Archivio

Intervista

Notizie e Web: gorgo digitale

Michele Mezza, autore di un saggio sulle prospettive dell'informazione: «Oggi la velocità, che corre parallelamente agli eventi che racconta, sta sconvolgendo il giornalismo: ''Slow news no news'', diceva 30 anni fa la Cnn, oggi lo slogan è ''slow analysis no analysis''»

di Sergio Caroli

03 luglio 2015, 21:59

Notizie e Web:  gorgo digitale

Negli ultimi cinque anni gli introiti dei principali gruppi editoriali del mondo si sono ridotti, fra calo pubblicitario e flessione delle vendite di circa il 25%. Lo stesso è accaduto alle retribuzioni dei giornalisti e degli apparati tecnici. In pari tempo il declino dei sistemi professionali dell’informazione avviene in una fase in cui invece esplodono i consumi di notizie. Nel saggio «Giornalismi nella rete», sottotitolo, «Per non essere sudditi di Facebook e Google» (Donzelli, pag. 264, € 24,00), Michele Mezza, che insegna Culture digitali all’Università Federico II di Napoli (come giornalista Rai, è stato inviato del Giornale radio in Urss e in Cina) focalizza cause e soluzioni di quell’arcano che è il giornalismo oggi, ponendo in rilievo come ci si debba attrezzare per entrare in questo nuovo mercato professionale. Ne esce una sorta di manuale delle nuove forme professionali del giornalismo, come dire che «al tempo della rete, mentre i giornali possono a volte fare a meno dei giornalisti, i giornalisti diventano essenziali per le relazioni sociali e umane nei campi più diversi».

Dottor Mezza, il tema del suo libro è «il divorzio fra testimone e giornalista, e il matrimonio fra redattore e lettore». Cosa significa nella pratica?
Significa che sta mutando radicalmente la meccanica della produzione dell’informazione, che prima passava da una fonte ad un mediatore per poi arrivare ad un lettore; oggi invece attorno alla fonte c’è un balletto fra lettore e mediatore che si scambiano continuamente il ruolo: ognuno di noi tende a diventare autore della propria informazione, scavalcando grazie alla rete le figure tradizionali. Questa è l’origine della crisi dei media oggi.

Si parla già del giornalismo della sesta W. Il giornalismo che integra le cinque canoniche W del giornalismo classico (What? Where? When? Who? Why?) con la sesta di “While”, mentre. Cosa significa?
La velocità è il messaggio, ci dice Viriliò, un grande analista dei media. E infatti oggi la velocità dell’informazione, che corre parallelamente agli eventi che racconta, sta sconvolgendo il mondo del giornalismo: slow news no news, diceva 30 anni fa la CNN; oggi lo slogan è slow analysis non analysis: resoconti e commenti devono correre al ritmo dei fatti. Dunque cambiano i cicli produttivi e le figure professionali.

Lei ricorda che Lionel Barber, direttore del Financial Times, «ha posto una pesantissima lapide sulla visione calzaturiera del giornalismo, dove scarpe e notizie si confondevano». Perché l’epicentro dell’attività della comunità giornalistica per la carta stampata non è più la notizia?
Perché le notizie piovono ormai alluvionalmente dalla rete. Proprio perché ognuno di noi è al tempo stesso cronista e lettore, ognuno di noi dispone di mezzi tecnologici che gli permettono di produrre professionalmente testi, foto e video in «real time». Dunque le notizie diventano merce abbondante, quasi commodities, quello che diventa più complicato e pregiato è il commento, l’analisi, la decifrazione degli eventi. E Barber chiede alla sua redazione di concentrarsi sulla ricerca delle competenze e dei saperi per leggere in velocità ogni informazione.

Nella introduzione al suo libro Giulio Anselmi, presidente dell’Ansa, osserva che la maggior parte dei direttori delle redazioni è passata a guidare l’apparato editoriale tecnologico del sistema informativo digitale della nuova testata. Perché?
Oggi tutta la partita si gioca nella relazione fra professionista e tecnologia, più specificatamente fra uomo e algoritmo: poter negoziare e selezionare le tecnologie che poi produrranno in velocità le notizie è la fase più pregiata e strategica della macchina giornale. E per farlo ci vogliono giornalisti non ingegneri: oggi è centrale sapere cosa si vuol dire e a chi lo si vuol dire per poi scegliere le forme tecnologiche. Per questo i quadri migliori diventano strateghi dei sistemi editoriali. Persino io nel mio piccolo mi sono preoccupato che il mio libro potesse parlare tecnologicamente: infatti con il corredo di QR code, ossia di codici a barre di seconda generazione, sfogliando il libro è possibile vedere tramite un telefonino 120 fra filmati e documenti originali.

Dopo che Mr. Amazon, Jeff Bezos, ha acquistato nel 2013 il prestigioso Washington Post, le figure produttive in redazione sono in graduale ma inesorabile evoluzione. Non c’è il rischio che la superficialità s’imponga sul rigore del giornalismo classico, ad esempio, di Orwell, Albertini o Buzzati?
Intanto se devo rivedere la storia del nostro mestiere, non direi proprio che il segno caratteristico siano il rigore e la precisione. In passato i giornali sono stati ricettacolo di ogni bufala e imprecisione che solo i mezzi attuali permettono ai lettori di smascherare. I nuovi giornali stanno diventando centro servizi che insieme all’informazione distribuiscono pacchetti di consulenze, di assistenze specialistiche, o anche prodotti o addirittura servizi personali come polizze assicurative o assistenza nella ricerca di un lavoro. Per questo ci vogliono nuove competenze e nuovi modi di vivere l’informazione. Il punto è un altro: chi garantisce l’autonomia e la sovranità nel rapporto con la potenza tecnologica: questo è il nuovo ruolo del giornalista, la nuova mission del professionista dell’informazione, assicurare al cittadino che l’algoritmo non deformi e alteri i linguaggi della comunicazione trasparente. Per questo alla fine del libro chiudo con uno slogan preso a prestito dalle antiche monarchie totalitarie: il giornalismo è morto, viva il giornalismo.

Giornalismi nella rete
di Michele Mezza
Donzelli, pag. 264, euro 24,00