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INTERVISTA A SUSANNE BEYER

Da Bedonia all'oceano

Una vita in mare e la montagna nel cuore

25 novembre 2013, 10:17

Da Bedonia all'oceano

 

 Vanni Buttasi
In barca fin dai primi mesi. Una vita in mare e la montagna nel cuore. Susanne Beyer, 34 anni, padre tedesco e mamma di Alpe di Bedonia, comandante di barche a vela, cresciuta in Liguria (abita a Zoagli mentre la mamma risiede a Santa Margherita), ha riscoperto le origini, passando le estati sull'Appennino a casa della nonna. Nel 2011, su Penelope, ha portato a termine  la traversata atlantica «Transat 6.50» in solitario, da La Rochelle a Salvador de Bahia. Ha pubblicato la storia di questa avventura in un  libro, «La scia di Penelope», edito da Nutrimenti.
Cosa ricorda di Alpe di Bedonia, paese d'origine di sua madre Laura Federici?
Sono molto affezionata ad Alpe: ho trascorsi delle bellissime estati a casa di mia nonna Pierina Pezzi. Ricordi indimenticabili; abbiamo ancora la casa di famiglia. A Bedonia, inoltre, ho ancora gli zii, i cugini e tanti parenti. Alpe, insomma, è un posto che mi è particolarmente caro, dove c'è una pace meravigliosa. In mezzo ad un «mare di verde», per me abituata ad un «mare d'acqua».
Chi è stato che l'ha indirizzata verso la vela?
E' stato mio papà Thomas, architetto navale. Andavamo tutti insieme con la barca di famiglia. In mare, poi, sono andata che ero ancora in fasce: nata a dicembre, ero con la mamma su un'imbarcazione già ad aprile. Insieme abbiamo fatto tanti giri in mare, soprattutto d'estate, finché c'è stato mio padre. Avevo 16 anni quando lui è morto: l'ho perso troppo presto. Così ho deciso di navigare da sola. Mestiere? Dopo il liceo scientifico, a 20 anni, ho iniziato a navigare su barche d'epoca, cominciando come marinaio fino a diventare comandante nel 2004.
Quando ha comprato la barca? Perché il nome di Penelope?
E' stata una decisione importante: ho acquistato una barca Transat e ho dato il nome «Penelope» perché è molto mediterraneo, prendendo in giro, in modo ironico, Ulisse: lei tesse le sue vele e parte per i fatti suoi. Tornando alla mia passione, la vela oceanica è uno sport prettamente maschile. E' un peccato perché  mi scrivono tante ragazze che vorrebbero andare per mare e sarebbe bello incentivare questa loro passione. E' una questione di cultura: Inghilterra e Francia sono molto più avanti di noi. Ricordo che, al comando di barche d'epoca, ci sono sempre uomini, per le donne è molto difficile: tutto ciò non per capacità ma per cultura.
Lei ha compiuto, nel 2011, la traversata atlantica «Transat 6.50», in solidario, da La Rochelle a Salvador de Bahia: cosa ricorda di quest'esperienza?
Ricordo tutto. Un'esperienza bellissima, tanta fatica e una lunga preparazione. Bella per la regata in sè, in solitario, su una barca di sei metri, senza nessuna comunicazione con la terra. Trentadue giorni in mare: un grande sforzo fisico e mentale. E, nelle ultime due settimane, ho dovuto risolvere anche dei problemi tecnici. Quando ho visto la terra è stato scioccante: venivo da giorni, che sembrano lunghissimi, da sola in mezzo all'oceano. E poi a Salvador de Bahia c'era brutto tempo:  non era il Brasile che mi aspettavo. Insomma, anche giungere in porto è stato faticoso ma la soddisfazione per aver portato a termine la traversata ha superato qualsiasi difficoltà.
Ritorna spesso sulle montagne di Bedonia?
Dopo la regata atlantica, sono ritornata ad Alpe dove parenti e amici avevano organizzato una festa per me. Tutta la Valtaro si era appassionata a questa mia avventura. Anche ad Alpe tante persone mi avevano seguito con interesse e passione. Questa dimostrazione di affetto è stata molto importante per me.
Ha un sogno nel cassetto?
Vorrei cimentarmi in regate d'altura, nel circuito «Class 40». Per questo sono alla ricerca di sponsor, un po' come ho fatto quando ho deciso di partecipare alla traversata atlantica. Certo il momento è difficile per la crisi economica ma io non mollo. E', nel mio carattere, non abbattermi.
 Vanni Buttasi

