.

Filippo II notò subito le sue doti superiori e lo legò a sé con un vincolo affettivo profondo e contraddittorio. Il re stimava Alessandro, gli voleva bene, ma era invidioso dei continui successi. Gli affidava impegnativi incarichi e poi se ne pentiva. Gli concedeva favori eccezionali e gli negava il più elementare dei diritti. Il Duca, verso lo zio e sovrano, era di una fedeltà adamantina; eppure Filippo lo sospettò anche di tradimento. Di certo, i cortigiani, “vil razza dannata”, contribuirono sempre a offuscare i meriti del lucido stratega. A riportarne a terra l’aerea immagine. 

Nel 1565, il re di Spagna diede in sposa ad Alessandro Maria del Portogallo, pia e timida, di sette anni più vecchia dello sposo. Ebbero tre figli: il Duca Ranuccio, il Cardinale Odoardo e la sventurata Margherita. Maria era molto devota; tra i suoi precettori ebbe Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, che le instillò, profondo, il senso religioso della vita. Il matrimonio di Alessandro fu, per i parmigiani, una grave sventura. Ottavio obbligò i sudditi a fare agli sposi il “dono” di 12 mila ducatoni. In pratica, un vero e proprio balzello, che costrinse tutti a tirare la cinghia di qualche buco ancora. La comparsa in città del duchino fu, come al solito, fugace; giusto il tempo del matrimonio e della luna di miele. Ottavio non amava tenersi il figlio intorno. Ne intuiva la grandezza e gli faceva ombra. Meglio se ne stesse in giro per il mondo alle calcagna di Don Giovanni d’Austria.

La prima superba prova militare di Alessandro ebbe luogo nel 1571. In quell’anno il giovane condottiero, accompagnato da 85 nobili e 300 soldati parmigiani, partecipò alla storica Battaglia navale di Lepanto, che vide i Turchi battuti dall’esercito allestito dalle potenze cattoliche. Fu lo scontro che provò, una volta per tutte, che gli Ottomani non erano insuperabili. L’armata cristiana era guidata da Don Giovanni d’Austria, che permise al pupillo di fare un’importante esperienza “sul campo”. Sempre al seguito dello zio, nel 1577, Alessandro iniziò la favolosa avventura nelle Fiandre, destinata a dargli fama immortale. Ebbe l’incarico di luogotenente generale; in breve seppe conquistare, a scapito della madre, i galloni di reggente; primo rappresentante del re nei Paesi Bassi.

La situazione che il giovane Farnese ereditava dal Duca d’Alba era spaventosa. Nelle province del Nord, si diffondevano a macchia d’olio il Calvinismo e la Riforma luterana; in quelle del Sud, la popolazione restava in prevalenza cattolica, ma il centralismo di Filippo II aveva disgustato tutti. Prima dell’avvento di Alessandro, i territori settentrionali e quelli meridionali si erano uniti sotto la guida di un unico valoroso condottiero, lo stathouder Guglielmo d’Orange, detto “il Taciturno”. Il reggente, giunto a Bruxelles, ingaggiò con l’“uomo simbolo” della rivolta il grandioso duello che durò quasi dieci anni. Alla fine, tenace come i suoi avi, la spuntò.

Durante la permanenza nelle Fiandre, memore di essere destinato alla guida del Ducato, si circondò di un gran numero di nobili e di soldati parmigiani, che ebbero modo di assaporare l’affascinante cultura dei Paesi Bassi, tanto diversa da quella italiana.

La prima mossa contro il Taciturno fu diplomatica. Alessandro sfruttò con abilità i contrasti religiosi tra le province del Nord e quelle del Sud, e, alla fine, queste ultime riconobbero il potere spagnolo con la sottomissione di Arras, del 1579. Durante il conflitto, il Farnese ebbe modo di dimostrarsi insuperabile nell’arte di espugnare le città assediate. Nell’81, prese Tournai e subito dopo Bruges. Il suo capolavoro fu l’assedio di Anversa, durante il quale, deviò le acque della Schelda dal centro abitato. La città gli si arrese nel 1585. Questa impresa è letta come un capolavoro tattico dagli studiosi di arti militari, che considerano ancor oggi Alessandro il massimo esperto in materia di assedi e ritirate strategiche a sorpresa.

Quando nel 1586 morì Ottavio, il reggente chiese il “congedo” al re, per ritirarsi nella corte di Parma e condurre, finalmente, un’esistenza tranquilla. Filippo disse no. Il sovrano non poteva privarsi del più valido generale, se non per pochi mesi. Alessandro non tornò più nel Ducato ed affidò al figlio Ranuccio la reggenza fornendogli preziosi suggerimenti e istruzioni per governare lo Stato nel migliore dei modi. In particolare, gli raccomandò la celerità dei processi e la riorganizzazione della giustizia. Il sovrano si occupò del dominio di famiglia solo da lontano, ma seppe favorirne l’ingrandimento con alcune abili mosse. Nel 1587, approfittando della benevolenza che in quel momento gli mostrava Filippo II, ordinò al rampollo di occupare lo Stato Pallavicino, che, pur passando sotto i Farnese, per un po’ conservò nome e diritto propri. 

In quello stesso anno, il re di Spagna affidò ad Alessandro l’incarico di preparare lo sbarco dell’Invincibile Armata in Inghilterra. Il sovrano volle approntare la formidabile flotta per conquistare l’isola e, così, vendicare la morte di Maria Stuarda, cattolica e amica della Spagna, condannata al patibolo dalla regina Elisabetta Tudor. Era sospettata di trescare con Filippo. Il Duca ebbe il compito di guidare le truppe di terra, ma i galeoni spagnoli, sconfitti sulla Manica dalle agili navi corsare nemiche, non approdarono mai alle spiagge britanniche. La spedizione si tramutò in una disfatta. Tuttavia, il re non rinunciò a servirsi del nipote, che nel frattempo cominciava a soffrire di fastidiosi attacchi di idropisia.

Contro la sua volontà, nel 1591, gli impose di portare un esercito in Francia per aiutare la Lega Cattolica nella lotta contro gli Ugonotti, di religione protestante. A Can de Bec, al cui assedio partecipò pure il giovane Ranuccio, Alessandro fu colpito da una palla di archibugio e il 3 dicembre 1592 morì di cancrena. Con lui si spegneva il più grande soldato di casa Farnese. La sua gloria immortale fu pagata a caro prezzo dalle città di Parma e Piacenza. Il Duca spese nelle Fiandre immensi capitali, sottratti ai sudditi a suon di tasse e gabelle. Sacrificò la vita e molti dei propri denari per Filippo II: si spense senza sapere che il re, sospettandolo di scarsa fedeltà, lo aveva richiamato alla corte dell’Escoriale.

Dopo la morte, Alessandro fu imbalsamato in un saio francescano; il cadavere arrivò a Parma nel 1593 e fu sepolto, secondo l’uso di famiglia, nella chiesa dei cappuccini. Nel 1823, le ceneri del Duca furono trasportate nel tempio della Steccata e, da allora, riposano nella semplice urna su cui campeggia la scritta Alexander.

La città gli è debitrice di una delle più maestose opere: la Cittadella. Il Duca ne ordinò la realizzazione nel 1591, su modello di quella di Anversa. I Farnese la vollero non solo per farne un baluardo del loro potere, ma anche per dare lavoro a molti sudditi inoperosi. Alla realizzazione della fortezza lavorarono 2500 persone. Poveri e vagabondi furono tolti per lungo tempo dalle strade.

 

Margherita, un fiore calpestato

 La “triste storia” di Margherita, figlia di Alessandro Farnese e Maria del Portogallo, commosse tutte le corti del tempo. è la parabola della femminilità violata dalle regole della ragion di Stato.

Fiore calpestato dalla storia, la Duchessina fu sacrificata due volte: prima sull’altare della diplomazia, poi, su quello della Chiesa. La famiglia la usò, secondo la pratica dei tempi, come si usa un oggetto, una merce di scambio, senza rispetto per i sentimenti e la dignità personale.

Fin dalla nascita del Ducato, i Farnese si trovarono in aperto contrasto coi Gonzaga, Signori di Mantova. Questi ultimi non accettarono mai la fulminea crescita della nuova potenza a fianco delle loro terre. Ferrante, governatore di Milano per mandato di Carlo V, fece di tutto per convincere l’Imperatore a inglobare Parma e Piacenza nei domini spagnoli. Ispirò la congiura contro Pier Luigi e tentò di impedire in ogni modo i disegni di Ottavio e dell’astuto Cardinale Alessandro. Fallì l’obiettivo, ma trasmise alla famiglia l’odio genetico verso i vicini.

D’intesa con il Duca Ottavio, Alexander, cercò, da abile diplomatico qual era, di porre fine alla guerra fredda tra Gonzaga e Farnese. Come strumento scelse la politica “matrimoniale”. Dalle Fiandre, il condottiero diede incarico ai parenti di “combinare” le nozze tra Margherita e Vincenzo Gonzaga, primogenito di Guglielmo, Duca di Mantova, detto “Gobìn” per via della deformazione alla schiena.

Dopo una serie di laboriosi abboccamenti, le diplomazie ducali arrivarono a stabilire le condizioni dell’unione. La dote di Margherita fu fissata in trecentomila scudi d’oro della zecca di Parma. Una cifra enorme, che seppe convincere Guglielmo (in trattative anche con il Granduca di Toscana, Francesco II, interessato alle nozze tra Vincenzo e la figlia Eleonora) più di qualsiasi altro argomento. Prima del matrimonio, i due promessi si scambiarono tenere lettere d’amore. Vincenzo, famoso ovunque per la fama di play boy impenitente, ebbe modo di conoscere la tenera Margherita grazie al piccolo ritratto consegnatogli dagli ambasciatori emiliani. Si innamorò degli occhi grandi della giovinetta.

Lo sposalizio venne celebrato a Piacenza il 2 marzo del 1581 dal Vescovo Ferrante Farnese. Ci fu una grande festa e subito dopo gli sposi si rinchiusero nel Palazzo ducale di Mantova per godersi la luna di miele. Un disastro. Vincenzo e Margherita non riuscirono a consumare il matrimonio. Il duchino, conosciuto in tutte le corti italiane come il “gallo mantovano”, in realtà, non poté violare la verginità della moglie. I Gonzaga, pare a ragione, scaricarono tutte le colpe del mancato coito sulla sposa. Scoppiò un vero e proprio caso diplomatico. Le nozze tra i rampolli, anziché eliminare i dissidi, riaprirono e aggravarono antiche ferite. L’odio tra le due famiglie regnanti si fece più profondo.

Poco tempo dopo la cerimonia nuziale, Margherita, rea, secondo i suoceri, di avere una malformazione all’apparato genitale, fu al centro di chiacchiere infamanti. Cominciò per lei una penosa sequela di umiliazioni e sevizie. Venne sottoposta a continue visite ginecologiche, in pubblico e in privato. Per primo la visitò Marcello Donati, medico dei Gonzaga, che la giudicò “impenetrabile”, causa una “escrescenza di carne”. Tornata a Parma, il celebre chirurgo Acquapendente, sentenziò in suo favore: era adatta alla congiunzione sessuale. La giovane fece nuovi tentativi per onorare gli “obblighi” matrimoniali ma i suoi sforzi e quelli di Vincenzo non approdarono a nulla. Rimandata come un pacco alla corte farnesiana, fu visitata da Andrea Marcolini da Fano, da Aranzio di Bologna, dal Casoli e dal Balestra, gli scienziati più reputati d’Italia. Alla fine si assodò l’inabilità al matrimonio.

Nacque un ulteriore quesito: la duchessina poteva essere guarita dall’intervento del chirurgo? I medici cominciarono un nuovo e logorante dibattito. Si decise di operarla. La data dell’intervento fu fissata per il 6 febbraio del 1583, alla presenza di svariati luminari e dame curiose. Margherita era già imbavagliata e legata al letto, quando tra i ginecologi si accese una gran lite. Alla fine, si rinunciò all’uso dei ferri, che avrebbe potuto portare a morte tra atroci dolori la sventurata.

La tragica vicenda suscitò il malsano interesse di tutte le corti d’Europa. I risvolti di carattere piccante, il pericolo dello scoppio di una guerra, il lignaggio dei protagonisti, fecero sorgere attenzioni morbose. I Gonzaga non volevano tirarsi in casa una donna inabile alla procreazione; i Farnese non potevano accettare di essere umiliati davanti a tanti occhi. Per evitare che i fatti precipitassero, si decise di richiedere l’intervento di Papa Gregorio XIII. Il Pontefice incaricò il cardinale di Milano, Carlo Borromeo, di trovare soluzione alla vicenda. Il sant’uomo, dopo lunghe consultazioni, consigliò la monacazione di Margherita. Alessandro accettò di chiudere la figlia in convento, con il nome di suor Maura Lucenia. La sventurata ebbe vita lunghissima e tormentata. Subì dal fratello Ranuccio ogni sorta di angheria. Il Duca sfogò su di lei tutta la rabbia accumulata verso i Gonzaga. Margherita morì nel 1643.

La vicenda segnò in modo irrimediabile anche l’esistenza dello sposo. La fama di “Don Giovanni” da sempre appiccicata a Vincenzo Gonzaga, crollò. I Farnese ordinarono a tutti i loro ambasciatori una ben orchestrata azione denigratoria. In ogni palazzo del potere fu sibilata la maldicenza: “l’erede del Duca di Mantova è impotente”. Dopo mesi di bombardamento psicologico, molti abboccarono all’esca parmigiana: forse le colpe non stavano tutte nell’imperfezione di Margherita, anche lo sposo aveva le sue tare.

A causa di tali insinuazioni, il “Gobìn” faticò a trovare il nuovo partito per il figlio. Quando, dopo lunghe trattative, Francesco II Medici acconsentì al matrimonio tra Vincenzo Gonzaga e la figlia Eleonora, pose anche, su istigazione della moglie Bianca Capello, veneta maliziosa dal passato chiacchierato, una pesante condizione alle nozze: il duchino doveva superare la “prova di virilità”. Per accedere all’altare gli fu imposto di deflorare una povera giovane dell’età e delle fattezze di Eleonora. Solo dopo esservi riuscito, poté sposare la nobildonna toscana. La vendetta del Granduca per avere visto preferire la figlia di Alessandro alla propria era consumata. 

Inutile dire che l’increscioso affare matrimoniale compromise in modo definitivo i rapporti tra Farnese e Gonzaga. Ranuccio e Vincenzo si odiarono per tutta la vita. Il pericolo di guerra fra i due Ducati si presentò in più di un’occasione, ma i buoni uffici della potenza spagnola arginarono le ire dei contendenti.

 

Ranuccio I: le luci, le ombre

 Ranuccio I Farnese è il personaggio più controverso e affascinante della storia di Parma: uomo impastato di luci e di ombre, ricco di qualità egregie, di sconcertanti debolezze; colto e intelligente, ma anche superstizioso e credulone; amante delle buone leggi, eppure capace di odiosi soprusi; religioso, portato all’elemosina, tuttavia di facile ricorso al capestro. Collerico, diffidente, spietato, paranoico, dispotico. Comunque grande, nel bene e nel male.

Figlio di Alessandro e Maria del Portogallo, nacque il 28 marzo del 1569. Giovanissimo, visitò diversi paesi europei. Soggiornò a lungo in Francia e nei Paesi Bassi, al seguito del padre. Ebbe come maestri il parmigiano Giovanni Ponzio e Iano Pelusio da Crotone. Studente appassionato, a soli quindici anni tenne lezioni di teologia in duomo. Crebbe immerso nella cultura e guidò la prestigiosa “Accademia degli Innominati”, cui aderirono Tasso e Guarini. Dal padre ereditò la maniacale passione per le leggi e gli ordinamenti statali. Innamorato della musica come tutti i Farnese, Ranuccio fu abile suonatore di liuto e volle sempre accanto a sé artisti e compositori di grido.

Nel 1586, Alessandro, impegnato nel governo dei Paesi Bassi, gli affidò, a soli diciassette anni, la reggenza del Ducato di Parma e Piacenza. Il glorioso generale non fece mancare al figlio preziosi consigli. Gli diede validi indirizzi sullo sviluppo delle industrie e della viabilità (un pallino di famiglia), sulla ripartizione delle imposte e sullo svolgimento dei processi, che, contro gli usi del tempo, voleva rapidi e spediti. Ranuccio ben apprese la lezione paterna: nel 1594, due anni dopo la morte di Alessandro, emanò le Costituzioni, con cui riorganizzò il diritto pubblico dello Stato. Elevò molti mercanti al rango aristocratico. Soppresse il lavoro festivo e, in campo agricolo, proibì la coltivazione del riso, perché malsana; fece realizzare bonifiche e arginare i fiumi. Ordinò che le immondizie, in attesa di essere trasportate nei luoghi idonei, fossero raccolte in buche sotterranee. Stabilì che non si potessero costruire nuovi edifici senza il consenso delle autorità e che le industrie produttrici di odori sgradevoli fossero confinate nelle parti remote dell’abitato. 

La figura più importante della corte di Ranuccio fu il tesoriere generale Bartolomeo Riva, l’anima nera del Duca. Un borghese piacentino piuttosto ignorante, ma capace di suggestionare il sovrano, di instillargli dubbi e diffidenze. L’astuto consigliere, nemico giurato dei nobili, fu a lungo l’uomo più potente dello Stato. L’eminenza grigia che impose nel “Palazzo” un clima plumbeo, pauroso.

Si meritò il compiacimento del sovrano organizzando la gigantesca macchina di spionaggio, che permetteva al Duca di essere sempre informato in anticipo su tutto. Congiure, trame innocenti, chiacchiere e pettegolezzi non sfuggirono ai servizi segreti ducali. Il Farnese, sospettoso e diffidente, apprezzava molto la volgare opera di intelligence svolta da Bartolomeo Riva, che si guardava bene dal denunciare al Signore le malefatte proprie e dei familiari, le quali non erano poche. 

Altro consigliere ascoltato fu il nobile genovese Papirio Picedi, Vescovo della città. A corte, l’unico parmigiano influente era il poeta Pomponio Torelli, discendente dei feudatari di Montechiarugolo, cui furono assegnati compiti delicati, specie in campo diplomatico.

Ranuccio, perfetto campione della Controriforma, era molto religioso, legato, in particolare, alle pratiche esteriori, ai riti. Nel 1607, si recò, a piedi, fino al santuario di Loreto. Ciò non gli impedì di essere superstizioso a livelli patologici. Per tutta la vita si ritenne perseguitato da influssi maligni e ricorse spesso a esorcismi e a buffe pratiche liberatorie, sotto la guida di avidi ciarlatani. Secondo alcuni storici soffrì pure di allucinazioni. Secondo altri di epilessia. Fece processare Claudia Colla, una delle amanti preferite, con l’accusa di avere scatenato contro di lui fluidi negativi.

Il Duca si sposò nel 1599, ormai trentenne, dopo una vita da scapolo impenitente. Sponsor il re di Spagna, Filippo III, di cui tenne a battesimo la primogenita e da cui ricevette l’ordine del Toson d’oro, si unì in matrimonio con Margherita Aldobrandini, nipote del Papa Clemente VIII. Margherita portò in dote ai Farnese un brutto fardello: la pinguedine ereditaria che oppresse tutti i discendenti fino al momento dell’estinzione della famiglia. Prima di sposarsi, Ranuccio aveva condotto vita da Don Giovanni, costellata di numerose e fugaci relazioni galanti. Nel 1598, una delle sue donne, Briseide Ceratoli, gli diede un figlio, Ottavio, la cui storia, triste e sventurata, commosse la città. All’età di sei anni, il piccolo fu affidato alle attenzioni di Bartolomeo Riva, che ne curò l’istruzione. Nel 1605 fu legittimato. Quando, cinque anni dopo, il primo erede “ufficiale” di Ranuccio Farnese, Alessandro, venne alla luce sordomuto, la gente cominciò a pensare al ragazzino come al futuro Duca. Il giovane aveva carattere cordiale e aperto; i sudditi lo amavano. Anche il padre nutriva per lui affetto e stima.

Nel 1612, però, avvenne un fatto destinato a segnare negativamente il futuro di Ottavio e, forse, dell’intero Ducato: nacque Odoardo, erede legittimo alla guida dello Stato. Per i tanti estimatori del “bastardo” era la fine di un sogno. Il ragazzo doveva ridimensionare notevolmente le proprie ambizioni. Il padre cercò di combinare il suo matrimonio con Polissena Maria, figlia del conte Landi, ultimo rampollo della famiglia da sempre ostile ai Farnese. Le trattative tra Ranuccio e il Signore di Bardi fallirono. Ottavio si sentiva in una posizione sempre più instabile e si faceva inquieto. La situazione precipitò quando, nel 1617, il Duca, dando credito alla soffiata dei soliti spioni, fece imprigionare due maestri del ragazzo con l’accusa di essere cattivi consiglieri. Nel 1620, lo zio Cardinale convocò il giovane: gli comunicò che Odoardo avrebbe sposato una Medici e che le disposizioni ereditarie a suo favore erano ritirate. A lui si consigliava di intraprendere la carriera ecclesiastica, che per un Farnese sarebbe stata tutta in discesa.

Il giovane non accettò. Prima trattò in segreto con i Landi per poter sposare Polissena, poi, temendo di essere scoperto, fuggì a Bologna. Peregrinò per diverse città, fino a che i Gonzaga di Mantova non lo riconsegnarono a Ranuccio. Il padre, con decisione che il popolo considerò scellerata, lo fece imprigionare. In seguito lo perdonò e gli consentì di aggregarsi all’esercito spagnolo. Quando le cose per Ottavio sembravano volgere al meglio, la rete spionistica del Ducato avviluppò di nuovo il giovane. Due suoi compagni di fuga svelarono al padre altre trame (non si sa bene se vere o inventate). Ottavio fu imprigionato nella Rocchetta, con la facoltà di scrivere e studiare, e lì rimase sino alla morte. Secondo alcuni storici il suo decesso avvenne nel 1630, anno di peste; secondo altri, morì solo nel 1643. Il popolo, che lo amava, ne pianse la vita infelice. Nel Duca, il sospetto e la diffidenza furono più forti dei legami del sangue.

La politica estera di Ranuccio fu influenzata da quella paterna. Alessandro, nelle disposizioni testamentarie, lo sollecitò a conservare la tradizionale alleanza con la Spagna. Il figlio non ne tradì mai la volontà e tenne per tutta la vita atteggiamenti filo iberici: non nascondeva l’ambizione di essere nominato governatore di Milano. L’entusiasmo verso i sovrani di Madrid si raffreddò quando il prestigioso incarico venne affidato al conte Fuentes, nemico acerrimo di Ranuccio. L’hidalgo, ottenuta la nomina, non mancò di vendicarsi degli ostacoli che il Farnese aveva frapposto alla sua scalata. Si comportò con il Duca di Parma come Ferrante Gonzaga con Ottavio. 

Nel 1602, il governatore di Milano chiese il riscatto del feudo di Novara, che Paolo III aveva ottenuto da Carlo V per il figlio Pier Luigi. Dopo aver resistito alcuni mesi, minacciato dalla strapotenza spagnola, nel 1603, il Farnese cedette alla richiesta. I diplomatici si appellarono al re di Spagna Filippo III, che diede ragione a Ranuccio e ordinò la restituzione del possedimento. Fuentes non tenne in nessun conto la decisione del sovrano e proclamò pubblicamente un principio che ai tempi di Filippo II gli sarebbe costato la testa: “Il re comanda a Madrid, io a Milano”. Novara era persa. La corte di Parma veniva privata del flusso costante di capitali provenienti dal feudo di famiglia. Come ai tempi di Alessandro, la politica di cieca fedeltà alla Spagna aveva deluso le aspettative.

Il governo di Ranuccio lasciò sulla città segni indelebili. Diverse le realizzazioni in campo urbanistico e culturale. Come il padre aveva voluto la mastodontica realizzazione della Cittadella, così il figlio dispose l’apertura di un cantiere che avrebbe permesso di dare impiego a molte maestranze e, al tempo stesso, sarebbe stato il simbolo della potenza farnesiana. Nel 1601 ordinò la costruzione della Pilotta e, nel 1603, si diede inizio ai lavori, che impegnarono la solita moltitudine di vagabondi e persone senza occupazione, permisero la stipula di contratti di fornitura e l’aggiudicazione di appalti. L’attività economica cittadina di inizio secolo ebbe un sussulto. 

Nel periodo compreso tra il ‘91 e il 1601, ebbero luogo anche i più importanti interventi farnesiani sulle mura cittadine, che furono abbattute e ricostruite per un quarto del percorso. Nel lato nord-est, lungo l’attuale viale Mentana, tra porta San Barnaba e porta San Michele, furono innalzati quattro grandi bastioni fortificati, praticamente inespugnabili. Fu l’ultima grande mutazione della cinta, fino alla sua distruzione.

Affascinato dai grandiosi spettacoli teatrali di effetto scenico e coreografico barocco e dalle ridondanti naumachìe, Ranuccio volle realizzare all’interno della Pilotta un imponente teatro: “il Farnese”. Affidò il progetto a Gian Battista Aleotti, allievo del Palladio. Mentre a Londra le opere di Shakespeare venivano ancora recitate per strada, Parma disponeva di un contenitore culturale capace di dare ricetto a 4500 spettatori.

Ranuccio si preoccupò molto di restituire prestigio all’antico “Studio parmense”: sensibile alla cultura, sostenne con rendite e privilegi l’Università e, con un’idea moderna e intelligente, le affiancò, come appendice, il glorioso “Collegio dei Nobili”, o di santa Caterina, affidato ai Gesuiti. Il Duca si premurò di dare alla struttura pedagogica respiro europeo. Fece scrivere i regolamenti in varie lingue e li diffuse in ogni angolo del continente. Gli allievi, tutti rampolli di famiglie aristocratiche, affluirono copiosi. A fine Seicento, al massimo del fulgore, il collegio aveva 300 convittori provenienti dalle lande più disparate: vi erano persino studenti norvegesi, tedeschi e ungheresi.

I duchi vagliavano in prima persona i curricula degli aspiranti. Nel corso dell’anno accademico, i convittori frequentavano l’Università (separatamente dagli altri studenti); in Estate, villeggiavano a Fontevivo, alla Villetta o al castello di Sala Baganza. Nei secoli, il Collegio ha vantato allievi prestigiosi: Scipione Maffei, Benedetto Odescalchi (Papa Innocenzo XI), Pietro Verri e Cesare Beccaria; tanto per citare qualche nome.

Mentre l’educazione “maschile” era in mano ai gesuiti, quella delle “ragazze bene” era affidata alle Orsoline, che avevano scuole a Parma e Fidenza. Tutto passava attraverso i religiosi e Ranuccio esercitava su di essi un controllo maniacale.

Durante il suo governo accadde uno dei più impressionanti disastri della storia cittadina: il 27 gennaio 1606 crollò la torre del Comune, il monumento di cui Parma andava più orgogliosa, uccidendo 26 persone. Alta 240 piedi, era tra le maggiori in Italia; faceva bella mostra di un orologio con fasi lunari e di un angelo che usciva ad ogni battere di ora. Travolse i Palazzi del Capitano del Popolo, dei Notai e del Podestà. 

Il Duca morì il 5 marzo del 1622, in tempo per risparmiarsi la vista di Parma, dell’Italia e dell’Europa sconquassate dalla Guerra dei Trent’anni. Di lui ci ha lasciato un perfetto “ritratto” Ludovico Antonio Muratori, un grande del Settecento, fondatore della storiografia moderna su basi scientifiche:

 

D’alti spiriti e gran politico, ma di cupi pensieri e di un naturale malinconico, che macinava continuamente sospetti, per i quali inquieto egli, neppure lasciava la quiete altrui: ne’ sui sudditi misurava tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al suo bisavolo Pier Luigi: e però studiava l’arte di farsi più tosto temere che amare, severo sempre ne gastighi e difficile alle grazie; era ben rimeritato da’ sudditi suoi, perché al timore da lui voluto aggiungevano anche l’odio.

 

Questi sono i difetti: a Ranuccio non mancarono i pregi. Oltre al Duca Odoardo e all’illegittimo Ottavio, lasciò quattro figli di cui si conosce l’esistenza: Maria, che sposò Francesco D’Este divenendo Duchessa di Modena, Isabella (nata fuori dal matrimonio), Vittoria e il Cardinale Francesco. A questi, secondo alcuni storici, andrebbe aggiunto un certo numero, non ben precisato e precisabile, di bastardi.

 

Barbara, “la bella sul capestro”

 Durante il lungo governo, Ranuccio Farnese ebbe sempre una fissazione: liberarsi da ogni possibile ostacolo all’esercizio del potere assoluto. Operò con costanza maniacale per impedire qualsiasi offuscamento della propria sovranità e considerò i potenti feudatari parmigiani e piacentini il “nemico numero uno”. Mal disposto dal ricordo della morte di Pier Luigi e della congiura fallita ai danni di Ottavio, si figurava i nobili, a volte a torto, a volte a ragione, sempre intenti a complottare con i suoi nemici giurati: Vincenzo Gonzaga, il Duca di Modena Cesare d’Este, il governatore Fuentes e il Principe Francesco Pico della Mirandola. Temeva di essere soffocato dalle loro trame, di morire colpito dai loro pugnali. Produsse sforzi titanici per ridurre i rampolli delle grandi famiglie al ruolo di docili strumenti inoffensivi. La rete di spionaggio ducale era sempre all’erta per prevenire, conoscere e, pare, inventare congiure.

Onde limitare la pericolosità dei feudatari impose leggi estremamente restrittive. Proibì agli aristocratici di assentarsi dallo Stato senza giustificato motivo; se l’assenza non autorizzata durava più di due mesi, scattava la confisca dei beni del reo. In spregio alle ambizioni dei nobili, nel 1606, si riservò il diritto di caccia nella vasta area compresa tra l’Enza e la Baganza. La lotta senza esclusione di colpi tra Duca e sudditi dal sangue blu sfociò nella violenta repressione della congiura dei feudatari del 1611, che Ranuccio considerò ispirata dall’odiato Vincenzo.

I dissidi con il Gonzaga risalivano ai tempi in cui il “gallo mantovano” ripudiò Margherita. In seguito, nel 1592, quando andò a fuoco l’armeria della città lombarda, l’ex cognato incolpò del misfatto presunti emissari del Duca di Parma. Qualche tempo dopo, il Farnese scampò miracolosamente a un attentato a Castelnuovo Terzi. Fu subito certo che i sicari fossero stati pagati dall’“impotente d’Oltrepò”.

