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Dialetto

La montagna ama ancora il suo dialetto

Nonostante il rapido mutamento delle condizioni socio-economiche che ha travolto la cultura contadina e la sua espressione più genuina. Due studiosi hanno compilato un dizionario per orientarsi sulle parole perdute del vernacolo bedoniese

di Ubaldo Delsante -

06 maggio 2014, 18:52

La montagna ama ancora il suo dialetto

Senza troppe nostalgie e inutili rimpianti, ma, questo sì, con sentita partecipazione e con fare asettico e scientifico, Sara Raffi Lusardi e Giannino Agazzi, due ex insegnanti innamorati del mondo rurale e montano del Bedoniese, negli ultimi decenni del secolo scorso, hanno raccolto dalla viva voce dei compaesani vocaboli ed espressioni dialettali racimolando piano piano un corposo "zibaldone" che poteva avere anche l’ambizione di sfociare in un dizionario in piena regola. Ora, nei Quaderni dell’Associazione Centro Studi Card. A. Casaroli, è uscita, invece, un’ampia sintesi di quell'indagine col titolo "È parolle di nostri vecci. Le parole dei montanari bedoniesi" (Stamperia Scrl, pagine 176). Un lavoro che si pone a metà strada tra i rigorosi studi sul dialetto parmigiano di Guglielmo Capacchi e Giovanni Petrolini e gli intrecci lessicali di Luigi Malerba delle parole abbandonate e della scomparsa dell’alfabeto, dove si avverte il disagio di assistere alla dispersione di un prezioso patrimonio culturale.
Già, la parlata dei vecchi che i giovani non usano più, ma che è necessario in qualche modo conservare, come l’uovo di un dinosauro trovato tra i ghiacci. "Una parlata, la nostra - scrive Corrado Truffelli nella presentazione - che, per i suoi vocaboli e la sua pronuncia, è classificata unanimemente tra i dialetti liguri, seppure con qualche influenza emiliana. Da sempre, infatti, le nostre popolazioni, prima della costruzione delle vie di comunicazione con la pianura e dell’avvento dell’automobile, hanno avuto maggiori contatti con la Liguria che con le colline e la pianura emiliana". Bastavano poche ore a piedi o a dorso di mulo per fare arrivare, da quella che veniva chiamata «la terra dei beccafighi», prodotti essenziali per la sopravvivenza dei montanari come sale, olio, pesce e altri prodotti mediterranei o d’oltremare.
La montagna univa anziché dividere, tanto più che al di là del crinale c'erano il mare ed il porto di Genova, una via di comunicazione aperta a tutto il mondo e a tutte le merci. E con quelle arrivavano le parole, sulla bocca dei mercanti o degli emigranti di ritorno temporaneo o definitivo nei loro casolari. Nuove parole che venivano a far parte del lessico dialettale.Il rapido mutamento delle condizioni socio-economiche della nostra montagna, nell’ambito di una generale globalizzazione, ha travolto la cultura contadina e la sua espressione più genuina: il dialetto. Il linguaggio si è impoverito, le parole e le espressioni più tipiche vanno scomparendo velocemente. Tuttavia, nota ancora Truffelli (citando anche l’aiuto alla ricerca svolto da Sergio Raffi, figlio di Sara) il successo di certe iniziative culturali, turistiche ed escursionistiche svolte nella zona hanno rivelato l’affetto della gente per il dialetto.
Parlare dialetto significa, infatti, sentirsi integrati nel paesaggio e nella comunità di cui in un certo modo si fa parte. Ed allora, quando due valligiani si incontrano nei loro paesi di origine o in giro per il mondo ecco che parlano e si salutano in dialetto "anca si ien stai ai studii e magari i parlena ingleise e franseise".
Il volume è occupato quasi interamente dal dizionario Dialetto-Italiano, ma contiene altri utili strumenti di conoscenza del dialetto bedoniese come le Note di grammatica e un più essenziale dizionario Italiano-Dialetto che consente di meglio orientarsi alla ricerca delle più esatte parole perdute. Numerose illustrazioni d’epoca, raccolte da Giuliano Mortali, corredano l’opera. Sulla copertina una donna cammina curva sotto il peso di una fascina di legna verso la propria casa in mezzo agli alberi spogli tra i rami dei quali fa capolino un pallido sole, ed è una suggestiva pirografia su legno di Adina Magagnotto Agazzi che graficamente sintetizza bene il senso della ricerca.
Non mancano due poesie in dialetto, opportunamente tradotte, una per ciascuno dei due autori. Nella prima Sara Raffi Lusardi si domanda "U dialettu cosa l’è?" e si risponde "L'è 'na manéra de pianze, / l’è 'na manera de ride, / l’è 'na seira de Natalle, / in-na stra, / in prau / in-na capan-na". Giannino Agazzi, invece, descrive il torrente Pelpirana, qui chiamato dialettalmente anche Ièra, di un tempo e di oggi: "Ve zü da Pèrpi / in-n'aqua fresca e cantereina, / a gurguja in mezzu ai sassi, / a caressa è trüte / dai bei puntein russi. (...) Tanti amighi i se n'en nai / ma intu nostru / e intu so cö / ancamó, fra farfère e barbiseine / canta a Ièra". Parole e sentimenti che non hanno bisogno di traduzione.