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rugby

Bortolami: «Così ho collezionato i miei 100 caps»

Il capitano delle Zebre nel club degli eletti con tante presenze in azzurro: «Un traguardo importantissimo che dà la dimensione di quello che ho fatto in carriera»

di Paolo Mulazzi -

07 febbraio 2014, 18:12

Bortolami: «Così ho collezionato i miei 100 caps»

 

Marco Bortolami è entrato nel ristretto club dei 100. Lo ha fatto sabato scorso al Millennium contro il Galles arrivando giusto giusto alla tripla cifra. Solo pochi eletti possono vantare di aver toccato i 100 caps con la maglia di una nazionale. Nel mondo ovale se ne contano al momento 29 con O’Driscoll (137) avviato a superare il recordman Gregan (139). Il capitano delle Zebre vi è entrato, per l’Italia, dopo Troncon, Lo Cicero, Parisse e Castrogiovanni e nel corso di questo 6 Nazioni ha la concreta possibilità di superare «Tronky» (101) e forse anche il «Barone» (103), i due che da lì non possono muoversi. Giusto per le statistiche, non per gara. «I numeri non li ho mai guardati. Le 100 presenze sono un traguardo importantissimo che danno la dimensione di quello che hai fatto in carriera. Guardo a quelle che verranno con grande serenità, senza obiettivi» osserva Bortolami. Con le altre tre seconde linee «centenarie» è in linea come mete segnate: 7, tante quante Matfield. Se gli si chiede, tra il serio e il faceto, se si sente più il peso di 100 caps o di 33 anni, lui sorride e risponde così: «Devo dire nessuno dei due perché arrivato a questo punto giochi con una serenità che da giovane non puoi avere; adesso è il momento di gustarsi queste opportunità e queste partite. Sabato c’ho pensato un po’ ma poi ho voluto godermi con la massima tranquillità la partita».
La prima, di opportunità, la ebbe nel giugno del 2001, appena compiuti 21 anni, contro la Namibia. Forse non tutti ricordano che l’esordio non fu nel «suo» ruolo: «Sì, debuttai flanker poi qualche mese dopo con Fiji passai in seconda linea come feci poi nel Petrarca e da lì trovai la quadratura del cerchio: non avevo proprio la struttura del flanker ed ero ben predisposto per la touche».
Fino a guidarla, naturale evoluzione: «La touche è una partita a scacchi nella partita: c’è la gestione propria e il controllo di quella altrui. E’ uno studio approfondito giorno dopo giorno; a me è sempre piaciuto andare a fondo degli aspetti tattici del rugby».
Bortolami è «moderatamente soddisfatto» dell’andamento delle Zebre, migliorate sia come classifica che come gioco e attitudine rispetto alla scorsa stagione. «Nell’ultimo periodo abbiamo fatto un po’ fatica ad esprimere un rugby in progressione; c’è ancora lavoro da fare ma si vede consistenza e una buona base per ulteriore crescita. Se lavori bene il futuro ti dà ragione; quando dicevo che una squadra nuova ha bisogno di tempo non era una scusante». A proposito di futuro, l’obiettivo non è tanto quanti caps aggiungerà ma qualcosa di più sostanzioso: «Quest’anno ho giocato molto e sono contento di come l’ho fatto. Sicuramente sarò a disposizione, spero delle Zebre perché è un progetto che ho sposato dall’inizio e penso che il meglio sia ancora davanti a noi. Vorrei continuare a dare perché coi compagni di reparto non siamo solo in concorrenza, tra virgolette, e occorre anche che si possano prendere le loro responsabilità: il compito di capitano è anche quello di permettere che gli altri crescano intorno a te. Se proprio non dovesse essere Zebre, un’altra squadra di alto livello che mi permetta di continuare il percorso verso il mondiale dell’anno prossimo».