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Paolo Isotta, musica come destino

In «Altri canti di Marte» il critico offre pagine di particolare eleganza e raffinatezza. I compositori e gli interpreti narrati con passione e chiarezza

di Domenico Cacopardo

01 novembre 2015, 17:32

Paolo Isotta, musica come destino

La lettura di «Altri canti di Marte» (qualcun altro celebri Marte) di Paolo Isotta, Marsilio editore, euro 17,00, per ragioni misteriose mi ha spinto a ricordare L’Edipo a Colono di Sofocle (il più grande dei grandi Euripide ed Eschilo). Ai versi 1224-1225, sostiene: ?«non nascere vince ogni altra sorte». Il massimo di un pessimismo cosmico, in cui il Fato (ripreso spesso in letteratura, ma soprattutto da Shakespeare) si cimenta in un macabro gioco la cui vittima è l’uomo. E, ripensando a «non nascere», mi sono detto che basta la musica e un libro come quello di Isotta, dedicato alla musica e ai musicisti, per smentire il tragico greco. Sostiene l’autore che questo «Altri canti di Marte» è il seguito e il completamento del precedente «La virtù dell’elefante» (la memoria), ma in qualche modo, per me, si tratta di una definizione riduttiva. Certo, Isotta ripercorre le vie della «virtù», ma l’ottica sembra diversa perché nata dalla consapevolezza che si può scrivere «difficile» di argomenti di non comune intelligenza, si può fare letteratura alta e richiamare migliaia di lettori appassionati che di questo avevano bisogno (anche se forse, finché non c’è stato «La virtù dell’elefante», non se ne erano resi conto): del racconto vivido, talora feroce, sempre appassionato di uno che è di casa con la musica e i musicisti. Non una dimestichezza da tinello, ma una dimestichezza da salotto-biblioteca, in cui i ricordi precisi e i giudizi trovano il riscontro puntuale e generale di quella che i giuristi chiamano «dottrina» e che in fondo è solo la teorizzazione della «giurisprudenza». Una semplice, anche se dotta, testimonianza, in definitiva, lascerebbe il tempo che trova appartenendo alla memorialistica così diffusa ai nostri giorni. Ma un racconto come questo di Paolo Isotta, un quasi-romanzo da incastonare nella letteratura di inizio millennio, così avara di autori quanto inflazionata da occupanti abusivi di pagine stampate, robaccia, insomma. Certo, Isotta non si staglia per la pochezza altrui, ma per il proprio, endogeno valore. E questo entusiastico apprezzamento lo esprimo, nonostante il richiamo a Giovan Battista Marino (da cui son tratte le quattro parole del titolo), un poeta che mi è sempre stato estraneo, fatto di cui mi dolgo, proprio alla luce dei richiami di Isotta. Ecco, voglio dare un’idea (purtroppo pallida, per lo spazio limitato e per la nolontà di toglier spazi e curiosità ai lettori futuri) di ciò che scrive il nostro: «I compositori omosessuali sono Lully, Corelli (con molta probabilità), Händel, Bellini, Chopin (si vuole), Brahms (si vuole), ?ajkovskij, Hahn, Ravel, Szymanowski, Poulenc, Barber, Britten… non riesco a vedere alcun rapporto tra la loro natura erotica e la loro creazione musicale; sebbene la lettura del Beethoven di Buscaroli, mi abbia convinto… che la biografia sia indispensabile alla conoscenza della creazione…». E poi (aggiungo: «Io c’ero al San Carlo di Napoli!»): «…il mio primo Otello. Mario Del Monaco non riesce quasi a dire l’Esultate tanti applausi lo salutano quando entra in scena … è restato il più bello fra gli Otellida me ascoltati insieme a quello diretto da Riccardo Muti…». E del nostro amatissimo Verdi: «…quanto alla rettitudine di Verdi, piace citare un’altra lettera, questa al critico Filippo, che, in procinto di recarsi al Cairo per la “prima”, in modo sommamente inopportuno aveva scritto al Maestro di essere, come si dice, a disposizione. «A me pare (scrive Verdi) che l’arte in questo modo non sia più arte, ma mestiere… rammento sempre con gioia i miei primi tempi in cui senza quasi un amico… io mi presentava al pubblico colle mie opere pronto a ricevere le fucilate…». E, per finire, la storia del re di Carnevale: «per cinque giorni il re spogliato delle insegne della sua dignità, era nascosto in un sotterraneo; un individuo abbietto, un criminale, veniva rivestito di abiti regali, venerato e trascorso il tempo, spogliato, flagellato e impalato. Veniva così stornata dal capo del re l’eventuale collera divina… senza tentar nemmeno un discorso storico sul Novecento… nella società contemporanea il re di Carnevale esiste più fortemente che mai. Soggetti caricaturali, privi di qualsiasi carisma autentico, portano le insegne regali e vengono universalmente venerati…». Sull’impalatura del re criminale, Isotta ricorda l’infame Caifa: «Oportet ut unusmoriatur pro populo.» Una lettura coinvolgente, dunque, anche per chi non è un esperto che, alla conclusione, spinge a pensare il contrario dell’asserzione di Sofocle: vivere vince ogn’altra sorte. Perché, basta la musica e l’aiuto di un suo amante fedele per dare quella gioia che serve per esercitare il mestiere di vivere, il diario-autobiografia di Cesare Pavese, un dimenticato cui manca un aedo come Paolo Isotta.

Altri canti di Marte

di Paolo Isotta

Marsilio, pag. 463, euro 17,00