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Alice nelle meraviglie del Festival

E' il giorno della Rohrwacher, unica italiana in gara: qualche fischio ieri all'anteprima per la stampa. Applausi per il «Saint Laurent» di Bertrand Bonello, ritratto del lato oscuro del genio della moda

di Filiberto Molossi -

20 maggio 2014, 17:57

Alice nelle meraviglie del Festival

Ha una surreale (e talvolta lirica) autenticità - e nessun cliché, nessun artifizio -, il film, piccolo e irrituale, non solo per i canoni del nostro cinema, che rappresenterà oggi l'Italia in concorso a Cannes. Scarno e struccato, scritto sull'acqua, «Le meraviglie» della giovane Alice Rohrwacher (sorella di Alba, qui attrice) esce dall'anteprima della stampa con un applauso (seppure non particolarmente convinto) e un paio di fischi, reggendo, nonostante un approccio minimalista e alternativo, il confronto con film di autore ben più esperti e celebrati. La Rohrwacher, all'opera seconda, guarda ad Olmi e a Fellini (e non solo perché la giovane protagonista - Maria Alexandra Lungu, una scoperta -, si chiama Gelsomina...) raccontando, con stile asciutto, il quotidiano - nelle terre che furono degli etruschi - di una famiglia di apicoltori, strenui (e ultimi) difensori di una civiltà contadina destinata a scomparire. Un regno, in cui si è liberi come nessuno e insieme prigionieri, primitivo, arcaico, fuori dal tempo e dal mondo: non luogo da cui si può fuggire solo attraverso la brutta televisione (rappresentata da una Monica Bellucci che non ha paura di mostrare le rughe) e le canzoni di Ambra. 

E sul red carpet, sempre in concorso, sfila tra gli applausi anche il «Saint Laurent» di Bertrand Bonello, che offusca, con la sua personalità antididascalica e l’anima rock, il ben più tradizionale e modesto biopic che Lespert ha appena dedicato alla figura controversa dello stilista. Che nelle mani del 46enne regista di Nizza diventa invece un personaggio da melodramma, un uomo solo - unico e ultimo - chiamato a vestire l’abisso: un fragilissimo gigante schiavo delle sue pillole che agli amici, quasi scusandosi, diceva: «Ho creato un mostro e adesso devo conviverci». Non tanto una biografia (la pellicola si muove, in maniera non lineare, tra il ‘67 e il ‘76, per poi saltare direttamente all’89) né il racconto della storia d’amore con Pierre Berge: ma un film, quasi totalmente privo di luce naturale, psichedelico, sul corpo dell’artista, sul tormento di un creativo che mutò per sempre il mondo della moda ma non era in grado di cambiare da solo una lampadina rotta.
Storia dell’uomo che combattè la guerra dell’eleganza e della bellezza, «Saint Laurent» si insinua dentro la ricerca ossessiva della perfezione, dove il talento diventa marchio, ma anche commercio e maledizione: consapevole che quel che conta è lo stile (e non le mode, «cha passano come un treno»), Bonello lavora come un sarto sul dettaglio, usando ago e filo per cogliere la nuda verità del particolare. E sul film, interpretato bene assai da Gaspard Ulliel (ma c’è spazio per un cameo anche delle nostre Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi) e da uno strepitoso Helmut Berger (il Saint Laurent morente dell’89), lascia una firma d’autore: quelle riprese di nuca, gli specchi, le soggettive sfocate, così come anche i movimenti lenti, delicati, precisi. E uno split screen che omaggia i dipinti di Mondrian, gli stessi che ispirarono una celebre collezione dello stilista.
Meno «da concorso», anche se bizzarro e divertente, invece «Relatos salvajes», una sorta de «I mostri» (il classico di Risi) in versione argentina. Una tragicommedia cinica e grottesca che si muove sul filo del paradosso e della coincidenza. Una lite stradale, un esperto in esplosivi vittima della burocrazia, un ragazzo di buona famiglia che investe una donna incinta, un folle matrimonio dove ne succedono di tutti i colori: episodi differenti che hanno però in comune gli scherzi del caso e la perdita di controllo. Dirige Damian Szifròn (mai prima d’ora a Cannes), produce (e si vede) Almodóvar, di cui il film ricorda certi eccessi prima maniera, ma si pensa anche a Landis: si ride liberamente (e sguaiatamente) senza troppa vergogna. Ma nemmeno gran costrutto.