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CANNES 2014

Il grande sbarco sulla Croisette

Il Festival apre le danze con «Grace» e omaggia la divina Sophia Loren

di Filiberto Molossi -

14 maggio 2014, 16:04

Il grande sbarco sulla Croisette


Sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Paolo (Sorrentino...) s’è cinta la testa.
Sophia docet
Il cinema? E’ un gioco per signorine. Col petto ancora gonfio per l’Oscar a «La grande bellezza» (eh sì, cominciò tutto da qui: da quella prima proiezione sulla Croisette), sbarchiamo a Cannes - sotto lo sguardo sornione del magnifico Marcello Mastrioanni che campeggia da ogni manifesto - calando un tris di donne: Alice Rohrwacher (e sua sorella Alba) a sorpresa in concorso con «Le meraviglie», un film inclassificabile (tra echi de «Lo sceicco bianco» e altri di «Non è la Rai») che più outsider non si può, Asia Argento (amatissima in Francia) che torna dietro la macchina da presa camminando sul filo scomodo e sottile dell’autobiografia con il suo «Incompresa» (in «Un certain regard») e la diva assoluta Sophia Loren (80 anni a settembre), che il Festival omaggia con la proiezione della copia restaurata di «Matrimonio all’italiana» ma soprattutto affidandole la masterclass, la lezione di cinema riservata ai più grandi.
E che a Cannes 2014 il presente sia donna appare evidente anche per altre due ragioni: una presidentessa di giuria del calibro di Jane Campion e un’inaugurazione regale - quella di stasera - dedicata a un’attrice (e non solo) leggendaria. I nostalgici già gridano alla lesa maestà, ma si devono rassegnare: la Croisette oggi sarà più che mai «Graceland». La 67esima edizione del Festival apre infatti le danze con «Grace», il contestatissimo biopic dedicato alla mitica Kelly, prima musa di Hitchcock e poi inarrivabile principessa di Monaco. Il film, pronto da mesi, è stato fortemente osteggiato dai figli di Grace (che lo hanno bollato come «inutile») ed è venuto alla luce dopo una gestazione (pesanti i conflitti tra il regista Dahan e il produttore Weinstein) particolarmente complessa: ma, tra molti dubbi, ha il merito di portare in passerella Nicole Kidman, che si misura (un bel rischio) col mito Grace.

La gara

E il resto? Di tutto e di più, come sempre: con un concorso (18 in gara) che spazia tra grossi nomi e vecchi amici. Il programma è denso e accattivante, ma la sensazione sulla carta è che il direttore artistico Thierry Fremaux, alla sua ultima edizione, abbia voluto andare un po' troppo sul sicuro, permettendosi un numero limitato di colpi di testa. E così se è foltissima la pattuglia degli habituè - da Loach a Leigh, da Cronenberg (che ci riprova con Pattinson, stavolta mettendo nel mirino l’industria dei sogni hollywoodiana) ai sempre vincenti Dardenne (con la storia attualissima di una donna che per salvare il suo impiego deve convincere i colleghi a rinunciare al premio di produzione...), da Egoyan (con «The captive», un thriller gelido che potrebbe rilanciarlo) al favoritissimo Ceylan (che in un’innevatissima Anatolia porta una storia di ibernazione esistenziale) -, la parte del regista innovativo e del grande sperimentatore potrebbe toccare a un autore di anni 84 che risponde al nome di Jean-Luc Godard: proprio lui, il padre padrone della Nouvelle vague che con «Adieu au langage» si misura col 3 D (come avrebbe voluto fare anche il suo allievo e amico di sempre Bernardo Bertolucci) per raccontare una storia di incomunicabilità, riflettendo però, ancora una volta, sul linguaggio e la sintassi del cinema. Ma per la Palma sono molti i nomi da tenere d’occhio: il giovane Dolan, ad esempio, che, scoperto a Cannes e passato l’anno scorso anche a Venezia, con «Mommy», racconta di una vedova chiamata all’impresa di crescere il figlio 15enne; Assayas (che difficilmente delude) con «Clouds of sils Maria», una sorta di «Eva contro Eva» in parte girato in Val Gardena; ma anche il quotatissimo Hazanavicius, quello di «The artist», che in «The Search» rifà «Odissea tragica» di Zinnemann nella Cecenia del 2000, durante l’invasione russa. Molto però, personalmente, ci attendiamo da Bennett Miller (di cui abbiamo amato «L’arte di vincere»), che con «Foxcatcher» rievoca una storia vera passando dal mondo del baseball a quello della lotta e da Andrey Zvyagintsev, già Leone d’oro a Venezia con «Il ritorno», che mira altissimo già nel titolo: «Leviathan». Se poi la vicenda di due giovani che vengono lapidati perché non sono sposati (è successo davvero) farà più che discutere (dirige il mauritano Sissako), c’è attesa anche per il nuovo western di Tommy Lee Jones (in un film che avrebbe voluto fare Paul Newman) e appaiono intriganti gli incroci pericolosi delle sei storie di «Relatos salvajes», il film dell’argentino Szifron prodotto da Almodovar. A chiudere il concorso, il secondo film in un anno dedicato a Saint Laurent (stavolta raccontato da Bonello) e il mistery della giapponese Kawase, unica donna in gara insieme alla nostra Alice Rohrwacher, che ambienta in un universo rurale e «altro» la vicenda di una famiglia di apicolotori tentata dalla tv...
Fuori concorso
Molto, anzi moltissimo da vedere: tra lunghezze improbe (dalle 3 ore e 16’ di Ceylan alle 2 h e 29’ di Hazanavicius e Leigh) e fascinazioni potenti. Anche se poi le vere scommesse e i colpi di tacco del Festival saranno probabilmente lontano dalla gara, fuori concorso, nei territori preferiti da «cacciatori di perle». Qualche esempio? Il primo film da regista del divo Ryan Gosling, «Lost river», una favola dark, «Bande de filles», riflessione sull’adolescenza della Sciamma (regista del notevole «Tomboy») che apre la Quinzaine, i nuovi film di Zhang Yimou, Jessica Hausner e David Michod (quello di «Animal kingdom»), il doc di Loznitsa sulla crisi ucraina, «Eleanor Rigby» di Ted Benson, un western danese con l’ex dio del pallone Cantona o «The tribe», film muto in cui si parla solo col linguaggio dei gesti. E’ alla «Semaine», dove arriva anche l’italiano Sebastiano Riso con «Più buio di mezzanotte», dedicato alla vita di Fuxia, una nota drag queen catanese. A proposito di italiani, non solo donne quindi: Leonardo di Costanzo e Vincenzo Marra figurano tra i coautori del collettivo «Les ponts de Sarajevo». E Fulvio Risuleo porta il corto «Lievito madre» in Cinéfondation. Che la grande abbuffata cominci, dunque: tranquilli, la prova costume è salva. Di idee e immagini non si fa mai indigestione.