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Arundo, ad ogni vendemmia nuove sensazioni

Il vino a cura di Andrea Grignaffini

di Andrea Grignaffini

20 febbraio 2015, 16:34

Dopo anni di perizie, carotaggi, e analisi condotti sui suoli dell’ecumene vinicola altrui due appassionati geologi legati da un sodalizio professionale ventennale, decidono di emanciparsi e scommettere su un percorso enologico tutto loro.
Correva l’anno 2007 e Vigna Meridio nasceva così, come esito di un percorso professionale costruito su presupposti solidi, terragni, ben piantati nella trama della bruna terra di Chiaramonte Gulfi, provincia di Ragusa, dove trova genesi la produzione di Gianni Salafia e Gaetano Luca.
Due loro, come due le dominanti pedologiche di questo ettaro di terra ciottolosa, calcarea da un lato e sabbioso-marnosa dall’altro, poggiate a loro volta su due substrati ulteriori, calcarenitico il primo e marnoso il secondo. Una terra prospera in minerali e prodiga di elementi organolettici su cui Gianni e Gaetano, dal 2007 chiamati da tutti con l’appellativo di geologi vignaioli, hanno issato gli alberelli iblei dei tre vitigni prediletti: Alicante, Nero d’Avola e Frappato.
E così, risalendo le origini ctonie che lo determinano, si arriva a comprendere la magnanima ma fine trama di Arundo, l’unica etichetta di questa storia (per ora), che mutua il nome dal latino con cui si designava la canna che tradizionalmente veniva usata in zona come naturale supporto per la vite.
La tradizione, del resto, per loro è un dogma da ricostruire e ripercorrere fedelmente, perfino fisicamente durante le sempiterne incombenze quotidiane e che la sua corretta esegesi, del resto, sempre comporta e che sono innumerevoli e sconosciute a chi non condivide il loro credo.
Per il profano, difatti, si tratta nient’altro che di una serie di apparenti minuzie comportamentali che sembrano sussistere più a carattere rituale che altro, ma che invece la perizia geologica da un lato e la trama fitta e complessa di Arundo dall’altro non fanno che confermare.
Come la raccolta della liama, che avviene in una precisa fase lunare e la sostituzione della suddetta anno per anno. Una tradizione enologica che esige esclusività nei trattamenti e assolutezza in termini di concentrazione, che i due adempiono senza fatica apparente in virtù dell’affetto per la loro vigna cui «tengono come a una figlia femmina…»
E, infatti, solo la liama, il filo d’erba locale utilizzato per fissare la vite alla canna, ogni anno viene lasciata cadere su vigna Meridio, di cui diventerà parte integrante trasformandosi in humus, in un ciclo che conferma quanto la vite altro non voglia se non quello che proviene dalla ratio di madre natura.
Per tutte queste ragioni, la degustazione di Arundo ci ha regalato sensazioni vibranti, scalpitanti, come il trotto di un giovane puledro purosangue.
Un vino vivo, che cambia ogni anno esclusivamente in funzione delle annate, di cui è perfetta proiezione nonché emblema delle reazioni che queste han prodotto sui vitigni coinvolti ma che, a dispetto dell’irruente indecidibilità del clima, regala sempre un vino di grande freschezza, e di sicuro avvenire.