Tragica e sfortunata figura centrale della congiura dei feudatari, fu Barbara Sanseverino, discendente di Roberto Sanseverino, conte di Caiazzo, capitano degli eserciti di Francesco Sforza e Signore di Colorno sin dal 1458. Bella, colta, intelligente, irrequieta, all’età di quindici anni sposò uno dei migliori partiti del Ducato: Giberto Sanvitale, conte di Sala, ricco e potente discendente di una delle quattro famiglie storiche parmensi. Viaggiò per le corti d’Italia e divenne dama tra le più popolari della penisola. La sua avvenenza fu cantata da Torquato Tasso, che si invaghì di Barbara durante una visita della contessa agli Estensi di Ferrara, e dal Guarino.

Si dice che di lei si sia innamorato anche il Duca Ottavio, rapito dalla sua bellezza assistendo al matrimonio tra la Sanseverino e Giberto. Il Farnese, durante il proprio governo, le concesse vantaggi e benefici a non finire.

Barbara ebbe rapporti molto intimi con Vincenzo Gonzaga. Forse non ne fu l’amante, ma sicuramente procacciò spesso al “gallo mantovano” belle dame con cui sfogare la “prorompente” virilità. La contessa ebbe legami d’amicizia anche con il governatore di Milano, conte Fuentes, inviso al Duca di Parma, sempre disponibile a soddisfare i suoi desideri. Queste due relazioni pericolose, bastavano, da sole, a renderla sospetta agli occhi di Ranuccio.

Nel 1596, dopo la morte del primo marito, la Sanseverino sposò Roberto Simonetta, Signore di Torricella, con grande dispetto del figlio Gerolamo Sanvitale. A partire dai primi anni del Seicento, il Duca cominciò una fastidiosa azione di disturbo nei confronti di Barbara, compiendo piccoli soprusi e dispetti. Fuentes intervenne più volte per far cessare le molestie, ma ottenne l’effetto contrario a quello desiderato. Le lagnanze del governatore di Milano rendevano Ranuccio ancor più acre e sospettoso. Vincenzo Gonzaga, malefico, approfittava dello stato di tensione per montare Barbara e i nobili del suo entourage contro il “tiranno”, che voleva umiliare l’aristocrazia di Parma e Piacenza. Il Farnese arrivò al punto di fare occupare dalle milizie le terre di Colorno. La protesta dei feudatari covava sotto le ceneri. Stavano organizzando un gesto clamoroso.

Gli spioni ducali vigilavano e, nel 1611, scoppiò il bubbone. Secondo le accuse degli amministratori della giustizia, Alfonso Sanvitale, conte di Fontanellato, cercò di fare uccidere la moglie e la suocera. Ranuccio vide nel fatto la buona occasione per punire uno dei più eminenti feudatari del Ducato. Nacque un’accanita inchiesta condotta con i duri metodi del tempo; la tortura degli imputati era la norma. Onofrio Martani da Spoleto, servitore del marchesino di Sala, Gianfrancesco Sanvitale, figlio di Gerolamo e nipote di Barbara Sanseverino, fu arrestato come complice del tentato omicidio. Tormentato dai ferri dell’aguzzino, cominciò a parlare della congiura che avrebbe dovuto portare alla morte di Ranuccio Farnese e del fratello Odoardo, coinvolgendo gran numero di persone.

Il Duca mise in moto il terribile inquisitore Filiberto Piosasco, carnefice cui egli stesso preparava le domande più insidiose. Grazie all’uso smodato delle sevizie, l’indagine si allargò a macchia d’olio. Vi furono coinvolti i feudatari di Sala Baganza Girolamo e Gianfrancesco Sanvitale, i conti Orazio Simonetta, Pio Torelli, Giambattista Masi, Girolamo Da Correggio, Teodoro Scotti, e, come ovvio, Barbara Sanseverino, bersaglio privilegiato del Duca.

Scotti morì sotto i tormenti senza rivelare nulla; gli altri inquisiti, incalzati dagli aguzzini, ebbero meno coraggio. Anche la bella contessa, assistendo alle violenze sui parenti e sugli amici, vistasi persa, ammise le proprie responsabilità. Secondo la ricostruzione di Piosasco, i congiurati avrebbero architettato di uccidere Ranuccio e tutta la famiglia durante il battesimo del figlio. La cerimonia si sarebbe dovuta tenere nel convento dei cappuccini a Fontevivo. Alcuni imputati confessarono contatti coi Gonzaga (Vincenzo avrebbe addirittura assicurato la copertura economica all’impresa) con il Duca di Modena e con il Principe di Mirandola. Il processo, seguito con interesse da tutte le corti europee, ebbe termine il 4 maggio del 1612.

Gli imputati vennero ritenuti colpevoli di lesa “divina e umana maestà” e condannati alla confisca dei beni, ad essere tratti per la città a coda di cavallo su un graticcio di vimini, decapitati e appesi squartati. Il Duca confermò la condanna a morte, ma proibì le sevizie previste dalla sentenza del Piosasco. L’esecuzione ebbe luogo il 19 maggio: i nobili, tra cui Barbara Sanseverino, furono decapitati, i borghesi ebbero in sorte la forca, ben più infamante. Subito dopo, Ranuccio si impossessò di Colorno, dove sorse la più bella delle regge farnesiane. Il Duca fece affiggere manifesti che incolpavano in modo indiretto i Gonzaga e altri potenti di avere tenuto bordone ai congiurati; per poco non ne nacque una guerra, che fu scongiurata dalla mediazione del governatore di Milano. Solo nel 1617 Mantovani e Parmigiani si scambiarono lettere di pace.

Ai posteri rimangono dubbi sulla sincerità delle confessioni estorte con la tortura. La ricostruzione dei fatti potrebbe essere stata riplasmata ad uso degli interessi politici e dinastici di Ranuccio. Secondo lo storico Arnaldo Barilli, che ha studiato a lungo le carte processuali custodite a Parma e a Napoli, il processo fu una farsa. I fatti inventati. Le confessioni in gran parte ritirate. La vera congiura la fece il Duca. Contro i congiurati.

Con l’esecuzione del 19 maggio, la lotta tra i Farnese e i nobili del Ducato era finita: vinse, come sempre, la storia. In tutto il mondo si andava affermando lo Stato ipercentralizzato. Il Principe doveva guidare la nazione senza alcuna interferenza. Di lì a pochi anni, Luigi XIV ripeté l’operazione in Francia, confinando tutti gli aristocratici, resi quasi impotenti, a Versailles, e tenendosi l’esclusiva del governo: “l’état c’est moi” disse il Re Sole. Lo Stato sono io: Ranuccio lo avrebbe potuto affermare con qualche decennio di anticipo sul monocrate d’Oltralpe.

 

L’economia locale nel Seicento

 Il Seicento fu secolo di fame, carestie, peste e guerre. Un’epoca caratterizzata da povertà e stagnazione, che riporta alla mente le grandi sventure del Trecento. Eserciti in armi a saccheggiare il territorio, decremento demografico selvaggio, campagne abbandonate, caduta a picco di industria, artigianato e commercio: ecco i regali di una sorte sciagurata.

Il tenore della vita, a Parma, toccò i minimi storici. La città, tagliata fuori dai flussi del traffico commerciale internazionale, languiva senza speranze. I Farnese, sempre più emarginati sulla scena politica, non ebbero mai la forza di dare la sterzata. Dopo la morte di Ranuccio I, la grande recessione si acuì. Nel 1630, a completare un quadro già drammatico, si abbatté sulla città la più spaventosa epidemia di peste che si ricordi. In pochi mesi, il diffondersi del morbo, descritto con realismo da Alessandro Manzoni, ne I promessi sposi, ridusse il numero degli abitanti della città da 46 mila a 30 mila. Il danno alle attività economiche fu irreparabile. Il flagello si innestava su una situazione già drammatica.

Negli anni precedenti, l’inflazione, che non cessò mai di imperversare per tutto il XVII secolo, aveva quasi azzerato il potere d’acquisto dei salari. La carestia, altra costante di quest’epoca di privazioni, ridusse Parma alla fame. Tra i borghi cittadini e nel contado si respirava solo miseria. La crisi internazionale del mercato della lana diede all’economia locale il pugno del k.o. Il Ducato era al tappeto.

L’imporsi di un modello di investimenti mutuato dalla cultura spagnola non agevolò certo la ripresa: i pochi capitali circolanti furono investiti nelle campagne e nell’acquisto di beni immobili. Le carestie ricorrenti resero infruttuosi i denari riversati sul settore agricolo. La produzione manifatturiera, non più finanziata in modo adeguato, viveva un declino lento e inesorabile. Il commercio internazionale era morto da tempo. Della città dei mercanti temerari e degli abili artigiani del Medioevo restava solo il ricordo. L’unica industria prospera era l’edilizia; tenuta in vita soprattutto dagli interventi pubblici, ebbe una “ripresina” dopo la congiura dei feudatari: Ranuccio, per motivi di sicurezza, impose agli aristocratici l’obbligo di residenza in città e tra le mura sorsero sontuosi palazzi.

Tra i pochi opifici ancora vitali restavano le ferriere piacentine e le tipografie parmigiane. I tentativi dei duchi di rilanciare la produzione del sale ebbero scarso successo. L’attività bancaria era pressoché inesistente. Solo i proprietari terrieri, di tanto in tanto, ricorrevano al credito ipotecando i loro beni. La borghesia era ormai uscita di scena.

A fine secolo, finalmente, una novità positiva. Ad alleviare la fame delle popolazioni rurali, vennero introdotte due nuove coltivazioni: il mais e la melica. Da quel momento in avanti, la polenta divenne il cibo dei poveri.

 

Odoardo, il guerriero mancato

 Il figlio di Ranuccio, Odoardo, nato il 28 aprile 1612, non fu certo all’altezza degli antenati. Ambizioso come tutti i Farnese, bramava ripercorrere la carriera militare del nonno Alessandro. Voleva essere un grande stratega. Un Signore della guerra. Gli mancarono le capacità e le occasioni. Correvano tempi troppo difficili per il piccolo monarca di provincia. Quando era ancora bambino, il 23 maggio 1618, alcuni dignitari boemi lanciarono dalle finestre di un palazzo di Praga i rappresentanti del futuro imperatore Ferdinando di Asburgo: era l’atto di inizio della Guerra dei Trent’anni, che avrebbe pesato come un macigno sulla storia di Parma e sul destino di Odoardo.

Il terribile conflitto, interessò tutti i paesi dell’Europa continentale e vide schierati Protestanti (Unione evangelica) contro Cattolici, Spagna contro Francia e Olanda, Svezia contro Austria. Senza contare la Danimarca e i principati di Germania. La guerra si spostò spesso sul teatro italiano, prima per il dominio della Valtellina e poi per la successione di Vincenzo Gonzaga alla guida del Ducato di Mantova. Odoardo ne fu una vittima.

L’erede di Ranuccio nacque quando ancora si pensava che il Ducato sarebbe passato a Ottavio, l’illegittimo. Dalla madre ereditò l’obesità degli Aldobrandini. Dal padre prese poco: soprattutto, non assimilò la cautela nell’affrontare i fatti di politica internazionale.

Alla morte di papà, nel 1622, al giovane Duca fu imposta la reggenza dello zio cardinale Odoardo Farnese, che amministrò lo Stato con saggezza fino al momento della morte, avvenuta nel 1626. Per due anni ancora le redini del potere passarono alla madre Margherita. Infine, nel 1628, il duchino poté governare in proprio, dando sfogo a tutte le bizzarrie del suo carattere. Nello stesso anno, sposò Margherita de’ Medici, figlia del Granduca di Toscana Cosimo II. Come nelle migliori tradizioni di famiglia, il matrimonio fu al centro di imponenti manifestazioni di giubilo. Il teatro Farnese ospitò grandiose feste con musiche di Monteverdi, caroselli di cavalieri, inondazione delle scene. Degli spettacoli nuziali si parlò in tutta Italia. La moglie gli diede cinque figli: il Duca Ranuccio II, i generali Orazio e Alessandro (combattenti contro i Turchi nell’esercito della Repubblica di Venezia), Caterina, che scelse la via della monacazione e Pietro.

Appena guadagnato il potere, Odoardo rivelò subito interesse maniacale per le questioni, tutte secentesche, di etichetta e precedenza. Si mostrò anche spendaccione, impulsivo, smanioso di agire, irriflessivo. Aveva una gran voglia di menar le mani in battaglia. Scottato dalle delusioni che il nonno Alessandro e il padre avevano patito dalla corte spagnola, mostrò di non gradire l’alleanza con Madrid. L’umiliazione della mancata concessione della reggenza del Ducato di Milano a Ranuccio pesava ancora.

Odoardo decise di giocare l’audace carta del bisavolo Ottavio e cominciò una rapida marcia di avvicinamento alle posizioni francesi. La guida del paese transalpino era saldamente nelle mani dell’astutissimo cardinale Richelieu. Il prelato capì le debolezze e le ambizioni del Duca e le sfruttò con abilità in chiave antispagnola. Se il Farnese voleva combattere come il grande Alessandro, i Francesi gli avrebbero dato la possibilità di sfogarsi. Il Cardinale mise alle costole di Odoardo un suo fido: il provenzale Iacopo Gaufrido. Arrivato a corte come maestro di francese, l’uomo di Richelieu divenne in breve segretario di Stato. Dopo lungo lavorio, nel 1633, raggiunse il risultato che desiderava da tempo: il sovrano stipulò un trattato con la Francia. Gli avevano lasciato intendere che, quando le sue truppe avessero invaso l’Italia del Nord, i Farnese avrebbero potuto espandersi in Lombardia.

Odoardo non fu l’unico “Principe” della penisola a cedere all’incantesimo della sirena gallica. Anche il Duca di Modena e Amedeo di Savoia si unirono all’alleanza. L’emulo di Alessandro ingaggiò un esercito di 5000 mila fanti e 600 cavalli; non era gran che se paragonato alle truppe che si muovevano sullo scacchiere della Guerra dei Trent’anni, ma sempre troppo in confronto alle forze del piccolo Stato. Le milizie costavano un patrimonio. Odoardo contrasse debiti onerosi con mercanti e banchieri di ogni parte d’Italia. E aumentò la pressione fiscale sui sudditi. Tasse e gabelle furono spinte al massimo. La popolazione, prostrata dalla peste del ’30 e dai frequenti passaggi di eserciti in assetto di guerra (particolarmente pernicioso quello degli spagnoli nel ’29), era alla disperazione. Il Duca, invece, si faceva guidare dalla mania di grandezza: fece coniare una medaglia con la scritta: “j’ay bruslé le fourreau” (“io ho bruciato il mio fodero”). Meglio avrebbe fatto a non dargli fuoco, tenendo la spada ben custodita.

I parmigiani non amavano molto Odoardo; i motivi, come abbiamo visto, non mancavano. La popolazione cittadina mal tollerava che, ripristinando l’uso del trisavolo Pier Luigi, avesse scelto Piacenza come residenza abituale. La capitale non gradiva che il “sovrano” la snobbasse. Il “Guerriero” creò ai sudditi molti problemi: bande di disertori e soldati indisciplinati correvano il Parmense come ai tempi dei Visconti. Per difendersi, i contadini dovettero armarsi. L’idea di allestire un esercito ducale si rivelava sempre più sciagurata.

In breve, Odoardo ebbe modo di constatare quanto fosse rischiosa la scelta di ribaltare le alleanze di famiglia. Il re di Spagna fece sequestrare e vendere all’incanto tutti i feudi farnesiani d’Abruzzo e, nel 1635, la situazione militare precipitò. L’intervento in guerra era vicino; il Duca ingaggiò altri mille uomini, gravando di nuove tasse la popolazione. Mentre i soldati sperperavano, la gente comune moriva di fame.

Nel settembre, finalmente, Odoardo fu chiamato alla battaglia. I Francesi lo vollero al proprio fianco, insieme ad Amedeo di Savoia, durante l’assedio di Valenza. L’impresa non ebbe esito fortunato. Molti soldati disertarono; per giunta, mentre il Farnese era assente dal Ducato, Francesco d’Este, Signore di Modena, e gli Spagnoli invasero le sue terre. Tutto il contado era in mano alle truppe di occupazione. Soldati iberici ed estensi compirono ogni forma di rapina e di violenza. Le devastazioni durarono per mesi.

Odoardo, compreso che la guerra non era un gioco, si precipitò a Parigi per chiedere soccorso. Sperava che gli alleati lo aiutassero a liberare lo Stato. Ottenne molti doni, promesse e pacche sulle spalle. Di concreto nulla. Dopo un viaggio avventuroso, tornò miracolosamente in patria il 26 giugno del 1636. Disperato, si chiuse in Piacenza, dove i nemici lo cinsero d’assedio senza mai dargli tregua.

Il Granduca di Toscana e Papa Urbano VIII intercedettero per lui, agendo da mediatori con la corte spagnola. Il 4 febbraio 1637, fu firmata la Pace di Piacenza e Odoardo sciolse l’alleanza con la Francia, riavendo in cambio il possesso del Ducato. Ma la spada non era ancora rinfoderata. Il “Guerriero” continuò a vestire alla francese, a tenere soldati transalpini di guardia ai palazzi romani, a scambiare corrispondenza con il cardinale Richelieu: l’esperienza non seppe renderlo prudente.

La baldanza gli causò altri guai di lì a poco: Odoardo aveva contratto tanti e tali debiti, raggruppati nel cosiddetto “Monte Farnese”, che fu costretto a garantire la solvibilità verso i creditori dando in ipoteca il meraviglioso feudo di Ronciglione e Castro. La famiglia Barberini, cui apparteneva anche Urbano VIII, aveva messo gli occhi sul ricco possedimento. Due nipoti del Pontefice si candidarono all’acquisto. Vendendo il piccolo Ducato, Odoardo avrebbe potuto godere di una forte iniezione di liquidità e saldare i debiti, ma la sua fierezza era tale che rifiutò l’affare. Per lui, così attento all’etichetta, i Barberini erano semplici parvenu, “gente nova” da trattare dall’alto al basso.

Urbano VIII non si arrese e convocò a Roma il Duca per convincerlo a cedere il feudo. Il 21 novembre del 1639 il sovrano si recò nella città di Pietro, dove fu trattato con ragguardevoli onori. In cambio del possedimento gli offrirono la porpora per il fratello, un vantaggioso matrimonio per la famiglia, e un’infinità di quattrini. Odoardo snobbò i giovani Barberini, ma accettò di recarsi in udienza dal Papa. Con grande ardire, come il primo tra i potenti, entrò fin negli appartamenti pontifici accompagnato dalla propria scorta armata. Non cedette né alle implorazioni né ai doni di Urbano VIII. Si tenne il piccolo Ducato e lo fortificò.

Dopo il lungo braccio di ferro, il Papa, nell’ottobre del 1641, fece occupare Ronciglione e Castro dall’esercito, scomunicò Odoardo e lo dichiarò decaduto dal possesso dei feudi. Le diplomazie di Francia, Spagna, Venezia e Modena, cercarono di non fare precipitare la situazione. Mediarono con Urbano, ma non riuscirono a sbrogliare la matassa. Il Principe ciccione era sempre più favorevole all’intervento militare. Ottenne nuovi finanziamenti e formò un piccolo esercito. Tuttavia, per orgoglio, rifiutò di partecipare alla lega difensiva con Venezia, Firenze e Modena, anch’essa in lotta contro il Pontefice.

Nel settembre del ’42 partì da Parma con un’armata di 3500 cavalli e uguale numero di fanti. Le truppe si diressero alla volta di Roma. Le forze papali attestate nel Bolognese e nel Modenese, sorprese dalla mossa, si diedero a fuga precipitosa. I Barberini, però, seppero frenare la marcia di Odoardo lasciando intendere di essere disponibili a trattative; in realtà, volevano solo guadagnare tempo prezioso per allestire una forte milizia con scopi difensivi. Nella primavera del ’43, il Duca riportò alcune vittorie militari, mentre anche la Lega attaccava lo Stato Pontificio. La guerra finì solo nel 1644, con il provvidenziale intervento del Cardinale Mazarino, successore di Richelieu alla guida del Regno di Francia. Le pressioni del prelato salvarono il Farnese, più forte in diplomazia che nella conduzione degli eserciti. Con la pace di Venezia, firmata il 31 marzo, Urbano VIII ritirò la scomunica e restituì il piccolo Ducato tosco-laziale a Odoardo. Il Papa morì poco dopo. Il successore, Innocenzo X, si mostrò ostile ai Barberini e concesse la porpora cardinalizia al fratello del Duca, Francesco Maria: per i Farnese, la guerra da operetta si concluse con qualche piccola soddisfazione. Nel frattempo, i debiti erano aumentati ancora e i sudditi avevano patito sofferenze di ogni tipo.

Dopo due anni Odoardo morì, a Piacenza, per un colpo apoplettico. Lasciò lo Stato impoverito, devastato e avviato verso l’inarrestabile decadenza. Sotto il suo governo si interruppero le prestigiose fiere dei cambi piacentine e l’economia parmense subì un vero e proprio tracollo.

 

Ranuccio II, la decadenza

 Ranuccio II nacque sotto una cattiva stella. Nel 1630, mentre il Duchino veniva alla luce, in città imperversava la peste manzoniana. Come ogni erede della nonna Aldobrandini, fin da piccolo fu oppresso dalla tara di famiglia, la pinguedine, che lo perseguitò per tutta la vita, fino ad essere causa della sua morte.

Secondo la migliore tradizione farnesiana, era amante della musica e del ballo. La sua corte, sempre sfarzosa a dispetto delle misere condizioni economiche dei sudditi, ospitò i più celebrati musicisti e danzatori europei. Le feste erano indimenticabili e si succedevano l’una all’altra. Ogni pretesto era buono: matrimoni, nascite, visite illustri. Il sovrano spese cifre vertiginose in naumachìe, fuochi d’artificio, rappresentazioni coreografiche, guadagnandosi indiscussa fama di prodigo smodato. Ranuccio aveva anche interessi culturali: appassionato di teatro, nel 1689, fece costruire due diversi contenitori per le rappresentazioni drammatiche nel palazzo della Riserva. Arricchì la pinacoteca e la biblioteca di famiglia, acquistando bellissimi quadri e volumi preziosi.

Organizzò indimenticabili battaglie navali nella peschiera del Parco ducale e sfarzosi spettacoli pirotecnici per i matrimoni dei figli. La sua vera, bruciante, passione era la caccia. Per dedicarsi a tutti questi svaghi, trascurò molto l’attività di governo. Sono pochi gli atti legislativi memorabili che portano la sua firma. Non mancano, però, alcuni esempi di buona conduzione della cosa pubblica. Il pingue sovrano emise bandi per favorire la bonifica dei terreni; fece compiere, con un certo successo, ricerche minerarie sull’Appennino; introdusse nelle campagne la coltivazione del mais e della melica. Conscio (si fa per dire) delle pietose condizioni economiche del Paese, emanò provvedimenti per ridurre, nei limiti del possibile, la disoccupazione operaia: in particolare proibì l’esportazione di sete non ancora lavorate.

Mentre a corte si viveva nel lusso sfrenato, emanò diversi atti per rendere “sparagnina” e morigerata la condotta dei sudditi, oppressi da un carico fiscale insostenibile. Tra i meriti di Ranuccio II l’aver istituito gli archivi pubblici per gli atti dei notai. Aiutò sempre Venezia nella sua drammatica lotta contro i turchi e spedì in soccorso della Serenissima piccoli eserciti guidati dai fratelli Alessandro e Orazio.

Ranuccio II si sposò tre volte ed ebbe dodici figli. Nel 1660, si unì in matrimonio con Margherita Violante di Savoia, che morì poco dopo. Nel ’64, sposò Enrichetta d’Este. Anch’essa sfortunata, finì presto nella tomba. Nel ’66, scelse come nuova moglie la sorella di Enrichetta, Maria, che gli diede, tra gli altri, i figli Francesco e Antonio, ultimi duchi di casa Farnese. Il primogenito Odoardo, marito di Dorotea Sofia di Neoburgo, morì in giovane età.

Dopo la morte del Duca Odoardo, nel 1646, il governo fu retto dal cardinale Francesco Maria e da Margherita de’ Medici, che lasciarono ampio spazio a Iacopo Gaufrido. Quest’ultimo tentò di imporre, di nuovo, la politica filo francese. Il Ducato, quando scoppiò la guerra tra Estensi e Transalpini, da una parte, e Spagnoli di Lombardia, dall’altra, rimase neutrale. Nel Parmense, tra il ’47 e il ’48, transitarono entrambi gli eserciti in lotta, lasciando la solita scia di orrori e distruzioni. Ranuccio II cominciò ad esercitare il potere in prima persona nel ‘48; uno dei primi atti fu quello di nominare il ministro provenzale “marchese di Felino”. Titolo che ha sempre portato iella al suo possessore e anche Gaufrido ebbe, di lì a poco, un destino infelice.

Il sovrano ereditò dal padre, assieme ai debiti del Monte Farnese, il dissidio con il Papa sul possesso del Ducato di Ronciglione e Castro. Il nuovo Pontefice, Innocenzo X, perseguiva, con la stessa testardaggine di Urbano VIII Barberini, l’obiettivo di acquistare, anche a caro prezzo, il vasto feudo posto a cavallo tra Toscana e Lazio. La tensione con la corte di Parma era sempre alta. Il Papa aspettava l’occasione propizia per papparsi il ghiotto boccone. Dopo lunga attesa, la pazienza fu premiata.

Nella 1649, Innocenzo nominò Cristoforo Giorda Vescovo di Castro. Mentre il pastore si recava alla propria diocesi, fu assalito e ucciso da sicari sconosciuti. Innocenzo, forse a ragione, incolpò del gesto il clan Farnese. Non poteva mancare la dura rappresaglia. Il Pontefice approntò in tutta fretta un esercito e, in luglio, fattolo entrare nel feudo, diede l’assedio a Castro. In settembre, la città fu presa e rasa al suolo senza pietà. Fu distrutto anche il meraviglioso Palazzo ducale, gioiello architettonico di rara bellezza. Tra le macerie, l’erede di Pietro volle eretta la colonna con scritto “qui fu Castro”, dando disposizione che non venisse mai ricostruita.

Ranuccio II, che forse avrebbe preferito continuare a sprofondarsi nelle sue feste, di fronte a tanta sfida fu costretto a reagire. Radunò un esercito e lo mise agli ordini di Iacopo Gaufrido. Le truppe parmensi partirono alla “conquista” di Roma. Appena entrate nei territori pontifici, a San Pietro in Casale, nei pressi di Bologna, furono affrontate dalle milizie papali. Il Provenzale perse la battaglia. Ranuccio, cui mancò l’appoggio di Francia e Spagna, dovette cedere ai voleri di Innocenzo. La Chiesa comprò, al prezzo di un milione e 700 mila scudi tutti i possedimenti dei Farnese nel suo Stato.

Non bastava. Il Papa intendeva vendicarsi della morte del Vescovo Giorda e punire in modo plateale l’orgoglio del Principe parmense. Occorreva un capro espiatorio che pagasse per tutti. Il Duca, con cinismo da fare accapponare la pelle, scelse come vittima designata il marchese di Felino. Iacopo Gaufrido fu accusato di tutto quanto poteva far piacere al Pontefice e arrestato. Portato a Piacenza, venne giustiziato l’8 gennaio del 1650. Secondo molti la fine del ministro provenzale fu favorita e voluta dal conte Francesco Serafini, un lucchese che aspirava a succedergli nel favore della corte. Sarebbe stato lui a spingere Gaufrido ad accettare il comando dell’esercito ducale e a compiere le mosse infelici che lo resero odioso a Innocenzo.

Ranuccio II non accettò mai la perdita di Ronciglione e Castro; per tutta la vita ebbe l’ossessione di recuperare il possedimento. Di questa cocciutaggine fecero le spese i sudditi, che dovettero pagare, a suon di tasse e balzelli, prima la sfortunata guerra con il Papa, poi tutti i tentativi di recupero. Nel ’64, Ranuccio pensò di essere sul punto di centrare l’obiettivo. Luigi XIV, re di Francia, gli lasciò intendere che avrebbe favorito con le proprie armi diplomatiche le operazioni di riscatto del piccolo Ducato. Una clausola della Pace di Pisa tra il Pontefice e i Transalpini prevedeva la possibilità di ricomprarlo. Il Farnese spremette i sudditi con tasse vertiginose, contrasse debiti con le banche e alla fine riuscì a raggranellare un’ingente somma. Il Papa non si lasciò intimorire dagli ambasciatori del “Re Sole” e rifiutò il riscatto. Luigi XIV, contrariamente alle promesse, non fece nulla per smuovere l’erede di Pietro.

Nel 1682, a Ranuccio II riuscì, finalmente, un buon colpo. Comprò dai Doria, eredi dei Landi, il possedimento di Bardi. In seguito a questa acquisizione, fu riconosciuto feudatario dell’Impero, qualifica che, di lì a poco, gli sarebbe costata molto cara.

Gli ultimi anni del sovrano furono segnati da una grande tragedia: l’alloggiamento nel Ducato delle truppe dell’Imperatore d’Austria impegnate nella guerra della Lega di Augusta, che univa gli Asburgo, l’Olanda e l’Inghilterra, scese in campo in appoggio al Duca Vittorio Amedeo di Savoia, in lotta contro la Francia. Nel 1691, arrivarono nel Parmense 4 mila soldati accompagnati, secondo l’uso del secolo, da donne e bambini: i sudditi ebbero il peso del mantenimento. Alle ripetute proteste del Farnese, fu risposto che l’onere gli derivava dal rango di feudatario imperiale. La soldataglia rimase in loco fino al 1695: città e campagne vissero una seconda volta le terribili esperienze del primo Cinquecento, quando furono schiacciate sotto il tallone francese. Stupri, soprusi, violenze di ogni sorta erano all’ordine del giorno. Le contribuzioni superarono il livello di guardia.

L’11 dicembre 1694, Ranuccio morì, oppresso dalla mostruosa pinguedine e sofferente per le condizioni in cui versava il Ducato. Un anno prima se ne era andato il figlio primogenito Odoardo. L’Imperatore continuò a infierire; nel 1697, quando la guerra era già finita con la sconfitta della Francia, impose a Parma il pagamento di 30 mila doble. La contribuzione fu posta come condizione per sloggiare le truppe. Il nuovo Duca, Francesco, si vide costretto a tassare perfino le parrucche. Abolì feste di corte e banchetti, licenziò gran parte della servitù e infine riuscì a pagare la taglia. La città andava incontro ad anni molto bui.

