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L'antisemitismo non è ancora morto

di Pino Agnetti -

27 gennaio 2014, 20:14

L'antisemitismo non è ancora morto

 

Le tre teste di maiale spedite in contemporanea alla sinagoga di Roma, all’ambasciata di Israele in Italia e al museo della capitale che ospita una splendida mostra intitolata «I giovani ricordano la Shoah» ci dicono una cosa, insieme, semplice e terribile: l’antisemitismo non è morto. Come è possibile, dopo tutto questo tempo? E dopo valanghe di libri, film, convegni, campagne informative e cerimonie come quella che, proprio oggi, si terrà anche a Parma in occasione del «Giorno della Memoria«? Risposta: ma di cosa mai ci si stupisce? Voglio dire che ci sarà pure una ragione se, in pieno XXI secolo, siamo ancora pieni di gente (e non mi riferisco solo ai pazzi fanatici o agli sprovveduti) disposta a prendere per buone, magari anche solo in parte, le balle colossali de «I Protocolli dei Savi di Sion». Già nel 1921, il Times di Londra aveva dimostrato che questo «documento» risalente agli inizi del Novecento altro non era che un volgare falso imbastito dalla polizia segreta zarista per giustificare i «pogrom» (veri e propri massacri) contro gli ebrei. Eppure, le svastiche e le scritte («Olocausto menzogna mondiale» e «Anna Frank bugiardona») spuntate in questi giorni sui muri di Roma dimostrano che il motivetto della «cospirazione ebraica» è sempre lì che suona che è un piacere. Pure dalle nostre parti. Basti pensare alle svastiche che, periodicamente, fanno capolino anche sui muri del Ducato. O all’oltraggio contro la sinagoga di Parma di poco più di un anno fa. Seguito da un incredibile e pressoché generale silenzio da parte di chi, invece, avrebbe dovuto condannarlo pubblicamente all’istante! Se è per questo, un paio di mesi dopo le cose andarono perfino peggio con la parola negata (o se si preferisce «non data») al rappresentante della comunità ebraica locale durante la cerimonia ufficiale del «Giorno della memoria» 2013. Quest’anno, pare che le cose andranno diversamente. Ed essendo stati fra i pochissimi a prendere allora una posizione chiara su entrambi gli episodi, non si può che esserne lieti. Con una speciale menzione per l’appuntamento di stamattina all’Auditorium del Carmine dove il Prefetto, Luigi Viana, consegnerà dieci medaglie d’onore ad altrettanti cittadini, militari e civili, deportati nei lager nazisti. Purtroppo, si tratterà di riconoscimenti alla memoria. Ma ciò nulla toglie al significato del gesto. Anche perché il problema, per tornare al quesito iniziale («come è possibile?») sollevato dalle ultime minacce contro gli ebrei della capitale, è proprio quello: la memoria. O meglio, l’uso che se ne fa e le finalità che, spesso, sono ad essa sottese (anche se non dichiarate in maniera esplicita). Nel primo caso, sarà bene ricordare che la memoria, per poter dare davvero i suoi frutti, ha bisogno del più basso tasso possibile di retorica. Ci sarà pure un motivo se in Israele la Shoah viene ricordata ogni anno solo con un lungo, lancinante - ma appunto totalmente privo di parole e di discorsi - minuto di silenzio. Mentre nel secondo basterà riflettere sulla strumentalità latente di certe commemorazioni all’insegna del «politicamente corretto». Quelle, per intenderci, in cui gli orrori dei lager vengono rievocati ma solo per sostenere che, in realtà, si tratterebbe della stessa medicina riservata oggigiorno dagli ebrei ai palestinesi. Da questo punto di vista, è sufficiente farsi un giro su Internet per imbattersi in un campionario da brividi di pamphlet e di vignette in cui gli ebrei attuali (spesso e volentieri in uniforme da SS e con la faccia e le mani grondanti sangue) vengono dipinti secondo gli stessi canoni anche «etnici» usati dalla propaganda nazista (e fascista) per preparare e giustificare l’Olocausto.
Ecco perché penso che, fra i tanti, il modo migliore per ricordare la Shoah sarà il «viaggio della memoria» che alcune classi di Parma compiranno anche quest’anno a Mauthausen e in altri campi di sterminio. Dove non ci sarà bisogno né di discorsi, né di tirate propagandistiche spacciate per «storia». Ma solo di ascoltare, immobili e in silenzio, l’urlo eterno delle vittime della Shoah.
postagnetti@alice.it