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IL GIORNO DELLA MEMORIA

Raffelli, l'uomo sopravvissuto a due camere a gas

Ha 90 anni e ieri ha ricevuto la medaglia d'onore. «In Germania sono andato a trovare il diavolo, ma mi ha mandato indietro»

29 gennaio 2014, 18:33

Raffelli, l'uomo sopravvissuto a due camere a gas

 

Per lui quei campi di lavoro in Germania, dove è rimasto prigioniero quasi due anni e mezzo schiavo della follia nazista, hanno tutti un unico nome: inferno. Usa proprio questa parola Giuseppe Raffelli, bussetano, 90 anni compiuti pochi giorni fa: ieri, alla cerimonia di consegna delle medaglie d'onore per gli ex internati nei lager, era l'unico a ritirare personalmente il riconoscimento che dopo settant'anni lo Stato gli ha tributato. Dei ventotto premiati, lui è l'unico ancora vivo: nonostante il peso degli anni, non ha voluto mancare a un appuntamento così importante e, accompagnato dal figlio Marco e sorretto da due alpini, si è fatto accompagnare alla premiazione. «Quando sono andato in Germania sono andato a trovare il diavolo tre volte, ma mi ha sempre mandato indietro, perché non c'era posto per me all'inferno». E se Raffelli riesce a trovare il modo per sdrammatizzare, a scendere nei particolari di quell'esperienza devastante non ce la fa: «Meglio non parlare di cose così brutte». Perché lui di esperienze che fanno gelare il sangue ne ha diverse: soprattutto, può dire di essere stato miracolato due volte. Nei campi di lavoro tedeschi chi si feriva andava incontro a morte sicura: se sei inabile non puoi lavorare, quindi devi essere soppresso. Così funzionava. E Raffelli, che lavorando si era ferito a un piede, era stato destinato a essere eliminato. Per due volte è entrato nelle camere a gas, dove doveva essere ucciso facendo la fine di milioni di altri prigionieri, e invece in entrambi i casi ne è uscito incredibilmente vivo. La prima volta perché, per un banale guasto tecnico, non ha funzionato il meccanismo che avrebbe dovuto immettere il gas letale; la seconda volta perché, proprio nel momento in cui già si trovava nello stanzone dove avrebbe dovuto trovare la morte, un improvviso bombardamento degli alleati ha distrutto il campo e fatto fuggire i tedeschi. Raffelli, ferito gravemente, ha perso conoscenza e quando si è svegliato era in un ospedale militare alleato. Ma per due volte si è trovato a tu per tu con la morte, addirittura già dentro quelle stesse camere a gas da cui si usciva solo cadaveri, per poi essere bruciati nei forni crematori.
Gli altri ventisette nomi che ieri sono risuonati all’auditorium del Carmine erano di persone che non ci sono più. A ritirare per loro le medaglia d’onore sono andati i familiari: mogli, figli, nipoti. Dietro ogni nome, una storia fatta di sofferenza, di coraggio e di voglia di vivere, nonostante tutto. Ma anche ricordi spaventosi e indelebili. Fra i tanti familiari saliti sul palco, anche Giancarlo Tamagni, che ha portato con sé la foto del padre Ermes Tamagni, parmigiano: la mostrava orgoglioso mentre il prefetto, il sindaco di Parma e il presidente della Provincia gli consegnavano il riconoscimento. Quella era la foto di un militare di marina catturato l’8 settembre '43 dai tedeschi nella rada di Tolone, internato prima nel campo di sterminio di Mauthausen e poi in quello di Buchenwald, da cui, dopo due anni di stenti, è uscito che pesava 33 chili, senza denti e con il virus della tubercolosi che gli avevano inoculato come fosse una cavia. «Non ha mai voluto parlare degli anni della prigionia. Diceva che quello che aveva passato lo sapeva solo lui», ricorda il figlio Giancarlo, insieme alle sorelle Maria, Elisa e Cristina. Fra quei ricordi terribili che si è portato dietro per anni, fino alla morte nel 2007, ce n’era uno che lo tormentava più di altri: quello della carretta con cui doveva andare a raccogliere i vestiti dei prigionieri che venivano fatti spogliare prima di essere uccisi nelle camere a gas. Nelle sue mani erano passati migliaia di indumenti di persone che stavano per andare verso una morte certa e atroce: a lui era stato assegnato quell’ingrato compito e quello doveva fare. E poi un altro ricordo: quello dell’acqua fredda: «Si ricordava dell’acqua gelida che gli gettavano addosso - racconta la figlia Maria - e per questo, anche negli ultimi anni di vita, quando lo lavavamo dovevamo sempre usare l’acqua bollente, anche in estate». r. c.