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lettera aperta

Un papà contro Eramo: "Due pesi e due misure?"

"La scuola non è assolta". E cita farmaci sottratti a un ragazzo malato, senza provvedimenti

02 dicembre 2015, 11:42

Un papà contro Eramo:

La lettera aperta è inviata da un papà, Nicola Bussoni. Un papà che ha una figlia che frequenta l'istituto comprensivo Sanvitale/Salimbene  e che scrive al preside Eramo dopo la pubblicazione delle chat di alunni in cui compaiono offese pesantissime. Un papà che parla di "stupore" e che non ci sta a vedere assolta così velocemente la scuola. Non solo: si rammarica dei "due pesi e due misure" quando - scrive  "nella classe di mia figlia l’anno scorso sono stati sottratti dei farmaci essenziali ad uno studente senza che la scuola prendesse alcun provvedimento – né venisse scritta alcuna lettera ai giornali - nei confronti del colpevole, che forse non è nemmeno stato individuato, né nei confronti della classe che ha omertosamente coperto il/i colpevole/i. Sinceramente mi ha molto stupito tanta attenzione e diffusione mediatica della maleducazione, o come lo si vuole chiamare oggi “bullismo”, quando questa viene perpetrata su whatsapp, e tanta “tolleranza bonaria” nei confronti di una violenza reale verso un ragazzo malato".

Ecco il testo completo della lettera aperta

Gentile Dirigente,
come genitore di una alunna della classe 2.0 leggo con molto rammarico e stupore la Sua reazione di fronte all’ennesimo caso di maleducazione e violenza dei ragazzi della scuola, subito ripresa dai giornali locali e nazionali. Il rammarico è scontatamente dovuto alla sensazione di vergogna e inadeguatezza che ogni educatore, sia esso genitore o insegnante, è chiamato a provare, doverosamente, di fronte ai fatti da lei descritti.
Lo stupore è dovuto alla Sua sicurezza nell’assolvere la scuola - intesa quella che Lei dirige, ma anche più in generale quella che oggi le direttive ministeriali stanno contribuendo a costruire – nella quale l’uso della tecnologia viene incentivato e proposto come mezzo primario nella didattica, nella relazione e nella crescita:
Leggo sul sito dell’Istituto Comprensivo Sanvitale:

