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Storia di Parma

Alluvioni a Parma, una storia antica

La recente esondazione del Baganza non è che l'ultima di una serie di piene disastrose di cui si hanno notizie sin dal medioevo. Memorabile quella del 1177 che interessò l'area dove ora sorge la Ghiaia e che deviò il letto della Parma

di Christian Stocchi

27 ottobre 2014, 20:59

Alluvioni a Parma, una storia antica

Anche prima del Novecento e dei fatti più recenti, come l'esondazione del Baganza, la storia che lega Parma ai suoi corsi d’acqua è lunga e ricca di episodi drammatici: fonti di vita da un lato, torrenti e fiumi furono causa di carestia e di morti, dall’altro, soprattutto in occasione delle piene. Già nel Medioevo si registrarono eventi che lasciarono il segno. Una delle più delle più memorabili piene fu quella che interessò in particolare nel 1177 l’area dove ora sorge Piazza Ghiaia. Lo stesso nome della piazza infatti si deve ai detriti ghiaiosi depositati dal torrente Parma in quell’anno, quando piogge straordinarie si riversarono sulla città e sulla montagna parmense, causando una piena dagli effetti devastanti.
A quei tempi gli strumenti per tutelare i territori dai rischi idraulici erano del tutto inadeguati e si registravano non di rado allagamenti nelle strade della città. L’alluvione del 1177 interessò vari corsi d’acqua: Taro, Parma ed Enza. Il torrente Parma straripò a ovest, invadendo l’Oltretorrente (allora denominato Cò di Ponte). I detriti ghiaiosi finirono col ricoprire addirittura l’antico ponte romano. La conseguenza più significativa e duratura fu tuttavia che il letto del torrente Parma rimase deviato definitivamente di 130 metri.
«Dal lato Est del torrente – come si spiega nella ricostruzione offerta dal sito dell’associazione « Parmachesiparla» - venne così a crearsi un’ampia zona ghiaiosa, che prese il nome di “Giara piccola” (nella zona dell’attuale via Romagnosi) e di “Giara grande” (l’attuale Piazza Ghiaia). Entrambe le aree si trovano tuttora al livello del fiume, quindi più in basso dei manufatti difensivi divenuti poi, nell’Ottocento, Lungoparma». Quegli anni, d’altra parte, dovettero essere piuttosto drammatici, se già nel 1180, sul nostro territorio di vissero altri drammatici momenti, con un’alluvione che causò il totale allagamento delle zone tra il Taro, il Parma e l’Enza, interessando peraltro ulteriori zone del Nord come il Ferrarese.Naturalmente, i pericoli maggiori sul Parmense incombevano soprattutto dal Po: nel 1122 si registrò un’alluvione che interessò larga parte delle campagne parmensi. Nel secolo successivo, ci furono un allagamento del contado parmense nel 1270 e la grande inondazione del Po del 1294.
Il triste destino non era un’esclusiva di Parma: nel 1284 si registrò un’alluvione che procurò enormi danni in particolare (ma non solo) a Mantova e Cremona; inoltre, riguardo al Reggiano, Salimbene de Adam narra: “E lo stesso anno 1276 un martedì in nel finir di giugno, alla vigilia di San Giovanni Battista (23 giugno) venne giù un gran diluvio d’acqua da ogni parte del cielo» (traduzione di Giuseppe Tonna): l’alluvione finì col sommergere Reggio città e gran parte della pianura. Anche il Taro causò vari danni. Nel XIII secolo una notevole alluvione di questo fiume rese necessaria la ricostruzione della Pieve di San Genesio.
Se ancora oggi Colorno costituisce un nodo idraulico assai delicato, il paese nelle cronache ritorna spesso per le alluvioni. Una delle più drammatiche fu quella del Po del 1411, che colpì anche Torricella, Brescello e Guastalla («Non ostante che il Po nel Maggio […] – scrive Ireneo Affò – tutto innondasse [sic] il Colornese con molto detrimento degli abitanti […]»). Altre esondazioni si registrarono nel 1481 (e nel 1437 nel Casalasco).