In barca fin dai primi mesi. Una vita in mare e la montagna nel cuore. Susanne Beyer, 34 anni, padre tedesco e mamma di Alpe di Bedonia, comandante di barche a vela, cresciuta in Liguria (abita a Zoagli mentre la mamma risiede a Santa Margherita), ha riscoperto le origini, passando le estati sull'Appennino a casa della nonna. Nel 2011, su Penelope, ha portato a termine  la traversata atlantica «Transat 6.50» in solitario, da La Rochelle a Salvador de Bahia. Ha pubblicato la storia di questa avventura in un  libro, «La scia di Penelope», edito da Nutrimenti.

 

"Nata   a dicembre
con la mamma sono salita sulla barca 
già ad aprile"

 

Cosa ricorda di Alpe di Bedonia, paese d'origine di sua madre Laura Federici?

Sono molto affezionata ad Alpe: ho trascorsi delle bellissime estati a casa di mia nonna Pierina Pezzi. Ricordi indimenticabili; abbiamo ancora la casa di famiglia. A Bedonia, inoltre, ho ancora gli zii, i cugini e tanti parenti. Alpe, insomma, è un posto che mi è particolarmente caro, dove c'è una pace meravigliosa. In mezzo ad un «mare di verde», per me abituata ad un «mare d'acqua».

Chi è stato che l'ha indirizzata verso la vela?
E' stato mio papà Thomas, architetto navale. Andavamo tutti insieme con la barca di famiglia. In mare, poi, sono andata che ero ancora in fasce: nata a dicembre, ero con la mamma su un'imbarcazione già ad aprile. Insieme abbiamo fatto tanti giri in mare, soprattutto d'estate, finché c'è stato mio padre. Avevo 16 anni quando lui è morto: l'ho perso troppo presto. Così ho deciso di navigare da sola. Mestiere? Dopo il liceo scientifico, a 20 anni, ho iniziato a navigare su barche d'epoca, cominciando come marinaio fino a diventare comandante nel 2004.

Quando ha comprato la barca? Perché il nome di Penelope?
E' stata una decisione importante: ho acquistato una barca Transat e ho dato il nome «Penelope» perché è molto mediterraneo, prendendo in giro, in modo ironico, Ulisse: lei tesse le sue vele e parte per i fatti suoi. Tornando alla mia passione, la vela oceanica è uno sport prettamente maschile. E' un peccato perché  mi scrivono tante ragazze che vorrebbero andare per mare e sarebbe bello incentivare questa loro passione. E' una questione di cultura: Inghilterra e Francia sono molto più avanti di noi. Ricordo che, al comando di barche d'epoca, ci sono sempre uomini, per le donne è molto difficile: tutto ciò non per capacità ma per cultura.

Lei ha compiuto, nel 2011, la traversata atlantica «Transat 6.50», in solidario, da La Rochelle a Salvador de Bahia: cosa ricorda di quest'esperienza?
Ricordo tutto. Un'esperienza bellissima, tanta fatica e una lunga preparazione. Bella per la regata in sè, in solitario, su una barca di sei metri, senza nessuna comunicazione con la terra. Trentadue giorni in mare: un grande sforzo fisico e mentale. E, nelle ultime due settimane, ho dovuto risolvere anche dei problemi tecnici. Quando ho visto la terra è stato scioccante: venivo da giorni, che sembrano lunghissimi, da sola in mezzo all'oceano. E poi a Salvador de Bahia c'era brutto tempo:  non era il Brasile che mi aspettavo. Insomma, anche giungere in porto è stato faticoso ma la soddisfazione per aver portato a termine la traversata ha superato qualsiasi difficoltà.

Ritorna spesso sulle montagne di Bedonia?
Dopo la regata atlantica, sono ritornata ad Alpe dove parenti e amici avevano organizzato una festa per me. Tutta la Valtaro si era appassionata a questa mia avventura. Anche ad Alpe tante persone mi avevano seguito con interesse e passione. Questa dimostrazione di affetto è stata molto importante per me.

Ha un sogno nel cassetto?
Vorrei cimentarmi in regate d'altura, nel circuito «Class 40». Per questo sono alla ricerca di sponsor, un po' come ho fatto quando ho deciso di partecipare alla traversata atlantica. Certo il momento è difficile per la crisi economica ma io non mollo. E', nel mio carattere, non abbattermi.