Archivio

'ndrangheta

«Aemilia», parla Bolognino: «Io, boss? Non mi conoscevano»

E il giudice ha deciso: il processo resta a Bologna

07 novembre 2015, 20:05

«Aemilia», parla Bolognino: «Io, boss? Non mi conoscevano»

«Io, ai vertici della cosca? Ma se non mi conosceva nessuno... Sono venuto al Nord per lavorare e mantenere la famiglia». Parola di Michele Bolognino, il boss rinchiuso al 41 bis a L'Aquila e ritenuto dalla Dda di Bologna l'uomo di riferimento della cosca Grande Aracri per Parma e la Bassa reggiana. Affermazioni fatte in videoconferenza, ieri, a Bologna, durante l'udienza preliminare della maxi inchiesta «Aemilia».
Tenta di prendere le distanze dalla 'ndrangheta, Bolognino, dopo che già nei giorni scorsi il suo avvocato, Carmen Pisanello, aveva detto che nel 2004 il suo assistito si sarebbe allontanato dalla cosca. Quella dei Megna, per altro, in contrasto con i Grande Aracri. Una tesi, però, contro cui i magistrati bolognesi hanno «replicato» con una lunga serie di accuse nei suoi confronti, a partire dall'associazione mafiosa.
Avrebbe dovuto parlare anche il capo dei capi, Nicolino Grande Aracri, in videocollegamento dal carcere di Opera di Milano, ma in mattinata si è allontanato dicendo di dover sostenere «una perizia medica».
Ma ieri è stata anche la giornata in cui il gup Francesca Zavaglia ha rispedito al mittente la richiesta di trasferimento del processo a Catanzaro avanzata da alcuni difensori. I pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi avevano sostenuto, rispondendo alle difese, che l'indagine «Aemilia» aveva svelato l’esistenza di una struttura 'ndranghetistica che opera autonomamente nel territorio emiliano, benché in costante collegamento con la casa madre di Cutro. r.c.