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Il racconto della domenica

Le nozze di Giulio e Matilde

di Gustavo Marchesi

25 ottobre 2015, 13:59

Le nozze di Giulio e Matilde

Quando suo padre morì, intorno dissero «ades lalé la sa spusa», e intendevano la figlia Matilde.
Ma anche la madre si ammalò, una malattia che non si poteva chiamare se non “smemoratezza”; una volta andò via di casa cantando.
Sognava di esibirsi in teatro, anche se aveva una voce belante, una pecora. Non si ricordava come fin da piccola nel coro della scuola la maestra la sgridava: «Taci, se no mando a chiamare Zoppi», il pastore che passava con la ricotta e i caci.
Adesso, invecchiata, non doveva mai rimanere da sola. Delle figlie soltanto Matilde si rendeva conto che non esisteva rimedio, se non starle vicino, giorno e notte.
La notte la smemorata pensava al marito, a letto chiamava “papà” e Matilde l’accarezzava.
Di fuori sentiva gli amici che tornavano allegri dalla discoteca.
Ragazzi simpatici.
Fra loro Giulio la corteggiava, guardava in su, verso la sua finestra al quarto piano di un palazzone sul corso.
Lo scalava con gli occhi, insisteva, anche se con un fare da curioso indifferente.
Oltre a quella di Matilde aveva già passato e ripassato altre finestre che tenevano sotto vetro altrettante “faccine” desiderate, almeno quattro, come piacevano a lui, sposate, ma non abbastanza da rifiutare i messaggi dalla strada: sapevano come Giulio si sarebbe comportato in concreto con chi preferiva.
Appena in casa di una, passava dalla cucina, si informava cosa gli avesse preparato da conciliare con l’intimità. E avrebbe dovuto mettere su peso, considerando la frequenza degli inviti. Restava invece impassibilmente magro, un giovanotto sgusciante negli abiti tagliati dal padre, noto couturier. E anche da uomo fatto, Giulio non ingrassò. Merito dell’indifferenza con la quale affrontava il mondo e le sue vanità. Chi non desidera non aumenta, anche se ne approfitta.

Con gli anni cresceva intorno l’attesa che si decidesse a impalmare Matilde, fra l’altro cuciniera imbattibile, anche perché la madre necessitava di mangiar bene.
Invece non si sposarono, causa l’indifferenza di lui, che tuttavia non sopportava neppure l’indifferenza e si confezionò una forma di legame stabile, ma non troppo.
Convissero così in alloggi comunicanti ma separati, e arrivarono quasi alle soglie della terza età, infelici e scontenti, ma complementari comunque, Matilde con la madre, fin che durò in vita, Giulio assecondato con discrezione dalle “faccine” che godevano di un uomo indipendente.
Lui giustificava il celibato adducendo motivi di lavoro, prima la collaborazione col padre, quindi la guida del laboratorio ampliato e rinnovato, una “haute couture” fra le più considerate di mezza Europa.
Matilde lo seguiva, a testa bassa, ma fedele: un servizio pronto a ogni richiesta, anzitutto piatti di prelibatezze serviti anche in sartoria, e pochi discorsi – Giulio non gradiva le conversazioni di tipo coniugale.

Poi un giorno, sul quotidiano cittadino, apparve l’annuncio che una delle “faccine” di Giulio, rimasta vedova, si maritava con un generale in pensione: forse concludeva la sua terrena avventura d’amore, cominciata con un matrimonio di gioventù e presto mormorata anche per via d’una certa amicizia...
Matilde, osservando che Giulio sembrava disposto a parlare della notizia, cinguettò alcuni commenti di circostanza, pur evitando ogni allusione all’”amie intime”.
E improvvisamente azzardò la domanda che aveva taciuto fin allora: «…Ma e noi, di’, mio bene, quand’è che ci sposiamo, noialtri?».

La risposta di Giulio, condiscendente, non si fece attendere: «Dici, Tildina? Sposarci? Ma cara la me putela, ma chi vuoi che ci voglia, noialtri, alla nostra età?».