 

L’influenza dell’Austria su Parma

 Nei mesi a cavallo tra il 1687 e il 1688, i Turchi, battuti sotto le mura di Vienna, cessarono di essere un pericolo incombente sull’Impero asburgico. L’Austria tornò a interessarsi degli affari europei. Con la guerra della Lega di Augusta, cominciarono le attenzioni verso il Ducato. Tramite l’acquartieramento delle truppe, Leopoldo I scoprì Parma e prese coscienza del rilievo strategico della sua posizione. L’interesse dell’Imperatore per la città crebbe durante la guerra di successione spagnola, che durò dal 1700 al 1713.

Alla morte del re Carlo II, Luigi XIV cercò di imporre sul trono di Madrid il nipote Filippo V di Borbone. Le potenze europee si opposero al disegno e iniziò la lotta che vedeva schierate Francia e Spagna, da una parte, Inghilterra, Olanda e Austria, dall’altra. In breve il conflitto si trasferì in Valpadana. Nel 1702, dopo una prima rapida puntata, le truppe di Vienna, guidate dal glorioso condottiero Eugenio di Savoia, si stabilirono nel Parmense, infierendo in particolare sul contado. Le città di Parma e Piacenza, su richiesta del Duca, furono presidiate da milizie papali ed ebbero danni minori. Il peso del mantenimento dei soldati tedeschi gravava tutto sui sudditi dei Farnese, soggetti ad ogni forma di angheria fisica e morale e a pesanti contribuzioni. Eugenio era una sanguisuga insaziabile; l’Imperatore ne assecondava le tendenze. Borgo San Donnino, Busseto, Noceto, Fontanellato furono straziate. Nel 1706, Giuseppe I, superò ogni limite: impose al Duca una contribuzione di 86 mila doble, facendo valere presunti diritti dell’Impero e del Ducato di Milano. Francesco non era suo vassallo nella veste di Signore di Bardi? E allora, pagasse.

Il Papa, che vantava diritti su Parma e Piacenza, dichiarò nulla l’imposizione e fulminò di scomunica gli invasori. L’Imperatore proseguì lungo la propria strada e pretese la somma stabilita. Inutile descrivere le sofferenze che la popolazione dovette sopportare per raccoglierla. Pagata la taglia, i dolori non erano ancora cessati. Nel 1711, arrivarono 6 mila soldati prussiani e anch’essi furono messi a carico di città e campagne. Il prestigio del Ducato era azzerato. Il territorio aperto a tutti i prepotenti.

La Pace di Utrecht, del 1713, sancì la fine della guerra di successione. Filippo V ebbe il trono di Madrid, ma la Spagna perse tutti i possedimenti italiani. La Lombardia passava sotto il dominio dell’Austria: l’influenza di Vienna su Parma e Piacenza cresceva ancora. Il Duca Francesco Farnese cercò inutilmente di organizzare una lega di Stati italiani, appoggiati da Francia, Inghilterra e Spagna, per cacciare gli imperiali. Nella Penisola era troppo forte la paura degli Asburgo.

 

Francesco, “il burattinaio”

 Negli ultimi anni di vita di Ranuccio II, sembrava che il Ducato avesse toccato il fondo; ma al peggio non c’è mai fine: il figlio Francesco ebbe in sorte umiliazioni ancora più forti. La prepotenza austriaca avvilì Parma, Piacenza e casa Farnese. La dinastia era alla frutta. Al crollo di prestigio si accompagnò un nuovo serio pericolo: l’estinzione. I tanti figli di Ranuccio non avevano eredi maschi. Si poneva in modo forte il problema della successione alla guida dello Stato.

Francesco, salito al trono nel 1694, a soli diciassette anni, si arrabattò il più possibile per pezzare i buchi della camera ducale. A inizio Settecento, non c’erano più soldi. Le rendite del fisco venivano strappate dagli occupanti; ai duchi e ai loro sudditi non restava nulla.

Con decisione coraggiosa, impegnate le gioie di famiglia al Monte di Bologna e le argenterie alla zecca di Milano, il Farnese raccolse denaro anche dagli ecclesiastici; gesto inaudito in una società che concedeva ai religiosi l’esenzione fiscale. Il povero Francesco giunse fino al punto di tassare le parrucche. Licenziò musici, nani e buffoni. Soppresse numerose cariche di corte, tagliò le spese superflue, e qualcuna tra le necessarie. Per far fronte ai bisogni della popolazione, stremata dalla presenza degli occupanti, importò grano dall’estero e lo vendette sottocosto. Durante gli ultimi anni della guerra di successione, il Ducato era allo stremo. Eppure, proprio in quei mesi, maturava il colpo d’ala, la magia diplomatica che avrebbe ridato slancio allo stato asfittico e alla casata in decomposizione. Fu il canto del cigno dei Farnese.

Protagonisti del provvisorio “Rinascimento”, tre personaggi: il Duca Francesco, nella parte di “gran burattinaio”; la nipote Elisabetta, cui toccò il ruolo della “finta scema”; e Giulio Alberoni, nei panni del “brillante cortigiano”. Insieme combinarono il colpo del secolo: il matrimonio tra la piccola Farnese e il re di Spagna, Filippo V di Borbone. Episodio, preparato per mesi a tavolino, che avrebbe dato una svolta al futuro di Parma. Dal 6 settembre 1714, giorno delle nozze tra il sovrano e la figlia di Odoardo e Dorotea Sofia, Francesco divenne il segreto ispiratore della politica estera della corte spagnola. L’alta protezione di Filippo V ridonò prestigio alla famiglia e allo Stato.

Nessuno più avrebbe osato occupare impunemente Parma e Piacenza. La stella del casato brillava ancora. Sarebbe stata l’ultima volta.

Il Duca era uomo intelligente e cinico, colto e interessato alle arti: mise insieme una delle più ricche collezioni di medaglie del tempo e rinforzò le quadrerie del Ducato. Compì ogni possibile sforzo per favorire eruditi e letterati. Nei limiti dei mezzi di cui disponeva, non fece mai mancare protezione agli artisti.

Abilissimo nell’amministrazione della giustizia e nella guida dell’apparato di polizia, arginò con decisione il dilagare della delinquenza e del brigantaggio.

Francesco, affetto da vistosa balbuzie, per nascondere il difetto, concesse sempre poche udienze ai sudditi: i Parmigiani se ne lamentavano; gradirono poco anche la sua scelta di vivere in prevalenza a Piacenza e a Colorno: tra il 1712 e il 1723, trasformò la rocca dei Sanseverino in una magnifica reggia, dove amò soggiornare più che in ogni altro luogo.

Per il proprio matrimonio si accontentò di una soluzione di ripiego. Il 7 settembre 1696, sposò la ricchissima Dorotea Sofia di Neoburgo, vedova del fratello Odoardo, morto oppresso dalla pinguedine. I maligni dicono che lo scopo fosse quello di mantenere a Parma la ricca dote della cognata. Secondo l’uso dei tempi, a fine Seicento, volle munire il Ducato di un ordine cavalleresco. Nel farlo, si espose ad alcune goffe ingenuità, che non gli furono perdonate da Scipione Maffei, insigne filologo e poeta, autore di Merope, ex allievo del Collegio dei Nobili.

Il Duca acquistò il gran magistero dell’“Ordine costantiniano di San Giorgio” da Giovanni Andrea Angelo Flavio Comneno; scelse la chiesa della Steccata come sede conventuale dell’ordine; gli assegnò le ricche rendite della Congregazione della Steccata e della Pia casa della Misericordia di Cortemaggiore. Il terribile Scipione, nel 1712, pubblicò una dissertazione intitolata De fabula equestris Ordinis Costantiniani, che dimostrò falsi tutti i documenti ceduti da Comneno. Francesco, deriso dalle corti europee, fece finta di nulla e tirò diritto per la sua strada. Oggi, l’ordine, provvisoriamente trasferito a Napoli da Don Carlo di Borbone, vive ancora, ha sede a Parma, e la sua storia è stata gloriosa.

Dopo avere a lungo influenzato, attraverso la nipote Elisabetta, la politica della corte spagnola, all’improvviso, il 26 febbraio 1727, il Duca morì a Piacenza. Il primo marzo fu sepolto nella chiesa dei Cappuccini di Parma. Non aveva figli in grado di raccogliere la sua eredità.

 

Giulio Alberoni, la rinascita

 Il gran burattinaio Francesco, per favorire la rinascita del Ducato, si servì dell’eccezionale ingegno e dell’abilità di “pierre” di un uomo venuto dal nulla: Giulio Alberoni. Il futuro Cardinale nacque a Piacenza il 31 maggio del 1664. Era figlio di un ortolano. In gioventù frequentò le sacrestie e le cucine dei conventi, finché non fu promosso agli ordini minori. Venuto in simpatia al Vescovo di Fidenza, Monsignor Roncovieri, ebbe, grazie a lui, i primi contatti con la corte dei Farnese. Nel 1702, Francesco, accortosi della predisposizione di Alberoni alle relazioni pubbliche e della sua facilità ad entrare nelle simpatie dei potenti, lo inviò ad omaggiare Louis-Joseph de Bourbon Duca di Vendôme, comandante delle truppe francesi in Italia durante la guerra di successione spagnola, e artefice dell’ascesa al trono di Filippo V.

L’intraprendente religioso piacentino, sfruttando innate doti di adulatore astuto, divenne subito amico del generale. Passava con lui intere giornate; gli faceva da segretario, da furiere e da cuoco. Nel 1706, Vendôme abbandonò l’Italia e Giulio Alberoni, sponsor il Duca Francesco, lo seguì nelle Fiandre. Quando Filippo V salì al trono di Spagna, Louis-Joseph fu con lui a Madrid. Il figlio dell’ortolano piacentino gli stava alle costole ed ebbe l’incarico prestigioso di tenere i rapporti tra il Duca di Vendôme e la corte.

Servitore di due padroni, il piacentino teneva informato Francesco Farnese di tutto quello che accadeva nei paraggi del re. Nel 1712 il grande generale morì. La parabola ascendente dell’Alberoni sembrava finita. Invece, da Parma, gli giunse la nomina di ambasciatore a Madrid. Nella capitale strinse intensa amicizia con Anna Maria Orsini, vedova del Principe Flavio e camarera mayor della regina Maria Luisa di Savoia, moglie di Filippo V.

Maria Luisa morì giovanissima e il buon Giulio insinuò nell’Orsini, che esercitava notevole influenza sul re, l’idea di far sposare al Borbone Elisabetta Farnese, che egli spacciò per un’ochetta piacente: “buona lombarda impastata di butirro e formaggio piacentino”. Nascose accuratamente, il calido ambasciatore, che la ragazza era intelligente, colta e poliglotta. La camarera mayor cadde nella trappola. Convinse il sovrano al matrimonio. Dopo rapide trattative, il 16 settembre del 1714, nella cattedrale di Parma, si celebrarono le nozze per procura tra il re di Spagna e la nipote di Francesco. Le scene della fastosa cerimonia furono dipinte dal pittore Ilario Spolverini e sono ancor oggi visibili nelle grandi tele dell’artista.

Mentre Filippo aspettava impaziente il suo arrivo, la sposa, accompagnata da un ricco corteo, raggiunse Genova attraverso Borgotaro. Guadagnato il porto, rifiutò di imbarcarsi, dicendosi sofferente di mal di mare. I maligni sospettano si sia trattato di un diabolico espediente per accrescere la voluttuosa attesa del re. Il lungo viaggio via terra verso la Spagna durò tre mesi. Filippo si struggeva nell’impazienza.

Finalmente, in dicembre, il corteo della regina arrivò nella città di Guadalajara, dove l’aspettava il sovrano roso dal desiderio di possederla. Per prima cosa, il re volle condurre la moglie in camera da letto. Erano le quattro del pomeriggio. L’incontro durò fino alle quattro di notte, ora in cui la coppia regale volle essere rifocillata. Da quel primo approccio molto si favoleggiò sulle attitudini erotiche della regina, bella ma leggermente segnata dal vaiolo, che fin da subito soggiogò la debole personalità del consorte.

Prima di questo exploit, Elisabetta Farnese, consigliata dallo zio e dall’Alberoni, ne aveva compiuto un altro di ben diversa natura. Incontratasi con Anna Maria Orsini, aveva provocato ad arte un gran litigio, al termine del quale ordinò che la nobildonna fosse portata dalle guardie ai confini dello Stato: la stanza dei bottoni era sgombra; Giulio Alberoni e la sorprendente Farnesina erano già padroni del regno.

Il piacentino, nel 1716, divenne primo ministro di Spagna e l’anno seguente fu elevato alla porpora cardinalizia. Ridisegnò con saggezza l’ordinamento dello Stato, riorganizzò le finanze e l’esercito, guidò con abilità la politica estera, fece rifiorire il commercio, tentò di dare nuovo vigore all’artigianato.

La corte di Parma, servendosi di rapidi corrieri, spesso lo guidava da lontano influenzandone le mosse. Alla fine, lo rovinò. Secondo molti storici, furono Francesco ed Elisabetta a spingere Alberoni, e indirettamente il re, ad una guerra insensata.

Nel maggio del 1717, il governatore austriaco di Milano fece imprigionare, in palese violazione del diritto internazionale, l’ambasciatore spagnolo presso la corte pontificia. Madrid reagì smodatamente: Alberoni volle l’occupazione della Sardegna (in mano agli Austriaci) e della Sicilia (possedimento dei Savoia). Ne nacque una guerra che vide la Spagna impegnata contro l’imbattibile Quadruplice Alleanza formata da Inghilterra, Francia, Olanda e Austria. Nel 1719 Filippo V fu costretto a chiedere la pace. I quattro alleati posero come condizione pregiudiziale ad ogni trattativa l’allontanamento dal potere di Giulio Alberoni.

I Farnese, veri ispiratori della guerra, scaricarono tutto il peso delle loro scelte sul Cardinale e lo abbandonarono al suo destino. Gli toccò di fare da capro espiatorio: la stessa sorte che Ranuccio II aveva riservato a Iacopo Gaufrido.

Il 5 dicembre 1719, Giulio Alberoni ricevette l’ordine di lasciare la Spagna. Durante il viaggio fu vittima di un’imboscata. Alcuni sicari tentarono invano di ucciderlo. Gli agenti dell’Inghilterra, della Francia e dei Farnese, che probabilmente volevano liberarsi di un testimone scomodo, lo inseguirono a lungo. L’astuto prelato, rotto ad ogni esperienza, riuscì ad eclissarsi. A Piacenza, si giunse persino ad istruire un processo contro di lui. Il Duca Francesco voleva dare alle potenze della Quadruplice la sensazione della più totale riprovazione verso il devoto suddito.

Il Cardinale fu salvato dalla morte di Papa Clemente XI, avvenuta nel 1721. Per assicurare il regolare svolgimento del Conclave, era necessaria la presenza a Roma di Giulio Alberoni. Ottenuto un salvacondotto, il prelato piacentino si recò nella capitale. Papa Innocenzo XIII, appena eletto, lo mandò assolto da ogni accusa e gli attribuì importanti incarichi. Tra gli altri, quello di legato in Romagna. Il Principe della Chiesa, ricordando le sue umili origini, volle fondare in Piacenza un collegio per giovani bisognosi, che ancor oggi porta il suo nome. Giulio Alberoni, sopravvisse a tutti i nemici e alla dinastia Farnese; morì nel 1752, alla soglia dei novant’anni. Il Duca Francesco se ne era andato cinque lustri prima.

 

Antonio, ultimo Farnese

 Alla morte di Francesco, avvenuta il 26 febbraio 1727, il potere passò nelle mani del fratello Antonio, ultimo Duca di Parma e Piacenza uscito da casa Farnese. Il prodotto tipico di una famiglia giunta al capolinea. In Antonio restava ben poco delle doti guerriere degli avi. Della loro tenacia, della saldezza, della caparbietà, dell’intelligenza, del cinismo e della vocazione alle arti diplomatiche. Il sangue della stirpe era andato lavandosi delle più brillanti virtù.

Piuttosto somigliava, il nuovo sovrano, alla trisavola Aldobrandini. Era grasso, svogliato, senza carattere. Gli piaceva dormire, divertirsi in modo frivolo, mangiare e bere a dismisura. Un autentico ghiottone.

Nato nel 1679, fin da giovane manifestò le proprie attitudini gaudenti. Ancora diciottenne, partì, sotto mentite spoglie, spacciandosi come marchese di Sala, per un lungo tour attraverso l’Europa, durato due anni e mezzo. Più che l’indole dei popoli e gli ordinamenti statuali, studiò la gastronomia e la ristorazione. Al ritorno nel Ducato, non aveva alcuna intenzione di sposarsi. Non si decise mai al grande passo, se non dopo essere succeduto a Francesco, che certo non lo amava. I due ebbero occasione di inscenare liti furibonde; in particolare, per la divisione dell’eredità della sorella Margherita. Mentre il fratello maggiore amava Piacenza, Antonio prediligeva Parma e, per l’estate, Sala Baganza. Si disinteressava della vita di corte e degli aggrovigliati maneggi diplomatici, che tanto incantavano Francesco. Preferiva vivere in compagnia dell’amante, contessa Margherita Borri, e degli amici; primo fra tutti, il poeta d’Arcadia Innocenzo Frugoni. Nella casa della nobildonna parmigiana, quando non era impegnato in lunghi sonni e pennichelle, trascorreva le ore seguendo il “leggero” stile di vita degli aristocratici italiani di primo Settecento.

La notizia della morte del fratello lo colse a Reggio Emilia, mentre era duramente impegnato nei festeggiamenti del Carnevale. C’è da credere che la successione non gli giungesse molto gradita. Dei suoi pochi anni di governo non si ricordano iniziative di livello più che mediocre. Indagando con la lente di ingrandimento tra le carte del tempo, gli storici sono riusciti a ritrovare le tracce di una certa, accennata, propensione del pingue Duca al rilancio dell’agricoltura e dell’industria della seta. Di certo, resta il ricordo delle immense somme spese per approntare allegre feste e pantagruelici banchetti.

Mentre tutti si preoccupavano della successione, Antonio si divertiva, mangiava e dormiva senza grandi problemi. Il Papa, i Principi italiani, i notabili locali volevano assolutamente che si sposasse e avesse un figlio cui cedere la guida dello Stato. Preoccupava il realizzarsi del progetto della regina di Spagna, Elisabetta Farnese. L’intraprendente “nipotina” aveva preparato, e in parte concretizzato, un piano per portare suo figlio, Don Carlo di Borbone, alla guida di Parma e Piacenza.

Al termine della guerra che aveva opposto Filippo V alla Quadruplice Alleanza, voluta dall’Alberoni su istigazione di Francesco Farnese, fu stipulata, nel febbraio 1720, la Pace dell’Aia (che riprendeva le conclusioni del Congresso di Londra). Inghilterra, Francia, Austria e Olanda sancirono che l’esercito iberico abbandonasse la Sicilia e la Sardegna, maldestramente occupate, e la Spagna rinunciasse a qualsiasi futura rivendicazione sugli ex domini d’Italia. In cambio, al figlio di Elisabetta e Filippo, Don Carlo, si prometteva la successione sui troni di Parma e di Toscana quando si fossero estinte le rispettive dinastie.

Sollecitato da più parti, Antonio Farnese, di malavoglia, cedette alle pressioni e, su consiglio della contessa Borri, si decise a sposare una giovane di ventiquattro anni, Enrichetta d’Este, figlia del Duca di Modena. Il matrimonio avvenne nella città della sposa il 5 febbraio 1728. Si spesero fiumi di denaro per i festeggiamenti. Il Principe grassone fu ancor più largo dei suoi predecessori. I soldi, come sempre, furono raccolti tra i sudditi. Antonio ebbe molte amarezze dal rapporto con la cognata Dorotea Sofia di Neoburgo che, secondo le usanze del marito Francesco, teneva corte in Piacenza. La vedova pretendeva un grande appannaggio e fece intervenire le corti europee per ridurre il cognato alla ragione. La questione fu composta con la mediazione del conte Ignazio Rocca, di Piacenza. Gli sforzi per dare un erede al Ducato vennero definitivamente frustrati la notte del 20 gennaio 1731. Dopo una delle consuete abbuffate, Antonio fu colto da grave malore e morì. Gli atti ufficiali dicono di indigestione. Non manca chi sospetta sia stato avvelenato. Il suo passaggio a miglior vita faceva comodo a molti. Ai Borbone sopra tutti.

 

La pancia di Enrichetta

Antonio Farnese, morendo, lasciò proprio erede il “ventre pregnante” della moglie Enrichetta d’Este o la prole della nipote Elisabetta, regina di Spagna. La disposizione lasciava intendere che la Duchessa di Parma fosse incinta. Lei stessa ed il proprio entourage fecero crescere questo convincimento. Intorno al suo stato nacque un vero e proprio giallo internazionale, animato, più o meno direttamente, dalle grandi potenze.

Il giorno seguente la morte di Antonio, il conte Francesco Stampa, plenipotenziario di Vienna in Italia, anticipando le intenzioni del Papa, entrò nel Ducato con 3500 soldati austriaci. Motivazione ufficiale: conservarne il possesso per conto di Don Carlo, cui l’avrebbe consegnato una volta adempiuti i suoi obblighi verso l’imperatore Carlo VI. Nel frattempo, il Consiglio generale dello Stato prestò giuramento di fedeltà a Enrichetta e al figlio postumo. Il 31 marzo 1731, quattro levatrici, corrotte dagli austriaci, dichiararono Enrichetta incinta di sette mesi. In agosto, visto che il figlio non nasceva, ci fu la visita della verità e si rese noto in modo ufficiale che la Duchessa non era pregna. Non restava che dare applicazione ai patti stipulati con la Pace dell’Aia, ribaditi dal successivo trattato di Vienna. Il Ducato spettava a Don Carlo.

La reggenza fu affidata a Dorotea Sofia di Neoburgo (accanita tifosa dei diritti del nipote spagnolo) e a Gian Gastone di Toscana. Nel dicembre del ’31, le truppe austriache uscirono dai confini e arrivarono gli spagnoli. Il sogno di Elisabetta era divenuto realtà.

Il 9 ottobre 1732, Don Carlo fece il suo ingresso in Parma dove trovò il terreno spianato da nonna Dorotea. Il nuovo Duca aveva diciassette anni, era bello, intelligente, molto combattivo. In virtù di questa ultima qualità, la sosta in città era destinata a essere fugace. Nel 1733, scoppiò la guerra di successione polacca che vide Francia e Spagna schierate contro Austria e Russia. Uno dei principali scenari del conflitto fu la Pianura Padana, Parma in particolare. Il 20 ottobre del 1733, truppe spagnole sbarcarono a Livorno e Don Carlo ne assunse formalmente il comando. Il Duca fece fare l’inventario di gioie, tappezzerie, mobili, quadri, libri e medaglie di proprietà dei Farnese e ordinò di spedire tutto quanto a Genova. Si giustificò sostenendo che intendeva sottrarre i beni di famiglia all’eventuale saccheggio austriaco. In realtà, l’ingente patrimonio artistico e culturale non tornò mai più a casa. La città perse, tra l’altro, quattrocento quadri e statue, tredicimila preziosi volumi della biblioteca di famiglia, e il documentatissimo “archivio farnesiano”. Nel febbraio del 1734, Don Carlo partì con il suo esercito e con la ricca eredità, alla conquista del Napoletano. Lasciò lo Stato in mano ai generali spagnoli e a una giunta di governo. I palazzi ducali di Parma, Colorno e Sala erano stati spogliati perfino dei chiodi. Un saccheggio da parte della soldataglia ubriaca avrebbe fatto meno danni.

 

Guerra di successione polacca, disastro a Parma

 La guerra di successione polacca ebbe come primo effetto nefando per la città quello di farle perdere il nuovo Duca e buona parte del patrimonio artistico accumulato nei secoli dai Farnese. Più tardi, il conflitto produsse di peggio. Nel giugno del 1734, Parma e il contado erano occupati dagli sterminati eserciti della Francia e dell’Austria. Per un lungo periodo il territorio fu saccheggiato. Dopo aver procurato il solito seguito di violenze, lutti e rovine, i due schieramenti vennero allo scontro. La battaglia si scatenò il 29 giugno, giorno di San Pietro, a Valera, vicino a Vicofertile. Il combattimento durò nove ore. Fu un inferno. Si videro impegnati soldati e mezzi d’artiglieria in quantità senza precedenti. I cittadini poterono seguire la carneficina dalle mura, così come si assiste alla tragedia dalle poltrone del teatro. Tra gli spettatori di quel giorno ve n’era uno eccezionale, che raccontò l’orribile strage attraverso la sua magica penna: era il commediografo Carlo Goldoni, provvisoriamente alloggiato in una locanda parmigiana.

A Valera, caddero diecimila soldati tra morti e feriti. La città, scioccata dall’evento, si trasformò per lungo tempo in un immenso lazzaretto. Corpi rantolanti e sangue da ogni parte. Ovunque feriti che chiedevano aiuto. Ci furono anche tremendi episodi di sciacallaggio: durante la notte successiva al combattimento, i resti dei militari morti vennero spogliati di ogni bene. Lo scontro truculento suggestionò l’immaginario collettivo: fiorirono diversi componimenti dialettali, spesso ingenui, a volte cinici, sulla battaglia di San Pietro e sulla guerra in genere. “Più tost che venzer con tant sanghev spes, l’era mei lassar ster, ch’i sren tutt san”, scrisse Gaspare Bandini uno dei vernacolieri che ebbero modo di assistere alle conseguenze dello scontro. 

La vittoria toccò ai Francesi, che si acquartierarono a Parma fino al maggio del ’35, gravando di nuovi oneri una popolazione già allo stremo. Nella primavera del 1736, dopo tanti arrivi e partenze di truppe, per effetto dei preliminari della pace di Vienna, Parma fu assegnata all’Austria, che, il 28 aprile, la occupò con un esercito guidato dal Principe Lobkowitz. Nel ’38, ai primi accordi seguì la pace vera e propria. I nuovi patti tra le superpotenze sancivano la situazione di fatto venutasi a creare durante la guerra di successione polacca: Don Carlo si vedeva assegnato il Regno di Napoli, e l’Austria, sconfitta, riceveva come parziale indennizzo il Ducato di Parma e Piacenza. Gli Asburgo di Vienna conservarono il possesso delle due città fino al 1748. 

Nei primi mesi di dominio austriaco furono ospitati tra le mura e nelle campagne 26 mila soldati. Col tempo, il peso si alleggerì, ma restò sempre oneroso per la popolazione. I nuovi padroni del Ducato furono molto rispettosi delle amministrazioni locali, mantennero in vita gli antichi istituti e inviarono funzionari seri e preparati. Nel ’38, fu nominato vice governatore di Parma il senatore milanese conte Gian Battista Trotti, che ebbe modo di farsi apprezzare dalla popolazione locale. Nel ’39 la città fu visitata da Maria Teresa, figlia di Carlo VI e futura sovrana.

I guai cittadini ricominciarono nel 1740 con lo scoppio della guerra di successione austriaca, che durò fino al ’48, anno della Pace di Aquisgrana. Austria e Savoia, cui più tardi diede un aiuto anche l’Inghilterra, si scontrarono con Prussia, Francia, Regno di Napoli (guidato da Don Carlo di Borbone) e Spagna. Durante gli otto anni di una guerra che visse importanti episodi sullo scenario italiano, Parma patì sofferenze inenarrabili. Le tasse e gli acquartieramenti delle truppe di Maria Teresa si fecero di nuovo insopportabili. Nel 1744, la città venne aggregata allo Stato di Milano. Nel 1745, erano alloggiati tra le mura e nel contado quindicimila soldati. In quell’anno, non c’era cibo per nessuno; il freddo era intenso. I militari tedeschi abbatterono i maestosi alberi del Giardino ducale per farne legna da ardere.

A cavallo tra i mesi di settembre e ottobre, gli austriaci, pressati dal nemico, abbandonarono la città in mani spagnole. Come sempre, la popolazione accolse con entusiasmo i nuovi padroni. Ma la storia non finiva lì. Nella primavera del 1746, calò su Parma un esercito austriaco di settantamila uomini. Saccheggiarono la provincia e assediarono la città. Per stremare la popolazione e spingerla alla resa deviarono il corso dei canali. Il 19 aprile, gli Spagnoli abbandonarono il campo. Le truppe di Vienna entrarono di nuovo tra le mura. Il comandante Giovanni Luca Pallavicino, desideroso di punire la popolazione per la buona accoglienza tributata agli Iberici, diede il via a una serie di devastazioni da far impallidire i Lanzichenecchi. Gli austriaci saccheggiarono, depredarono e violentarono un’infinità di donne. Non paghi, l’anno seguente gravarono i sudditi con forti imposizioni fiscali. Finalmente, nel 1748, con la stipula della Pace di Aquisgrana, la guerra di successione austriaca finì. Elisabetta Farnese e Filippo V riuscirono a piazzare un altro colpo: le grandi potenze stabilirono che l’Austria cedesse Parma e Piacenza al loro secondogenito Don Filippo di Borbone. Per la città iniziava la nuova “epoca d’oro”.

 

La città all’arrivo di Don Filippo

 La Pace di Aquisgrana fu per Parma un evento fondamentale. Le arti diplomatiche di Elisabetta Farnese consentirono al Ducato di rinascere. La regina di Spagna diede una sistemazione anche al secondogenito, Don Filippo, cui toccavano il titolo e il possedimento che furono dei grandi avi Ottavio, Alessandro e Ranuccio, con un’aggiunta: le terre di Guastalla.

Il 3 febbraio del 1749, in ossequio ai disposti del trattato di pace, gli Austriaci consegnarono Parma agli Spagnoli, che con i Francesi mantenevano una sorta di “tutela” sul piccolo Stato. Don Filippo fece ingresso in città il primo luglio. Gli si parò di fronte una situazione drammatica: il Ducato aveva perso l’autobus della storia. Era rimasto indietro di un secolo rispetto al resto d’Europa.

Estinta la gloriosa arte della lana, le pecore erano state sostituite dalle capre; la produzione della seta aveva subìto un crollo verticale; i contadini abbandonavano le campagne in massa per riparare in città; non circolavano capitali per fare investimenti; le leggi e gli statuti dell’università dei commercianti sembravano fatti apposta per far morire gli scambi; ebrei e stranieri non potevano esercitare attività di intermediazione; le campagne erano prostrate da frequenti epidemie che colpivano gli animali e dalle devastazioni degli eserciti; le terre possedute dal clero venivano mal tenute e godevano di esenzioni fiscali anacronistiche; tra la popolazione regnavano la ripugnanza al lavoro e l’attitudine all’ozio; poveri e mendicanti ingombravano gli angoli delle strade; proliferavano prostituzione e nascite illegittime; la cultura languiva; le opere d’arte erano state rubate; l’antica Università boccheggiava; i Gesuiti soffocavano il mondo dell’istruzione.

