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Vita, gabbia deforme di dolore

«Anime metalliche», opere di Elisabetta Poli alla Galleria International Line di via Traversetolo da sabato al 7 giugno

16 maggio 2014, 22:43

Vita, gabbia deforme  di dolore

Elisabetta Poli è nata nella Bassa, a Sissa, e fin da bambina ha guardato il padre Erques battere il ferro. Ha sentito il sapore del metallo entrarle nelle narici e imprimersi nella mente, prima ancora del profumo languido del grande fiume che scorreva a poca distanza dalla sua dimora.
Il padre rientrava a casa dopo una giornata di duro lavoro e parlava di ferro, ci si nutriva di quell’odore e di quel sapore. E lo si custodiva nell’anima, magari senza saperlo, lo si portava con sé, a distanza di anni, lontano dal paese natio. Elisabetta da adulta, molto adulta, un giorno si è ricordata di quel sapore, come un grido ancestrale che per troppo tempo era rimasto soffocato. Ha sentito il richiamo del ferro. In un negozio di ferramenta, vide un rotolo di rete metallica e ne fu attratta come se un mantra si fosse sprigionato da quella materia luccicante. Si avvicinò e la accarezzò, accorgendosi che poteva plasmarla, che poteva trasferire le suggestioni covate a lungo nel cuore su quella sostanza fredda e amorfa e farla rivivere in qualcosa di più nobile. Ne acquistò un trancio, la portò a casa, le sue mani iniziarono a correre su quelle trame rigide, senza paura. Comprò altre reti, fece altre forme astratte, poi si procurò vernici, pannelli, strutture di cartapesta, cornici, dove cominciò ad incastrate o avvolgere le sue creazioni, ascoltando solo e soltanto la forza che aveva dentro e che la spingeva a continuare a plasmare la sua materia ancestrale.
La scultrice Elisabetta Poli non ha fatto scuole d’arte né frequentato studi di scultura o laboratori di design, il suo curriculum è semplicemente la sua vita, trascorsa ad ascoltare il suo animo più profondo e nascosto. La sua prima mostra personale, che si terrà alla galleria d’Arte International Line (via Traversetolo, km 11) da sabato al 7 giugno, si intitola «Anime metalliche». La rete metallica è la materia predominante, le sue creazioni sono gabbie che si stagliano nello spazio, lo inglobano, si fanno attraversare dalla luce. La gabbia viene deformata, tagliata, penetrata da chiodi metallici che lacerano la materia e consentono all’energia e al dolore di uscire. La rete metallica diventa simbolo di liberazione o sinonimo di incarcerazione. La Poli vede la sofferenza della donna e la sottolinea nelle parti quasi anatomiche devastate dalla violenza, il corpo trafitto da sbarre acuminate o da fori grondanti. La materia si fa dolore, il metallo si fa soggetto e oggetto di martirio, interagisce con i simboli e li ingloba in una sorta di concrezione che lascia sbigottiti. Il contrasto tra materia e vuoto, evocato dalla struttura a maglie di varia tessitura, è un viaggio nelle tensioni dell’esistenza, un motivo di riflessione sull’incongruità della forma e sul delirio della materia. R. Cu.