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Pasolini, mistero meno fitto?

di Remo Curi

08 novembre 2015, 09:26

Pasolini, mistero meno fitto?

Esiste un’unica certezza ferma da quarant’anni sull’omicidio di Pasolini: «il poeta è stato assassinato nel corso di un incontro omosessuale con un ragazzo di vita a Ostia il 2 novembre del 1975». Non è così. A dimostrarlo è un’inchiesta ricchissima di novità e di «prove»: quelle che può portare un giornalista. Fatti, riscontri, elementi a raffronto, testimonianze smarrite, foto inedite che ricostruiscono in modo del tutto nuovo l’assassinio del poeta. La somma di quelle che al lettore si mostrano come evidenze vengono raccolte passo passo ricostruendo l’intera vicenda. Infatti, nel libro di Simona Zecchi «Pasolini, massacro di un poeta» si dimostra che sul corpo del poeta non era presente alcuna traccia di liquido seminale. E quindi l’incontro omosessuale non ci fu, e fu invece - sostiene la Zecchi - una trappola e un massacro. Ma non si tratta dell’unica novità, anzi, altri e diversi sono gli elementi nuovi che emergono dal libro: oltre all’Alfa Gt del poeta a raggiungere la lingua di fango e sabbia a Ostia c’erano almeno altre tre macchine. La foto dell’Alfa Gt di proprietà di un uomo appartenente al clan dei Marsigliesi (scomparso nel nulla nel febbraio del 1976) che ha sormontato il poeta uccidendolo barbaramente viene per la prima volta mostrata al lettore in questo libro. L’inchiesta rivela, infatti, il possesso, da parte della famiglia dell’uomo, di un’Alfa Gt 2000. E’ questa la macchina che lascia tracce d’olio sul capo devastato di Pasolini e sulla sua canottiera. La Gt del poeta, al contrario, passando in velocità sul corpo resta integra senza perdere olio. Nuove tracce di pneumatici sul corpo del poeta vengono poi scoperte dall’autrice e mostrate per la prima volta al lettore. Tanti erano i soggetti presenti quella sera: almeno tredici, come indica l’inchiesta. Tutti uniti dal comune obiettivo di uccidere Pasolini in un «massacro tribale». I feroci segni del pestaggio fascista, mai mostrati sinora, vengono mostrati ed analizzati. Tante e importanti poi le piste lasciate morire anche dalle ultime indagini che nel libro vengono sviluppate e illustrate nel dettaglio. Piste che conducono tutte a una trappola mossa da un espediente: il furto dei negativi originali del film Salò o le 120 giornate di Sodoma che costringe Pasolini a presentarsi quella sera per salvare il suo lavoro. Per la prima volta inoltre l’inchiesta rivela la presenza di un’altra macchina in uso a Pino Pelosi (l’unico condannato ufficiale per l’omicidio). Una Fiat 850 blu, infatti, sparisce la notte dell’appuntamento alla stazione Termini per far posto all’altra macchina, stesso modello di colore bianco, la cui presenza depista gli inquirenti. Il ruolo centrale dell’organizzazione dell’estrema destra Ordine Nero, fatta sciogliere dal Viminale in quegli anni, emerge tra le vecchie carte dell’inchiesta giudiziaria e collega Catania a Roma come i luoghi di provenienza del commando che ha messo fine alla vita dell’intellettuale. Nuovi documenti giudiziari e privati (come il carteggio fra lo scrittore e l’ambiguo editore di destra Giovanni Ventura) vengono pubblicati in questa inchiesta per la prima volta. Le piste sinora più accreditate come moventi del «massacro tribale“ (il capitolo scomparso o mai pubblicato di Petrolio, «l’Appunto 21» e l’omicidio di Enrico Mattei) vengono definite monche dall’autrice attraverso nuove analisi e nuovi elementi. La giornalista ricostruisce degli eventi inediti precedenti e successivi alla morte del poeta che chiudono il cerchio sulla strategia messa in atto per eliminarlo definitivamente: le minacce telefoniche subite da Pasolini si intrecciano infatti a un sabotaggio compiuto nei pressi della sua abitazione e all’isolamento telefonico cui fu sottoposto. Un libro che cambia le carte in tavola sull’omicidio. E le mostra.

Pasolini, massacro di un poeta

di Simona Zecchi

Ponte alle Grazie, pag. 316, euro 16,00