A Don Filippo toccava il compito di risollevare una situazione drammatica. Il nuovo Duca era uomo di natura allegra e spensierata, di non alto ingegno, molto legato all’etichetta spagnola. Aveva passato la gioventù tra le frivolezze di Parigi e neppure la partecipazione, in veste di improbabile condottiero, alla guerra di successione austriaca, dal 1741 al ’48, lo temprò al punto di farne un saldo uomo di governo.

Non lo favorì l’aver sposato Luisa Elisabetta, figlia del re di Francia Luigi XV. La Duchessa, smaniosa di ingrandimenti territoriali e prodiga scialacquatrice, non gli diede alcun sostegno.

Accanto a Don Filippo, però, spiegava la sua opera un uomo geniale che, protetto dalle corti di Parigi e di Madrid, contribuì a rivitalizzare la realtà economica e culturale dello Stato: Guglielmo Du Tillot. Fu lui che, facendo leva sull’aspetto più positivo della personalità del Duca, l’amore per il nuovo, riuscì a trasformare Parma in una “piccola Atene”. Non tutto quello che intraprese fu perfetto, ma contribuì con grandi meriti al risveglio dal lungo torpore.

Mentre il Duca e la Duchessa si dilettavano nelle feste, nei viaggi e nelle cacce, l’intraprendente ministro lavorava sodo per il progresso dello Stato, badando di non far mancare alla corte i mezzi per vivere “alla grande”: se Don Filippo e Luisa Elisabetta avevano la possibilità di svagarsi seguendo le loro passioni, diminuiva il rischio che interferissero nel governo del Ducato.

Guglielmo Du Tillot, conoscendone le ambizioni, costruì attorno ai “sovrani” una Versailles in miniatura.

 

Du Tillot l’instancabile

 Guglielmo Léon Du Tillot nacque a Baiona nel 1711. Era figlio del servitore di guardaroba del re di Spagna. Nel 1730 divenne valletto di camera di Don Filippo. Tra i due nacque un legame profondo e quando il figlio di Elisabetta Farnese prese possesso dello Stato, Du Tillot lo seguì a Parma. Come primo incarico fu “intendente generale” della casa ducale. Lentamente, con costanza, appoggiato dal potente ministro Choiseul, eminenza grigia della corte di Luigi XV, salì tutti i gradini del cursus honorum, divenendo ministro delle finanze, ministro di Stato, della guerra, di grazia e giustizia. Nel 1759, lo stesso anno della morte di Luisa Elisabetta, lo troviamo incontrastato al vertice dell’amministrazione ducale. Un vero e proprio premier. Era istruito, curioso, attento. I nemici, che non gli mancarono mai, lo dipinsero doppio e confusionario. Nessuno è perfetto.

Le maggiori attenzioni di Du Tillot furono rivolte alla cultura e all’economia. In quest’ultimo campo, era fedele alle idee di Colbert, l’uomo che risollevò le finanze francesi ai tempi del Re Sole. Convinto mercantilista, cercò di sviluppare il commercio estero, ben sapendo che doveva essere supportato da una valida produzione interna. Da qui il bisogno di rifondare l’agricoltura, l’artigianato e l’industria.

Con i suoi atti di governo, cercò di ridare alla pastorizia l’impostazione dei tempi d’oro dell’arte della lana, sostituendo le capre, che dilagavano nelle campagne, con le pecore; impose ai proprietari della terra la piantagione coattiva dei gelsi per sostenere la produzione di bachi e l’industria della seta e introdusse la coltivazione della patata, prodotto che per secoli si sarebbe dimostrato prezioso nel sostentamento delle popolazioni dell’Appennino.

Seguendo l’esempio di Colbert, chiamò a Parma dalla Francia e dalla Svizzera artigiani e operai preparatissimi, in grado di insegnare nuovi mestieri e gli concesse gratuitamente i locali in cui operare. Le lavorazioni della pasta, della canapa e del lino, iniziarono in quel tempo. Così come prese il via la solida tradizione dei sellai. Sorsero fabbriche di guanti, cappelli, stoviglie e sapone. Il potente ministro, nel 1765, fece nascere anche la Scuola di disegno e architettura che diede origine alla gloriosa industria locale del mobile.

Il boom demografico di metà secolo aveva generato in città grave carenza di alloggi: Du Tillot, ben conscio del ruolo di volano economico dell’edilizia, emanò provvedimenti che incentivassero il più possibile la costruzione di case e palazzi. Si creò lavoro per gli impresari, i muratori, e per tutti gli artigiani operanti nel settore: attorno ai cantieri circolava di nuovo il denaro.

Una delle maggiori preoccupazioni del ministro fu togliere i poveri e i mendicanti dalle strade. In parte, li inserì nel ciclo produttivo; in parte, li indirizzò forzatamente all’attività militare, favorendone l’ingaggio presso gli eserciti spagnoli. Metodo sbrigativo e molto efficace.

Tentò di creare qualcosa di molto simile alle attuali Partecipazioni Statali. Nei paraggi dello Stradone, diede vita a un nucleo di “fabbriche ducali” con lo scopo di incrementare la produzione industriale e, al tempo stesso, proseguire l’opera di introduzione sul territorio di nuove lavorazioni, agevolando la formazione professionale della manodopera dequalificata.

Du Tillot riservò gran parte della propria attività di governo al miglioramento dei traffici. Si curò che le strade e i ponti fossero tenuti sempre in buone condizioni per favorire il transito delle merci. Fece realizzare una via che unisse la città alla Liguria, passando attraverso Bardi, dove purtroppo si fermò. Genova era un porto attivissimo e assumeva importanza primaria avere contatti con il suo hinterland. Da uomo illuminato, il ministro compì un passo impensabile per la cultura farnesiana: abilitò gli ebrei all’esercizio del commercio e dell’industria. Un provvedimento atteso da secoli.

Ripristinò le fiere e i mercati che si erano spenti nel corso degli ultimi decenni e ne autorizzò di nuovi; tolse molti vincoli al transito delle merci “da e per” il Ducato. A Parma si respirava aria nuova.

I meriti dell’ex valletto vanno ben oltre all’appoggio garantito allo sviluppo economico: cercò di dare vita a un vero catasto, promosse il censimento della popolazione, fece costruire cimiteri lontano dalle chiese, diede un bilancio allo Stato e lo mantenne spesso in attivo, disgiunse le finanze pubbliche da quelle della corte, frenò il tumultuoso inurbamento dei contadini; introdusse in Italia il gioco del lotto, con un successo che dura ancora.

Don Filippo gli fu grato per quest’opera instancabile e lo nominò “marchese di Felino”, titolo ambito, ma, fin dai tempi del Gaufrido, un poco menagramo.

Guglielmo Du Tillot diede forti scosse anche al mondo della cultura. Lo strapotere dei Gesuiti nel campo dell’educazione aveva ingessato l’ambiente accademico. Sui libri giaceva molta polvere: la corte borbonica fece arrivare dalla Francia una ventata di fresco. Per curare la formazione del duchino Ferdinando giunsero da Parigi due personaggi del calibro di Keralio e, soprattutto, del filosofo étienne Bonnot Condillac. Uomini usi a respirare il clima dell’Enciclopedia di Diderot e a frequentare intellettuali come Voltaire. Il loro ruolo non si limitò a quello di pedagoghi. Entrambi divennero propalatori di idee e di cultura. Suscitatori di confronti e dibattiti. Animatori di salotti.

Ad essi si aggiunse Ennemond-Alexandre Petitot de Mont Louis, l’architetto che, con le sue strutture urbane neoclassiche, riammodernò l’aspetto di Parma. Lasciò il segno del proprio genio in piazza Grande, nello Stradone, nel Parco ducale, a Colorno. Al suo fiancò lavorò lo scultore Boudard, che con Petitot animò la vita dell’Accademia di belle arti.

Nel 1761, il marchese di Felino diede a padre Maria Paciaudi, maestro e amico del drammaturgo Vittorio Alfieri, il compito di riorganizzare e ingrandire la Biblioteca Palatina. Il religioso influenzò in profondità la vita culturale del Ducato; da lui venne il consiglio di chiamare a Parma il tipografo Giambattista Bodoni.

Du Tillot, sull’esempio delle maggiori corti europee, intendeva impiantare in città una “reale stamperia”. Nel 1768, l’incarico di realizzarla e dirigerla fu assegnato a Bodoni, che creò “caratteri” di bellezza insuperabile.

Il ministro dedicava molte attenzioni anche all’Università. La gloria dell’antico Studio medioevale, a metà Settecento, era solo un ricordo. I Gesuiti avevano lasciato cadere la fama dell’Ateneo a livelli bassissimi. Il marchese di Felino tentò di risollevarlo. Fece costruire il teatro anatomico, l’orto botanico e attrezzati laboratori di chimica e fisica. Grazie a lui, Parma ebbe pure la pinacoteca e il museo di antichità, per il quale si adoperò molto Don Filippo di Borbone.

In pochi anni, la città era diventata una piccola Atene. Artisti, scienziati, eruditi erano di casa. Per le strade si parlavano con frequenza il francese, lo spagnolo e il tedesco. Ovunque si respirava l’aria della capitale. L’amore del Duca per il nuovo e l’attivismo di Guglielmo Du Tillot avevano prodotto il miracolo.

Lo sforzo più intenso del marchese fu profuso in materia religiosa. In sintonia con le corti borboniche d’Europa, il ministro diede vita a una dura guerra fredda, condotta senza esclusione di colpi, contro la Compagnia di Gesù. I seguaci di Sant’Ignazio di Loyola, grazie alla compiacenza dei Farnese, avevano occupato strategicamente tutti i gangli del potere, strappando l’esclusiva dell’istruzione. Nel febbraio del 1768, seguendo l’esempio di Francia, Spagna e Portogallo, il ministro fece cacciare i Gesuiti dal Ducato. Quattro anni prima, nell’ambito della sua battaglia contro i privilegi dei religiosi, emanò il provvedimento (Prammatica) con cui proibì il passaggio di beni nella manomorta, anticipando i disposti della Rivoluzione Francese. Il Papa reagì duramente, ma Du Tillot proseguì per la sua strada, cacciando altri ordini e abolendo l’Inquisizione, attiva a Parma da seicento anni.

 

La caduta del ministro

 Nel 1765, morì ad Alessandria, colpito dal vaiolo, Don Filippo di Borbone. Il piccolo Don Ferdinando, ancora quattordicenne, si vide riconosciuta la maggior età e divenne Duca. Per il marchese di Felino, al culmine del potere, era l’inizio della parabola discendente. Il nuovo sovrano fu educato da eccelsi maestri, votati a idee moderne. Si pensava di farne un illuminista, un seguace della “dea ragione”. Nonostante gli sforzi prodigati, si ottenne il risultato opposto. Ferdinando uscì dall’adolescenza cattolico e bigotto. Per alcuni anni lo scaltro Du Tillot riuscì a guidarlo.

Due fatti congiurarono per mettere fine al suo lungo governo: la caduta del ministro Choiseul nella corte di Parigi e l’imminente matrimonio del Duca. Con il primo avvenimento, il grande riformatore perse la più alta protezione; con il secondo, acquisì un nemico accanito e terribile.

Come moglie di Don Ferdinando fu scelta la figlia di Maria Teresa d’Austria, Maria Amalia. Du Tillot era contrario all’indicazione proveniente da Spagna e Francia, le potenze “tutrici” dei Borbone: voleva che il figlio di Filippo sposasse Maria Beatrice d’Este, unica erede di Ercole Rinaldo, Duca di Modena, che gli avrebbe portato in dote un intero Stato. Intuiva che, a causa di questo nuovo legame con Vienna, Parma rischiava di sostituire all’influenza borbonica quella austriaca. Fu buon profeta. Il marchese di Felino cercò di rinviare lo sposalizio il più a lungo possibile. In vista del matrimonio, fece costruire il nuovo Palazzo ducale (poi terminato da Maria Luigia) e ottenne di rinviare più volte le nozze con la scusa che la residenza di Ferdinando e Maria Amalia non era ancora pronta.

Nel 1769 dovette cedere. Il rito fu infine celebrato. Il 24 agosto, la nuova sovrana arrivò a Parma, accolta dalle solite costosissime feste.

Du Tillot trovò nella moglie di Ferdinando una nemica spietata. L’Asburgo combatté il ministro con ogni possibile mezzo. Nella lotta, ai motivi politici si unì l’odio personale, profondo e insanabile. Maria Amalia montò contro il marchese una vera e propria congiura. Tenne comportamenti irridenti e intollerabili. Le corti di Spagna e di Francia richiamarono i duchi al rispetto di Du Tillot e inviarono a Parma un loro incaricato, Boisgelin, con lo scopo di far cessare il conflitto. L’austriaca intrigante ribaltò la situazione, trasformando il plenipotenziario nel suo miglior alleato.

In città comparvero libelli satirici e sonetti contro il ministro. Gli si imputava la dura imposizione fiscale e fu bersaglio di sollevazioni popolari create ad arte dagli “agenti” della Duchessa. Maria Amalia vinse il braccio di ferro. Il 19 novembre 1771, Du Tillot fuggì da Parma, salvandosi a stento dalla folla inferocita. Fu accolto con benevolenza a Madrid da re Carlo III e morì a Parigi nel 1774. Francia e Spagna imposero come suo successore Don Giuseppe Agostino de Llano, con il compito di mantenere il Ducato sotto tutela borbonica. Maria Amalia fece tanto che l’uomo di Parigi e Madrid fu allontanato dopo un anno. Gli succedette il conte Pompeo Sacco, che non si dimostrò all’altezza della situazione. Agostino de Llano venne richiamato per alcuni mesi. Fu un nuovo fallimento e il ministro lasciò Parma in modo definitivo nel 1774.

Maria Amalia e Ferdinando potevano finalmente governare senza ostacoli: rimisero al potere il conte Sacco e gli affiancarono come ministro d’azienda il marchese Lorenzo Canossa.

La figura di Guglielmo Léon Du Tillot è stata quasi santificata dagli storiografi locali. In effetti, il ministro ebbe grandissimi meriti e risollevò il Ducato dal torpore secolare in cui stagnava: fece soffiare il vento delle nuove idee illuministe e diede una scossa alle attività produttive. Abolì i privilegi religiosi e il monopolio dei Gesuiti sull’educazione. Trasformò Parma in un centro culturale di prim’ordine. Il giudizio su di lui deve essere necessariamente positivo. Tuttavia, non si può negare che avesse, accanto a tanti pregi, alcuni difetti. Era confusionario, precipitoso e metteva in moto troppe iniziative nello stesso tempo. Diversi progetti fallirono proprio per questo. Concepiti in fretta, non furono seguiti con la dovuta attenzione. La stessa riforma economica, modellata sulle idee del Colbert, era forse un po’ troppo ambiziosa per la realtà sociale del Ducato e si concretizzò solo in parte. Resta, comunque, la certezza che la città, con il suo governo, visse un periodo d’oro.

 

Ferdinando e Maria Amalia, i male assortiti

 Il matrimonio tra Don Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Asburgo non fu certo una “questione di feeling”. Intesa tra i due non si ebbe mai. Tanto lui era timido e riservato, tanto lei era esuberante. Se il Duca era pigro, la Duchessa era super attiva. Lo sposo amava la pace agreste, la sposa si dava alle feste di corte. Uno l’opposto dell’altra. 

Luisa Elisabetta di Borbone diede alla luce il piccolo Ferdinando nel 1751, il marito Filippo era Duca da appena tre anni. Per la sua educazione si scelse il meglio: ebbe come maestri Keralio e Condillac. Quest’ultimo scrisse un libro in tredici volumi per illustrare i criteri pedagogici utilizzati con il duchino. Non val la pena di leggerlo se si pensa che l’erudito ottenne l’esatto contrario di ciò che si era prefisso. Anziché un filosofo laico plasmò un pacioso bacchettone, tutto preso dalle ritualità esteriori della religione cattolica.

Per Ferdinando, che ha lasciato scritta nei suoi diari la segreta intenzione di farsi frate, le nozze con Maria Amalia furono un trauma. Introverso e pudico, impiegò tre mesi prima di consumare il matrimonio con una consorte di ben cinque anni più vecchia di lui. Licenziati Du Tillot e Agostino de Llano, sostituiti dal conte Sacco e dal marchese Canossa, dal 1774 il Duca cominciò a smantellare la legislazione anticlericale imposta dal marchese di Felino. A Parma tornarono i Gesuiti e tutti gli ordini messi al bando pochi anni prima. Il Borbone ripristinò anche l’Inquisizione. Amava starsene a Colorno, travestendosi da contadino, per vivere tra la gente semplice dei campi. Timido com’era, preferì alle impegnative relazioni con le smaliziate dame di corte ingenui amorazzi di campagna.

Maria Amalia, sesta figlia di Maria Teresa d’Austria, nacque a Vienna il 26 febbraio del 1746. Era sorella di Maria Antonietta, moglie del re Luigi XVI, famosa per avere consigliato di sfamare con brioches il popolo senza pane (l’episodio è negato dalla storiografia più recente); questo già basta per capirne l’estrazione. Gli scrittori contemporanei la dipingono lussuriosa, violenta, facile all’insulto, scialacquatrice, incurante dell’etichetta. Tra le sue passioni, la caccia e la compagnia, non sempre innocente, degli stallieri. D’aspetto la si può tranquillamente definire brutta. Anche i ritratti di corte, migliorativi della realtà, la mostrano poco appetibile.

Intrigante e vendicativa, partecipò direttamente all’attività di governo, favorendo la cacciata dei ministri che non si piegavano ai suoi capricci. Resta da stabilire quanto pesò la sua iniziativa personale, o quanto influirono i consigli della corte di Vienna nella cacciata del Du Tillot, che Maria Amalia odiava di tutto cuore.

Con il marito fu dura e imperiosa: alla fine riuscì a sostituire alla “tutela” franco-spagnola su Parma e Piacenza quella degli Asburgo d’Austria. Impose a camerieri e guardie del corpo di vestire alla viennese.

Con la servitù aveva un rapporto, per i tempi, sconveniente. Quando si trovava al verde, si faceva prestare denaro dai dipendenti e “dimenticava” di restituirlo. I padroni della sua casa erano i cani, che lasciava dormire in gran copia sul proprio letto. Nutriva una passione sfrenata anche per i cavalli e amava correre sulle acque del Po col bucintoro. Mentre il marito se ne stava a Colorno, immerso nella preghiera, lei prediligeva i soggiorni a Sala Baganza, dove abbondavano purosangue e uomini di scuderia. Tra i pochi meriti, la costruzione del grazioso casino dei Boschi.

Sotto il governo di Don Ferdinando, per lungo tempo, la vita del Ducato non ebbe grossi scossoni. Relegato in secondo piano il conte Sacco, il Duca si diede un primo ministro tranquillo e protettivo come Prospero Manara, e resse lo Stato senza compiere atti eccezionali. In compenso arricchì la pinacoteca, saccheggiata da Don Carlos, e protesse alcuni artisti. Assegnò una pensione anche al grande commediografo veneziano Carlo Goldoni. I problemi del Duca ebbero inizio nel 1789, con lo scoppio della Rivoluzione Francese. La ignorò come il manzoniano Don Ferrante ignorò la peste; e fu la causa della sua fine. Ai primi torbidi, Ferdinando fece finta di nulla e ordinò alla “Gazzetta di Parma” di “cancellare” i fatti parigini. Rimase ufficialmente neutrale anche quando la Francia rivoluzionaria cominciò la guerra con l’Austria, ma in segreto stipulò patti di alleanza con Vienna.

 

Il declino del Ducato

 La Rivoluzione Francese era lontana e sembrava non interessare Parma. Invece, il pericolo si avvicinò. Nel 1795, liquidata la fase del Terrore col varo della costituzione dell’anno terzo, la grande borghesia si fece arbitra dei destini del Paese transalpino. Attraverso il Direttorio dominò incontrastata la politica francese. All’ombra del nuovo organo di governo stava crescendo la figura di un generale destinato a strepitosi successi: Napoleone Bonaparte. Quando Parigi decise di muovere guerra all’Austria da nord, attraverso la Germania, e da sud, attraverso la Lombardia, l’esercito d’Italia venne affidato al giovane generale còrso.

La campagna ebbe inizio nell’aprile del 1796. Dopo un mese di trionfali successi, Napoleone giunse ai confini del dominio borbonico. Incurante della neutralità ostentata da Don Ferdinando, il 5 maggio entrò nel Ducato. Invasa Piacenza, i suoi uomini svuotarono le casse pubbliche, quelle del Monte di pietà e i pii stabilimenti. Dopo pochi giorni il condottiero concluse l’armistizio con i plenipotenziari di Ferdinando, Antonio Pallavicino e Filippo Dalla Rosa: il Duca si obbligava a consegnare a Bonaparte 1700 cavalli, due milioni di franchi, grano, biada, duemila buoi, cinquemila paia di scarpe e 16 quadri a giudizio del generale. Il còrso, da buon intenditore, scelse opere di grandi maestri tra cui il Correggio. I generali nati dalla Rivoluzione si comportavano con lo stesso stile che fu di Eugenio di Savoia.

Il 5 novembre, la Repubblica francese e il Ducato stipularono un trattato di pace: le truppe transalpine avevano libero passaggio nel territorio dello Stato, Don Ferdinando si impegnava a non dare appoggio ad altri eserciti. Napoleone era il nuovo padrone di Parma, Piacenza e Guastalla. Ai primi Francesi che misero piede in città essa apparve oziosa, apatica, formicolante di poveri, accattoni e viziosi, che vivevano in bettole e osterie.

Tra l’estate e l’autunno del 1796, Reggio Emilia, Bologna, Modena e Ferrara insorsero sotto la spinta dei “democratici” che vedevano nel generale il portatore della libertà. Diedero vita alla Repubblica Cispadana, che assunse il tricolore bianco, rosso e verde come bandiera nazionale. Nello stesso tempo, in Lombardia, era nata la Repubblica Transpadana. Il 9 luglio 1797, le due entità furono fuse in un’unica Repubblica Cisalpina, governata, seppur indirettamente, dai Francesi. Il nuovo stato occupò buona parte dei territori delle province di Parma e di Piacenza. I poteri del Duca erano ridotti a zero. Si limitava a fare da spettatore agli eserciti che scorrazzavano per il Ducato e a pagare contribuzioni.

Nella primavera del 1799, approfittando della spedizione in Egitto di Bonaparte, una coalizione anglo-russa, appoggiata dall’Austria, attaccò i Francesi in Italia. L’esercito alleato era guidato dall’abilissimo generale Suvarov, che in aprile sbaragliò i Transalpini a Cassano d’Adda, in maggio sulla Trebbia. Dopo quest’ultimo scontro, le truppe del generale russo entrarono in Parma, dove commisero ogni genere di atrocità, secondo lo stile degli eserciti di tutti i tempi. Ferdinando poteva solo stare a guardare.

Il 9 novembre 1799, Napoleone, con un colpo di Stato, pose fine alla costituzione dell’anno terzo. Eletto primo console, scese in Italia con sessantamila uomini per sbarazzarsi delle truppe austriache, di nuovo padrone del paese. Il Ducato fu attraversato da molti soldati. Il 14 giugno del 1800, Bonaparte sconfisse gli avversari a Marengo. Le truppe dell’imperatore d’Asburgo abbandonarono l’Italia del Nord, dove risorse la Repubblica Cisalpina. La guerra ebbe fine il 9 febbraio 1801, con la pace di Lunéville, in virtù della quale, a Don Ferdinando fu assegnato, con lo scopo di toglierlo da Parma, il Granducato di Toscana. Il nuovo titolo gli venne revocato un mese dopo con il Trattato di Aranjuez, che attribuiva Parma, Piacenza e Guastalla alla Francia. Il sovrano non si scompose e dichiarò che avrebbe abbandonato i sudditi solo se costretto con la forza. Rimase al proprio posto con calma olimpica. Sempre in marzo, Napoleone mandò nella capitale del Ducato Médéric-Louis-Élie Moreau De Saint-Méry che, nel 1802, ottenne l’incarico di Amministratore straordinario.

Ferdinando tenne fede alle promesse: rimase al suo posto come se niente fosse. Ignorava la determinazione dei Francesi nel centrare i propri obiettivi. In coincidenza con l’arrivo del Saint-Méry, mentre alloggiava nella Reggia di Colorno, il Duca si ritrovò in camera un sicario intenzionato a ucciderlo. Gli parlò e lo convinse a desistere dal gesto. Il poveretto, ottenuto il perdono del sovrano, fu anche aiutato a fuggire.

La notte del 9 ottobre 1802, mentre alloggiava al Collegio dei nobili di Fontevivo, Ferdinando di Borbone si svegliò tra atroci tormenti. Dopo alcune ore di sofferenza indicibile, morì. Prima di esalare l’ultimo respiro si disse vittima del veleno. è probabile avesse ragione. Maria Amalia abbandonò Parma e morì nel 1804 a Praga.

 

Moreau De Saint-Méry e Nardon, aria di Francia

 Il dominio francese che durò, sotto varie forme, sino al 1814, portò a Parma notevole progresso civile. Soprattutto in campo giuridico. I bravissimi funzionari di Napoleone eliminarono molti avanzi feudali ereditati dai Borbone, favorirono l’affermarsi della libertà di coscienza, diedero impulso all’industria, all’agricoltura e al commercio; rivoluzionarono il sistema giudiziario, diminuirono l’influenza del clero. Gettarono i semi da cui sbocciarono i concetti di “patria”, “indipendenza” e “libertà”. Per qualche anno rivisse, in chiave moderna, lo spirito di Guglielmo Léon Du Tillot.

Médéric Louis Élie Moreau De Saint-Méry, nominato “amministratore generale” degli Stati di Parma alla morte di Ferdinando, aveva tratti in comune col marchese di Felino e cercò di continuare la sua opera riformatrice. A differenza del ministro di Don Filippo, Saint-Méry fu molto rispettoso della realtà locale. Anziché introdurre nuove e rivoluzionarie produzioni, cercò di ridare vigore a quelle già esistenti.

Moreau era nato nel 1750, in Martinica, da una famiglia coloniale. Tornato ancor giovane a Parigi, visse tutti gli entusiasmi e le delusioni della Rivoluzione francese. Durante il periodo del Grande Terrore, mentre impazzava la ghigliottina, fu esiliato e si rifugiò negli Stati Uniti. Tornato in patria, si legò ai circoli napoleonici e il Primo Console lo ricompensò della fedeltà affidandogli la cura dell’ex Ducato borbonico. Giunto a Parma, Saint-Méry si innamorò della città. Tanto che scrisse una voluminosa opera dal titolo: Description topographique et statistique des Etats de Parme, Plaisance e Guastalla, a l’Epoque de 1811.

Preso possesso dell’amministrazione, si rimboccò le maniche e cominciò a lavorare senza tregua. Tra i primi passi, l’abolizione della tortura degli imputati nei processi penali. Nello stesso tempo, vennero eliminate tutte le discriminazioni razziali ai danni degli ebrei. Saint-Méry cercò anche di dare stimoli al mondo dei campi. Allo scopo, fondò la “Società economica agraria”, per fornire una primordiale assistenza tecnica ai contadini. Da buon amministratore di “scuola francese”, accentrò le strutture dello Stato, disperse in mille centri di potere e disorganizzate. 

Le sue riforme vennero superate dal punto di vista giuridico ma non nello spirito, nel 1805, con l’entrata in vigore del codice di Napoleone, che abolì, insieme a tanti altri vincoli feudali, istituti primitivi come il maggiorascato e il fidecommesso. Nel medesimo anno, l’imperatore mutò anche l’ordinamento giudiziario e Parma ebbe modo di conoscere il processo pubblico. Tutti potevano assistere ai dibattimenti penali.

Moreau protesse con amore le scienze, le arti e le lettere. Affidò la biblioteca alla guida di Angelo Pezzana, prosecutore della Storia di Parma di padre Ireneo Affò, e sovvenzionò le attività del Collegio dei Nobili. Ebbe grande attenzione per il lavoro di Giambattista Bodoni e favorì gli studi letterari, le arti e l’Università, che i suoi successori chiusero per agevolare l’Ateneo di Genova. Nel 1805, cadde in disgrazia. Il 26 maggio, l’imperatore, che dopo vari tentennamenti aveva deciso di tenere Parma sotto il suo dominio diretto; visitò la città in compagnia della moglie Giuseppina. Non fu soddisfatto del rendiconto presentatogli da Saint-Méry e, nel gennaio del 1806, lo destituì in malo modo, revocandogli lo stipendio senza pagargli gli arretrati.

Moreau abbandonò l’Emilia a malincuore. Tornò a Parigi e vi morì nel 1819, dopo avere dedicato i suoi ultimi anni allo studio e alla redazione del Journal de ma vie, ricco diario in cui Parma trova ampio spazio.

Il 20 marzo del 1806, Saint-Méry ebbe un successore: Ugo Eugenio Nardon, cui toccò il titolo di prefetto. Il nuovo rappresentante imperiale riplasmò l’amministrazione sul modello francese e divise il territorio in tredici Mairie (Comuni). Quella di Parma aveva 31 mila abitanti. Primo “maire” (sindaco) della città capoluogo fu il conte Stefano Sanvitale, a riprova del fatto che le vecchie famiglie aristocratiche seppero sopravvivere a tutte le mutazioni sociali, adattandosi ai nuovi regimi come il camaleonte al variare della vegetazione. Con Nardon, il francese divenne la lingua ufficiale delle tredici Mairie. Ogni anno, appositi decreti permettevano l’uso dell’italiano negli atti pubblici. Il 24 maggio del 1808, buona parte dell’ex Ducato assunse il nome di “Dipartimento del Taro”. In luglio, ci fu la trasformazione di Parma in Principato, assegnato a Giovanni Cambacérès. Nella sostanza, le redini del potere restarono in mano a Nardon, che fu tra i promotori della costruzione di una strada destinata a unire le città di Parma e La Spezia. Il giudizio degli storici sul prefetto non è esaltante: amministrò senza infamia e senza lode. Unica macchia, la chiusura del Collegio dei Nobili dopo due secoli di vita.

