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INCONTRO

Dal liceo Romagnosi alle università americane

La testimonianza di due ex studenti «emigrati» negli States

21 dicembre 2013, 12:46

Dal liceo Romagnosi alle università americane

 

Margherita Portelli
Matteo Godi, pontetarese ex studente del Romagnosi, è uno dei sette ragazzi italiani che attualmente studiano alla prestigiosa università americana di Yale. Kevin Ferreira, di origini brasiliane ma parmigiano d’adozione, diplomatosi nella stessa scuola circa un anno e mezzo fa, ha concluso con successo il primo semestre alla Winthorp University della Carolina del Sud.
I due brillanti studenti, ieri mattina, hanno fatto ritorno alle aule di viale Maria Luigia per raccontare la propria storia ai ragazzi di 2ª e 3ª liceo. «Io avevo fatto un anno in America durante la scuola con il programma Intercultura - ha sottolineto Matteo -. Una volta tornato, nell’anno del diploma ho cominciato a compilare la common application on line, attraverso la quale si può poi fare domanda a diverse università. Ho scelto Yale, dove ora frequento due facoltà: Filosofia ed Etica, politica ed economia. Al termine dei 4 anni di college mi iscriverò a Legge».
Ogni anno, in media, sono un paio gli italiani ammessi a Yale.
«Io al Romagnosi non ero il primo della classe - ammette Matteo -. L’application non tiene conto unicamente dei test di ammissione, ma anche di un tema, delle pagelle di scuola, di una lettera di raccomandazione, di un colloquio. Il mio consiglio è di provarci, facendo domande a diverse università, le possibilità di essere ammessi ci sono: si deve tentare di valorizzare soprattutto le proprie esperienze e il proprio percorso. Le borse di studio vengono assegnate in base alla valutazione della situazione economica della famiglia di provenienza, ma solo dopo l’ammissione: la mia università si impegna a coprire fino al 100% dei costi che la famiglia non è in grado di sobbarcarsi».
Matteo e Kevin concordano nel dire che il mondo dell’università americana è tutt’altra cosa rispetto alla realtà accademica di casa nostra.
«Là si può contare su molte più risorse, anche nelle piccole cose, come le biblioteche e la disponibilità di incontro dei docenti - assicurano -. C’è una continuità fra lo studio e tutte le altre cose: sport, interessi, amicizie. Vivi il Campus 24 ore su 24. L’università, con l’ammissione, investe su di te».
Kevin, una volta diplomatosi, nel 2012, ha deciso di prendere un anno di tempo in cui chiarirsi le idee.
«Sono andato a lavorare in America e solo dopo ho deciso di tentare l’ammissione in un paio di università - racconta -. Studio Business internazionale, ma la mia intenzione è quella di provare anche altre università nel corso dei quattro anni: là questa cosa è abbastanza frequente». Entrambi sono piuttosto lontani dall’idea di tornare a lavorare in Italia una volta conclusi gli studi: «Per i primi anni no di certo, poi si vedrà». Vietato, però, parlare di «fuga di cervelli»: «Noi non siamo cervelloni» assicurano.