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La festa induista: dolci, incensi, colori e spiritualità

di Stefano Rotta -

04 agosto 2014, 19:47

La festa induista: dolci, incensi, colori e spiritualità

Si è celebrata sabato sera, nel tempio di Frescarolo, la festa induista della comunità indiana di Parma. In una meravigliosa cornice di colore e calore, centinaia di persone provenienti perlopiù dal Punjab si sono ritrovate, per senso di amicizia e comunità religiosa. Lì sono stati celebrati i riti della tradizione sacra induista. Un tempo non era facile raggiungere i luoghi consacrati, così era usanza offrire cibo a chi arrivava. Questo anche a Frescarolo, in una deliziosa notte di inizio agosto. Tutto si è svolto in una cornice che anche visivamente unisce due culture: le balle di fieno dei nostri poderi e il fumo dell'incenso di un braciere.
Alcune ragazze, venute in Italia con la famiglia da bambine, ci hanno raccontato chi sono. Radhika, 24 anni, di Diolo, è nata in Punjab. Ci dice che il posto è molto simile a qui, una pianura coltivata, ma che le estati sono molto più calde. «Mio padre è operaio, era già qui prima che arrivassi. Adesso sono disoccupata, sto cercando un lavoro nel campo turistico alberghiero, settore in cui sono diplomata». Più giovane l'amica Kamal, 19enne di Orzinuovi, provincia di Brescia. «Ho appena fatto la maturità. Ora tento radiologia». Ti senti italiana o indiana? «Mi sento italiana in tutto, sono cresciuta qui. Anzi noi quando torniamo in India abbiamo bisogno del visto, come voi. Il nostro passaporto è italiano». Il suo italiano perfetto, l'accento piacevolmente orobico.
Con lei anche Prety, 17 anni, che sta studiando per fare la parrucchiera. Ci spiegano i riti per cui sono convenuti: «Jagran, la veglia notturna, dove si canta fino a ora tarda, Aarti, i canti di benvenuto in cui si raccontano storie divine, l'accensione del Jot». Interessante l'offerta di cibo, in cui si segnala lo Jalebi, dolce preparato con la farina di ceci e lievito, che viene poi fritto e servito con lo sciroppo di zucchero. Per bevanda, oltre alle classiche (tutte senza alcol), un bicchiere di latte con sciroppo di rose. Ashu, un ragazzo di Polesine, operaio, ci spiega con cortesia come vengono preparati i cibi. «Non mangiamo carne perché pensiamo non sia necessario ammazzare per nutrirci».
Incontriamo anche alcuni ministri di culto, monaci induisti, fra cui Svami Priyanandagiri, ligure, che vive nel monastero di Altares, vicino Savona; abbracciando la religione induista ha perso il proprio nome italiano. Ci parlano di «rispetto e di energie spirituali prese dai piedi», che in questo cascinale, all'interno e all'esterno dei luoghi di culto, sono rigorosamente e allegramente nudi. Fra gli organizzatori di questa iniziativa anche Sharma Lalit, addetto alla produzione del latte, attivo nel tessuto locale indiano, ormai del tutto integrato con quello padano.