Nel 1810, lo stesso anno in cui l’Imperatore ordinò la soppressione di conventi e ordini monastici, Ugo Eugenio Nardon fu sostituito da un nuovo prefetto: il barone Dupont-Delporte. Il nuovo funzionario rimase in carica quattro anni; i più felici dell’amministrazione napoleonica. Delporte, che ebbe l’aiuto del bravissimo maire di Parma, Gallani, fu attivo, energico e intelligente. Seppe far progredire la città e le campagne. Ebbe il grande merito di introdurre le coltivazioni della barbabietola da zucchero (poi riscoperta da Bizzozero), che dura ancor oggi, e del tabacco, scomparsa solo a metà Novecento. Adottò un provvedimento che precorse i tempi in modo sorprendente: fece lavorare i carcerati come cardatori di canapa, filatori, tessitori e sarti, trasformando numerosi delinquenti in abili artigiani. Arricchì la biblioteca del Pezzana dei volumi di proprietà dei conventi soppressi, e ridiede un giornale alla città. La “Gazzetta di Parma”, le cui pubblicazioni erano cessate nel 1796, fu momentaneamente sostituita dal “Giornale del Taro”, in attesa di rivivere nel 1815. Il prefetto introdusse in città anche l’illuminazione con fanali a riverbero.

 Durante l’amministrazione del barone Delporte, molti Parmigiani entrarono a far parte dell’esercito imperiale. Tantissimi morirono nel corso della disgraziata campagna di Russia, che segnò la fine dell’ascesa di Napoleone e l’inizio della sua precipitosa caduta.

 

Parma dopo Napoleone

 Terminata nel più inglorioso dei modi la campagna di Russia del 1812, Napoleone subì una nuova sconfitta dalle potenze europee della sesta coalizione tra il 16 e il 19 ottobre del 1813 a Lipsia. Il 30 marzo 1814, l’imperatore fu dichiarato decaduto. Il 6 aprile accettò di ritirarsi sull’isola d’Elba. Il 12 giugno, l’Austria occupò di nuovo la Lombardia.

Nel febbraio del 1814, quando ancora la sorte di Napoleone non era decisa, mentre Francesi e Austriaci si contendevano il Nord dell’Italia, accaddero alcuni episodi che non fanno certo onore alla città. Fuggiti tutti i funzionari imperiali, in Parma entrarono le truppe di Vienna guidate dal generale Nugent. Il popolo acclamò i nuovi padroni come salvatori. Si formò in tutta fretta un governo provvisorio composto dal marchese Cesare Ventura, Casimiro Meli Lupi, e dal conte Filippo Magawly Cerati, nobile irlandese, parmigiano d’adozione. Dopo soli sette giorni, l’esercito francese tornò in città e scrosciarono di nuovo gli applausi. Passò poco tempo e Parma cadde per la seconda volta in mano al Nugent: ancora manifestazioni di gioia popolare. Per fortuna, in giugno, il maresciallo austriaco conte Bellagarde prese possesso in modo ufficiale e definitivo del Ducato e cessò l’altalena penosa di esaltazioni collettive.

 Il 9 giugno 1815, il congresso di Vienna, confermando il Trattato di Fontainebleau (11 giugno 1814), assegnò il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla a Maria Luigia d’Austria, moglie di Napoleone e, ciò che più contava in quel momento, figlia dell’imperatore Francesco I d’Asburgo. A Maria Luigia, si badi bene, non alla sua discendenza: il re di Roma, figlio del Bonaparte, faceva paura alle grandi potenze e venne escluso dalla successione. Il Ducato era dichiarato reversibile, alla morte della sovrana, ai Borbone di Lucca, discendenti di Don Ferdinando.

Francesco I, da padre premuroso, dopo Fontainebleau, cominciò a occuparsi di Parma, in modo che la figlia potesse entrare nel piccolo Stato quando già la macchina del potere e dell’amministrazione fosse bene oliata. Stefano Sanvitale e Vincenzo Mistrali, già collaboratore dei Francesi nel periodo napoleonico, gli consigliarono di appoggiarsi al giovane Filippo Francesco Magawly Cerati, che assunse i pieni poteri nel luglio 1814. Il nobile irlandese, non ancora trentenne, fu incaricato di studiare il nuovo ordinamento del Ducato ed elaborò un sistema in base al quale il potere assoluto non degenerasse in dispotismo. Conservò quanto più possibile del buon indirizzo amministrativo francese e si curò dell’equa ripartizione delle tasse.

Divise il Ducato in due governi: Parma e Guastalla da una parte, Piacenza dall’altra. Alle dipendenze dirette della Duchessa era un ministro per la direzione di tutti gli affari; al suo fianco, il Consiglio di Stato. Magawly istituì un consiglio generale e uno particolare per le imposte dirette. Ogni Comune fu dotato di Podestà e di assemblea civica. Assunta la guida del Ducato nominò Mistrali “governatore di Parma”. Tramite Francesco I, si fece restituire dalla Francia i capolavori dell’arte rubati da Napoleone. Le opere dei grandi maestri tornarono in Pinacoteca il 17 febbraio 1815. L’idea più importante del plenipotenziario fu la realizzazione del ponte sul Taro. Il primo dopo cinque secoli. Magawly procurò pure i soldi necessari a costruire la struttura. L’onore di inaugurarla toccò poi a Maria Luigia.

Il famoso codice che la Duchessa promulgò nel 1820, può considerarsi come il prodotto dell’iter culturale avviato dal conte, il cui ruolo nella maturazione civile della città è stato quasi completamente dimenticato dalla storiografia locale. Non gli sono state perdonate le forti contribuzioni imposte ai Parmigiani nel 1815 (per volontà degli Austriaci) per procurare i soldi necessari ad allestire l’esercito chiamato a fronteggiare Napoleone dopo la fuga dall’isola d’Elba.

 

La Duchessa Maria Luigia

 Non c’è dubbio. La più amata dai Parmigiani è lei: Maria Luigia, la “Duchessa” per antonomasia. Donna buona e tollerante, che ha governato tenendo sempre d’occhio la propria popolarità. In un’epoca in cui non esistevano i sondaggi di opinione, fu più accorta dei politici moderni, tormentati dalla “Demoscopea”. Qualche studioso di sinistra le imputa di avere badato più alla forma (ispirata dal paternalismo) dei suoi atti, che alla reale sostanza. Comunque sia, i sudditi, salvo pochissime eccezioni, l’amarono senza riserve. E ancora l’amano i nipoti dei nipoti dei nipoti, un secolo e mezzo dopo la morte.

Figlia dell’imperatore Francesco I e moglie di Napoleone Bonaparte, dopo la caduta del marito, il padre la volle risarcita della cattiva scelta che aveva fatto per lei; ottenne che le grandi potenze riunite al congresso di Vienna le assegnassero il risorto Ducato di Parma Piacenza e Guastalla.

Maria Luigia entrò nella capitale il 20 aprile del 1816. Aveva 25 anni. Trovò lo Stato ben governato e dotato da Filippo Magawly di un’amministrazione funzionale. La riconoscenza per il giovane irlandese non fu molta. Dopo pochi mesi, il 27 dicembre, venne deposto. La moglie di Napoleone si era portata con sé il conte Adamo Alberto di Neipperg, ufficiale austriaco abile e ambizioso; ora doveva fargli posto. L’ex Imperatrice, sempre sensibile al fascino maschile, lo aveva conosciuto poco prima ai bagni di Aix, in Savoia, (il nobile austriaco era stato inviato nella città termale dalla corte di Vienna per servire e sorvegliare la Duchessa) e lo volle a Parma.

Neipperg, nato a Salisburgo nel 1775, era entrato a 15 anni nell’esercito, partecipò a molte battaglie e durante una di esse fu colpito all’occhio destro. A causa di questo infortunio gli tagliava la fronte una romantica benda nera. Quando conobbe Maria Luigia era già sposato e aveva quattro figli. La moglie mancò nel 1815.

Dopo la cacciata di Magawly, Neipperg tenne le redini dello Stato per tredici anni, fino alla morte. Nell’attività pubblica fu favorito dall’essere prima amante, poi marito morganatico (che non entra nella linea di successione al trono) della Duchessa. Ebbero tre figli, chiamati conti di Montenovo (traduzione italiana del cognome paterno): Albertina, Guglielmo e una femminuccia morta bambina.

Appena giunta nel piccolo Stato, Maria Luigia rifondò l’Università, il Collegio dei Nobili e l’Accademia di Belle arti, alla guida della quale, dal 1820, fu chiamato l’incisore Paolo Toschi. Il tandem di governo costituito dalla Duchessa e da Neipperg, è ricordato, tra l’altro, per le “grandi opere” realizzate: nel 1817, fu iniziata la costruzione del cimitero della Villetta, terminato nel ’23; nel 1821, si inaugurò il ponte sul fiume Taro; nel ’29, il glorioso teatro Regio.

Il maggior merito della figlia dell’Imperatore fu quello di essere il primo sovrano del Ducato a tenere conto delle condizioni di vita dei propri sudditi, sortendo l’effetto di governare con mitezza, giustizia e rispetto della legalità. Nel 1820 promulgò un modernissimo codice civile e, un anno dopo, il codice penale. Confermò l’abolizione del foro ecclesiastico, disposta da Napoleone nel 1805 e, in materia religiosa, mantenne in vigore il concordato del 1801. Seguendo i consigli del Neipperg, fu generosa e magnanima con patrioti e liberali aderenti alla carboneria e alle sette segrete. Grazie a questa buona disposizione, nel Ducato non vi furono mai esecuzioni capitali per motivi politici. Per lo più, i cospiratori venivano inviati a espiare le loro pene, spesso lievi, nel comodo castello di Compiano.

Causa questo atteggiamento, il Duca di Modena chiamava Maria Luigia, con disprezzo, “madama la presidentessa della repubblica di Parma”.

Nel 1829, alla morte dell’abile Adamo Neipperg, fu chiamato a succedergli il barone Giuseppe Werklein; uomo avido di denaro, non molto trasparente nella tenuta dell’amministrazione, protetto dal Principe Klemens Wenzel Lothar Metternich, il regista del congresso di Vienna e della politica estera austriaca, incontrastato numero uno della corte imperiale. Werklein, che fungeva da “segretario intimo di gabinetto” della Duchessa fin dal 1820, governò male, indebitò lo Stato e si fece odiare dai Parmigiani per la propria durezza, specialmente nei confronti dei liberali. Dopo i moti antiaustriaci del ’31, nel corso dei quali tenne atteggiamenti irritanti, fu richiamato a Vienna per volontà dell’imperatore. Nei due anni successivi, Maria Luigia ebbe come maggiordomo il barone Marshall, di cui non si fidava a pieno.

Con la cacciata di Werklein, a corte aumentò il peso di Vincenzo Mistrali, sotto il cui impulso ebbe inizio il secondo “periodo d’oro” dell’epoca di Maria Luigia.

Mistrali era nato da una famiglia di umili condizioni nel 1780. Ancor giovane, fu segretario del maire di Parma all’epoca del dominio francese. Tra il ’30 e il ’31, diede vita a una profonda riforma dell’amministrazione ducale. Dopo aver preso in mano le finanze saccheggiate da Werklein, risanò i bilanci e divise i “conti” personali della Duchessa da quelli dello Stato. Consigliò a Maria Luigia la realizzazione di diversi ponti nel Piacentino, della strada della Cisa, del raccordo tra la via per Berceto e quella per Borgotaro, del Palazzo delle Beccherie (su disegno del Bettoli) in piazza Ghiaia e, infine, del mercato bestiame. Per riconoscenza, la sovrana lo insignì del titolo di barone. Mistrali morì il 14 maggio 1846.

Nel 1834, la Duchessa sposò Charles René de Bombelles, nobile francese nato nel 1784. Dopo la Rivoluzione, Bombelles visse per 25 anni in Austria, dove divenne persona di fiducia del Principe Metternich. Il “super-ministro”, nel 1833, lo spedì alla corte di Maria Luigia con il titolo di Maggiordomo. Conservatore e legittimista, influenzò molto la Duchessa e mutò l’atteggiamento della sovrana verso i liberali. Inoltre favorì la “riscoperta” dei Gesuiti, che ebbero di nuovo grande peso in città, specialmente nel campo dell’educazione.

Maria Luigia si spense il 17 dicembre 1847, di ritorno dai bagni di Meidlingen; si parlò anche in questo caso di avvelenamento. In vero, la Duchessa era stanca e malata. Se ne andò appena in tempo per risparmiarsi l’onta dei moti del ’48. I giudizi su di lei sono per la maggior parte positivi. Qualche studioso l’accusa di avere impostato una politica economica basata sull’assistenzialismo senza puntare alla soluzione reale dei problemi. L’Asburgo, cui debbono essere riconosciuti mitezza e bontà d’animo, non ebbe una grande personalità e fu in balìa dei propri ministri. Il suo governo fu splendido, liberale e un po’ spendaccione col Neipperg; reazionario e scialacquatore con il Werklein; economo e provvido con il Mistrali; onesto, ma bigotto e austriacante con il Bombelles.

 

I Carbonari e la Duchessa

 Nei primi anni dell’Ottocento, anche a Parma, come nel resto dell’Italia, si diffusero le Società segrete, alimentate da patrioti e liberali. In città e in alcune aree della provincia, in particolare la Valceno, presero piede la Carboneria, gli Adelfi e i Sublimi maestri perfetti. I membri della Carboneria, che si chiamavano “buoni cugini”, aspiravano alla promulgazione della Costituzione e si riunivano in particolari sezioni chiamate “vendite”. Quella degli Adelfi, era una società di ispirazione “repubblicano-giacobina” (faceva riferimento alle idee di Filippo Buonarroti), la cui presenza in Parma è poco documentata.

La setta dei Sublimi maestri perfetti, aveva un requisito particolare: per entrarvi occorreva appartenere alla Carboneria o alla Massoneria, con il rango di Maestro. La chiesa dei Sublimi fu fondata in città nel 1819 e contò fino a circa 40 adepti. La dirigeva Giacomo Martini, guardia d’onore della Duchessa Maria Luigia. Anche questa Società segreta aspirava alla costituzione liberale. Nelle sue lettere, Federico Confalonieri, il celebre patriota lombardo che conobbe i rigori dello Spielberg e fu strettamente legato a Porro Lambertenghi, Pietro Marocelli e Silvio Pellico, parla di larga diffusione delle sette nel Parmense. I principali esponenti della Carboneria cittadina furono Jacopo Sanvitale, poeta e professore di eloquenza all’Università, e Claudio Linati; nel Bardigiano erano molto attivi Giuseppe Bertucci e Giovanni Grossardi. 

Maria Luigia, ben consigliata dal Neipperg, fu tollerante verso patrioti e liberali. Li trattò sempre con mitezza. I “buoni cugini”, del resto, non le si dichiararono mai ostili. La prova dell’atteggiamento illuminato della corte la si ebbe presto: nel 1820, scoppiarono moti in diverse città italiane, Napoli (sotto la guida di Morelli e Silvati) e Torino (Santorre di Santarosa) in particolare. A Parma non accadde nulla. Durante la repressione che i governi reazionari misero in atto nel ’21, le confessioni di cospiratori lombardi e modenesi chiamarono in causa diversi sudditi ducali. La corte di Vienna e Francesco IV di Modena rivolsero pesanti inviti a Maria Luigia affinché procedesse all’arresto dei Carbonari e li facesse giudicare. Per un po’, Neipperg resistette, poi dovette cedere. I processi si fecero, ma la Duchessa li volle equi. Nel ’22, i liberali incarcerati erano diciotto. Tra essi, Giacomo Martini, Jacopo Sanvitale, Ferdinando Maestri, i bardigiani Bertucci e Grossardi. Nel corso del procedimento penale furono rispettati i diritti degli imputati. La sentenza arrivò il 29 aprile del 1823: sei persone vennero assolte, per gli altri gravi condanne. Un certo Micali, ebbe comminata la pena di morte. In secondo grado anche Martini subì la stessa sanzione. Maria Luigia commutò le esecuzioni capitali in lavori forzati. Le famiglie dei condannati ebbero generosi sussidi dalla corte e i liberali furono reclusi nel castello di Compiano, in ottime condizioni. Nel 1825, la Duchessa concesse l’amnistia e i cospiratori fruirono di un finanziamento che permise a molti di emigrare in Inghilterra.

Alle loro famiglie toccò una pensione annua. Un secondo processo si tenne nel 1823, vennero fuori molti altri nomi di “buoni cugini”, ma le pene furono, ancora una volta, miti. 

Più difficile per Maria Luigia la gestione del moto del 1831. In questa occasione non ebbe la possibilità di godere dell’appoggio equilibrato di Adamo Neipperg, morto due anni prima, e la situazione rischiò di precipitare. Nel luglio 1830, la Rivoluzione parigina causò la cacciata del reazionario Carlo X, cui subentrò, come re dei francesi, Luigi Filippo d’Orléans. Il nuovo sovrano, come primo atto, proclamò il “principio di non intervento”, che implicava il diritto all’autodeterminazione di ogni nazione.

In tutta Europa si diffuse un clima di effervescenza rivoluzionaria: nei Paesi Bassi i Belgi insorsero contro gli Olandesi; i polacchi si ribellarono al dominio zarista e in Germania ci furono fermenti popolari. Nella capitale francese operava la “Società dell’italiana emancipazione” di cui facevano parte il conte parmigiano Claudio Linati e il giovane modenese Enrico Misley, spesso ospite dei liberali del Ducato. 

Il 15 novembre 1830, il fisico Macedonio Melloni, parlando all’Università, invitò gli studenti parmigiani sulle barricate, secondo l’esempio dei colleghi francesi. Il barone Werklein lo fece partire da Parma e ordinò che gli studenti più facinorosi fossero rinchiusi a Compiano. I provvedimenti non bastarono a far calare la tensione. Il fuoco covava sotto la cenere. In dicembre e nel gennaio del ’31 Misley era a Parma. Il comitato di Parigi decise che la città, Modena e gli Stati della Chiesa insorgessero il 5 e il 6 febbraio. Ciro Menotti organizzò la rivolta nella capitale del Ducato Estense. Parma restò quieta per qualche giorno. Finalmente, il 10 febbraio si ebbero alcune manifestazioni di piazza. Ci fu un piccolo moto e il 13 la Duchessa, dopo aver dichiarato di non poter tradire i vincoli con l’Austria, tentò di andarsene. Il popolo, che l’adorava, la fermò. Maria Luigia riuscì a ritirarsi a Piacenza solo nella notte tra il 14 e il 15 febbraio. Anche Werklein fuggì dalla città vestito da cameriere. Gli insorti non volevano deporre la sovrana, ma ottenere concessioni liberali che Vienna non intendeva autorizzare.

Il giorno 16 si formò un governo provvisorio. Ne facevano parte Filippo Linati (padre di Claudio), Jacopo Sanvitale, Francesco Melegari, Antonio Casa (padre dello storico Emilio), Gregorio De Castagnola, Macedonio Melloni e Ermenegildo Ortalli. Il 24, duecento guardie nazionali occuparono Fiorenzuola. All’alba del 25, una lunga colonna austriaca irruppe nel Paese. Ci fu un minimo tentativo di resistenza degli insorti, che causò pochi morti e feriti da entrambe le parti. Antonio Gallenga parlò dal Palazzo del Governatore brandendo un pugnale, ma la folla non si sollevò. Nessuno aveva intenzione di vendicare i caduti di Fiorenzuola. Il 13 di marzo gli Austriaci erano di nuovo in città. I membri del governo provvisorio furono svillaneggiati dalla folla e, compiuto formale atto di sottomissione alla Duchessa, lasciarono la città. Filippo Linati e Francesco Melegari rimasero. Vennero processati e assolti perché “il governo provvisorio nacque in assenza di quello legale”. Gli effetti più evidenti del moto, giudicato con ironia da molte parti, furono la sospensione delle lezioni universitarie e la proibizione della vendita di giornali francesi. Maria Luigia rientrò a Parma l’8 agosto del 1831. Ancora una volta, non consumò vendette, ma nei posti chiave dell’amministrazione furono collocati sudditi austriaci. Il comando della polizia toccò a Odoardo Sartorio, giunto dal Lombardo Veneto. Lo sbirro fu odiatissimo dal popolo e, nel 1834, venne assassinato da mano ignota.

La politica ducale verso i liberali e i patrioti cambiò con l’avvento del Bombelles. Il nobile francese, amico dell’Austria e schiavo delle idee della Restaurazione, impose a Maria Luigia una politica dura e trovò nei Gesuiti e nel Vescovo ungherese Giovanni Neuschel appoggio incondizionato. I fautori della “liberazione dallo straniero” e della Costituzione ebbero a Parma vita più difficile: il Maggiordomo teneva il potere saldo nelle sue mani e lasciava largo spazio al ministro degli esteri Richer, austriaco fino al midollo.

Disordini di una certa gravità ebbero luogo anche nel 1847. Il 7 giugno, la Duchessa e Bombelles lasciarono la città per recarsi ai bagni di Meidlingen. Il 16 dello stesso mese, gli studenti vollero festeggiare l’elezione del Pontefice Pio IX. Fecero celebrare il Te Deum nella chiesa dell’Annunciata. All’uscita dal tempio ci furono disordini. Molto il clamore, ma il danno si limitò a qualche vetro rotto e poco più. Mentre la polizia si era ritirata, i dragoni austriaci caricarono la folla con violenza e arrestarono quattordici persone, tutte assolte nel processo successivo. Girolamo Cantelli, Podestà di Parma, si recò alla corte di Vienna per protestare contro il sopruso dei soldati. L’Imperatore diede ragione ai dragoni e sospese Cantelli dalle funzioni per due mesi.

Con il ritorno in città del Bombelles ci fu la dura reazione; gli impiegati pubblici liberali subirono gravi discriminazioni. I poteri del Podestà passarono nelle mani del commissario straordinario conte Giulio Zileri, personificazione delle idee più retrive. Con questo episodio, si aprì un conflitto insanabile tra le truppe austriache presenti in città e la popolazione. Poco tempo dopo, Maria Luigia morì. La salma fu tumulata a Vienna nella cripta del convento dei cappuccini, vicino alla tomba del figlio.

 

 Carlo II, il Duca spendaccione, e il ’48

 In base ai disposti del Congresso di Vienna, alla morte di Maria Luigia, avvenuta nel dicembre del 1847, il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla passava ai Borbone di Lucca. Per la precisione, a Carlo Lodovico, figlio di Lodovico, a sua volta figlio dell’ultimo Duca di Parma, Don Ferdinando. Il nuovo sovrano, che assunse il nome di Carlo II, era personaggio assai originale. I contemporanei lo dipingono mite, intelligente e gran dissipatore. In gioventù girò l’Europa facendo la vita del brillante aristocratico, dell’uomo di mondo incurante del denaro.

Il risultato, piuttosto prevedibile, fu che si ritrovò pieno di debiti. Per farvi fronte, prese a prestito enormi somme dalle banche dei Rothschild e da altri istituti di credito. Confidava di rientrare dal forte passivo prendendo in mano il Ducato di Parma.

Come uomo di governo si rivelò subito un fallimento: amministrò Lucca con leggerezza e prodigalità. Ancor prima di prendere possesso del dominio emiliano aveva già ceduto al Duca di Modena la parte di territorio che si trovava oltre Enza: Poviglio, Gattatico, Ciano, Guastalla, Selvapiana, Vedriano e Gombio. In cambio ottenne Pontremoli, Bagnone, parte della Lunigiana, più una ricca rendita. Spinto dalla sete di denaro, aveva scambiato aridi gioghi montani con ubertose terre di pianura.

Entrò in città per governare il Ducato di Parma e Piacenza (Guastalla l’aveva venduta) il 31 dicembre del 1847; lo accompagnava la moglie, Maria Teresa di Savoia, figlia del re Vittorio Emanule I. Il 26 dicembre, Santo Stefano, aveva emesso un proclama da cui era facile evincere i suoi indirizzi di politica estera e il modo di porsi nei confronti dei liberali. Di fatto, sostenendo che “non intendeva apportare cambiamenti alle istituzioni ducali”, sposava le idee filo austriache del Bombelles e ripudiava gli inviti a spostarsi verso posizioni più “aperte”. Rifiutò i consigli di Filippo Linati e Girolamo Cantelli, che cercavano di spingerlo ad atteggiamenti filo costituzionali e stipulò la convenzione che permetteva il libero accesso nel Ducato delle truppe di Vienna. 

La politica di Carlo II apparve subito inopportuna: il Duca sponsorizzava tesi reazionarie proprio mentre Carlo Alberto di Savoia prometteva ai sudditi lo Statuto e il re di Napoli la Costituzione. Sull’Europa fischiava il vento democratico del ’48, che poneva ai popoli i problemi dell’indipendenza, dell’unità nazionale, della liberalizzazione dei sistemi politici e il Borbone perseguitava persino il modo di portare il cappello dei liberali; per giunta, pubblicava le risoluzioni con cui l’Austria si impegnava a intervenire con le armi in sua difesa. 

Dopo tre anni di dura recessione economica, il Vecchio Continente era in fiamme. A Parigi, in febbraio, scoppiò la rivoluzione che avrebbe causato la cacciata di Luigi Filippo e l’ascesa di Luigi Napoleone Bonaparte. Dai primi di marzo la Germania era tutto un pullulare di sommosse contro i Principi. Vere e proprie insurrezioni avevano luogo a Vienna, in Ungheria e in Boemia. Il 18 marzo entrò in scena l’Italia. Sotto la guida di Carlo Cattaneo, Milano si ribellò agli austriaci e dopo “cinque giornate”, il 23, Radetzky abbandonò la città e si chiuse con l’esercito nel “quadrilatero” formato da Mantova, Peschiera, Verona e Legnago. Il 22 anche Venezia, trascinata da Daniele Manin, scacciò gli austriaci.

Il 23 marzo, Carlo Alberto dichiarò guerra a Vienna. Milano insorta e l’esercito piemontese pronto a marciare sul “Lombardo Veneto austriaco” erano i simboli di chi sognava l’Italia unita e la costituzione liberale. Anche Parma era in fermento. Il 19 marzo, dopo la fiera di San Giuseppe, una gran folla si fermò a fischiare sotto le finestre del Palazzo dei Gesuiti; poi si spostò in piazza Grande, cuore pulsante della città, sede del mercato settimanale. Qui i manifestanti furono dispersi dai soldati austriaci.

La rivolta scoppiò il giorno successivo. L’origine dei disordini è piuttosto incerta. Marco Aurelio Onesti, capo della polizia, chiese al Duca di firmare un editto liberale, ma non ottenne soddisfazione. Nello stesso tempo, secondo la ricostruzione dello storico Emilio Casa, in piazza Grande, il falegname Richett Melegari sparò colpi di fucile contro una sentinella ungherese. Non pago, aiutato dal proprio garzone, Luigi Ferrari, cominciò a uccider tedeschi finché non venne ammazzato a sua volta. La fiamma divampò. Le campane delle chiese suonavano a stormo. In Bassa dei Magnani e in borgo delle Colonne si gettavano tegole sulle truppe. Dal duomo, i cecchini sparavano contro gli austriaci. In breve ci furono cinque morti tra i Parmigiani e venti tra i soldati. Anche l’ex fantino Tommaso Ward, ascoltatissimo consigliere del Duca, legato a doppio filo con gli Asburgo, consigliò al sovrano di cedere ai liberali e si recò a Torino per stringere accordi con i Savoia. 

Carlo II, spaventato dal sangue, richiamò le truppe negli alloggiamenti e si disse disposto a cedere alle richieste dei liberali. Per non essere costretto a proclamare la costituzione in prima persona, cedette il potere alla “Suprema Reggenza”. Chiamò a far parte del nuovo organo i conti Luigi Sanvitale e Girolamo Cantelli, gli avvocati Ferdinando Maestri e Pietro Gioia (di Piacenza), il professor Pietro Pellegrini.

La Reggenza emise un proclama con cui prometteva la Costituzione e le riforme istituzionali: terminava con il simbolico grido “Viva l’Italia”. Gli Austriaci e i Gesuiti, loro fiancheggiatori, furono allontanati da Parma. I patrioti reclusi scarcerati. L’inversione di rotta fu tale che, il 25 marzo, due giorni dopo la dichiarazione della Prima Guerra di Indipendenza, il Duca sventolò il tricolore dal balcone e venne osannato dalla folla. Carlo II, si dava arie da liberale della prima ora. La comunità di Piacenza, scandalizzata dall’idillio tra Duca e popolazione parmigiana, si preparava ad annettersi al Piemonte con il plebiscito del 10 maggio. Tra le due città si risvegliò l’antica rivalità medioevale. 

I giuristi locali stavano preparando il testo della nuova Costituzione e Carlo, seguendo l’esempio del Granduca di Toscana, di Pio IX e di Ferdinando II di Napoli, rivelava l’intenzione di mandare un drappello armato in aiuto del Piemonte; suo figlio Ferdinando (il futuro Carlo III) dichiarava che sarebbe partito per la guerra con l’intenzione di combattere per i Savoia, con cui era imparentato in linea materna. Tutto questo fumo non offuscava gli occhi di nessuno: da ogni parte d’Italia, attraverso i giornali, arrivarono accuse di collaborazionismo tra la Reggenza, il Borbone e l’Austria. Insulti e vituperi non si contarono. Per difendersi, Carlo II pose il Ducato sotto l’alta protezione di Carlo Alberto. I reggenti si dimisero e il 12 aprile fu nominato il governo provvisorio (formato, dagli stessi reggenti, con l’aggiunta del conte Ferdinando de Castagnola, di Giuseppe Bandini e di Monsignor Giovanni Carletti), che veniva considerato come il primo passo sulla strada dell’annessione. L’esecutivo, appena ottenuta la nomina, deliberò di mettere tutti gli armati del Ducato, un migliaio di uomini, a disposizione del Piemonte. Le truppe parmensi partirono per il fronte il 19 aprile e combatterono valorosamente contro gli Austriaci, prendendo parte alle più celebri battaglie della Prima Guerra di Indipendenza. Il 18 aprile1848, Carlo II fuggì da Parma e si ritirò nel castello di Weisstropp, in Sassonia.

Suo figlio Ferdinando fu protagonista di un episodio comico: mentre tentava di raggiungere l’esercito piemontese, fu sorpreso da gruppi di volontari liberali, arrestato e incarcerato a Cremona. Sfociava nel ridicolo il sogno di combattere per i Savoia. A fine aprile, altri duecento giovani parmigiani partirono spontaneamente per il fronte. Combatterono a Santa Lucia e a Pastrengo.

Durante queste calde giornate di primavera, fu cacciato il Vescovo ungherese Giovanni Neuschel, imposto ai tempi di Maria Luigia. Parma ebbe un ospite illustre, Vincenzo Gioberti, che arringò la folla per convincerla dell’opportunità dell’Unità d’Italia. Tra coloro che più di tutti si batterono per l’annessione al Piemonte, era Antonio Gallenga. Alla lunga, il suo partito prevalse. In tutta fretta si preparò il plebiscito di annessione al Regno dei Savoia, che si tenne il 17 maggio. I risultati furono pubblicati il 25 dello stesso mese: i votanti erano 39703; i favorevoli 37250; i voti dispersi 2453. Carlo Alberto accettò l’annessione. Il 16 giugno, l’editto di Eugenio di Savoia, luogotenente generale del re, dichiarò Parma e Guastalla annesse allo Stato sabaudo, come già era accaduto per Piacenza. Il governo si dimise e i due Ducati furono retti dal consigliere di Stato piemontese Federigo Colla.

