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Gli scenari

Pantani , quei segreti troppo scottanti

Dallo spaccio alle scommesse: cosa potrebbe aver "pagato" il 14 febbraio di dieci anni fa

02 agosto 2014, 14:29

Pantani , quei segreti troppo scottanti

Una linea d'ombra lunga dieci anni. Tanti ne sono passati da quel San Valentino di morte. Il residence «Le Rose» di Rimini, abbattuto nel 2009, è risorto in un elegante hotel con spa. E della stanza D5 rimangono solo le immagini fissate nel video degli investigatori quella sera. I dubbi, però, non si sono placati. Quegli interrogativi che la madre di Pantani ha buttato in faccia al mondo più volte - e che ora sono diventati un esposto-bomba - potrebbero trasformarsi in un atto d'accusa. Ma chi e perché avrebbe potuto uccidere Marco? L'ex re delle montagne era arrivato a spendere decine di migliaia di euro al mese in cocaina: un ottimo cliente. Quello che ogni pusher si augurerebbe. Ma il Pirata poteva diventare un avventore terribilmente scomodo. Troppo ingombrante quel nome famoso. Quel volto così conosciuto che attirava molte attenzioni, soprattutto sulla riviera, dove il business degli stupefacenti ha cifre da capogiro e «padroni» con collegamenti criminali di primissimo livello. Senza dimenticare, poi, che mamma Tonina aveva già puntato il dito contro alcuni spacciatori del figlio.
Pantani sapeva. Conosceva alla perfezione la geografia dello spaccio sulla riviera e le facce di chi bazzicava nei luoghi dello sballo. Nomi - probabilmente - anche di «perfetti conosciuti», che quel giorno o nelle ore precedenti aveva minacciato di rivelare. O forse conosceva segreti di quel mondo che qualcuno temeva potessero essere rivelati. Solo ipotesi, naturalmente. Ma anche episodi inquietanti agli atti del processo, come le due telefonate che l'ex campione fa alla reception dalla sua stanza tra le 10,30 e le 11. La prima volta dice che ci sono persone che lo disturbano, ma quando l'addetta sale e bussa alla porta, lui non risponde. Poi avrebbe biascicato qualcosa di incomprensibile. Venticinque minuti dopo, però, Pantani richiama e dice: «Ci sono persone che mi danno fastidio, chiamate i carabinieri». L'impiegata, secondo quanto ha raccontato, gli chiede se si sente male, ma lui avrebbe risposto con tono garbato: «Chiami i carabinieri, altrimenti lasci perdere, è la stessa cosa».
Fatto sta che nessuno entra in quella stanza. E se in quei momenti qualcuno stesse minacciando Pantani? Magari qualcuno che lui conosceva, perché quelle telefonate potevano essere state il modo per far capire a chi lo stava aggredendo che lui era pronto a fare il suo nome. Una o più persone che avrebbero potuto entrare e uscire dal residence senza essere visti, passando dal garage della struttura. Forse non c'era alcuna intenzione di uccidere, ma la lite potrebbe essere degenerata. E poi si è andati oltre, fino alla decisione di far bere a Pantani tutta quella cocaina.
Due mesi frenetici, gli ultimi vissuti dal Pirata. Ossessionato dalla ricerca della cocaina. E accanto a lui, oltre alla Korovina, c'è anche Michael Mengozzi, l'uomo a cui nell'estate 2003 i genitori avevano «affidato» il figlio per tenerlo sotto controllo, lontano dalla droga. Allora gestiva una discoteca sulla riviera, e nella sua casa di Predappio Pantani spesso si rifugiava. E' lui che il 27 dicembre 2003, oltre al medico del Sert Giovanni Greco, arriva nella camera dell'hotel Touring di Rimini: Pantani sta male, e c'è cocaina ovunque. Mengozzi lo porta via con sé. Ma la caccia alla polvere bianca continua anche nei giorni successivi, finché il 13 gennaio Marco si trasferisce a Milano, a casa della sua manager, Manuela Ronchi. Ma la convivenza con la donna e la sua famiglia dura poco più di una settimana: Pantani viene sorpreso a drogarsi in casa. A Milano arrivano anche i genitori del Pirata. E scoppia lite. Poi, una nuova fuga: il campione lascia l'appartamento della Ronchi e va a stare in un hotel vicino alla stazione centrale. Ma è sulla riviera che vuole tornare. Ed è a Rimini che il 9 febbraio si fa accompagnare in taxi.
Il giro della droga. E dei nomi scottanti che avrebbero potuto emergere, se Pantani avesse parlato. Ma non si possono nemmeno dimenticare gli scenari che da anni la famiglia di Pantani adombra, anche se paiono ormai in secondo piano rispetto all'ipotesi che si debba cercare nel mondo dello spaccio. Tuttavia, nel 1998, in quella stagione d'oro, quando Pantani aveva vinto tutto, si era fatto molti nemici, secondo i genitori: gli sponsor delle squadre concorrenti alla Mercatone Uno, quella per cui correva Pantani, che non digerivano il campione senza rivali. Ma anche il mondo del doping e quello delle scommesse clandestine compaiono spesso nelle parole di Tonina e Paolo Pantani. E il pensiero va subito a Madonna di Campiglio, al 5 giugno 1999, quando il Pirata fu bloccato per quell'ematocrito due punti sopra il limite. Nessuna positività a sostanze illecite (e poi nessuna condanna per doping), ma la sospensione di due settimane dal Giro per tutelare la sua salute. Bisognava forse fermarlo perché, come portavoce del gruppo, era contrario ai prelievi del Coni e favorevole a quelli dell'Uci?
C'è poi quella pagina del libro «Il fiore del male» di Renato Vallanzasca, in cui l'ex boss della Comasina racconta che, pochi giorni prima del 5 giugno 1999, aveva ricevuto la proposta da parte di un detenuto di scommettere contro il «pelatino» perché sarebbe stato espulso. Lui rifiutò. O, almeno, così ha detto. Ma da allora il Pirata ha cominciato il suo esilio. G. Az. 

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