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Verdi e la «trilogia popolare»: una lettura che supera i cliché

di Gian Paolo Minardi

13 luglio 2016, 23:17

Già dalla dedica, icastica, «agli italiani», si può intuire tutta la complessità entro la quale l’autore di questo ponderoso studio è andato investigando, non poco sorprendente trattandosi di un lavoro concentrato sulle tre opere più conosciute di Verdi, la cosiddetta «trilogia popolare», termine appunto che Gallarati riconsidera nella sua stessa connotazione storica, guidato dalla consapevolezza dei rischi testimoniati dal processo di logoramento esecutivo insiti proprio nella nozione di “popolare”, già denunciati dallo stesso Verdi quando rimarcava che «gli artisti cantino non a loro modo, ma al mio»; scorie che sono andate sedimentandosi, non solo nell’immaginario collettivo ma pure nella considerazione di certa critica, nella percezione delle tre opere in nome di una falsa «retorica melodrammatica». Un impegno lungo e ingrato quello di sgrommare tale costume, che vede spiccare, cruciale, quell’esito eroico di Toscanini, come lo ha fissato con nettezza Alfredo Casella: « …dalla magia di Toscanini il settuagenario Trovatore è risuscitato, le rughe romantiche ne sono state cancellate, personaggi che potrebbero essere ridicoli sembrano shakespeariani…» . Attraverso l’oscillante itinerario interpretativo rievocato, fino ai nostri giorni, in stretta sintonia con la ‘ripulitura’ operata in sede filologica e storica, Gallarati ci accompagna con mano sicura lungo il frastagliato paesaggio entro cui cogliere il processo di «ri-creazione» operato da Verdi nelle vicende del nostro melodramma: un Verdi che «contesta l’estetica del belcanto» in nome di una più stringente efficacia drammatica, un Verdi che punta sui contrasti, che cerca «posizioni potentissime, varietà, brio, patetico», che esce quindi dall’oasi dell’«aria» per scoprire l’espressività del declamato e scolpire la situazione con la «parola scenica». Intenti che si realizzano opera dopo opera e che nella «trilogia popolare» si concentrano con un’organicità esemplare, con quella economia che rende necessario ogni elemento, «sino al più piccolo particolare melodico, armonico, ritmico, timbrico, dinamico». Un viaggio attraverso la storia dell’evoluzione verdiana che funge da ampia premessa al nucleo centrale del libro in cui Gallarati ci «racconta» le tre opere offrendo una lettura avvolgente per l’acutezza con cui coglie il senso attivo di tale organicità, scena dopo scena; non un’analisi distaccata ma un’osservazione partecipata di come la lingua musicale si plasmi con una sottigliezza psicologica, a volte insospettata. Si giunge così a comporre la portata unitaria di queste tre opere, pur diversissime tra loro; tre storie che trovano una radice comune nel modo con cui Verdi trae dall’originalità delle vicende, soggetti «arditi all’estremo punto» diceva, quel fondamento di umanità sofferta che con varie declinazioni ci accompagnerà fino a «Falstaff», un senso etico che innerva anche i momenti apparentemente condiscendenti e che nella “trilogia” costituisce il tessuto più profondo di un’organizzazione formale originale, «Rigoletto», l’opera del «tempo sospeso», «Il Trovatore», plastico e scultoreo, «La traviata» in cui le forme sono «immerse nel tempo della vita che scorre con il suo flusso precipitoso».

Verdi ritrovato
di Paolo Gallarati

Il Saggiatore, pag. 587, 32,00