Il 27 luglio Carlo Alberto fu sconfitto a Custoza; il 9 agosto il generale Salasco firmò l’armistizio con Vienna. Tra i due belligeranti tornavano in vigore gli antichi confini. Il 17 agosto l’esercito austriaco era di nuovo in città. Nella primavera del ’49, l’ordine regnava nel Ducato, mentre a Firenze e a Roma continuava la lotta per la libertà sotto la guida di Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni (in Toscana) Mazzini, Armellini e Saffi (nel Lazio). Dopo l’armistizio, Vienna voleva annettersi direttamente Parma e Piacenza, ma incontrò la ferma opposizione dell’Inghilterra. La città fu affidata a un governo provvisorio guidato da Dagenfeld Schonburg, austriaco di mente elevata, amante della lingua italiana e studioso di Dante.

All’improvviso, nel marzo del ’49, il Piemonte lanciò di nuovo il guanto di sfida a Vienna e scoppiò la seconda fase della Guerra di Indipendenza. Il 14, Dagenfeld e i soldati austriaci lasciarono Parma per combattere nel Lombardo Veneto. In città arrivarono il senatore del regno del Piemonte, Plezza, e il generale Alfonso Lamarmora con mille riservisti. Si scatenò l’entusiasmo popolare, ma ebbe breve durata. Il 23, giunse la notizia della definitiva sconfitta di Novara. Carlo Alberto abdicò. Il 24, anche Carlo II rinunciò al trono in favore del figlio. I Savoia dovettero abbandonare il sogno di unificare l’Italia: il 26 marzo, Vittorio Emanuele II firmò l’armistizio e, il 5 aprile, a Parma tornarono le truppe austriache, guidate dal generale D’Aspre. A lui il compito ripristinare le strutture del potere ducale.

Dopo che il padre, ormai compromesso agli occhi di Vienna, aveva abdicato in suo favore, Ferdinando di Borbone, da Londra, annunziava l’ascesa al trono con il nome di Carlo III. D’Aspre, ritenendo invalido l’analogo atto del nuovo Duca, mantenne in vita la giunta di governo da lui nominata, infliggendo una grave umiliazione al sovrano. Il 27 aprile 1849, il generale fu richiamato e gli succedette il barone Sturmer, che compì un atto degno di esser ricordato: istituì le scuole elementari gratuite per fanciulle di ogni stato e condizione.

Carlo III rientrò fugacemente a Parma in maggio e assunse il potere solo il 25 agosto 1849. Il padre visse il resto della sua esistenza girovagando allegramente per l’Europa. Sperperò montagne di soldi, comportandosi sempre con eleganza. Dopo l’Unità d’Italia, fu il solo dei Principi spodestati a mantenersi amico di Vittorio Emanuele II di Savoia. Mancò a Nizza nel 1883.

 

Carlo III, il Duca soldato

 Il duchino Ferdinando nacque nel 1823. Ricevette una buona educazione, che fece di lui un politico istruito e poliglotta. Dopo l’abdicazione del padre, divenuto Duca con il nome di Carlo III, non riuscì mai ad accattivarsi la simpatia dei sudditi: i suoi difetti sopravanzavano di troppe lunghezze i pregi. Non gli bastò esordire al governo concedendo ampia amnistia; l’indole altera e le abitudini dispotiche contribuirono a mantenere sempre bassa la popolarità del sovrano. Era uomo le cui ambizioni risultavano sproporzionate ai mezzi: perseguì per tutta la vita sogni di gloria militare secondi solo a quelli dell’antico predecessore Odoardo Farnese. Per soddisfare il capriccio, teneva in servizio seimila soldati, gravando le casse dello Stato di spese enormi e, quel che è peggio, inutili.

Si occupava personalmente delle uniformi dell’esercito e acquistava armi da tutte le fabbriche d’Europa. Per addestrare le truppe, il Duca fece costruire un inutile fortino tra ponte Dattaro e il campo di Marte. Costrinse gli impiegati e i magistrati a vestire la divisa come i militari.

Nel ’49 soppresse le scuole universitarie riaperte dallo Sturmer, licenziò molti valenti professori, varò alcuni provvedimenti che rendevano l’istruzione dei poveri assai difficoltosa. Mantenne nel Ducato lo stato d’assedio perpetuo.

Assecondando la peggiore tradizione militare, introdusse a Parma la “pena del bastone”, mai prevista per iscritto, che consisteva nel punire i reati a suon di vergate. In quattro anni, la sanzione fu inflitta a oltre trecento sudditi. Nel 1854, accecato dalla passione per le imprese belliche, Carlo III si superò. Varò un prestito forzoso per costringere i Parmigiani a finanziare la partecipazione delle truppe ducali alla guerra TurcoRussa. Un delirio.

Se le spese per l’esercito erano eccessive, quelle per la corte toccavano livelli ancor più scandalosi. Dissoluto e vizioso, gran frequentatore di ballerine, il Duca non seppe neppure circondarsi di persone capaci. Nella sua cerchia, l’uomo più influente era Tommaso Ward, l’ex fantino che il padre aveva elevato al rango di barone. Ward, ministro della casa reale e di corte, pensava soprattutto a sfruttare le debolezze del sovrano per il tornaconto personale. Gli fu concesso perfino il privilegio di usufruire delle miniere dello Stato per novantanove anni senza pagare alcuna tassa. In poco tempo si arricchì ai danni delle finanze pubbliche.

Carlo III fu sempre isolato. La politica dall’indirizzo incerto gli alienò le simpatie dei liberali, dei filo austriaci e dei preti. Solo i contadini, in cui favore approvò svariate misure demagogiche, lo tolleravano. Anche la moglie, Luisa Maria, Duchessa di Berry, prese le distanze: si sforzò a lungo di far conoscere alle corti europee le stravaganze del marito; una sua missiva molto critica alla corte di Vienna fu intercettata dagli agenti del consorte.

Non fa meraviglia che alcuni (non meglio identificati) sudditi abbiano orchestrato un regicidio dai contorni assai sospetti. Il 26 marzo del 1854, il Duca, tornando dalla consueta passeggiata a piedi, fu pugnalato nell’attuale via Cavour. Morì ventiquattro ore dopo. L’attentatore era Antonio Carra, sellaio e tappezziere di trent’anni. L’artigiano fu arrestato, liberato poco dopo e fatto fuggire. Prima in Inghilterra, poi in America. In seguito, – chissà perché? – sul delitto non si fecero mai accurate investigazioni. Anzi, tutti quelli che ci provarono finirono in malo modo. Il 13 giugno 1854, per esempio, alcuni ignoti aggredirono il giudice Gabbi, che voleva fare luce sull’imboscata. Non è da escludere il coinvolgimento, nel truculento episodio, di Luisa Maria o di importanti personaggi della corte. Antonio Carra, che avrebbe potuto raccontare molte cose, morì a Buenos Aires nel 1895.

 

Luisa Maria e i mazziniani

 La Carboneria andò lentamente dissolvendosi e perse incisività. A Parma, come nel resto d’Italia, a metà Ottocento erano molto attivi i movimenti mazziniani, che traevano linfa dall’associazione segreta “Giovane Italia”, fondata nel ’31. Furono arrestati due avvocati, Curti e Benedini, con l’accusa di aderire all’organizzazione. Come era capitato in precedenza ai Carbonari, in carcere ebbero ottimo trattamento e dopo pochi mesi vennero rilasciati.

Nel ’52 accadde un fatto molto importante per le sorti della nazione: Camillo Benso conte di Cavour, in seguito al “Connubio” con la sinistra moderata (una specie di “compromesso storico” ante litteram), assunse la guida del governo piemontese. L’illuminato ministro, che mirava a unire l’Italia, aveva un alto concetto del ruolo strategico del Ducato emiliano. Subito cominciò a tessere tele di ragno paziente e cercò in ogni modo collegamenti con i liberali e i patrioti parmigiani. Si rivelò fruttuosa la mossa di favorirne l’asilo nel Regno dei Savoia. Nei primi anni Cinquanta, soggiornarono a Torino due dei più attivi “agitatori” locali: Antonio Gallenga e Pietro Cocconi, entrambi su posizioni politiche radicali.

Ad essi, Cavour affidò il compito di tenere alta la tensione nel Ducato. I due esuli raggiunsero lo scopo attraverso i movimenti mazziniani, vera spina nel fianco per la reggente Luisa Maria di Berry. La moglie di Carlo III, con tempestività un po’ sospetta, il giorno stesso dell’attentato al marito, fece proclamare sovrano il figlio primogenito Roberto e assunse la reggenza. Come primo atto licenziò il barone Ward, il capo della polizia Bassetti (assai legato al vecchio Duca), e molti altri notabili. Nell’attività di governo si appoggiò all’abile ministro delle finanze Antonio Lombardini. Cattolica e piuttosto bigotta, subì le influenze degli ambienti clericali. Il popolo non gradiva la sostituzione delle caserme con i conventi. Temeva di essere caduto dalla padella alle braci.

La Duchessa favorì alcune importanti iniziative: riaprì l’Università, istituì le elementari e le medie (ai suoi tempi solo un parmigiano su 83 frequentava le scuole), eresse il quartiere popolare, ancor oggi visibile, in borgo della Salute, progettò la realizzazione di una grande banca cittadina. La pressione del governo francese la costrinse alla mitezza – forse innaturale – nell’amministrare la giustizia. Nonostante tutto questo, ebbe sempre quella maledetta spina nel fianco incarnata dai mazziniani.

Nel 1854, costoro fondarono una specie di società segreta che aveva come base la trattoria Croce di Malta. Il 12 giugno portarono a compimento l’attentato, sfociato in un semplice ferimento, contro il giudice Antonio Gabbi, reo di voler riaprire il procedimento per il regicidio. Subito dopo, programmarono un moto per il 22 luglio. Volevano bruciare alcune case del contado, il teatro e assalire le caserme.

Il governo fu informato con largo anticipo dell’azione terroristica ed ebbe modo di prevenirla. Lo fece con ferocia eccessiva: la mattina del 22 i rivoltosi si ritrovarono parte al Caffè Ravazzoni, in strada San Michele (via Repubblica), parte al Caffè Bersellini, in strada San Benedetto (via Saffi). I due locali pubblici furono attaccati dall’esercito proprio mentre i mazziniani erano in “conclave”. Volarono anche cannonate. Alcuni patrioti fuggirono sui tetti e diversi precipitarono al suolo. Gli altri subirono l’offensiva dei militari. Il bilancio dei tafferugli fu di quattordici morti (in maggior parte pacifici cittadini) e numerosi feriti. Nella stessa giornata, due soldati passati dalla parte dei rivoltosi, Marco Bacchini e Baldassarre Poli, furono fucilati. La truppa ducale per sfogarsi fece orribile scempio del corpo di Carlo Guellio, cittadino sorpreso in armi per la strada. Soldati ubriachi percorsero la città fino a tarda sera sparando a caso e commettendo soprusi di ogni sorta. Seguì una dura repressione e, il 5 agosto, il plotone di esecuzione giustiziò altre quattro persone; tra gli altri, Emilio Mattei, moribondo per una cancrena: gli spararono mentre si trovava sulla barella. Ancora due condanne a morte furono eseguite il 25 agosto.

La vendetta dei mazziniani non si fece attendere. Il 10 febbraio del 1855, fu ferito in un agguato il tenente colonnello Paolino Lanati, presidente del consiglio di guerra, che morì un mese dopo. Durante l’estate, in città scoppiò il colera; il morbo colpì 13 mila persone uccidendone ottomila. La peste e il vaiolo avevano trovato un degno erede.

Tra governo e mazziniani ci fu una tregua non dichiarata che durò fino alla primavera successiva. Il 4 marzo del ’56, in borgo delle Asse, fu assassinato il conte Valerio Magawly, comandante delle carceri. Tredici giorni dopo, venne ferito in modo grave Gaetano Bordi, auditore di guerra e, come tale, istruttore dei processi politici. Macchie di sangue nel definitivo tramonto del Ducato.

Luisa Maria dichiarò lo stato di assedio. Mise a capo del Consiglio di guerra l’iperlegittimista Diofebo Meli Lupi di Soragna e integrò l’organismo con altri elementi conservatori. Vennero arrestate duecento persone, sospette di appartenere alle associazioni filopiemontesi. Tra esse, alcune fecero nuove rivelazioni sul regicidio. Il Consiglio di guerra, ispirato da Vienna, voleva fare luce sia sull’uccisione del sovrano, sia sui legami tra i mazziniani e Cavour. Agli inquirenti apparve chiaro che il capo della cospirazione sfociata con la morte di Carlo III era Luigi Bocchi, già condannato a morte e graziato (la cosa desta molti sospetti) per la rivolta di luglio. Di Bocchi si sapeva pure che aveva stretti legami con il Piemonte. La materia scottava. La situazione internazionale e le pressioni della Francia consigliarono Luisa Maria di frenare l’inchiesta. I membri più “ultra” del Consiglio di guerra lasciarono il potere, presto rimpiazzati da elementi moderati. In città tornò la calma.

 

La Seconda Guerra di Indipendenza

 Il 5 febbraio 1857, le truppe austriache lasciarono Parma per sempre. D’incanto, nel Ducato si visse un periodo pacifico. L’agitazione tornò all’inizio del 1859, quando a tutti sembrava ormai imminente lo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza. I volontari parmensi furono tra i primi a unirsi all’esercito piemontese: partivano per l’arruolamento, chi a piedi, chi in diligenza, chi con l’omnibus. Il governo lasciava fare. Francia e Piemonte, che erano unite dal Trattato di Plombières, provocarono ripetutamente l’Austria. Il 23 aprile, Francesco Giuseppe recapitò a Torino un duro ultimatum. Cavour lo respinse sdegnoso. Il 28 aprile le truppe di Vienna, guidate dal generale Gyulai, varcarono il Ticino. Era la guerra. Parma, pur alleata dell’Austria, si dichiarò ufficialmente neutrale. Nel suo intimo Luisa Maria tifava per Vienna.

Il 29, quaranta ufficiali parmigiani presentarono alla Duchessa un invito, scritto da Emilio Casa, a scendere in lotta al fianco di Vittorio Emanuele II. La reggente anziché rispondere, il primo maggio, verso mezzogiorno, fuggì da Parma portando i figli in salvo oltre Po. Il popolo era in festa (per una volta a ragione) e il 2 maggio fu costituita una “Giunta provvisoria” che dichiarò di governare per conto di Vittorio Emanuele. Il 4, i capi militari dichiararono sciolta la Giunta e la Duchessa tornò. Luisa Maria rimase in città fino al 9 giugno; l’esito della battaglia di Magenta, favorevole ai francopiemontesi, la consigliò di far le valigie e andarsene per sempre. 

L’esercito ducale, allo sbando e senza guida, rimase asserragliato in Cittadella. La reggente non gli aveva lasciato ordini. Tra i soldati e la popolazione si creò un forte stato di tensione. Le truppe spaventate avrebbero potuto infierire sulla folla. Con gran fatica furono persuase dagli ufficiali, in testa a tutti il generale Crotti, a recarsi a Mantova e, una volta giunte in Lombardia, sciogliersi.

 

L’annessione

 A Parma si formò la “Commissione di governo”, che assunse il potere in nome di Vittorio Emanuele II. Ne facevano parte il liberale moderato Girolamo Cantelli, Pietro Bruni e Pietro Armani. Dopo pochi giorni, il 17 giugno, il triumvirato cedette il potere a Diodato Pallieri, Governatore civile temporaneo giunto dal Piemonte. Il 24 giugno le truppe di Napoleone III e Vittorio Emanuele II vinsero la battaglia di San Martino e Solferino.

L’Unione al Regno dei Savoia sembrava cosa fatta. Invece, l’11 luglio, giunse, come doccia fredda, l’armistizio di Villafranca tra l’Imperatore francese e Francesco Giuseppe. In base all’accordo tra i due, la Lombardia sarebbe stata ceduta al Piemonte, ma Mantova e Peschiera erano destinate a restare agli Austriaci. Vittorio Emanuele avrebbe ritirato i suoi commissari dall’Emilia: qui dovevano essere restaurati i legittimi sovrani. Diodato Pallieri tornò a Torino, affidando la guida del Ducato a Giuseppe Manfredi, giovane patriota piacentino. Filippo Linati, eletto Podestà di Parma, si recò dall’Imperatore di Francia e gli consegnò la protesta firmata da numerosi cittadini parmigiani; come era prevedibile, non ottenne alcun risultato.

Il movimento che doveva portare all’Unità d’Italia, ben visto dalla potentissima Inghilterra, una volta avviato, era inarrestabile. I patrioti tirarono diritto. Giuseppe Manfredi, il 14 agosto, invitò i popoli degli Stati parmensi a unirsi con Reggio e Modena sotto la guida di un unico governo. Era il primo passo sulla strada dell’annessione al Piemonte. Il 15 agosto, il Comune di Parma nominò dittatore Luigi Carlo Farini, romagnolo cocciuto e capace, liberale moderato, che si scelse come collaboratori i futuri senatori Girolamo Cantelli, Filippo Linati e Ferdinando Maestri. Farini seppe creare in tempi stretti il nuovo Stato emiliano, ben ordinato e capace di resistere agli attacchi delle dinastie deposte.

Il dittatore indisse i comizi elettorali per eleggere i membri dell’assemblea costituente delle Province parmensi. L’elezione avvenne il 4 settembre. Quattro giorni dopo, i rappresentanti del popolo si radunarono nel Palazzo del Giardino ducale. Dopo il rovente discorso di Luigi Carlo Farini, l’assemblea proclamò decaduta la dinastia borbonica e venne decretata l’unione delle Province parmensi al regno costituzionale di Vittorio Emanuele II di Savoia. L’eccitazione del momento fece commettere ai rappresentanti del popolo un errore ingenuo ma gravissimo: contro i desideri del conte Linati, fu votata la dedizione incondizionata di Parma al nuovo Stato, senza riservare alla futura Provincia il possesso dei beni demaniali. Gli effetti del gesto saranno devastanti.

Il treno dell’unificazione correva veloce: il 7 novembre si affidò la reggenza delle Province parmensi a Eugenio di Savoia. Il 10 novembre, si stipulò la pace di Zurigo e, grazie al peso diplomatico inglese, sul tema del futuro dell’Italia, le grandi potenze decisero di tenere conto della volontà della popolazione dei Ducati. Nel gennaio del nuovo anno, Napoleone diede il consenso all’unione al Piemonte dell’Emilia-Romagna e della Toscana. L’11 marzo 1860 si tenne l’ultimo plebiscito, che riguardava i popoli delle tre regioni. Su 427512 votanti, 426006, votarono l’annessione. Il 18 marzo, a Torino, l’atto autentico della votazione fu presentato a Vittorio Emanuele II dal governatore Farini. Il sovrano sottoscrisse subito il decreto di annessione delle nuove Province. Il 6 e il 7 maggio il re visitò Parma. Il sogno dei patrioti del risorgimento era coronato da successo.

 

Parma dopo l’annessione

 L’annessione al Regno d’Italia non portò solo gioie. I dolori furono subito evidenti. Con l’unità, Parma passava dal rango di capitale a quello di città di provincia. Perdeva un gran numero di attività del terziario legate alla presenza della corte e del governo. Si impoveriva. Sparivano posti di lavoro. Un danno enorme e inevitabile fu causato dall’avventatezza dei membri dell’assemblea che votò la dedizione incondizionata al regno. La delibera, fatta a cuor leggero, tra i fumi dell’entusiasmo, provocò all’antico Ducato la “terza spogliazione”. Dopo Don Carlo, nel 1734, e Napoleone, nel 1796, ora era la volta dei Savoia.

Tre successivi provvedimenti giuridici posero in essere un vero e proprio “furto legalizzato” ai danni delle regge dei Farnese e dei Borbone, “donate”, senza cautela alcuna, al nuovo Stato.

La legge del 24 agosto 1860 assegnò alla Corona d’Italia i palazzi di Colorno e Sala Baganza (cui, in seguito, si aggiunsero quelli del Giardino e di Riserva), contenenti tesori inestimabili: arredamenti, quadri, monete, medaglie e arazzi. Atti successivi trasferirono gli immobili, ormai svuotati di tutto, dalla Corona al Demanio che, in parte, li destinò a uffici, in parte, li affittò e li vendette. Il 10 ottobre del 1869, il Casino dei Boschi e l’intera tenuta di Sala furono ceduti. Dal 1872, la Reggia di Colorno ospitò il manicomio. Grande “spogliatore” delle ex residenze dei Borbone fu il ministro della real casa, conte Giovanni Nigra; le ricchezze accumulate dai duchi nel corso dei secoli furono sparse in lontani palazzi reali e nei musei di mezza Italia. Parma restava più povera.

Luigi Carlo Farini non si limitò a dare slancio al movimento che avrebbe portato all’annessione; lasciò un ricordo di sé che resta incancellabile. Fu proprio il dittatore romagnolo a fondare, con decreto del 6 dicembre 1859, la Cassa di Risparmio di Parma, per oltre un secolo la più importante banca cittadina. L’istituto di credito cominciò a funzionare ufficialmente il 15 agosto 1860. A dire il vero, già la Duchessa Luisa Maria di Berry, su consiglio del ministro delle finanze, Antonio Lombardini, fin dal 1856, aveva pensato di creare la banca locale; in quell’anno, stabilì di aprire una nuova strada, ampia e diritta, demolendo vecchi tuguri e costruendo moderne case per i poveri, ben ventilate e dotate di servizi. Nacque così via della Salute. La duchessa destinò il provento della vendita delle nove abitazioni fatte erigere in quel luogo alla costituzione del fondo dell’istituto di credito. Il precipitare degli eventi politici impedì la realizzazione del progetto della reggente.

Farini rilanciò l’idea e, nell’estate del ’60, la banca cominciò a funzionare. Dopo un anno e quattro mesi di vita poteva contare 193 mila lire di depositi. Cominciò a crescere e non si fermò più. 

I giorni esaltanti che vanno dallo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza all’annessione furono turbati da un episodio orrendo: il massacro del conte Luigi Anviti. Figlio di nobili piacentini decaduti, Anviti, tracotante e altezzoso, era uno dei bravacci preferiti di Carlo III di Borbone. Rifugiandosi alla sua ombra, commetteva ogni genere di prepotenze. Il popolo lo odiava. Alla caduta del governo ducale, fuggì in Romagna. Credendo che il pericolo fosse finito, il 5 ottobre 1859 prese il treno a Bologna per recarsi a Piacenza. Mentre saliva sul convoglio fu riconosciuto. Qualcuno si prese la briga di avvisare i Parmigiani del suo prossimo passaggio. All’arrivo in stazione, l’attendeva un’immensa folla. Le guardie riuscirono a strappare Luigi Anviti ai facinorosi e a portarlo in caserma. Qui la pressione popolare si fece ancor più forte; i pochi militari presenti non riuscirono a difendere il prigioniero. Il conte fu rapito dalla marmaglia e linciato. Il suo corpo privo di vita trascinato per la città. Un gesto di barbarie commentato con sdegno da tutti i giornali d’Italia e d’Europa.

 

L’economia da Maria Luigia a Vittorio Emanuele

 Nella prima metà dell’Ottocento l’economia di Parma era ferma all’età della pietra. Anni luce separavano il Ducato dalla Francia e dall’Inghilterra. Nell’isola, già sul finire del secolo precedente, aveva preso avvio la rivoluzione industriale. Le macchine a vapore ideate da Watt cambiavano il volto delle fabbriche. Presse idrauliche, perforatrici, piallatrici meccaniche, telai, e seghe circolari erano le regine degli opifici. Nuove tecniche di produzione stravolsero il settore minerario e la metallurgia.

Si trasformava anche il mondo dei trasporti. Nel 1807, negli Stati Uniti, Robert Fulton realizzò un battello a vapore in grado di percorrere con regolarità il tratto New York-Albany, lungo il fiume Hudson. Nel 1814, George Stephenson costruì la prima locomotiva; nel 1830, si inaugurò il tronco ferroviario tra Liverpool e Manchester. Nel medesimo anno, nelle fabbriche inglesi operavano 15 mila macchine; in quelle francesi più di tremila. Grazie alle nuove “diavolerie” (così le definiva il movimento “Luddista”, avverso al progresso tecnico, nato in quegli anni in Inghilterra) si produceva di più e a costi nettamente inferiori. Nel 1844, un’altra invenzione destinata a cambiare la storia: l’americano Samuel Morse installò il primo telegrafo elettrico tra Baltimora e Washington.

Mentre nel mondo si scatenavano tutte queste rivoluzioni, Parma procedeva a passo di lumaca. All’inizio del secolo operavano in città 218 imprese che davano lavoro a 1318 operai. In media, poco più di sei dipendenti ciascuna. Tra esse, dodici filande che occupavano circa quaranta persone a testa, vetrerie e cristallerie, concerie, la prospera Cereria Serventi, fondata nel 1771, manifatture per chiodi e lime, fabbriche per la produzione di pettini, cartiere, tipografie. In provincia funzionavano numerose fornaci, le saline di Salsomaggiore e centinaia di mulini; diverse le pilerie per mondare il riso. Era in crisi profonda l’industria del formaggio: la maggior parte del grana veniva prodotto a Lodi e poi commercializzata in Italia col nome di “parmigiano” da operatori parmigiani.

 Moreau De Saint-Méry e i suoi successori, adottarono una politica diversa dal Du Tillot: anziché introdurre nuove lavorazioni, vollero sviluppare quelle tradizionali. Si cercò di fare un minimo di formazione professionale. Modello assai apprezzato era la “Casa di educazione e di lavoro” fondata nel 1801 a Fontanellato da Stefano Sanvitale. La “scuola” funzionava come perfetta fabbrica di tessuti. La politica francese diede relativo sviluppo all’artigianato; aumentò il numero dei mobilieri e dei tipografi.

Ciò nonostante, dal censimento del 1806, a Parma risultavano duemila mendicanti. La maggior novità dell’epoca di Maria Luigia si ebbe nel 1846, quando, sedici anni dopo Londra e Berlino, fu fondata la fabbrica del gas per l’illuminazione pubblica. Durante il governo della Duchessa, per effetto della politica economica basata sull’assistenzialismo, in città si verificò un sostanzioso incremento demografico. Il numero degli abitanti passò da 30 a 45 mila.

Le condizioni dell’agricoltura non erano floride. Una coltivazione dominava nella pianura parmense: la risaia, impostasi al tempo dei Farnese. L’irrigazione avveniva con acqua ferma di palude, che favorì il diffondersi della malaria. Dal 1890 in avanti, le risaie, per effetto di severi provvedimenti amministrativi, andarono riducendosi fino a scomparire.

Nelle campagne l’aratro di ferro era strumento raro. Per lo più si usavano attrezzi in legno. Piuttosto diffuso l’allevamento dei bachi da seta. Pratica che è proseguita fino ai primi decenni del Novecento. Ancor oggi è possibile trovare nei panorami parmensi lunghi filari di gelsi che ne sono il ricordo.

Altre coltivazioni importanti erano frumento, granturco e patata, mentre non avevano ancora spazio il pomodoro (era considerato una pianta decorativa) e la barbabietola, che si affermarono solo a fine secolo. 

Nel settore maturò un’importante svolta nei primi anni Novanta con l’arrivo a Parma dell’agronomo Antonio Bizzozero, originario di Sant’Artien, in provincia di Treviso, chiamato dalla Cassa di Risparmio in seguito alle insistenze del consigliere Cornelio Guerci. A Bizzozero fu affidato il compito di rivitalizzare il settore in crisi. Con grande intuizione, e con i soldi della Banca, che mise a disposizione anche i propri locali, fondò la Cattedra ambulante di agricoltura. In pratica, una scuola mobile per portare nelle campagne, a contatto con i contadini, i più importanti frutti del progresso. Bizzozero trovò una situazione tragica. Non solo piccoli proprietari e braccianti, ma anche i grossi agrari, erano del tutto privi di preparazione tecnica, affidavano alla tradizione orale e ai proverbi la conduzione dell’azienda. Con mentalità aperta e spirito progressista, in pochi anni seppe apportare tante e tali modifiche al mondo rurale, che la sua opera, vista a distanza di decenni, conserva un che di miracoloso. L’agronomo introdusse a Parma le prime “macchine”, consolidò la coltivazione della barbabietola da zucchero, convinse la gente dei campi dell’utilità dei concimi, fondò, sempre con l’appoggio economico della Cassa di Risparmio, il Consorzio agrario provinciale, acquistò le prime vacche di razza bruna alpina, fece nascere i caseifici sociali (cooperative) per la produzione del Parmigiano, favorì l’adozione di metodi di selezione genetica per suini e bovini. La sua fu una rivoluzione culturale.

Tra tutte queste creature, quella destinata al futuro più radioso fu il Consorzio Agrario. Fondato nel 1893 grazie al determinante contributo di Cornelio Guerci, ebbe la sua prima sede nei locali dell’istituto di credito in Piazza Garibaldi; si prefiggeva di acquistare e vendere agli agricoltori concimi, sementi e attrezzi, di piazzare i prodotti locali sui mercati nazionali ed esteri, di istituire laboratori, opifici e magazzini. L’obiettivo iniziale è stato centrato: per cento anni il Cap è stato il fulcro su cui si è retta l’economia rurale parmense.

Nel campo dei trasporti da tempo era tramontata l’epoca della mobilitazione delle merci attraverso fiumi e navigli. A inizio Ottocento, si puntava tutto sulle strade: i francesi, per motivi strategici, decisero di realizzare il collegamento tra Parma e La Spezia. Maria Luigia proseguì l’opera; inoltre, dotò la via Emilia (un tempo Claudia) di un ponte sul Taro. A metà Ottocento arrivò la grande novità: si costruirono le prime ferrovie. La linea Bologna-Piacenza fu terminata nel 1859. La Parma-Fornovo nel 1883, la Parma-La Spezia nel 1894. Nel 1892 fu attivata la linea tranviaria Parma-Langhirano.

