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Magris e il volto buio di Trieste

di Giuseppe Marchetti

25 ottobre 2015, 06:44

Magris  e il volto buio di Trieste

In un libro intervista che Claudio Magris rilasciò a Marco Alloni per l'editore Aliberti nel 2011 lo scrittore confessò: «Il nostro dovere morale non è dunque quello di avere la veste candida. Ma, se necessario, anche di sporcarla: per esempio per fasciare una ferita o pulire un pavimento». Il libro s'intitola «Se non siamo innocenti» e tale potrebbe essere anche il titolo o il sottotitolo del nuovo romanzo di Magris «Non luogo a procedere» (Garzanti editore) che fissa una volta per tutte, e proprio con la complicità degli interrogativi morali, la condizione dello scrittore nella vicenda che qui si narra del professore Diego de Henriquez «geniale e irriducibile triestino di vasta cultura e accanita passione che si è dedicato tutta la vita (1909-1974) a raccogliere armi, materiale bellico di ogni genere per costruire un originale, debordante Museo della Guerra che servisse, tramite l'esposizione di tanti strumenti di morte, alla pace». Ecco gli interrogativi morali. Ad essi, Magris abbina il cuore pulsante della storia che, come si sa, è offesa (torna l'immagine vittoriniana del «mondo offeso»), è dolore, è coraggio, è sangue, è morte. Le armi danno la morte: esporle, farle vedere e toccare avventurandovisi in mezzo costituisce il valore del Museo - museo di orrori, ma anche di sagge sentenze - che Luisa avrà il compito di descrivere, commentare e tradurre in Storia. L'idea centrale del romanzo ci sembra questa, ed è una idea che cominciò a circolare fino dalle pagine di «Illazioni su una sciabola» del '74 per finire di sublimarsi in «Alla cieca» vent'anni dopo, quando Magris dà voce a Jorgen Jorgensen re d'Islanda che poi sarà recluso, partigiano, clandestino, fuggitivo e cybernauta. Tornano i personaggi e tornano i paesaggi. Il Museo della Guerra stupisce Luisa che naviga fra appunti, foglietti volanti e scarabocchiati, diari risalenti all'adolescenza o agli ultimi mesi recuperando poi consapevolezza e coraggio proprio dagli oggetti: «cannoni, autocarri, zagaglie» dalla presenza cupa e arrugginita, vestigia di un orrore che tace ormai dentro la pace della nostra indifferenza. ma si faccia attenzione: la storia del Museo e quella del forno crematorio della Risiera di San Sabba sono solo un aspetto - e sarei tentato di dire nemmeno il più importante - del romanzo. Sono il risvolto esterno di una tremenda realtà: quello interno è l'errore di credere che si possono evitare le guerre e che gli inviti alla fratellanza, all'amicizia tra i popoli e alla pietà possano, un giorno, far tramontare l'odio e la violenza tra gli uomini. «Non luogo a procedere» (titolo quanto mai emblematico) è proprio questo, è l'indicazione di fondo che nelle sale del Museo si dispiega silenziosamente come una profezia: il «forno crematorio» è, in realtà, dentro di noi, bruciamo gli altri e ci bruciamo. Perché è vero che un romanzo racconta, ma è altrettanto vero che un romanzo degno di questa definizione ci obbliga a pensare: le vittime di San Sabba sono ancora qui a chiederci il perché dei silenzi che ci avviliscono e ci impediscono di parlare, di confessarci. Ecco: il romanzo di Magris è, alla fine, una tremenda confessione: quella che Luisa pazientemente ricostruirà dalla grande fotografia del T-34 che lo mostra di fronte simile ad un «enorme pachiderma che sbarra la strada a un'immensa pianura alle sue spalle» sino alla tremenda domanda che spunta nel capitolo 34 e nella quinta «Storia di Luisa» che pensa «Come includere la morte, ogni forma di morte, come includerla veramente, tangibile e presente, come un cadavere, nel Museo? Senza la morte, il Museo, anche con le sue armi di morte, è monco; non solo incompleto, ma privo dell'essenziale». Torna, allora, il nobile motivo della rivolta, del dolore e del canto, tornano, infatti, i versi di Quasimodo «Alle fronde dei salici», e tornano, anzi ritornano, i motivi dei «taccuini» che confondono arie e dolori con quelli del mare nel vallone di Muggia, della biancheria lavata nella «lavanderia mobile del campo» e il «Fetore pure nelle stive negriere gonfie di corpi regrediti a embrioni del ventre della Storia», che Magris allontana e avvicina ritmicamente come un respiro di ordine universale oltre San Saba, oltre l'ultima guerra e i suoi orrori, oltre il «Mangiare carne, palpare carne, macellare carne. Non si fa economia di carne, ai festini della morte. Corruzione della carne. Dopo morta, sotto terra o coperta dal fango della trincea»; una sorta di Gulaschkanone, un cassone che porta grandi pingui marmitte per la cucina da campo. Che è una specie di ironia quale Magris illumina d'improvviso poiché anche la tragicità dell'«epoca barbarica della storia», scrive Steiner parlando del romanzo, ha una sua involontaria ma bruciante sarcasticità che Magris non nasconde evidenziandone semmai una misteriosa intima pietas, quella che prende il personaggio di Luisa verso la fine del racconto imponendo una sorta di poetico ricordo («Talvolta pensando a suo padre e a sua madre - e, come una piccola morte al cuore a se stessa - Luisa immaginava come dovevano essersi sentiti Adamo ed Eva e i loro discendenti usciti dall'Eden, faticosamente avviati a errare, a desiderarsi e a fuggirsi, amarsi e ferirsi») che avvolge il dramma di San Sabba e del forno crematorio in un nome universale che sprofonda nel Tempo e in quella Trieste-Universo che resta il segreto dell'intero libro non circoscrivibile solo nel genere del romanzo, ma dilatato sul gran teatro degli anni e delle vicende a disegnare il Museo delle macchine in attesa dell'insurrezione antinazista di don Marzari con i suoi due fischi di sirena, per dare «Morte alla morte che dà morte», ultima e imprescindibile speranza della nostra vita mai così amaramente e convintamente celebrata come in queste pagine d'amore e di preghiera.
Non luogo a procedere
di Claudio Magris
Garzanti ed., pag. 362, 20,00