Anche nei secoli successivi il Po ciclicamente causò danni e preoccupazioni agli abitanti del Parmense (memorabili furono le piene del 1833 e del 1872). Ma, tornando al torrente Parma, se l’annus horribilis fu il 1868, quando il corso d’acqua inondò l’Oltretorrente, superando i 2,5 metri di altezza e provocando venti morti annegati, già nel 1864 si era registrato un rilevante allagamento “de d’la da l’acqua”, causato dalle modifiche dovute alla costruzione della nuova barriera Vittorio Emanuele II. Questi interventi avevano imposto la demolizioni di centinaia di metri di mura cittadine, «esponendo strada S. Francesco (attuale Via N. Bixio), alle eventuali piene del torrente Cinghio e Cinghio Baganza che a quel tempo scorrevano a cielo aperto in città e nelle campagne limitrofe», come spiega il sito della parrocchia di Ognissanti dove è racchiuso il racconto di una vicenda recuperata attraverso le iscrizioni sui muri di una stanzetta, una sorta di nicchia sopra la sacrestia.Dai “graffiti” si scoprì dunque che «le testimonianze in realtà sono state lasciate in due periodi diversi: il 1868 ed il 1899 da due persone distinte che si sono firmate rispettivamente Antonio e Ulderico. Riteniamo che Antonio fosse un certo Ruggeri Antonio mentre Ulderico si chiamava sicuramente Ferrari, ma di entrambi non conosciamo altro. La nostra attenzione è stata catturata dalla data: 21 settembre 1868, giorno infausto per l’Oltretorrente. Stando in questa stanzetta in cui con difficoltà si riesce a stare in piedi, dove l’unica luce entra da una finestrella che guarda il cortile, ci siamo immedesimati in Antonio che, probabilmente, spaventato si era rifugiato in un punto abbastanza alto, quindi sicuro, da cui vedeva l’acqua salire ed inondare ogni cosa. Abbiamo tradotto i suoi scritti mentre pensavamo all’angoscia che lo attanagliava nel vedere galleggiare le suppellettili e tutti gli altri oggetti della chiesa».
Forse il nostro avo annotò le sue emozioni la sera stessa 21 settembre poiché non c’è alcun accenno a danni o distruzioni; «è quindi lecito immaginare – continua la ricostruzione su www.parrocchiadiognissanti.it - che Antonio, nel vedere l’acqua inondare la chiesa, abbia cercato un ricovero alto e al lume di candela abbia scritto con mano incerta le seguenti frasi: “21 settembre 1868 Parma. Il torrente inonda tutti.” Il 21 Settembre 1868 Il torrente Parma veniva giù rompigliando le ali del ponte Capra Zucca inondava la Città tutta di qua del torrente mettendo a fine vino suppellettili e qualunque altro genere di roba da chiesa. Ed ancora sul soffitto “… piove … quanta acqua… vittime”».
Anche l’Appennino subì ingenti danni. Come riportò la “Gazzetta”, la “Parmossa” inondò parecchi fabbricati di Capo Ponte “trasportando nell’ impeto della sua corrente molte granaglie e merci d’ogni sorta”. Forse in quei giorni non ci fu piena consapevolezza dei rischi. Il cronista scrisse: “Il pensiero che la Parma era più dell’usato ricca d’acqua non era tale da far lo punto sospettare che potesse improvvisamente irrompere con tanta veemenza.” Ma poi il giornale fu costretto ad annotare: “I danni recati nel suo cammino dall’impetuoso torrente, ora saltano maggiormente all’occhio e ci fanno rabbrividire, giacché se jeri ci parevano immensi, avevamo pur la speranza di ingannarci, oggi fummo certi invece che il desiderio ci aveva fatto velo.” Sembrerebbe quasi di leggere una cronaca di questi giorni, se non fosse che quella piena lasciò sul campo numerose vittime.