La felice novità del treno si accompagnò a un momento infausto per l’economia locale. A partire dal 1860, con l’annessione al Regno d’Italia, la città subì duri colpi. Nel giro di pochi mesi, si trasformò da capitale a città di provincia, per giunta povera. Perse la propulsione delle attività del terziario al servizio della corte. Vennero meno gli uffici pubblici e le guarnigioni, si assottigliò la burocrazia, scomparvero gli interventi assistenziali dei sovrani. Gli appalti erano vinti da ditte forestiere che impiegavano manodopera di altre province. La popolazione, prima esaltata dagli ideali risorgimentali, visse una sensazione di abbandono e di oblio. La caduta delle barriere doganali mise in crisi diverse attività.

Tra gli anni Settanta e Ottanta chiusero le industrie della seta. Nel ’91, la fabbrica di tabacchi della Certosa. Con l’unità d’Italia serrò i battenti la produzione dei pannilana dei Mulini bassi che viveva di commesse militari. Le dieci tipografie andarono in crisi; molti titolari e dipendenti emigrarono altrove. La situazione generale era poco buona. Quasi metà della popolazione era iscritta negli elenchi dei poveri della San Filippo Neri; la mortalità giovanile si manteneva altissima.

 

I moti del macinato

 Tra il 1868 e il ’69, ai tempi della tassa del macinato, ci furono moti di protesta diffusi. L’imposta gravava in maniera selvaggia su una classe contadina ridotta alla miseria. La reazione popolare fu clamorosa. Un po’ in tutta la provincia si ebbero duri scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. A Felino tre lavoratori della terra furono uccisi dai carabinieri. Nel gennaio del ‘69 la folla assaltò gli uffici pubblici di Fidenza; anche qui gli uomini dell’arma spararono. Due i morti.

Ovunque apparvero scritte satiriche a sostegno dei dimostranti. Si leggeva sui muri:

 

Per le nozze minor feste

pei ministri miglior teste

per i poveri più pane

per Vittorio men puttane

abbasso il macinato.

 

Il Consiglio comunale di Parma chiese la sospensione della tassa. Gruppi di contadini entrarono in città con intenzioni bellicose, ma le forze dell’ordine riuscirono a mantenere il controllo della situazione. Furono arrestate settecento persone, tra cui l’eroe garibaldino langhiranese Faustino Tanara, e sessantuno processate.

Dopo l’Unità d’Italia, tra le popolazioni rurali, si sviluppò un fenomeno nuovo: la migrazione. Molti poveri, specialmente nei paesi di montagna, abbandonarono la propria terra per cercare lavoro altrove. Nelle Americhe prima; nei paesi europei ad economia più avanzata dopo. Vi era anche il pendolarismo stagionale verso la Corsica e la Maremma, testimoniato da struggenti canti del folclore popolare che sopravvivono ancora oggi sulle montagne del Cornigliese, di Monchio e della Val d’Enza.

 

La politica dopo l’Unità

 Nell’Italietta di Vittorio Emanuele II il voto era prerogativa di pochi. Il due per cento della popolazione e nulla più. Potevano concorrere all’elezione dei deputati i sudditi di sesso maschile che avessero compiuto 25 anni di età, dimostrassero di pagare quaranta lire annuali di imposte dirette e avessero terminato l’intero corso di studi delle elementari. Le donne erano escluse.

L’iscrizione alle liste non era automatica: i pochi fortunati che godevano della ricchezza e dell’istruzione richieste dalla legge dovevano inoltrare una domanda formale ai rappresentanti dello Stato. Alle elezioni i votanti erano pochissimi: a Parma, solo un terzo del due per cento di aventi diritto. Pesava l’astensionismo dei repubblicani (che ritenevano spregevole il giuramento di fedeltà al re cui erano tenuti i parlamentari), dei Cattolici (frenati dal non expedit di Pio IX) e dei tanti che si disinteressavano della cosa pubblica.

Il territorio della nuova Provincia era stato diviso in cinque collegi: Parma Sud, Parma Nord, Langhirano, Borgotaro e Fidenza (allora Borgo San Donnino). Si votava secondo il sistema maggioritario e risultava eletto il candidato che, in ciascun collegio, riportava il maggior numero di suffragi. Per aggiudicarsi la vittoria bastavano dai trecento ai quattrocento voti. Cifra illuminante sui limiti della democrazia post unitaria. Il potere era in balìa di un ristretto numero di notabili locali, tutti della medesima estrazione sociale.

A Parma, come nel resto del Paese, non esistevano partiti paragonabili a quelli moderni. Gli uomini politici aderivano a due fazioni dai contorni indistinti: la “destra”, fatta di liberali in movimento lungo il solco tracciato da Cavour, e la “sinistra”, composta da due anime: una “moderata” che faceva riferimento a Rattazzi e Depretis e accettava la monarchia, una “estrema”, cui aderivano Repubblicani, Garibaldini, federalisti, amici di Crispi. I parlamentari di sinistra ostentavano maggior attenzione ai problemi sociali, ma tutti i deputati erano espressione di un’unica classe e perseguivano interessi omogenei. La legge elettorale, basata sul censo e sul livello d’istruzione, impediva alle categorie disagiate di fare sentire il loro peso. Il Paese era nelle mani di una “oligarchia”.

 

I notabili

 A Parma, i più attivi esponenti della destra furono Girolamo Cantelli (1815-1884), Filippo Linati (1816-1899) e Pietro Torrigiani (1810-1887). Tutti liberali moderati, ebbero grande peso nelle vicende che hanno portato all’annessione del Ducato all’Italia. Girolamo Cantelli, a partire dal 1861, fu ripetutamente eletto deputato. In parlamento si fece stimare e venne chiamato a importanti incarichi di governo. Fu ministro dei lavori pubblici dal 1867 al 1869 e ministro degli Interni nel ’74. Si ritirò dalla politica con il crollo della destra e visse gli ultimi anni appartato, senza velleità di protagonismo. Dopo la morte, la sua opera venne criticata con asprezza dai circoli radicali.

Più rapida e meno gloriosa la carriera politica di Filippo Linati. Figlio di Claudio (valoroso combattente napoleonico, poi esponente di spicco della Carboneria), visse gran parte della gioventù all’estero, seguendo il padre nell’esilio cui fu ridotto dopo la condanna a morte in contumacia del 1824. Chiamato di nuovo in città dal governo provvisorio del 1848, partecipò a tutte le più importanti tappe che portarono all’annessione al Regno dei Savoia. Farini lo fece nominare senatore, ma, dopo l’Unità, l’azione politica di Linati sbiadì.

Pietro Torrigiani discendeva da una delle più solide famiglie borghesi parmensi. Ebbe parte ai fatti del ’48 e sostenne con vigore l’annessione al nuovo regno. Cultore della musica, dell’economia e dell’agricoltura, nel 1859, divenne professore dell’Ateneo parmense. Eletto più volte deputato nel collegio di Borgotaro, nel 1879 ottenne la nomina a senatore del Regno.

 

La sinistra

 I maggiori esponenti della sinistra furono Antonio Gallenga (1810-1895) e Pietro Cocconi (1821-1883). Gallenga ebbe vita romanzesca. Frequentatore dell’entourage di Macedonio Melloni, nel 1830 fu arrestato e rinchiuso nel castello di Compiano. Liberato durante i moti del ’31, fuggì in Svizzera, dove conobbe Giuseppe Mazzini. Nel 1833, il fondatore della Giovane Italia gli affidò il compito di uccidere Carlo Alberto di Savoia. Trovatosi di fronte alla vittima designata, al parmigiano mancò il coraggio di affondare il coltello.

Dopo avere girato mezzo mondo, nel 1848, Gallenga approdò a Torino, dove si legò a Camillo Benso conte di Cavour. Grazie all’abile ministro fu eletto deputato al Parlamento subalpino, ma dovette dimettersi precipitosamente per avere scritto un’imbarazzante Storia del Piemonte. Insieme a Pietro Cocconi, sempre ispirato da Cavour, mantenne vivi i rapporti con fini cospirativi tra il Regno dei Savoia e i mazziniani di Parma.

Giornalista di valore, fu ingaggiato dal “Times” e seguì come corrispondente la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. Dopo l’Unità, fu eletto deputato nel Collegio di Langhirano, ma l’attività politica gli andava stretta. Riprese quella giornalistica e continuò a girovagare per il mondo finché non morì, a Londra, nel 1895. Per lui i grandi del Risorgimento furono figure familiari. Compagni di viaggio di una vita avventurosa.

Il massimo esponente della sinistra democratica fu Pietro Cocconi. Figlio di un umile calzolaio, con grandi sacrifici seppe laurearsi in medicina e divenne segretario di Giacomo Tommasini, scienziato e patriota di primo piano. Attivo nelle associazioni mazziniane, fu costretto a fuggire da Parma nel 1852. Si rifugiò a Torino dove visse esercitando la professione, aiutando i profughi e tessendo tele per conto di Cavour. Dopo l’Unità d’Italia, divenne “boss” politico locale di primo piano. Risultò eletto cinque volte deputato nel collegio di Parma. Prima aderì ai gruppi mazziniani, poi si spostò in altre formazioni, ma restò sempre fedele allo schieramento democratico.

Ebbe la grande intuizione politica di fondare il quotidiano “Il Presente”, che nacque nel 1867 e visse fino all’89. Grazie al giornale, Cocconi diede voce ai mazziniani, ai garibaldini, ai progressisti, ai radicali e a tutti quei gruppi, che potrebbero genericamente essere qualificati “di sinistra”, ignorati dalla “Gazzetta di Parma” (bastione liberale e moderato) e dalla “stampa di regime”. Nonostante l’impronta democratica, però, “Il Presente” non si aprì mai alle nascenti formazioni socialiste.

Alla scuola di Cocconi e del suo quotidiano si formarono quei giovani, un tempo mazziniani, poi progressisti, trasformisti e radicali, che dominarono la scena politica della Parma di fine Ottocento: primo fra tutti Gian Lorenzo Basetti, notabile della Val d’Enza a lungo arbitro della politica provinciale, nipote del deputato Atanasio.

 

Le Società

 Soggetti di primaria importanza nel panorama cittadino della seconda metà dell’Ottocento furono le “Società di mutuo soccorso” di ispirazione mazziniana e garibaldina. La prima nacque nel 1860; era modellata secondo le dottrine del fondatore della Giovane Italia, che aspirava al riscatto popolare mediante una profonda azione etico-pedagogica, e aveva come presidente onorario l’“Eroe dei due mondi”. A ruota ne sorsero numerose altre, tutte seguendo il medesimo filone. Gli iscritti erano di due tipi: “effettivi” e “benemeriti”: I primi, versando la quota settimanale o mensile, fruivano di aiuti economici in caso di malattia; i secondi pagavano somme di sostegno senza diritto a sovvenzioni. Per lo più erano filantropi interessati al riscatto sociale: la guida delle società si trovava nelle loro mani.

Col passare degli anni al primario obiettivo mutualistico si affiancarono interessi più squisitamente politici e sindacali. Sotto la spinta dei dirigenti, le Società giunsero a costituire cooperative di produzione e consumo e a sostenere programmi di lotta attiva e di resistenza contro il padronato. Verso fine secolo, in città, quasi tutte le categorie di lavoratori potevano appoggiarsi su una propria organizzazione. Le società presero piede anche in campagna, specialmente nella Bassa tra Busseto e Zibello.

Nella seconda metà dell’Ottocento, crebbe a dismisura il culto di Giuseppe Garibaldi. Dopo Bergamo, la provincia di Parma fu quella che fornì il maggior numero di volontari alle campagne dell’eroe: 1400. Dalla spedizione dei Mille a Bezzecca, da Mentana a Digione, dall’Aspromonte a Villa Glori, si sentì sempre risuonare il “dialetto” dei borghi e del contado. Nell’89, nel capoluogo esistevano quattro Società operaie che si ispiravano all’indomito combattente e diverse associazioni di reduci in camicia rossa.

Nel 1884, a Fidenza, fu inaugurato il primo monumento italiano dedicato all’eroe. Le sue idee permeate di egualitarismo avevano una forte presa sulle classi meno abbienti. “Il Presente” di Pietro Cocconi le amplificava con zelo.

Nonostante il forte presidio di correnti democratiche, grazie ai meccanismi della legge elettorale, la scena cittadina, per un ventennio, fu dominata dai liberali moderati, abbonati alla vittoria sia nelle competizioni politiche, che in quelle amministrative. A loro toccava il maggior numero di rappresentanti in Parlamento, a loro il monopolio della carica di sindaco del capoluogo.

Le prime elezioni per la Camera dei deputati si tennero il 27 gennaio del 1861. Nel collegio Parma Nord stravinse Girolamo Cantelli, a Borgotaro si affermò il professor Pietro Torrigiani, a Fidenza Giuseppe Verdi, nel Parma Sud l’avvocato Giuseppe Piroli, a Langhirano Antonio Gallenga, unico esponente della sinistra eletto. Sindaci di Parma dal ’60 all’89 furono, nell’ordine, il conte Luigi Sanvitale, il dottor Marcello Costamezzana, il professor Alberto Varron, l’avvocato professor Alfonso Cavagnari (per due volte), l’avvocato Francesco Bianchi, il dottor Angelo Balestra, il conte Alberto Sanvitale, Valentino Ortalli, il marchese Guido Dalla Rosa e l’avvocato Leonida Peroni.

 

Luigi Musini tra Mazzini e Garibaldi

Luigi Musini è figura emblematica della Parma del secondo Ottocento. Affascinato dai grandi ideali del secolo, ha percorso con sorprendente coerenza un cammino che lo ha portato ad essere, in tempi diversi, mazziniano, garibaldino, progressista, e socialista. Nella prima giovinezza lottò per la libertà degli individui e per l’indipendenza della Nazione, nella piena maturità per la “giustizia sociale”.

La vita di Musini si snoda come un piccolo manuale di storia. Nato a Fidenza nel 1843, a soli diciassette anni si arruolò nell’esercito piemontese col sogno di partecipare alla Seconda Guerra di Indipendenza. Subito dopo, nel ’60, si presentò a Garibaldi chiedendo di essere arruolato tra i Mille. A malincuore, il condottiero gli rifiutò l’imbarco. L’intrepido ragazzino era troppo giovane.

Il generale lo prese comunque in simpatia e lo volle tra i combattenti in camicia rossa alla Terza Guerra di Indipendenza. Il borghigiano fu tra i protagonisti più valorosi della battaglia di Bezzecca. Sempre alle calcagna dell’“Eroe dei due mondi”, partecipò ai sanguinosi fatti di Villa Glori (disperato episodio del tentativo garibaldino di prendere Roma) e alla battaglia di Digione, durante la guerra francoprussiana.

Nel 1869, a Bologna, Musini si laureò in medicina, la seconda passione della sua vita. Nel capoluogo emiliano entrò in contatto con ambienti repubblicani e progressisti che contribuirono a rafforzarne lo spirito di profondo democratico. Conseguito il dottorato, costretto dalla modesta condizione economica, si imbarcò più volte come medico di bordo sulle navi che facevano rotta verso l’America del Sud.

Nei lunghi intervalli, trovò modo di dedicarsi alla terza, smisurata, passione: il giornalismo. Collaborò con “Il Presente” di Pietro Cocconi, con quotidiani e riviste di Milano e fondò un combattivo foglio locale di chiaro indirizzo repubblicano democratico: “Il Fidentino”.

Nel ’78, la grande svolta della vita: ottenne la condotta di Zibello e cominciò a conoscere e a vivere la triste realtà dei contadini della Bassa parmense. La miseria, l’abbandono, la vita agra dei lavoratori della terra rinvigorirono la sete di giustizia sociale. Quando, nel ’79, aderì alla “Lega della democrazia”, voluta da Giuseppe Garibaldi allo scopo di combattere la battaglia per il suffragio universale, il giovane chirurgo stava già maturando l’adesione alle idee socialiste. Il rapporto con i contadini si fece sempre più stretto, al punto da spingerlo a creare la “Società operaia di Zibello”, braccio operativo delle fiere lotte musiniane.

Ma cosa succedeva in quegli anni nel mondo agricolo? In tutta l’Europa – e la Bassa parmense era solo lo specchio di una più ampia realtà – il settore era schiacciato da una vera e propria “crisi epocale”, destinata a durare trent’anni. A partire dal ’70, sui mercati internazionali cominciarono a riversarsi ingenti quantitativi di cereali e altre derrate alimentari prodotte negli Stati Uniti. La sorprendente fertilità dei terreni americani, la vasta estensione delle coltivazioni e la massiccia meccanizzazione delle operazioni agricole consentivano la produzione di immense quantità di frumento, mais e avena a prezzi contenuti. L’Europa cominciò a importare cereali dall’America e le quotazioni dei prodotti agricoli crollarono. Dall’Asia, iniziò l’implacabile concorrenza nel settore della seta e del riso, e anche in questo caso ci fu la pesante caduta dei prezzi.

I proprietari terrieri della Bassa vedevano i guadagni abbassarsi drasticamente; anziché battere la strada, impervia, del progresso tecnico, cercarono di recuperare terreno riducendo i costi di manodopera. I contadini furono chiamati più di tutti a pagare lo scotto della crisi internazionale.

Nel Parmense andò diminuendo il numero dei mezzadri (titolari di un contratto che gli agrari ritenevano troppo oneroso) e aumentò spaventosamente quello di “braccianti” e “famigli da spesa”, salariati pagati con retribuzioni da fame. La miseria dilagava.

La crisi causò l’esodo dalle campagne. In vent’anni, dal 1881 al 1901, la popolazione della città di Parma passò da 44178 abitanti a 49340. I cinquemila nuovi arrivati erano salariati ridotti alla fame e piccoli proprietari rovinati dalla depressione economica.

 

La scelta socialista

 Musini fu impressionato da questo quadro sociale. E, negli anni tra il ’79 e l’82, spinto da Andrea Costa, maturò la scelta socialista. Attraverso due formidabili strumenti, la professione medica e la Società operaia di Zibello, cominciò a contattare sistematicamente braccianti e famigli del Fidentino, di Polesine, Busseto, Soragna, San Secondo e di vaste aree del Cremonese. Propagandava le proprie idee politiche, spiegava il bisogno di stabilire delle tariffe orarie valide per tutti, l’opportunità di costituire società e cooperative collegate tra loro. Contribuiva, con opera instancabile, al nascere di quell’“isola contadina socialista” che fu per decenni la Bassa occidentale. Preparò il terreno al cooperativismo di Faraboli, tracciò il solco a Berenini e De Ambris.

Quello del medico di Borgo San Donnino era un socialismo atipico, diverso dai due modelli imperanti: l’“internazionalismo bakuniniano”, di stampo anarchico, e il marxismo.

Il nobile pugliese Carlo Cafiero aveva propagato in Italia le idee di Michail Aleksandrovi? Bakunin, che individuava nella “cospirazione e nel terrorismo” i migliori strumenti della competizione politica. I seguaci di Marx, invece, puntavano sulla lotta di classe condotta dalle masse lavoratrici, destinata a concludersi con la conquista del potere e la collettivizzazione della proprietà privata. Luigi Musini non si lasciò attrarre da nessuna di queste sirene, incontrò il socialismo “sulla via di Zibello”. Non fu una folgorazione, ma il frutto di tre anni di riflessioni, di progressivi spostamenti a sinistra dettati dalla sensibilità sociale e dal desiderio di rimediare all’ingiustizia.

Solo nel 1882, nella celebre conferenza di Pieve d’Olmi, misero centro contadino lombardo, il medico, già repubblicano e garibaldino, già ammiratore del radicale di estrema sinistra Felice Cavallotti, si dichiarò per la prima volta socialista. In quell’occasione giustificò pubblicamente l’uso dello sciopero come mezzo di lotta. Fu uno scandalo. Luigi Musini venne additato al pubblico disprezzo da parte dei liberali moderati. Si guadagnò il ruolo di sorvegliato speciale delle prefetture di Parma e Cremona. Nemico pubblico numero uno per la borghesia terriera. In effetti, la sua capacità di propagandare le idee politiche era sorprendente. Stabilì solidi legami con Andrea Costa, il padre storico del socialismo italiano, e con Aristo Isola, internazionalista parmigiano che gli fece da testa di ponte nel capoluogo. Attorno al medico si formò un team di giovani agguerriti e instancabili, guidati da Attilio Orland.

I discepoli di Musini diffusero per tutta la Bassa materiale propagandistico e si diedero da fare per creare società di famigli e braccianti. Sparsero un seme che diede frutti copiosi sino all’avvento del fascismo. Dopo due anni di instancabile attività di propaganda, nel 1884, riuscirono a portare Luigi Musini in Parlamento, secondo deputato socialista italiano. Prima di lui era stato eletto solo Andrea Costa. Del clamoroso successo del patriota, medico, giornalista e politico si occuparono – i più con grande allarme – tutti i giornali italiani. Il condotto di Zibello era diventato una stella di prima grandezza. Doveva abbandonare i pazienti per stabilirsi a Roma. In quei tempi gli onorevoli non godevano di alcuno stipendio e il medico ebbe molti problemi economici.

 

Uno sciopero fallito

 Il neo deputato era al massimo della popolarità, ma già cominciava la parabola discendente. Trascinato per i capelli dalle insistenze dei collaboratori e dal vortice degli avvenimenti, impegnò tutto il proprio prestigio nelle agitazioni contadine della primavera dell’85, che si conclusero con un fiasco rovinoso. Un disastro per Luigi Musini, che vide messo in dubbio il carisma di capopopolo. Tutto cominciò sul finire del 1884 in provincia di Mantova. I mezzadri chiedevano l’abolizione delle “appendici” (odiose e ingiustificate prestazioni aggiuntive) al contratto e i braccianti l’applicazione delle tariffe minime fissate dai loro rappresentanti. Come febbre contagiosa, il morbo rivendicativo si diffuse con rapidità nei Comuni costieri del Parmense. La tensione cresceva. I socialisti della Bassa, guidati da Attilio Orland, volevano cavalcare la tigre. Il deputato si espose più volte in prima persona. In primavera, nei paesi in riva al Po si fondarono nuove “Società di mutuo soccorso e resistenza”, i capi delle neonate organizzazioni si incontravano in gran segreto; nelle piazze si tenevano ribollenti assemblee di braccianti e mezzadri.

La “Gazzetta di Parma” diede vita a una dura campagna di stampa filo agraria, il prefetto chiese l’invio nella Bassa di truppe antisommossa. Si temevano scioperi e disordini. Si credeva che la lotta per l’applicazione delle tariffe avrebbe potuto incattivirsi. Il 31 marzo, accadde un fattaccio: ignoti tagliarono le viti di un fittavolo di Diolo di Soragna. Le autorità di pubblica sicurezza denunciarono Attilio Orland e un gruppo di contadini bellicosi. Lungo il Po arrivarono 150 soldati armati fino ai denti. Musini cercava di tenere a bada i suoi: sosteneva che prima di fare scioperi occorreva essere ben organizzati e capaci di resistere; era indispensabile avere la copertura economica, servivano fondi di solidarietà.

La situazione precipitò. Il 6 aprile a Sissa si tenne una manifestazione di massa per solidarizzare con i contadini mantovani: vi parteciparono mille braccianti cremonesi e settecento parmensi. Il 19 aprile nuova riunione oceanica a Fontanelle: c’erano tremila persone. La tensione saliva. I proprietari avevano paura. L’esercito stava pronto all’intervento. Il 17 maggio dell’85, braccianti e famigli fecero i primi scioperi. Nello stesso giorno, ignoti incendiarono una cascina. Le autorità di pubblica sicurezza reagirono duramente disponendo diciotto arresti. Attilio Orland e cinque contadini finirono in carcere con l’accusa di “sciopero e eccitamento allo sciopero”. Furono denunciati ventitré braccianti.

Gli arresti ottennero lo scopo desiderato. I lavoratori della terra si lasciarono intimidire; ebbero paura e sospesero le agitazioni senza aver ottenuto nulla. In dicembre, Orland e gli altri imputati vennero assolti, ma ormai l’azione di protesta era fallita. Il prestigio di Musini e dei suoi compagni socialisti aveva subìto un duro colpo. Alle elezioni del 1886, il medico non fu più rieletto. Tornò in Parlamento, per pochi mesi, nel 1889; ma solo perché Andrea Costa lo candidò a Imola, lontano dal suo tradizionale collegio.

Quando, nel biennio ’92-’93, grazie alla tolleranza del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti verso le sinistre estreme, Filippo Turati, la sua compagna Anna Kuliscioff, Camillo Prampolini, Antonio Labriola e Leonida Bissolati poterono dare il via alla complessa attività di fondazione del “Partito socialista italiano”, Luigi Musini tenne una posizione defilata, partecipò in modo marginale. Mentre Costa era chiamato a recitare la parte del padre nobile, ascoltato e rispettato, il medico fidentino fu ignorato, o si fece ignorare, dai nuovi dirigenti. Nel collegio elettorale della Bassa Ovest, il suo posto fu ereditato da Agostino Berenini (1858-1939), avvocato penalista, docente universitario, oratore magniloquente; eletto deputato per la prima volta a Borgo San Donnino nel 1892, fu riconfermato ad ogni tornata fino al 1921. Nel ’13 riportò 7143 preferenze su 7164 votanti. Nei primi anni Venti il re, Vittorio Emanuele III, su proposta di Giovanni Giolitti, lo nominò senatore del regno. Fu tra i pochi parlamentari ad opporsi al Fascismo, assumendo un atteggiamento che, con diverse motivazioni politiche, ricalcava quella di Benedetto Croce. 

Berenini insegnò per cinquant’anni nell’Ateneo parmense, di cui fu rettore dal 1919 al 1925. Nel 1917, l’anno della rotta di Caporetto, divenne ministro della pubblica istruzione e resse il dicastero per due anni. In quel tempo, però, non militava più nelle file del partito di Turati, da cui fu espulso nel 1912 dopo aver giustificato la guerra di Libia. Restano famose le sue battaglie parlamentari per l’introduzione del divorzio e per la difesa della laicità dell’insegnamento nella scuola elementare.

A fine Ottocento, Luigi Musini si ritirò progressivamente dalla vita politica. Si limitava a scrivere qualche articolo e a partecipare alle cerimonie commemorative organizzate dalle Società di mutuo soccorso e dai reduci garibaldini. Lo angustiavano mai risolti problemi economici. Morì nel 1903, apparentemente dimenticato. Lo svolgimento dei suoi funerali confermò che la coscienza del peso della sua attività politica era ancora ben viva. Accorsero migliaia di lavoratori della terra da tutta la Bassa e uomini politici locali e nazionali, Andrea Costa primo fra tutti. Il medico di Borgo San Donnino non era stato dimenticato né dagli abitanti della sua “isola contadina” né dai compagni di tante battaglie. Lasciò in eredità al socialismo parmense un ricco patrimonio di voti e di idee.

 

La civiltà musicale

 Parma e la grande musica. Un rapporto che inizia con Ottavio Farnese e Margherita d’Austria e non si chiude mai più. Figli e nipoti della coppia ducale lo attizzarono con prodigo piacere. Per non perdere la sfida culturale con Mantova, Firenze, Ferrara, Roma e Venezia, la piccola corte cittadina giocò la carta delle sette note.

Davanti alle tastiere della cattedrale e di Santa Maria della Steccata sfilarono i giganti dell’esecuzione barocca. Nel palazzo ducale si esibirono i migliori strumentisti. All’interno del teatro Farnese risuonarono le arie di Claudio Monteverdi. Gli ultimi duchi della dinastia si curarono di offrire alla città comodi “auditori”. Prima il teatro della Racchetta, poi, dal 1688, il Ducale, sede privilegiata del melodramma.

Nel Settecento, i Borbone, sospinti dall’ipercinetico Du Tillot, diedero nuovo impulso all’opera teatrale, chiamando artisti del calibro di Giuseppe Tartini e librettisti come Carlo Goldoni. Ai tempi di Maria Luigia, fu rilevante la presenza di Niccolò Paganini. Il violinista genovese, si recò a Parma ancora fanciullo per seguire le lezioni di Gaspare Ghiretti e, forse, di Fernando Paër. Vi fece ritorno nella piena maturità artistica. Si esibì al teatro Regio, sorto dalle ceneri del vecchio Ducale, e comprò una villa a Gaione, giusto per passare una buona vecchiaia. Era il 1834. Di lì a poco si ammalò di laringite tubercolare e il clima padano gli divenne insopportabile. Tornò a Parma solo dopo la morte, per essere seppellito, prima, nel cimitero di Gaione, poi, dal 1876, alla Villetta.

L’esplosione musicale si ebbe nel diciannovesimo secolo, quando, nell’arco di sessantasette anni, la provincia diede i natali a un trio di musicisti del calibro di Giuseppe Verdi (1813), Arturo Toscanini (1867) e Ildebrando Pizzetti (1880). Verdi e Toscanini sono senza dubbio i due figli della petite capitale più famosi nel mondo. Titani della cultura conosciuti in ogni angolo della terra.

Uguali per il carattere, chiuso e severo; diversi per l’atteggiamento verso il luogo che li ha visti nascere. Ossessivamente legato alle proprie radici il Cigno di Busseto, tanto da comprare pezzo a pezzo le campagne che conobbero la sua infanzia; indifferente e distaccato il re dei direttori d’orchestra, che non ritornò più a Parma in modo stabile dopo averla lasciata all’età di ventisei anni per partecipare a una tournée. L’uno stanziale, come il cane legato da una corta catena alla cuccia di Sant’Agata. L’altro infaticabile globe trotter; di casa a Salisburgo, come a New York, a Bayreuth come a Milano, a Tel Aviv come a Filadelfia. A suo agio in ogni teatro, dominatore di tutte le orchestre.

 Entrambi erano padani fino al midollo. Sanguigni, caratteriali, iracondi, pieni di spigoli eppure generosi. Capaci di slanci garroniani; gesti da libro Cuore. Verdi realizzò a Milano la casa di riposo per artisti senza mezzi economici; Toscanini, durante la Grande guerra, tenne una serie di concerti per i soldati italiani impegnati sul fronte. Violini e flauti suonavano a pochi passi dai cannoni.

Sia il Cigno che il Direttore erano uomini calati nel loro tempo. Seppero compiere atti di alto significato politico. Il compositore credeva fermamente nell’Italia unita e divenne uno dei simboli del Risorgimento. “Viva Verdi” scrivevano i milanesi sui muri della città e intendevano “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Dopo il ’60 si occupò (ma non troppo) di politica: venne eletto deputato nel collegio di Fidenza, fu nominato senatore e, per sostenere le proprie idee di liberale moderato, si fece editore, entrando nella proprietà della “Gazzetta di Parma”.

