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prove di integrazione

Migranti, in Appennino 7 giorni a "differenza zero"

Nel Bolognese italiani e profughi fanno prove di integrazione

di Tommaso Romanin

08 settembre 2015, 19:26

Venticinque giovani, per metà stranieri e per l’altra metà italiani, hanno vissuto una settimana insieme in una villa sull'Appennino bolognese. Non è stato un esperimento sociologico e neppure un reality. Ma, nei giorni di emergenza mondiale per l’accoglienza dei profughi, un piccolo concreto tentativo di integrazione.
Il campus appena concluso si chiama "differenza zero" ed è stato lanciato dall’associazione di volontariato "Il Mosaico di solidarietà", nata una ventina di anni fa come braccio della Caritas e recentemente rinnovata. Le "tessere" del mosaico erano 13 richiedenti asilo, ospitati nel centro di prima accoglienza di villa Aldini a Bologna (11 provenienti dall’Africa e due dal Pakistan) di cui si occupa il consorzio di cooperative l'Arcolaio; i giovani italiani erano sette ragazzi e cinque ragazze. Nessuno con più di 25 anni.
Lo sfondo è stata una grande casa a Montepastore, ad una trentina di chilometri dalla città. Una prima pietra del "villaggio senza frontiere» che sogna di realizzare un giorno Marcello Magliozzi, il presidente dell’associazione: «La nostra idea - spiega - era semplice: condividere per sette giorni spazi e tempi. Per creare legami e aumentare la conoscenza e quindi l'accettazione dell’altro». Gli spazi condivisi sono stati la villa, una piscina in un paese vicino, e la città di Ravenna meta di una gita per lasciarsi ispirare dalla bellezza dei mosaici, per l’appunto.
Dalla città romagnola c'è stata anche una puntata sulla riviera «per vedere insieme il "mare nostrum" sotto un'ottica diversa», racconta il presidente. I tempi, invece, sono stati i pasti, con le serate di cucina multietnica per uno scambio anche culinario, i laboratori musicali e artistici, le serate, il dialogo.
Non sono mancate difficoltà e incomprensioni, anche nelle cose più "terra terra", come mettersi d’accordo per pulire una stanza. La lingua è l’ostacolo principale, non l’unico. «Non sono solo scappati, sono sopravvissuti. Hanno dovuto imparare a badare a se stessi e facendo tutto da soli a volte faticano ad impegnarsi per gli altri. Ma questo a volte capita anche a noi», è la lezione che si porta a casa Giovanni Pasquini, uno del gruppo degli italiani. «Sono venuti via - spiega - da punti di non ritorno, per molti di loro essere a Bologna è già una vittoria. Ad alcuni basta questo, altri vogliono provare a darsi da fare». Come Omar, 19 anni, originario della Guinea e arrivato in Emilia 10 mesi fa. Omar vuole studiare: «Il 15 settembre inizierò le medie. Spero poi di andare a lavorare».