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Intervista

Fecci e le Terre Verdiane: "Orgogliosi di essere rimasti fuori da quel baraccone"

di Mariagrazia Manghi

25 giugno 2015, 22:44

Fecci e le Terre Verdiane:

Niente più Unione delle Terre Verdiane. Tra pochi giorni i Comuni aderenti delibereranno l’uscita dall’ente. Il progetto si spegne per gravi difficoltà gestionali, finanziarie e organizzative.
Dice la sua il Sindaco di Noceto Fabio Fecci che nel 2006, in controtendenza rispetto ai Comuni del Distretto decise di non far parte dell’Unione: «La nostra non è stata una posizione preconcetta perché abbiamo fatto parte dal 2000 al 2005 dell’Associazione Intercomunale Terre Verdiane per la gestione di alcuni servizi come l’informatica, turismo e catasto – riassume - Nel 2005, quando gli altri Comuni decisero per l’Unione noi scegliemmo di recedere. Allora ero Sindaco. La scelta di Noceto è stata dettata dalla convinzione che l’ente stava orientandosi verso una marcata politicizzazione e i costi complessivi, che gravavano sui Comuni associati, erano sproporzionati al reale ritorno di servizi ai cittadini, che poi pagano ogni scelta. Si configurava uno spreco di risorse pubbliche, e soprattutto mancava una visione concreta e condivisa rivolta al futuro, di programmazione e di intenti. I fatti oggi mi danno ragione».

Cosa pensa che succederà ora?
«La evidente cattiva gestione dell’Unione ha portato i Sindaci a dover percorrere questa strada. Oggi si aprono tanti problemi, la collocazione del personale ad esempio e il ripiano della situazione debitoria, che graverà pesantemente sulle spalle dei Comuni aderenti».
«Sono completamente soddisfatto - prosegue - di aver fatto in modo, nonostante le pressioni della minoranza dal 2005 al 2009, che Noceto non entrasse in quello che si è rivelato un “baraccone istituzionale”: credo che anche questa sia stata espressione di buona amministrazione. Noceto oggi è estraneo a questa vicenda dai risvolti ancora tutti da vedere».
E il futuro? «La norma regionale che ci impone oggi di gestire alcuni servizi in maniera associata mi trova favorevole. L’Unione deve reggersi su criteri ben chiari, deve poter beneficiare di contributi statali consistenti, comprendere territori con affinità e non in numero eccessivo e soprattutto deve produrre razionalizzazioni e migliore qualità ed efficienza per i servizi. E prima di arrivare alle fusioni, che dovrebbero riguardare inizialmente i Comuni tra i 3 ed i 5 mila abitanti, bisogna dimostrare che l’Unione funziona bene».