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Il racconto della domenica

Quello che fa le foto a scuola

di Tito Pioli

08 novembre 2015, 21:56

Un giorno ho scritto una lettera a quello che a scuola faceva le foto alla classe e di cui nessuno si ricordava.

«Dove sei perché nessuno si ricorda di te? Caro fotografo nessuno parla mai di te, sei invisibile, non hai un nome, un profumo, una anima, non hai un cognome, non hai un ricordo, non hai parenti, non hai gli occhi, il naso, la bocca, le mani, io ti voglio rivedere, perché mi manchi, perché anche tu facevi parte della classe, della scuola, della nostra vita, la meritavi anche tu una posa, lo meritavi un sorriso, un ricordo».

Perché nessuno guardando una foto di scuola pensa a chi c’era dall’altra parte, come quando sei in guerra, di là non c’è nessuno, di là non c’è una cosa importante, l’importante è non pensarci a chi c’è dall’altra parte.

Nella foto della mia classe io guardavo in cielo, un altro guardava le tette di quella davanti, una ragazzina faceva le corna a quella davanti, Lucio faceva l’occhiolino, Fabio aveva un nido di uccelli in testa, quasi nessuno guardava davanti verso il fotografo, Armando aveva due paia d’occhiali addosso, non so come era stato possibile.

Sono andato a fare ricerche alla mia vecchia scuola e dopo mesi avevo trovato il nome del fotografo della scuola Sandro Penna dove avevo studiato, si chiamava Camillo, aveva gli occhiali ricordo e sudava negli occhiali, un volto triste anche se faceva sempre battute.

Sono andato a casa sua era ancora vivo il fotografo, mi ha aperto una badante, lui era seduto in poltrona e fissava un muro scrostato con un quadro di una giraffa a testa china.

«In classe giovanotto» mi ha detto appena mi ha visto, mi aveva riconosciuto o forse lo ripeteva da sei anni ad intervalli di due minuti.

Gli avevo portato una torta al limone e gli ho detto lei mi ha fotografato, ci ha fotografato l’anima, le braccia, le mani ed ero commosso, lui mi guardava senza espressione e chiedeva da accendere per la sigaretta Ms tra le mani gialle.

Ho tirato fuori la macchina fotografica così d’improvviso e gli ho detto ora tocca a te Camillo a te che ci dicevi «giovanotti andate in classe sennò chiamo il preside», ora tocca a te, ne hai fotografati tanti te le meriti una foto anche tu devi essere ricordato, gli urlavo, sorridi, sorridi.

«Bisogna sempre sorridere» gli dissi e lui mi disse «nessuno mi ha mai fotografato, non lo merito, non lo merito non sono giovane» si sentiva la canzone The long and winding road.

Lui non ha sorriso, ha tirato fuori la lingua come per una pernacchia e io ho scattato, poi ha chinato la testa, era belle che morto e fotografato, era andato ma ce l’avevo fatto, ora era con noi Camillo con gli occhiali appannati e finto allegro, per sempre nella foto di classe della scuola Sandro Penna.