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Lezione di dialetto nel tempio della lingua

Cantoni al liceo classico Romagnosi

di Carla Giazzi

18 aprile 2015, 21:20

Lezione di dialetto nel tempio della lingua

Nel tempio della lingua, il liceo classico, irrompe il dialetto parmigiano. Romagnosi, assemblea d’istituto: in uno dei gruppi di lavoro va in scena una vera e propria performance di Gianpaolo Cantoni, comico dialettale e grande conoscitore del nostro vernacolo.
La sua specialità: le barzellette in parmigiano. Intrattiene gli studenti che affollano l’aula per oltre tre ore. Ma non solo con le barzellette. È anche una lezione, quella di Cantoni. Che i ragazzi seguono divertendosi. Sono stati proprio loro, del resto, a volere questa assemblea alternativa, in particolare Tommaso Moroni, rappresentante d’istituto, e il suo braccio destro nell’organizzazione, Martina Vecchi. Perché, spiegano, in una realtà come il liceo classico, così attenta alla cultura, ci deve essere più interesse verso il dialetto, anch’esso una forma di sapere e di attaccamento al territorio.
Insomma, le nuove generazioni devono, e vogliono, essere maggiormente stimolate, anche dalle istituzioni, ad avvicinarsi a questo registro espressivo non più visto, come un tempo, appropriato solo per i ceti sociali più umili.
In questa lezione tra il serio e il - molto - faceto, gli studenti del liceo classico Romagnosi possono cogliere le contaminazioni tra lingue «colte» e parmigiano.
Scoprono, ad esempio, che il nostro «partugàl» viene dritto dritto da un vocabolo greco che si pronuncia «portocáli»; vedono le influenze straniere, in primis dal francese, nel «pòm da tèra» e nel «tirabussòn»; apprezzano l’espressività di parole onomatopeiche come «scartocén» e «sciòp» che evocano il suono dell’oggetto indicato.
Imparano che il nostro usatissimo «bombén», in origine, era un cognome, quello del capo delle guardie friulano di Maria Luigia la cui bellezza era molto apprezzata dalle donne parmigiane dell’epoca, ed è diventato poi un aggettivo. E per introdurli alle differenze tra dialetto e dialetto del nostro territorio provinciale Cantoni lancia il suo parmigianissimo: «Mo co’ dit, ragàs?» al quale fa eco Tommaso, fidentino, col suo: «Sa ghèt, garsòn?».
Ma i giovani lo usano il dialetto? Qualche parola, qualche battuta, ci dicono quelli del Romagnosi. Rispondono alle «interrogazioni» di Cantoni alcuni un po’ timorosi, altri più audaci. C’è persino chi sa che in parmigiano tartaruga si dice «bissa scudlära», la biscia con la scodella.
Eppure, potrebbero essere proprio loro a mantenere in vita il nostro vernacolo. «Mi si chiede di venire a parlare del dialetto al liceo classico perché è una lingua defunta?» si domanda scherzando Cantoni. «Che rischia di essere ancora più defunta del latino e del greco, non avendo una tradizione scritta, se si eccettuano le poesie e qualche commedia dialettale». Perché non scompaia, quindi, va usata. E i giovani, che amano il linguaggio veloce, breve, ad effetto possono incontrarsi proprio per questo con il dialetto, e a partire dalle barzellette, forma di comicità fulminea, che in parmigiano sono più comiche, più musicali, più dirette. D’altronde, fa riflettere Cantoni, il parmigiano non declina il passato remoto, ma ha il futuro: il modo della speranza, il modo delle nuove generazioni.
Anche la rete, rapida e concisa, democratica e aggregatrice, dove tutti possono pubblicare tutto, sta diventando uno strumento di diffusione importante, si pensi all’esperienza di «Io parlo parmigiano». Navigare, dunque, o meglio «andär in sima a Internet», per salvare il dialetto.car,a