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cultura

Galateo, lingua e sms, decalogo di stile

Grammatica, sintassi e lessico: dubbi, regole ed errori

di Tristano de Chicchis

23 luglio 2015, 22:10

Galateo, lingua e sms, decalogo di stile

Galateo e buon gusto sono oggi fuori moda? Forse. Ma proprio per questa ragione, nell’Italia sguaiata e sciatta dell’anno del Signore 2015, se ne sente un impellente bisogno.

Le buone maniere peraltro investono tutte le sfere dell’agire umano, compresa la parola.

Ecco dieci semplici regole (alcune antiche, altre modernissime) per non rimediare brutte figure:- Evitare errori grammaticali (anche in sms, social network e posta elettronica) significa avere rispetto sia per se stessi sia per gli altri; nel parlare è bene prestare attenzione agli intercalari che si usano: sono (cioè, come dire?) assai fastidiosi! - Corollario della prima regola: rileggere quello che si scrive. Sempre. La velocità della società digitale non può essere una scusa. «Anche per coloro che rileggono (e gli studenti non sono abbastanza addestrati a farlo) è necessaria un’attenzione e un’abitudine a guardare i propri testi come se fossero altrui». Parola di Serena Fornasiero e Silvana Tamiozzo Goldmann, autrici di «Scrivere l’italiano. Galateo della comunicazione scritta».

-Non copiare (il «copia incolla» è moda sempre più diffusa su Intenet e non solo). Dalle tesi di laurea agli articoli di giornale, chi viene scoperto, rimedia una brutta figura: molto meglio e molto più semplice citare; peraltro, in genere si rimedia, al contrario, anche un’ottima figura.

-Essere semplici e chiari. Ancora da monsignor della Casa: «Le parole vogliono essere chiare» e ciò avverrà solo «se tu saprai scegliere quelle che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto che elle siano divenute rance e viete, e, come logori vestimenti, diposte o tralasciate, sì come […] uopo [n. d. r.: sarebbe d’uopo, appunto, dirlo ai burocrati] e sezzaio e primaio; et oltre a ciò, se le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici».

- Evitare acrobazie verbali. Charles Lamb sosteneva: «Un gioco di parole è una pistola all’orecchio, non una piuma per solleticare l’intelletto». Galateo vorrebbe che si evitassero continui giochi di parole nelle conversazioni (a meno di non chiamarsi Oscar Wilde).

- Essere sintetici e non abusare del tempo dell’interlocutore, prezioso quanto il nostro; e poi, come recita un aforisma di Andrea Gora, «le parole sono come le pallottole, meno te ne servono per colpire a segno e più bravo sei». In un periodo di cento parole si rischia di non capire nulla.

- Saper ascoltare, con l’attenzione che noi stessi pretendiamo, i discorsi degli altri.- Adeguarsi al contesto: avere competenza linguistica non vuol dire fare sfoggio di cultura, ma adattarsi alla situazione; sarebbe grottesco ascoltare un erudito che fa sfoggio di latinismi al mercato rionale; così come per un dottore esprimersi in medichese con un bimbo delle Elementari.

- Corollario del punto precedente: ammessi ormai nella scrittura epigrafica dei cellulari, vanno invece evitati in uno scritto tradizionale espressioni come «xché», «6 stanco?», «xò» et similia.

- Un ultimo consiglio di monsignor della Casa, tuttora valido soprattutto per gli avventori delle osterie, i politici e giornalisti esperti di calcio: parlare uno per volta (meglio non imitare l’ineffabile trasmissione del lunedì sera, il cui conduttore una volta ebbe a dire: «Non parlate in più di tre o quattro per volta che sennò non si capisce niente!»).