· “Tecnologia per la didattica: Lavoriamo con le tecnologie dell'informazione e della comunicazione nella direzione della scuola 2.0, utilizzando la rete, le lavagne interattive multimediali e i laboratori informatici.”
· “…far acquisire agli alunni competenze nei linguaggi multimediali”
· “I nostri docenti si aggiornano costantemente sulle nuove tecnologie e sul loro utilizzo nella didattica quotidiana”
· “Docenti e genitori incentivano e insegnano l’uso delle tecnologie (computer, smartphone) per favorire gli scambi culturali e l’insegnamento, ma lo contrastano quando limita o danneggia le relazioni interpersonali, perché utilizzato in modo improprio o ossessivo.”
· “La scuola secondaria dispone di ventuno aule comuni equipaggiate con lavagna interattiva multimediale, computer e connessione a internet”
Ed inoltre:
· I nostri BLOG
· TECHNOSCHOOL: il magazine della FRA (sic! Le piacerebbe se gli studenti la chiamassero pubblicamente PIERPA?)
· Google CLASSROOM
Infine la scuola è parte di RETEINNOVA che si propone come promotore di:
· Linguaggi digitali nella didattica
· Flipped classroom
· Prevedere la costruzione di video lezioni attraverso l’utilizzo di un software di video editing (utilizzo di pc o di tablet)
Si chieda ora se davvero la scuola che dirige non ha responsabilità di fronte all’utilizzo smodato dei mezzi digitali. La verità, mi permetto di dirlo perché sono un professionista del settore informatico da quasi vent’anni, è che i mezzi tecnologici moderni non richiedono alcuna competenza specifica e la loro diffusione di massa è stata possibile proprio grazie alla loro semplicità d’uso, non certo grazie alla diffusione e all’acquisizione di competenze informatiche, che sono tutt’altra cosa. Volendo essere più esaustivi è ormai unanime il giudizio della ricerca di settore (neurologi, neuropsichiatri) circa le conseguenze dell’apprendimento digitale: minima capacità di concentrazione, incapacità di comprensione di un testo più lungo di qualche riga, peggioramento drastico delle abilità mnemoniche, solo per menzionare le più importanti.
C’è anche di peggio. Cito da una ricerca condotta da Mark Prensky, discusso accademico e inventore del nome “nativi digitali”: “sentiamo spesso gli insegnanti dire che sono aumentati i problemi nella lettura e nella capacità di pensare[...] Un’importante capacità che sembra essere stata colpita è la riflessione. È ciò che ci permette, secondo molti teorici, di generalizzare, perché ci fornisce i “modelli mentali” dalla nostra esperienza. Si tratta, per molti versi, del processo di “apprendere dall’esperienza”. Nel nostro mondo ad alta velocità ci sono sempre meno tempo e occasioni di riflessione. Una delle sfide e delle opportunità più interessanti dell’insegnare ai nativi digitali sta proprio nell’inventare nuovi modi per includere la riflessione e il pensiero critico nel processo di apprendimento (sia incorporati nell’istruzione sia attraverso un processo di debriefing condotto dagli insegnanti) […] I nativi digitali abituati alla velocità, al multitasking, all’accesso random, alla grafica, al mondo attivo, collegato, divertente, fantasioso e rapido dei loro videogiochi, di MTV e di Internet, sono annoiati dalla maggior parte della formazione attuale.”
Il fatto è che le competenze telematiche, anziché portare innovazione, facilitano le comunicazioni dei ragazzi, quelle che Lei chiama “mondo parallelo” ma che per i nativi digitali è “mondo reale” o meglio l’unico mondo che esista. Non c’è distinzione tra whatsapp e le chiacchiere nel corridoio della scuola. Il mezzo digitale non crea la comunicazione ma la facilita, la accelera e con essa accelera il pensiero prepotente, violento e maleducato che preesiste alla comunicazione abilitata dal media.
Oggi una scuola moderna, ma davvero moderna, dovrebbe escludere i mezzi digitali, la cui diffusione nella quotidianità dei ragazzi è inevitabile, dalla didattica. Dovrebbe prepotentemente recuperare l’analisi del testo letterario, la parafrasi, il calcolo a mente, l’esercizio del recitare una poesia a memoria al fine di contrastare l’inevitabile regressione cognitiva, mnemonica e lessicale dei ragazzi. Una scuola moderna oggi dovrebbe vincere le resistenze degli studenti ed insegnare loro che la ricerca della bellezza, l’abilità intellettuale, l’esercizio della logica sono le vere competenze che verranno loro richieste all’università e nel mondo del lavoro. Una scuola davvero moderna oggi dovrebbe diffondere tra i ragazzi la cultura della relazione interpersonale - simmetrica ma soprattutto asimmetrica, tra studenti ed insegnanti – priva del mezzo tecnologico, la cui padronanza non offre alcun valore aggiunto alle competenze realmente spendibili. Ogni adolescente di oggi apprende autonomamente tutte le competenze digitali necessarie a sopravvivere nell’era moderna ben prima di arrivare alle scuole medie, mentre resta digiuno degli strumenti di riflessione, analisi e relazione che ogni adulto è chiamato a possedere.
Concludo quindi ribadendo il profondo stupore di fronte alla perentorietà delle parole con cui, stanco, chiede la collaborazione dei genitori per contrastare una dinamica di relazione che la scuola contribuisce quotidianamente a diffondere tra i ragazzi. La classe 2.0 che oggi viene proposta come specchietto le allodole è già superata dai tempi: i nostri ragazzi hanno una padronanza delle tecnologie mediamente superiore a quella degli insegnanti e genitori. Oggi occorre una classe 3.0 in cui si educa alla scrittura non creativa, al racconto/resoconto, all’analisi di testo, al lessico, alle abilità logiche, alle capacità mnemoniche, allo spirito critico, al calcolo mentale, al potenziamento di matematica, cioè le funzioni intellettuali che – oltre a essere quelle richieste all’Esame di Stato, a differenza dell’uso di Powerpoint – sono le abilità che i ragazzi non sono in grado di sviluppare in autonomia.

Stupore che è ancora più grande nel leggere le sue indicazioni circa il procedere “senza alcuna compiacenza, tolleranza bonaria o peggio sorniona complicità” nella verifica dei cellulari dei ragazzi: nella classe di mia figlia l’anno scorso sono stati sottratti dei farmaci essenziali ad uno studente senza che la scuola prendesse alcun provvedimento – né venisse scritta alcuna lettera ai giornali - nei confronti del colpevole, che forse non è nemmeno stato individuato, né nei confronti della classe che ha omertosamente coperto il/i colpevole/i. Sinceramente mi ha molto stupito tanta attenzione e diffusione mediatica della maleducazione, o come lo si vuole chiamare oggi “bullismo”, quando questa viene perpetrata su whatsapp, e tanta “tolleranza bonaria” nei confronti di una violenza reale verso un ragazzo malato.
RingraziandoLa per l’attenzione porgo
distinti saluti
Nicola Bussoni