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Stranieri

Parma per un giorno capitale degli indonesiiani

Ieri il raduno nazionale a Vicofertile. Nel nostro Comune abitano il dieci, quindici in tutta la provincia

di Chiara Pozzati -

06 maggio 2014, 18:47

Parma per un giorno capitale degli indonesiiani

Ci sono la ballerina-colf col cuore a Bali e l’uomo senza cognome, un ambasciatore che arriva da lontano e l’essenza di una «rivoluzione-gentile». I petali di Sulatri, «bambolina»-danzatrice coi capelli di velluto, fluttuano leggeri fino a morire, sulle dita del sindaco Pizzarotti. Sulatri ha lasciato suo figlio a Bali e lavora come colf, dopo che il ristorante in cui faceva la cameriera ha chiuso i battenti.
Eppure, guardando il suo «pendet», tipico ballo di benvenuto, non diresti mai che ha sofferto. L’Indonesia chiama a raccolta i suoi figli e la nostra città diventa la «Giacarta» del Belpaese. Siamo a Vicofertile, proprio accanto alla chiesa, e Ina Hardjosantoso schizza da una parte all’altra del salone accanto alla parrocchia. Garbo tipicamente orientale, profilo regale allarga le braccia: «Siamo così emozionati, oggi (ieri per chi legge, ndr) è la festa dell’associazione Rela Hati - spiega la presidente con un sorriso a trentadue denti - la comunità indonesiana di Parma ha invitato tutti i fratelli sparsi per l’Italia per il primo raduno nazionale».
L’elettricità aleggia nell’aria: sono perle «rare», ma instancabili i «nostri» indonesiani. Nel nostro Comune abitano in dieci, quindici se consideriamo Noceto, Fidenza e il resto della provincia. Tutti si sono trasferiti vent’anni fa o poco più, per sfuggire a corruzione, seguire l’amore o semplicemente per vedere il mondo. Per la serie pochi ma buoni, sono attivissimi e basta guardare il programma della domenica per accorgersi che uno spicchio d’Asia pulsa a un passo da Parma.
Ci sono i laboratori per i bimbi, quelli dedicati al massaggio tipico orientale e alle delizie culinarie, ma soprattutto un folto drappello di famiglie «miste» che sorridono in questa placida prima domenica di maggio. Come Andrea e Ari, che oggi abitano a Modena: «Ci siamo sposati e innamorati a Surabaya, entrambi eravamo operai per la stessa ditta che si occupava di ceramica - spiegano i coniugi -. Peccato che là un impiego di questo genere permettesse un tenore di vita parecchio agiato, qua la vita cambiava parecchio». Ari guarda con tenerezza suo marito: «Me lo aveva detto prima di sposarmi e comunque non avrei mai rinunciato a lui - e strizza l’occhio - anche se a casa mia avevo due donne di servizio e non avevo idea di cosa significasse fare la spesa». Curiosa è anche la storia di Suwarno Suwarno, insospettabili 59 anni, che ha «acquisito» un cognome quando è approdato a Roma nel ‘79. «Sono nato sull’isola di Giava e lavoravo come impiegato in ambasciata. In realtà, avrei dovuto trasferirmi a Washington, mi offrirono però un lavoro al ministero degli Esteri e dovetti assolutamente conseguire la patente. Sul nostro passaporto non si girava con il cognome, così stavano per negarmi il documento. Quando chiesi agli agenti capitolini di poter "adottare'' il mio nome anche a mo’ di cognome, loro capirono e io mi sentii accolto. E da allora mi chiamo Suwarno Suwarno».