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Il racconto della domenica

Quell'ultimo sburlone del Duca

di Gustavo Marchesi -

25 maggio 2014, 18:37

Quell'ultimo sburlone del Duca

A Capo di Lorno, il galletto segnavento volteggiava sul tetto della reggia come una trottola e strideva di continuo. Ferrando il duca si turava le orecchie: “Dateci dell'unto!”. Per quanto raccomandasse, il cigolio cresceva e sua altezza scappò dal locale sottostante, uno dei preferiti ma purtroppo intollerabile. E non era il solo fastidio. Piantato sopra un'asta mobile il galletto trasmetteva le sue variazioni a una freccia che ruotava nella stanza sfiorando il soffitto. Scirocco, tramontana, greco e maestrale inseguivano nel giro di poche ore le figure simboliche dipinte sulla volta, la rosa dei venti e lo zodiaco. Una bussola impazzita nella quale gli spiriti ansiosi scorgevano i riflessi degli ultimi avvenimenti continentali. In Francia la politica correva avanti e indietro: sì al ministro delle finanze Necker, no a Necker, sì ancora a Necker, sì-no a Necker. Il ministro aveva denunciato una sporca crisi economica e i grandi signori speravano di cancellarla, ignorando Necker. Per cancellarla ci voleva del sangue. Qualcuno s'incaricò di produrne in misura sufficiente, eppure i conti non tornarono. Per farli tornare, il generalissimo Napoleone Bonaparte, a capo di un esercito famelico, si trasferì in Italia e nel resto dell'Europa.
La sua richiesta era semplice, elementare: la borsa o la vita. Ferrando, al quale fu consigliato di andarsene, rifiutò di preparare i bauli. Doveva commissionarli a Parigi o a Londra, essendo anni che non viaggiava, e la spesa in quel momento gli sembrava eccessiva. Quando i francesi arrivarono, il mattino dell'8 maggio 1796, pregava nella cappella di San Fermo. Avrebbero potuto sgozzarlo ai piedi dell'altare, ma in Francia non gradivano una replica di Thomas Becket, un'imitazione all'inglese.
In attesa di ulteriori decisioni, gli concessero di rimanere a mezzo servizio. Un viaggiatore estero, ritornando a Capo di Lorno, trovò aumentata la guarnigione di corte. I francesi giorno e notte stringevano la sorveglianza al padrone di casa.

Parigi intanto nominava un suo osservatore con l'incarico di preparare la successione del ducato. Nell'autunno del 1802 Ferrando, ospite a pranzo nel convento dei minori cappuccini, bevve un orribile sburlone che pose fine altrettanto orribile ai suoi giorni, dopo tre di agonia. All'inizio del pasto (una desolazione) si era vantato come gastronomo: “Ieri sera ho fatto dei tagliolini d'incanto!”.

Suscita qualche perplessità negli storici l'esito della sua trasferta, ma non è assolutamente credibile che i fraticelli avessero collaborato con il funzionario parigino. In quei giorni al convento era un via vai di gente interessata a incontrare il duca, una folla nella quale non si mescolavano soltanto i sodali.

Forse Ferrando se la sentiva; da qualche tempo si interessava distrattamente agli affari di Stato, salvo i ritocchi alle tasse: niente di insolito da scoprire.

Ma scusate, detto fra noi, era la maniera di governare? Oh sì, certo, una maniera comoda, ma solo per lui.
Gli altri lo avrebbero voluto più vicino ai sudditi, più lontano dalla tavola, dove riuniva tutta l’erudizione del suo cuciniere, il paziente Bonfiglioli ...
Ore a punturare di champagne i fagiani che avrebbe bollito e macinato per un ripieno speciale dei tagliolini, una trovata di cui vantarsi.
Ma solo a corte, perché in campagna la gente si dannava a cavare le poche rape risparmiate dalla voracità dei cinghiali. Le mangiavano anche senza pulirle. La terra fa bene.