Sei in Archivio

Cultura

Padre Lino saio d'amore e speranza

Novantesimo anniversario della morte. Il suo messaggio è nel cuore dei parmigiani

di Giancarlo Gonizzi -

12 maggio 2014, 19:48

Padre Lino saio d'amore e speranza

Uno sparo. Colpi di fucile a brevissimi intervalli. Le persiane di Borgo Sant' Anna sono sbarrate e là, in fondo alla via, una barricata blocca il passo. Il carcere di San Francesco è poco oltre e, all’ombra delle sue mura, si stende il rione popolare del Naviglio. È la calda estate del 1922. Gli spari riprendono, fischiano le pallottole. Un saio si avvicina. Una voce grida: «Non sparate! È Padre Lino» e la sparatoria cessa all’istante. 16 maggio 1924: i detenuti di San Francesco volevano rivedere il loro cappellano. Come ad abbracciarlo per l’ultima volta, avevano inchiodato le tavole che ne avrebbero avvolto il corpo. Da due giorni un fiume di folla andava a porgere il suo saluto nella chiesa dell’Annunziata. La notte del terzo giorno la salma giunse alle carceri. Il dolore univa direzione e reclusi, guardie ed ergastolani. «All’ora stabilita portammo la bara a spalla. Quando i cancelli del carcere furono aperti, noi reclusi ci trovammo fuori come per incanto. Nessuno di noi tentò di fuggire... Noi stessi abbiamo accomodato la bara sul carro funebre, e quando il carro si è allontanato, senza che nessuno ce lo dicesse, siamo rientrati, tutti, silenziosamente nelle nostre celle».
Due istantanee, che ci offrono una chiave per leggere - nel novantesimo dal suo «transito» - l’esistenza di un piccolo frate dalmata che aveva camminato per trent’anni lungo le strade di Parma. Sandali che camminano, mani che si aprono, poche parole, quotidiana fatica del cercare. Convento, galera, ospedale, scale, notte in bianco, caffè forte, sigaro, rosario, questura, fagotti, pacchetti, boccette, lenzuola, fascine, pannolini, buste, cambiali, breviario... questa la sua interminabile giornata, riassunta dalle sue stesse parole: «Signore, se non fosse per te, come potrei fare questa vita?». L’uomo che poteva fermare, anche solo per un istante, con la sua presenza silenziosa, la scena di una guerra civile; l’uomo che poteva far rientrare in cella, nel silenzio, i carcerati usciti a portare la cassa d’acero, aveva speso ogni minuto della propria esistenza - bràc da miséria - per cercare l’uomo, oltre ogni miseria, oltre ogni dramma, oltre ogni divisione. Cercare l’uomo per sprofondarlo nella speranza che solo un altro Uomo può offrire. Un’eredità che novant’anni dopo, in un’Italia frantumata e «liquida», in cui ogni parola è polemica e ogni gesto è scandalo, ci impegna ancora a superare barriere, a tendere mani, a cercare, quotidianamente, nel silenzio, di camminare insieme. Verso l’Uomo.