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Bocchi chiamato dall'Ucla

14 agosto 2016, 10:24

Bocchi chiamato dall'Ucla

Andrea Del Bue

Luglio scorso, Eskilstuna, Svezia: Mondiali Juniores di atletica leggera. Hop, step, jump: Tobia Bocchi, classe 1997, da Monticelli Terme, salta 16,51 metri nel salto triplo. È il nuovo record italiano di categoria.

Anzi, sarebbe. C'è il vento a favore, troppo forte, per un soffio: 2,1 metri al secondo, il limite tollerabile per l'omologazione è 2. Comunque, al collo, va l'argento: lo stesso metallo di un anno prima, a Nanchino, in Cina, dove Bocchi è secondo ai Giochi olimpici giovanili.

L'atleta nostrano, cresciuto tra Fmi Parma Sprint e Cus Parma, oggi in forza al Centro Sportivo Carabinieri, è tra i triplisti più forti al mondo della sua categoria.

Dopo la Svezia, arrivano gli Italiani Assoluti, a Torino: Tobia lotta tra i grandi: vince il bronzo, frantumando, con 16,54, il nuovo record italiano Juniores (il precedente era 16,43). E questa volta il vento non c'è. Nessun giovane, da anni, saltava come lui.

A questo punto, le notizie relative alle gesta di quest'atleta dal fisico di proporzioni greche, dal carattere pacifico e dalla serietà impeccabile, arrivano negli States. In particolare alla Ucla (University of California, Los Angeles), una delle più prestigiose università americane, sicuramente la più vincente a livello sportivo (113 trofei nei campionati Ncaa).

Da lì, Mike Maynard, l'head coach dell'atletica, cioè l'uomo che decide tutto a livello tecnico, a novembre prende l'aereo per presentarsi a Monticelli, a casa Bocchi, tra l'atleta, mamma Lucia e papà Carlo. Di solito, per un primo sondaggio, basta il telefono; o una mail. In questo caso, invece, Ucla vuole esserci di persona. «Roba da film», pensa oggi Tobia.

La sceneggiatura è intricata: non è così facile prendere e partire. Anche perché il periodo, per l'atleta, è tosto: l'inizio, da lì a poco, dell'addestramento militare con i Carabinieri, la maturità da preparare, la patente da fare. Il corteggiamento di Ucla è però inarrestabile e la voglia di Tobia Bocchi tanta.

«Ho detto sì, partirò il 24 agosto per questa grande avventura americana – racconta -. Da sempre ho desiderato conciliare studio (maturità in tasca, fresca fresca, con 81/100 al liceo scientifico Ulivi, ndr) e sport e negli Stati Uniti sanno come si fa. Certo, qui avrei avuto tutto: strutture all'avanguardia, il mio allenatore di sempre, l'Università. Come si fa però a dire no a una proposta del genere? Ho pensato: se rifiuto, in futuro potrò pentirmene; se accetto, e le cose non andranno per il verso giusto, potrò tornare indietro».

Per qualche mese Bocchi è stato l'oggetto del desiderio delle università americane.

Si era fatta sotto anche l'Università della Virginia: ha preferito Ucla. Forse perché di Ucla è andato a leggere un po' di storia e, in particolare, i nomi degli sportivi usciti di lì: tra gli altri, Kareem Abdul-Jabbar, miglior realizzatore nella storia della Nba, Bill Walton e i fenomeni del basket di oggi come Russel Westbrook e Kevin Love, ma anche il tennista Jimmy Connors o, per uscire dall'ambito sportivo, cinque premi Nobel.

«Ho avuto i brividi a scorrere quella lista», assicura.

Gli anni saranno cinque: i primi due di general education, poi il triennio specialistico in ingegneria.

Nello staff tecnico della squadra dei saltatori di Ucla, c'è un mito: Mike Powell, che detiene ancora, dal 1991, con 8,95 metri, il record mondiale del salto in lungo e che, tra gli anni Ottanta e Novanta, si è conteso lo scettro di miglior saltatore della storia con Carl Lewis, vincendo due ori mondiali e due argenti olimpici.

