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cultura

Loretta, il lago, la fuga di Canzio

Il racconto della domenica

di Gianni Croci -

18 maggio 2014, 23:58

Loretta, il lago, la fuga di Canzio

L'ultima visione che Canzio aveva avuto di Loretta era il braccio che spuntava dall'acqua del lago, la mano che muoveva le dita, un segnale per esprimere una parola, ma la ragazza era muta. Aveva l'acqua alla gola, i capelli in bocca, sbatteva la testa di qua e di là, andava sotto e riemergeva come una bambola di gomma sul calmo movimento del lago. Canzio era fuggito in preda al panico. Non si era neppure reso conto che Loretta stava in mezzo al lago e stava affogando. Era caduta per una stupida civetteria di mostrargli le gambe; un motoscafo a tutta velocità aveva sfiorato la barca e mosso la calma del lago, Loretta aveva perduto l'equilibrio precipitando in acqua.
Loretta era stata tratta in salvo in extremis dal Corpo Forestale del lago. Ricoverata in ospedale dopo un breve intervento di cure e prognosi riservata era stata dichiarata fuori pericolo. Dimessa, era tornata a casa dove viveva da single, insieme a un marito separato, e godeva la sua libertà che non l'aveva mai abbandonata e con il tempo che trascorreva le pareva sempre, ogni giorno, più che mai preziosa.
Canzio lo aveva conosciuto occasionalmente, gli era sembrato un bravo uomo, una persona affidabile. Erano usciti insieme alla sera per assistere a un qualche film d'autore al cinema Edison. Una sala per cinefili. Come aveva potuto piantarla lì in mezzo al lago e fuggire sulla barca e mettersi in salvo? Non lo aveva considerato un pavido, una persona dalla coda di paglia. Un debole al punto da fuggire davanti al dramma di una amica, così si definiva Loretta, che per un gioco era finita in acqua. Non fa parte poi del giuoco femminile mostrare le proprie bellezze: le gambe? Una debolezza. Pagata cara. Con tanta paura e la fortuna dalla sua parte.
Canzio dopo i primi interrogatori era stato portato in carcere. Nelle sue dichiarazioni c'erano buchi tali, incongruenze, contraddizioni, confusione di pensieri, perdita di memoria, che facevano nascere il sospetto del progetto di un delitto che alla fine si era risolto per il meglio, ma secondo il capitano dei carabinieri Delbosco con il dubbio di un omicidio con premeditazione.
Il capitano Delbosco aveva insistito: «dica la verità voleva lasciarla affogare quella povera ragazza. Ce ne spieghi la genesi, le motivazioni. Perché. Un motivo ci dovrà pur essere alla base di quella sua fuga. Eppure lei è un impiegato modello, dalle informazioni che ci hanno dato i suoi superiori della banca in cui presta servizio. Se ci dirà la verità poi si sentirà meglio. E anche noi andremo a casa».
Canzio non aveva nulla da dire. Tranne, come ripeteva ch'era fuggito con l'instinto di conservazione dimenticando che dentro al lago, e stava per affogare, c'era la sua amica Loretta. Cosa gli aveva preso? E chi era in grado di dargli una spiegazione. Lui viveva dentro l'oscurità più totale. Non aveva validi motivi per volere Loretta morta. E poi lui non era neppure capace di ammazzare una mosca. La ragazza era una sua amica con la quale si trovava di tanto in tanto per un cinemino o una tazza di cioccolata calda quando il freddo penetrava nelle ossa. Non si erano promessi niente e stavano bene dove e come stavano. Non erano in difficoltà economiche, non pretendevano la luna. Ognuno con il proprio zaino di dolori che si portava appresso fin dal primo mattino quando metteva i piedi giù dal letto e toccava il freddo pavimento. Il rimedio non esisteva e bisognava continuare a girare su se stessi come una girandola sopra il tetto con il solo movimento del vento. Era questo che il capitano Delbosco non riusciva a capire. Canzio capiva di essere nei guai: ma era un probabile assassino? E chi era in grado di capirlo, con totale onestà di uomo e non di grado o di titolo ufficiale?
Si coricò sulla brandina ma non riuscì a prendere sonno.