Toscanini fu ostile al fascismo. Negli anni Trenta, a Bologna, prima di un concerto, una squadraccia volle imporgli di suonare Giovinezza. Il maestro rifiutò. Fu schiaffeggiato e, per ripicca, abbandonò l’Italia. Tornò nel Paese natale solo dopo la caduta del regime. Con l’affermarsi del nazismo, cessò di dirigere in Germania, rinunciando ai concerti nell’amata Bayreuth. Organizzò invece memorabili esecuzioni a Tel Aviv, in Israele, dove diresse un’orchestra composta di soli strumentisti ebrei. Era figlio di un combattente garibaldino; non si piegava alla violenza e ai soprusi.

Aveva anche memoria lunga Toscanini. Non dimenticò mai l’oltraggio bolognese: quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il presidente della Repubblica Luigi Einaudi gli offrì il massimo tra i riconoscimenti civili, proponendogli di diventare senatore a vita, rifiutò. Con garbo, ma rifiutò.

Da ragazzo aveva frequentato il conservatorio di Parma con grande successo. Vinse borse di studio. Si diplomò in violoncello e composizione con il massimo dei voti e larghi encomi. Verdi, invece, subì un affronto vergognoso: fu rifiutato dal conservatorio di Milano. La cosa non meraviglia: Victor Hugo aveva 5 in francese; Albert Einstein in matematica.

I due ciclopi della musica ebbero modo di incontrarsi. Accadde a Genova, nel 1898. Il Cigno, malato, svernava in riviera; il giovane maestro, da poco nominato direttore della Scala, chiese di incontrarlo. Aveva scoperto che in un’opera del compositore c’era un passaggio sbagliato. Verdi gli diede ragione e accettò la correzione proposta da Toscanini. Lo giudicò per quel che era: un artista geniale. Sapeva che sul conterraneo gravava il sospetto di preferire le opere di Wagner alle sue? Probabilmente no.

I due Maestri non “scrissero” solo sublimi pagine di musica; il loro smisurato successo è legato anche alla personalità, al modo di porgersi alla vita, alla grandezza dei gesti pubblici e privati. Sapevano stare nel mondo come in teatro. Da protagonisti. Divennero stelle di assoluta grandezza. La loro morte riempì le prime pagine di tutti i giornali del globo. Gettò nella costernazione milioni di ammiratori. Verdi si spense a Milano nel 1901, in una fredda giornata di gennaio. Fu sepolto nella casa di riposo per musicisti che aveva creato. Toscanini esalò l’ultimo respiro nel 1957, a Riverdale, vicino a New York. Era di nuovo gennaio, mese fatale. I funerali ebbero luogo a Milano, in duomo. Li celebrò il cardinale Giovanni Montini. Il futuro Papa Paolo VI.

 

Le battaglie elettorali di fine secolo

 Salito al potere nel 1876, Agostino Depretis, capo storico della sinistra, promise un ampio allargamento del suffragio. Per un po’ di tempo, il Presidente del Consiglio sembrò dimenticarsi della parola data. Poi, pressato dai radicali di Cavallotti e Bertani, dalla Lega della democrazia e dalle forze progressiste presenti in Parlamento, nel 1882 introdusse la tanto attesa riforma elettorale. La normativa, pur continuando a escludere le donne, era molto più aperta della precedente alle fasce sociali deboli. Per avere diritto al voto bastava dare prova di alfabetismo, pagare 19,48 lire di imposte dirette e avere compiuto ventun anni. Si viaggiava ancora ben lontani dal suffragio universale, ma era stato fatto un passo avanti rispetto al passato: in Italia, la percentuale degli elettori passò dal due all’otto per cento della popolazione totale. Nel Parmense il numero degli iscritti alle liste salì da sei a diciottomila, per poi crescere ancora negli anni successivi.

Vennero aboliti i cinque vecchi collegi e furono sostituiti da un’unica circoscrizione che esprimeva cinque deputati. Calò enormemente il peso dei notabili; crebbe l’importanza delle coalizioni di candidati. Per consentire la rappresentanza delle minoranze, la legge limitò a quattro il numero delle persone schierabili da ogni lista, ma la norma venne spesso aggirata: i gruppi forti riuscirono, con trucchi e artifici, a monopolizzare la rappresentanza parlamentare.

Alle elezioni politiche dell’autunno 1882 fu possibile verificare la portata rivoluzionaria della legge. Un’ampia fetta di parlamentari subì il prepensionamento. A Parma i liberali moderati uscirono dalle urne con le ossa rotte e senza un solo deputato. I cinque seggi toccarono tutti ai progressisti, che trionfarono con Pietro Cocconi, Pellegrino Strobel, Atanasio Basetti, Luigi Lagasi ed Enrico Arisi. Il socialista Musini, alleato con le sinistre radicali, fu escluso per una manciata di voti: i compagni di lista gli avevano promesso l’appoggio, ma si “dimenticarono” di fargli avere suffragi nella zona in cui era meno conosciuto: la montagna. In seguito a decessi e dimissioni, gli elettori parmensi furono chiamati di nuovo alle urne per riportare a cinque il numero dei loro rappresentanti. Nell’83, divenne deputato il mitico Giovanni Mariotti (18501935), progressista moderato che, tra il 1889 e il 1915, fu per tre lustri sindaco di Parma.

Nell’84, venne eletto Luigi Musini. Per la prima volta un socialista parmigiano entrava nell’olimpo politico. La legislatura si chiuse nel 1886 e la successiva tornata elettorale fu molto amara per il medico della Bassa, vittima del calo di popolarità dovuto al fallimento dei moti dell’85 e dei soliti tranelli elettorali dei progressisti. Si fronteggiarono due liste. Quella detta dei “trasformisti”, amici di Depretis, comprendeva Ildebrando Nazzani, Enrico Amilcare Peirano, Luigi Lagasi e Antonio Pelagatti. Quest’ultimo era direttore della Cassa di Risparmio di Parma e creò il “Pelagattismo”, un modo di far politica tutto parmigiano. In che consisteva? Nello schierarsi con candidati monarchici e antirivoluzionari e, al tempo stesso, strizzare l’occhiolino alle società di mutuo soccorso e ai ceti più umili. Tramite l’istituto di credito, l’aspirante deputato finanziò largamente circoli democratici e mazziniani e favorì diverse iniziative di vasta portata sociale, sottraendo elettori alla lista contrapposta, formata da progressisti di sinistra, capitanati da Gian Lorenzo Basetti e Pellegrino Strobel e da socialisti, Luigi Musini e il milanese Osvaldo Gnocchi Viani. Come sempre, Basetti promise al medico dei contadini i voti del suo “feudo” elettorale di Palanzano e dintorni, ma non glieli fece avere. Alla fine, risultarono eletti i quattro trasformisti e il leader dei progressisti. Musini fu solo settimo. La sua stella si era spenta per sempre, mentre si accendeva quella di Gian Lorenzo Basetti. Il notabile “democratico”, a partire dall’86, coagulò attorno a sé un gruppo di politici radicali, tra cui spiccavano Cornelio Guerci, Primo Lagasi (figlio di Luigi, da cui ereditò, benché militasse su posizioni opposte, la clientela dell’alta Valtaro) e Cesare Sanguinetti, una “squadra” che dominò le competizioni elettorali fino ai primi anni del Novecento.

Nel ’90 il team radicale ottenne tre deputati: il solito Basetti, Primo Lagasi e Cesare Sanguinetti. Nel ’92, si tornò a votare con il metodo dei cinque collegi provinciali. I radicali vinsero a Borgotaro con Lagasi, a Langhirano con Guerci e a Fidenza con Agostino Berenini, che stava per maturare la scelta socialista. Nel ’900 il grande trionfo: radicali e socialisti si presentarono uniti e vinsero in cinque collegi su cinque. Fu eletto deputato anche l’ingegner Guido Albertelli (1867-1937) socialista, che in seguito fu chiamato altre due volte a rappresentare Parma alla Camera dei deputati.

 

La Camera del Lavoro di Parma

 L’opera di Luigi Musini, di Aristo Isola e dei loro seguaci aveva contribuito a radicare nel capoluogo e in provincia di Parma le idee socialiste. Nei primi anni Novanta, con l’ascesa al potere di Giovanni Giolitti, la pressione della pubblica sicurezza e della prefettura si allentava; per la sinistra ci fu più spazio. In poco tempo nacquero il “Fascio operaio di resistenza”, il giornale repubblicano-socialista “La Scintilla”, che ebbe vita effimera, e la “Camera del lavoro”, una delle prime d’Italia. Dietro queste novità c’era l’opera instancabile di Angiolo Cabrini, socialista dell’ala intransigente, quella che non voleva stipulare alleanze politiche con le altre forze della sinistra, radicali e progressisti.

La prima Camera del lavoro italiano era sorta nel 1891 a Milano, per iniziativa di Osvaldo Gnocchi Viani; subito dopo, nel ’92, sorsero quella di Piacenza, fondata da Cabrini, e di Torino. Nel ’93, grazie al verificarsi di condizioni particolarmente favorevoli, fu la volta di Parma. Nei primi mesi dell’anno, alle elezioni comunali si era presentata una lista di radicali e socialisti “transigenti” (aperti a alleanze di sinistra) che vinse la competizione e impose nella carica di sindaco il moderato Giovanni Mariotti, alla sua seconda esperienza di primo cittadino. L’amministrazione si dichiarò disponibile ad appoggiare economicamente, con un’offerta di duemila lire, e logisticamente, fornendo i locali, l’iniziativa di creare la Camera del lavoro.

Il 28 maggio 1893, lo stesso giorno dell’inaugurazione del monumento a Giuseppe Garibaldi in piazza Grande, nel Palazzo del Governatore, prima sede ufficiale, ebbe luogo il taglio del nastro della nuova struttura al servizio degli operai, tenacemente voluta dall’“intransigente” Cabrini. Tra gli sponsor dell’iniziativa la Provincia e la Cassa di Risparmio.

Le prime camere italiane nacquero come imitazioni delle “borse del lavoro” francesi. Dovevano occuparsi della ricerca di impiego e del collocamento degli operai, superando il ricorso alle agenzie private, che usavano metodi sconfinanti nello strozzinaggio. I nuovi organismi stabilivano le tariffe e funzionavano come terminale delle società di mutuo soccorso di ispirazione mazziniana, garibaldina e socialista. Con il tempo mutarono volto e divennero lo strumento di difesa della manodopera nei confronti del capitale. Dal 29 giugno al primo luglio 1893, l’associazione di Parma organizzò il primo congresso nazionale delle camere del lavoro, che si tenne nel ridotto del Teatro Regio. Vi parteciparono undici consorelle di altrettante città italiane. Presero parte alla convention tutti i capi storici del socialismo parmense; dai transigenti Berenini, Albertelli e Isola, all’intransigente Cabrini.

Dopo la brillante partenza, la nuova istituzione operaia cominciò ad avere serie difficoltà con l’avvento al potere di Francesco Crispi, succeduto a Giolitti alla fine del ’93. Le autorità di pubblica sicurezza e i prefetti furono di nuovo invitati a vigilare sui seguaci di Turati e sui loro fiancheggiatori, camere del lavoro comprese. Nel ’98 la rivolta del pane di Milano, repressa nel sangue dal generale Bava Beccaris si estese anche a Parma e Fidenza. Vennero erette barricate e si fecero manifestazioni popolari in appoggio ai moti lombardi. La Camera del lavoro, che in poco tempo aveva triplicato i primi cinquecento iscritti, fu chiusa per due anni dalle autorità. Riaprì solo nel 1900.

 Giovanni Mariotti, “il picconatore”

 Giovanni Mariotti è, senza dubbio alcuno, il sindaco più importante che il Comune abbia avuto nella sua storia. Come primo cittadino, cambiò il volto di Parma, sia dal punto di vista sociale che urbanistico. Francesco Saverio Nitti, statista di prima grandezza, disse di lui: “Non è il capo della città, è la città stessa”. 

Nato nel 1850, si laureò giovanissimo in giurisprudenza, ma ben presto abbandonò l’avvocatura per dedicarsi all’archeologia e alla paleontologia. Nel 1875, divenne direttore del museo di antichità e pochi anni dopo scelse di impegnarsi in politica.

Si schierò col gruppo progressista democratico di Gian Lorenzo Basetti e, nel 1882, fu eletto deputato, incarico che rivestì fino all’86. Nel 1888, fu nominato professore onorario dell’Università di Parma e un anno dopo iniziò la lunga esperienza di sindaco della città, carica che ricoprì, ad intermittenza, per oltre quindici anni. Le più importanti iniziative in campo culturale, sociale ed economico a cavallo tra i due secoli portano la sua firma. Appoggiò la nascita della Camera del lavoro, decise la costruzione di case popolari e, dopo la morte del Maestro, si prodigò per l’edificazione dell’imponente monumento a Giuseppe Verdi; portò l’acqua potabile in Oltretorrente, fece realizzare i bagni pubblici e il ponte Verdi. Fu anche l’artefice principale dell’abbattimento delle mura di Parma e dello sventramento dei borghi di Capo di ponte; per questo, i suoi nemici, che non mancarono e non mancano ancor oggi, lo bollarono con l’epiteto di “picconatore” o “guastatore”. 

L’ordine di distruggere la cinta, eseguito per gradi in un arco di tempo che arriva ai primi anni del Novecento, fu dato da Mariotti nel 1894. La discussa decisione fu motivata dall’esigenza, molto sentita dagli urbanisti del tempo, di creare la “città aperta”. Un centro urbano senza barriere che potesse lasciare spazio allo sviluppo dell’industria e dell’edilizia civile. A giustificazione del sindaco e del partito dei picconatori, che subirono molte critiche allora e ancor di più nel secolo successivo, si può ricordare che anche Milano, Bologna, Modena e Vicenza demolirono i propri bastioni nello stesso periodo.

La scelta di Mariotti era dettata anche da motivi di ordine sociale: il sindaco, attraverso il piccone, voleva dare lavoro all’ingente massa di disoccupati che vivevano in città. Abbattere le mura era il pretesto per fornire uno stipendio a chi non sapeva come guadagnarlo in modo diverso. Anche la manodopera più dequalificata poteva trovare impiego nei cantieri. I detrattori del primo cittadino, sostenitori del grande valore storico e urbanistico delle opere demolite, affermano che gli operai avrebbero potuto essere utilizzati nella realizzazione di strutture di utilità pubblica. Magari si potevano scavare fogne, costruire strade, ponti e case.

L’ordine di demolizione fu impartito nel 1894, ma l’attacco alle antiche mura cittadine era iniziato da tempo. Le prime manomissioni alla cinta avvennero al momento della sostituzione delle vecchie porte di accesso con le moderne barriere, più adatte ai nuovi mezzi di trasporto delle merci. Per realizzare le strutture d’ingresso, fu necessario abbattere parte delle fortificazioni. La prima ad essere aperta fu, nel 1812, durante il dominio francese, barriera San Michele, che nel 1910 assunse il nome di Barriera Vittorio Emanuele. Nel 1829 fu eretta barriera San Barnaba, che dal 1882 fu chiamata Garibaldi. Nel 1944 venne rasa al suolo dai bombardamenti.

Sempre nel ’29, vide la luce anche barriera Santa Croce, ribattezzata barriera d’Azeglio nel 1882. Trent’anni dopo, nel 1859, si deliberò la costruzione di barriera Vittorio Emanuele II, inaugurata nel ’66, e chiamata barriera Bixio a partire dall’82. è l’unica ancora esistente.

La decisione di costruire barriera Farini fu presa nel 1894 da Giovanni Mariotti, ma la struttura fu realizzata solo nel 1915. Barriera San Benedetto, chiamata barriera Saffi dal 1910, fu aperta nel 1900.

Nel 1894, dopo l’ordine del sindaco, cominciò la demolizione dei bastioni e dei “rampari” (letteralmente “terrapieni”), i viali alberati costruiti sopra le mura che ospitavano l’elegante passeggio cittadino. I primi ad essere attaccati dai picconatori furono i quattro baluardi farnesiani posti a nord est della città e i tratti di cinta che li collegavano. Lungo questo percorso si sviluppò viale Mentana.

All’inizio del Novecento caddero i rampari che collegavano barriera Bixio a barriera D’Azeglio e, sulle loro ceneri, sorsero viale dei Mille e viale Vittoria, in ricordo del successo riportato dal Comune su Federico II. Nel 1912, fu abbattuto il tratto di mura che correva lungo l’attuale viale Pier Maria Rossi. Negli stessi anni, iniziarono i lavori per realizzare il Lungoparma, l’arteria stradale destinata a unire la stazione ferroviaria con ponte Dattaro; un’opera che fu terminata solo nel primo dopoguerra.

Nel frattempo, la carriera politica di Giovanni Mariotti procedeva senza battute d’arresto. Nel 1901 fu nominato senatore del regno e anche alla “camera alta” si distinse. In pochi anni guadagnò la stima dei colleghi, e fu nominato vice presidente del Senato. Nella sua vita “il Guastatore” ebbe numerosi altri incarichi di prestigio. Lo riempiva d’orgoglio il fatto di essere, dal 1895, presidente della “Deputazione di storia patria”, anche se, dicono i nostalgici di bastioni e rampari, di questa storia Mariotti ha fatto scomparire un bel mucchio di reperti.

 

Nasce l’industria

 “Stagnazione” è la parola che meglio fotografa lo stato dell’economia parmense negli anni successivi all’Unità d’Italia. Il terziario era in crisi per la perdita delle attività legate alla presenza della corte ducale. L’agricoltura si caratterizzava per l’arretratezza tecnica e lo stato di miseria dei contadini. L’industria non esisteva proprio. Le fabbriche, quelle vere, non appartenevano ancora al paesaggio cittadino. Il progresso era ingessato da problemi di ordine culturale ed economico. La ricchezza era nelle mani di pochi e il reddito veniva impiegato totalmente per i consumi o nell’acquisto di terra e titoli di rendita.

La mentalità dei capitalisti e l’assenza di istituti di credito facevano in modo che non esistesse risparmio privato canalizzabile verso l’investimento produttivo. Non scoccava la scintilla capace di fare partire la macchina dello sviluppo. Eppure, anche in questa situazione di crisi endemica, metteva le radici il nuovo. Sorgevano, con timidezza, attività che sarebbero poi esplose nel secolo successivo. Nasceva l’industria locale. Le prime fabbriche importanti si svilupparono dalle costole dell’agricoltura. Trasformavano i frutti della terra.

La rotta fu tracciata dalle aziende conserviere, saccarifere, della pasta e dei salumi. Insieme avviarono il volano destinato a “fare girare” altre attività. L’industria agroalimentare favorì la nascita di quella meccanica. Le nuove fabbriche avevano bisogno di apparecchiature per lavorare pomodoro, latte e barbabietole; di strumenti per confezionare la pasta, di barattoli per conservare il concentrato. Il progresso che Bizzozero aveva introdotto nel mondo dei campi richiedeva macchine agricole nuove, rivoluzionarie.

Mancò la scintilla, tuttavia, poco a poco, qualcosa si mosse. Iniziò un cammino lento e progressivo. Nacquero piccole aziende che nel Novecento, a percorso ultimato, sarebbero diventate colossi; alcune, come la Barilla, vere e proprie multinazionali.

Il comparto in cui si creò il più stretto rapporto terra-industria è quello del pomodoro. L’ortaggio, fino al primo Ottocento, era considerato poco più di una pianta decorativa. Fu il professor Carlo Rognoni (1829-1904) insegnante all’istituto tecnico di Parma, a individuare la sua valenza economica. Nel 1870 ne sperimentò la coltivazione intensiva; qualche anno dopo, con l’agrario Lodovico Pagani, originario di Panocchia, “inventò” le prime conserve, servendosi di rudimentali caldaie a fuoco diretto. Nell’ultimo scorcio dell’Ottocento erano sedici le aziende che producevano il derivato del pomodoro. Quasi tutte appartenevano a proprietari terrieri che sfruttavano la materia prima dei loro campi. Le prime fabbriche capaci di lavorare le bacche con la tecnica della “concentrazione nel vuoto” sorsero nel 1902. Dieci anni dopo, a Parma esistevano 61 stabilimenti, alcuni dei quali esportavano conserve in America e in diversi paesi europei.

 

Le ditte storiche

 Il pioniere della coltivazione della barbabietola fu Antonio Bizzozero. L’agronomo dimostrò che i terreni locali erano adatti al prodotto. Poiché la politica doganale del governo favoriva la costruzione di zuccherifici, la società Ligure Lombarda (fondata nel 1872 e, in seguito, confluita nell’Eridania), tra il 1897 e il ’98 decise di realizzare una fabbrica in città, in suburbio Aurelio Saffi. Fu costruita sul modello di quelle tedesche e, nei primi anni di funzionamento, dava lavoro a oltre trecento persone. Il vecchio stabilimento Eridania sopravvisse fino al 1968, quando la produzione si trasferì a San Quirico di Trecasali.

In città, l’industria della pasta alimentare esisteva, spesso abbinata con l’attività di panificio, già al momento dell’annessione al Regno d’Italia. A Parma, negli anni Sessanta, operavano tanti piccoli laboratori cui si affiancarono, nel 1870, il “Pastificio ingegner Braibanti”, con sede a Valera e, nel 1877, l’azienda di “Pietro Barilla” che operava in un locale annesso al negozio di famiglia in via Repubblica. Nei primi anni del Novecento, il mercato ebbe una forte espansione. Le impresette esistenti, per far fronte alla bisogna, dovettero rinnovare le tecnologie e ampliare i locali. I laboratori divennero fabbriche. Nel 1908, i fratelli Riccardo e Gualtiero Barilla affittarono un ampio stabilimento appena fuori porta. Nel 1910, la loro produzione era salita a 100 quintali al giorno e veniva venduta in una vasta area che comprendeva la Liguria, la Lombardia, il Veneto e la Sardegna. Nel 1911, fu inaugurata la sede di Barriera Vittorio Emanuele. Alla fine della Grande guerra, l’azienda fece un altro balzo in avanti. Morto Gualtiero, la conduzione restò nelle mani di Riccardo Barilla, coadiuvato dalla moglie Virginia. I dipendenti arrivarono a toccare il numero di trecento; ogni giorno si producevano trecento quintali di pasta. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, la Barilla dava lavoro a ottocento addetti e produceva settecento quintali di pasta e 150 di pane.

Sotto la guida di Pietro Barilla, figlio di Riccardo, la ditta è diventata una multinazionale alimentare (alla pasta si sono aggiunti i prodotti da forno) di livello mondiale. Il “signor Pietro”, come lo chiamavano i parmigiani, è stato l’imprenditore più amato nella storia della città. Manager vincente, uomo sensibile e generoso, collezionista di opere d’arte, mecenate discreto, ha avuto con Parma un indissolubile rapporto di amore ricambiato. La sua morte, avvenuta il 16 settembre del 1993, ha lasciato un vuoto profondo. Andandosene, ha affidato il timone della più importante azienda cittadina ai figli Guido, Luca, e Paolo.

Anche la “Rizzoli Emanuelli & C.” affonda le radici nel secolo scorso. L’azienda nacque nel ‘92 a Torino come “Tosi & Rizzoli”. La sua specialità era la lavorazione del pesce azzurro del mar Ligure. Pochi anni dopo, la ditta si trasferì a Parma, dedicandosi alla produzione di altre conserve alimentari, ai salumi e ai formaggi. Nel 1905, la “Tosi & Rizzoli” fu acquistata dalla “Società parmigiana di prodotti alimentari”. Alla morte di uno dei soci, la sua quota fu acquistata dalla signora Emanuelli, nuora di Emilio Rizzoli, e l’azienda prese il nome di “Rizzoli, Emanuelli & C.” che conserva ancora oggi. Nel 1906 fu inaugurato il bello stabilimento della ditta, in stile liberty. Le alici, le sardine, gli sgombri e i tonni in varie salse e aromi, prodotti dalla Rizzoli, sono diventati una presenza gastronomica familiare.

Negli ultimi anni dell’Ottocento si affermarono anche le industrie dei salumi: la spalla di San Secondo, i salami di Felino, e i prosciutti di Sala Baganza (Langhirano arrivò dopo) venivano venduti pure lontano dai confini provinciali. Per restare nel settore alimentare c’è da segnalare la presenza di una “fabbrica di cioccolatte” (la ditta G.B. Banchini, che dava impiego a venti dipendenti) e di sei aziende che producevano liquori.

A fine secolo, le industrie meccaniche erano poco numerose e di scarsa importanza. L’esplosione del settore avvenne nei primi anni del Novecento, con la nascita delle ditte “Cugini”, che produceva macchine agricole e apparecchiature su ordinazione e “Callegari” che operava nel settore della costruzione e riparazione di materiale ferroviario. Accanto a loro, alcune piccole aziende per la realizzazione delle attrezzature richieste dalle industrie alimentari.

Nel 1907, in suburbio D’Azeglio sorse lo stabilimento della società “Ligure Emiliana”; produceva scatole di latta per le conserve alimentari.

La lavorazione del vetro fu introdotta a Parma nel 1759, per volontà del ministro Du Tillot. Tra via Tanzi e via Farnese sorse la “Reale fabbrica di maioliche e vetri”, che dopo molti anni, nel 1854, divenne proprietà dei fratelli Domenico, Rocco e Carlo Bormioli. Erano i figli di Luigi, abile imprenditore, che, nel 1825, aveva aperto uno stabilimento a Fidenza. Col tempo, l’azienda di via Tanzi cambiò nome e divenne “Vetreria fratelli Bormioli”. Nel 1890, nuovo cambiamento, la ditta si chiamò “Vetreria Bormioli Rocco e figlio”. Pur restando azienda a livello familiare, nella seconda metà del secolo era la più grossa fabbrica emiliana del settore. Produceva una gamma diversificata di oggetti in cristallo: bottiglie, lampade, globi a smeriglio e con ornati, tubi per lumi a petrolio, stoviglie e terraglie.

Nel 1903 la ditta chiuse definitivamente la sede di via Tanzi, puntando tutto sul nuovo stabilimento di quartiere San Leonardo. Nel 1913, era cresciuta e contava trecento dipendenti.

Altra azienda “storica” è la “Cavalier Lodovico Borsari & figli”, cui si deve uno dei più celebri prodotti mai usciti da un’industria locale: la “violetta di Parma”, profumo che ha fatto storia. Le origini di questa impresa sono curiose: Lodovico, il fondatore, ancor giovane, fu mandato dalla famiglia a lavorare da un barbiere di via Cavour. Insieme al collega Dario Saccò prese a inventare lozioni, lavande, cocktails di gelsomino, fiori d’arancio e gardenia. I clienti gradirono le “pozioni” e molti chiedevano di acquistare il prodotto. In pochi anni il business si ingrandì a dismisura; i profumi dei due barbieri andavano a ruba. Nel 1880, Borsari creò la “violetta di Parma”, che si ispirava alla Duchessa Maria Luigia, grande estimatrice di questo fiore. Saccò e il cavalier Lodovico, nel 1895, abbandonarono la barberia e fondarono una fabbrica vera e propria con sede in piazzale della stazione. I prodotti del profumiere parmigiano si fecero sempre apprezzare, oltre che per la loro qualità intrinseca, per la bellezza delle confezioni; la Bormioli fornì all’azienda meravigliosi flaconi di vetro. La grafica di scatole ed etichette, in linea con i dettami delle correnti artistiche dominanti (prima il Liberty poi il Déco), fu affidata a designers di valore, non ultimi Erberto Carboni e Nino Nanni. Nel 1925, la Borsari ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione di arti decorative di Parigi.

 In provincia di Parma i capitali per finanziare l’industrializzazione erano pochi. Spesso il progresso fu favorito dall’intervento di imprenditori di altre città. L’industriale comasco onorevole Enrico Scalini realizzò la prima fabbrica del ghiaccio prodotto con acqua potabile. Fu costruita tra viale Fratti e Viale Mentana, in un’area poi ceduta al Consorzio agrario. L’inaugurazione ebbe luogo il primo maggio del 1900. Lo stabilimento poteva produrre cento quintali di ghiaccio al giorno. Cessò l’attività nel 1932 e fu demolito nel 1981.

Sempre Enrico Scalini fece costruire il primo “mulino a cilindri” di Parma, che veniva a rivoluzionare un settore in cui operavano più di duecento impianti mossi dalla forza delle acque. Lo stabilimento sorse vicino alla fabbrica del ghiaccio e fu inaugurato da monsignor Guido Maria Conforti, a quei tempi arcivescovo di Ravenna, nel luglio del 1902. L’impianto lavorava a ciclo continuo, 24 ore su 24, e poteva produrre 400 quintali di farina ogni giorno.

Accanto a queste industrie più tradizionali, nella seconda metà dell’Ottocento, a Parma operarono altre aziende importanti in settori meno “classici”. Oggi, in gran parte, non esistono più. C’erano quattro concerie (tutte chiuse all’alba del nuovo secolo) che lavoravano pelli bovine e di montone; piccole fabbriche di sapone; quattro filande a vapore per il trattamento della seta (presto improduttive causa la concorrenza italiana e internazionale); dieci tipografie, tra cui la più importante era quella legata alla casa editrice cavalier Luigi Battei, fondata nel 1872; cinque cartiere; tre calzaturifici destinati a scomparire presto, perché nessuno effettuava lavorazioni a macchina; ditte per la realizzazione di busti, che davano lavoro a mille operaie e, infine, diverse piccole fabbriche di mobili. Una di esse, la ditta Guastalla, nel 1908 impiegava trecento persone.

L’officina del gas fu inaugurata nel 1846, un anno prima della morte di Maria Luigia. Con la sua fondazione, i vecchi fanali a olio (ottanta in tutto) vennero sostituiti da 144 punti luce a gas. La fabbrica aveva sede in angolo tra via Fratti e via Trento. A fine secolo dava lavoro a quarantuno operai, alimentava seicento becchi per l’illuminazione pubblica e seimila privati. Con l’affermarsi dell’energia elettrica, si ebbe la riconversione degli impianti: ora il combustibile prodotto con gasogeno distillatore del carbon fossile, veniva impiegato per usi domestici e per il riscaldamento. Nel 1910, la ditta, ancora in mano ai privati, occupava centoventi dipendenti. L’“azienda comunale del gas”, con l’acquisto della vecchia società e il trasferimento degli impianti in via Lombardia, prese avvio solo nel 1912.

In complesso, nella seconda metà dell’Ottocento, la situazione dell’industria parmigiana, nonostante i segnali positivi che venivano dal comparto alimentare, era ancora insoddisfacente. Il ritardo rispetto all’economia inglese e francese restava grave. Ciò rende ancor più stupefacente il successo della grande rimonta effettuata nel Ventesimo secolo. In pochi anni, dal 1946 al 1960, Parma ha colmato il distacco con le civiltà più avanzate ponendosi ai primissimi posti nelle classifiche economiche europee e mondiali. Proprio come ai tempi delle grandi fiere del Duecento. L’età dell’oro.