«Fa impressione, sarà fantastico – dice Bocchi -, ma so che dovrò impegnarmi a fondo. Ho la borsa per meriti sportivi, ma là le Università non scherzano: ho dovuto superare un test impegnativo in inglese e dovrò mantenere degli standard elevati sia nello studio, sia nello sport». Non c'è dubbio che Bocchi non deluderà: ha sempre voluto primeggiare. A raccontare la crescita del ragazzo e dell'atleta è il suo allenatore Renato Conte, presidente dell'Fmi Parma Sprint, insegnante di educazione fisica, che ha avuto Tobia come alunno sia alle elementari sia alle medie, alla Laura Sanvitale.

«È sempre stato argento vivo – racconta Conte -. Tutto ciò che era movimento gli piaceva, tutto ciò che era difficile lo esaltava. Ha sempre avuto l'agonismo nel sangue: non ci stava mai a perdere ed è così anche oggi. Ha un atteggiamento incredibile».

A scuola prende parte alle campestri e ai Giochi studenteschi. E vince. Alla scuola media, inizia a giocare a rugby con continuità, ma presto si dedica anche all'atletica; corsa, lanci, salti: eccelle, sempre. Rugby e atletica convivono per un po'. Quando è in terza media, viene selezionato per un progetto di formazione giovanile di palla ovale, perché è tra i migliori del territorio. Gioca estremo e ala: corre come una scheggia. Contemporaneamente, partecipa al Criterium nazionale del salto triplo. Al primo anno Cadetti arriva undicesimo; al secondo vince e diventa campione italiano. Ha 15 anni e subentra il problema della convivenza dei due sport. Non è una scelta facile, perché è fortissimo in entrambi. Se ne parla in famiglia e con l'allenatore. Sceglie il salto triplo. Ai Mondiali Allievi di Donetsk, in Ucraina, nel 2013, la prima delusione: è fuori dalla finale. Si rifà a Jesolo, in ottobre, oro agli Italiani Allievi, prima dell'exploit e la rivincita internazionale: a dicembre del 2013, infatti, vince le Gymnasiadi in Brasile. Non pago, si conferma campione italiano Allievi ad Ancona, a febbraio del 2014. Sembra non fermarlo più niente e nessuno, ma qualche giorno dopo è obbligato a un periodo di stop a causa di una microfrattura a un piede.

«Il mio primo infortunio serio – racconta il campione -. Devo ringraziare l'ortopedico Francesco Caravaggio, il fisioterapista Filippo Soncini e l'osteopata Massimo Marenzoni, che mi hanno rimesso in pista».

Più forte di prima. Ad agosto del 2015, con poche gare nelle gambe, conquista l'argento alle Olimpiadi giovanili, in Cina. E qui, come detto, inizia la grande cavalcata. A Rieti l'oro agli Italiani Juniores, poi i record tra Europei Junior in Svezia e gli Assoluti. Anche il 2016 inizia sotto il segno della vittoria: Bocchi convive col dolore, ma a febbraio è oro agli Italiani Indoor Juniores, poi argento a quelli Outdoor e ai Mondiali di categoria in Polonia rimane fuori dalla finale per sei centimetri.

Ora l'esperienza americana. Si parla di obiettivi. L'atleta Bocchi: «Star bene fisicamente. Se sono in salute, i risultati arrivano». L'allenatore Conte, invece, non si nasconde: «I Mondiali di Londra della prossima estate, quelli assoluti, tra i grandissimi di questa disciplina».

E i numeri ci sono tutti. Il ricambio generazionale è in atto. Il futuro è nella sue mani; anzi, nei suoi piedi. E la stella polare si chiama Tokyo 2020.

D'altra parte, Conte ha appena finito di vedere Daniele Garozzo vincere l'oro olimpico a Rio nel fioretto e scrive al suo atleta: «Se vince l'Olimpiade uno di Acireale, non può vincerla anche uno di Monticelli Terme?».

E la risposta di Bocchi non si fa attendere: «Da domani cominciamo a lavorarci». Da Monticelli a Tokyo, via Los Angeles. Perché no?

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