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Sanremo secondo me

Quella bacchetta magica di Bosso: ecco cosa ho imparato

19 febbraio 2016, 23:34

Quella bacchetta magica di Bosso: ecco cosa ho imparato

DI SARA PETROLINI 4ªCAFM DELL'ISTITUTO MELLONI

Sin da bambina, mia madre mi ha cresciuta con il «mito» di Sanremo: quel palco allora pieno di fiori dove i cantanti più celebri, almeno una volta nella loro carriera, passano.

E così, come da bambina, anche da ragazza mi ritrovo a guardarlo.

Tralasciando per un momento tutta la critica che ogni anno nasce, vorrei che pensassimo a Sanremo come il solo ed unico Festival della musica italiana. Tante sono le cose che ho apprezzato ma mai nulla mi ha emozionato come l'entrata in scena di Ezio Bosso.

Ezio Bosso, nato nel 1971, alla tenera età di 4 anni comincia già a suonare il piano, a 16 debutterà in Francia nella quale comincerà un tour Europeo. Sarà poi conoscendo Ludwing Streicher che diventerà direttore d'orchestra. Ma nel 2011 tutto per un attimo si ferma: Ezio è malato di Sla (sclerosi laterale amniotrofica).

Sfreccia sopra il palco dell'Ariston a quattro ruote, emozionato, un po' impaurito ma con un sorriso che lascia senza fiato tutti. Quasi incredulo di essere lì, comincia a raccontare di come, essere su quel palco è stato come incoronare un sogno. Con tutta l'umiltà, sente il bisogno di tranquillizzarsi muovendo le mani, sorridendo e dicendo semplicemente: «Ciao». Una parola che talvolta noi diamo per scontato ma per lui, al contrario, è una sicurezza. «La musica siamo noi, la musica è una fortuna che condividiamo - comincia - ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare». Ed è proprio così, quasi non ce ne rendiamo conto, ma dal momento in cui accendiamo la musica, quella che ogni giorno scegliamo accuratamente come se fosse un vestito da indossare e che scegliamo in base all'umore, alla situazione in cui ci troviamo: ci mettiamo in ascolto e ascoltiamo ciò che lei ha da dirci. «La musica è una vera magia, sapete che non a caso, i direttori hanno la bacchetta, come il mago: uguale». Quante volte ci è capitato di osservare un direttore d'orchestra? E quante volte lo abbiamo disegnato nella nostra mente come un mago? Forse mai. Ma se ci riflettiamo, è così. Un direttore d'orchestra coordina un insieme di strumenti con un movimento di bacchetta, e non è forse una magia? «Come diceva Abbado, la musica è la nostra vera terapia» Da questa frase in poi, non sono più riuscita a controllare l'emozione. Innumerevoli volte abbiamo acceso la musica nella speranza di trovare una risposta, un conforto, un momento per noi. O quante volte è riuscita a dire e raccontare ciò che talvolta rimaneva e rimane incastrato tra le vie del cuore e della paura. O semplicemente quante volte, anche inconsapevolmente, una ferita è stata curata da una canzone che ci fa sentire un po' meno soli. Racconta, prima di suonare, perché ha scelto di chiamare il suo nuovo album «La dodicesima stanza»: «Succede a tutti che ci possa essere una stanza buia. Noi non siamo una linea ma siamo 12 stanze, nell'ultima - che non è l'ultima perché si cambiano -, ricordiamo la prima e siamo pronti a ricominciare». Ed è esattamente quello che ogni essere umano dovrebbe imparare a fare: toccare il fondo, visitare l'ultima stanza e trovare la forza di spingersi verso l'alto, per tornare in superficie e ricominciare. Si destreggia poi con il pianoforte, e i due diventano una cosa sola. Si percepisce in un modo perfetto e assoluto come si senta a suo agio, quanto tramite di esso riesca a essere se stesso. E infine, il suo sorriso mi fa capire quanto ami la vita, nonostante una malattia degenerativa, perché consapevole del fatto che c'è qualcosa per cui vivere e non solo sopravvivere. Per me Sanremo l'ha vinto lui con la lezione di vita che è stato in grado di donarci. Quelle non erano solo parole o solo note che i microfoni dell'Ariston amplificavano: quella era vita vera. Perché è proprio così che Ezio si è salvato, proprio come ha raccontato a tutti noi.

Di Ezio mi ricorderò per sempre la sua enorme umiltà, la sua forza, l'esempio che ci ha dato e la sua gioia di vivere. Di Ezio mi ricorderò per sempre che la vita vince sempre, fino all'ultimo respiro. Che la vita vera, quella con la quale dipingiamo i nostri momenti peggiori e quelli migliori, vince su ogni cosa. Un solo altro artista ha «spianato» il palco dell'Ariston a quattro ruote e quello fu, nel 1992, Pierangelo Bertoli. E mi piace pensare che mentre lui cantava: «Ed affronterò la vita a muso duro», Ezio si stava già preparando a farlo. Ogni nostra sofferenza, davanti a questi colossi della musica italiana, prende un'altra piega. E da essi dovremmo trovare la giusta forza per trovare e donare sempre un sorriso.

Mi rivolgo a tutti i giovani miei coetanei: toccate il fondo, immergetevi nel buio, cogliete tutti i lati di quella stanza e quando sentite che questa vi soffoca, trovate la forza di togliere le ancore e spingetevi verso l'alto per rivedere la luce e ritoccare la superficie, camminando su questa vita con passi saldi. Vi sentirete pronti a ricominciare, affrontando la vita a muso duro. E davanti a questi artisti che accompagnano la mia vita quotidiana, posso dire di essere orgogliosamente italiana.

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