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Intervista

Vecchioni: «Vi parlo di felicità»

14 agosto 2016, 10:28

Vecchioni: «Vi parlo di felicità»

Mariacristina Maggi

Il Professore torna da noi, questa sera a Traversetolo (ore 21, ingresso gratuito) nell'area antistante il Prosciutto Bar di Rosa dell'Angelo in occasione della giornata dedicata al pomodoro Riccio di Parma: e torna per parlarci di felicità. Perché Roberto Vecchioni la felicità la vuole «addosso come una febbre» e questo suo ultimo tour è un viaggio attraverso l'universo degli affetti ispirato al libro «La vita che si ama» (Einaudi): forse il suo lavoro più intimo, privato.

A quasi cinquant'anni dal primo disco il cantautore brianzolo si racconta, svelando sul palco episodi che pochi conoscono e che affondano le radici nella sua anima. Ne abbiamo parlato con lui: e come le sue canzoni le sue parole sono capaci di arrivare dritto dritto al cuore delle emozioni.

Professore, è trascorso qualche anno dal suo ultimo concerto al Teatro Regio, con applausi infiniti...

«A Parma ho vissuto serate indimenticabili: ne ricordo una degli anni ‘70, interminabile, siamo finiti in prima pagina sulla vostra Gazzetta. Ogni volta ritrovo un calore indescrivibile...».

Lei ha cantato i più svariati miti della storia, della letteratura e dell'arte, è stato anche candidato al Nobel: ma questa volta saranno i brani più personali a scandire i tempi del concerto...

«Questo è senza dubbio il mio lavoro più intimo: è infatti dedicato ai miei figli, per i miei figli. Ho sentito l'urgenza di raccontare loro qualcosa di me e di parlare di un concetto per me recente: una sfida affrontata partendo dalla profondità degli affetti, attraverso i piccoli eventi del mio mondo privato. Per quale ragione? Per ricordare che la felicità corre sempre accanto alla nostra vita, c'è anche quando non la vediamo: ma è sempre lì, a portata di mano. E non intendo la serenità, lo “stare bene”: la felicità non è assenza di dolore o imperturbabilità epicurea, ma dinamismo, voglia di fare, di vincere, perdere... E' un sentimento che investe tutta la vita e a volte la incroci in un istante, altre è visibile come un'apparizione tra un albero e l'altro in un bosco: io questa felicità l'ho sentita sempre a fianco, anche quando si è fermato per il troppo battere il cuore di mia madre».

In scena non ci sarà l'intellettuale ma l'uomo: il padre di quattro figli, l'insegnante, il marito di Daria, il suo più grande amore (a cui dedicò con emozione la sua vittoria sanremese)...

«E' un viaggio personale lungo il “tempo verticale”: gioie vissute, dolori dimenticati e superati, frammenti di anima che non hanno tempo; uno spazio che tiene uniti tra loro passato, presente e futuro, dove nulla si perde. Sono luci che abbiamo dentro e che a un tratto sentiamo l'esigenza di portare fuori, magari per i nostri figli e per chi ha voglia di ascoltare e, perché no, di piangere: piangere come sa fare solo un uomo».

Ancora una volta affronta il Mito, però attraverso le sue emozioni più grandi: quali?

«Sarò banale, ma i momenti più importanti della mia vita non sono quelli pubblici ma quelli privati: sono la nascita dei miei figli, l'incontro con la mia compagna, le lettere di mia madre e di mio padre e il ritorno ai giorni felici della mia infanzia... Cose che rimangono».

Che rimangono, come le sue canzoni... Quali?

«Qui sono proprio io, il rotolare dei miei giorni e le mie canzoni più personali: come il ricordo di mia madre in “Dimentica una cosa al giorno”, di un padre sognatore-giocatore (“L'uomo che si gioca il cielo a dadi”), “Un lungo addio” dedicato a mia figlia, “Sogna ragazzo sogna”, “Figlio figlio figlio”, “Luci a San Siro”, “Chiamami ancora amore” e molto altro ancora».

Frammenti di memoria racchiusi in 45 anni di musica, parole e una preziosa consapevolezza...

«Che non si è felici nell'imperturbabilità, ma nell'attraversamento del vento e della tempesta: che è inutile domandarsi cosa sia la felicità o come raggiungerla... Che la felicità è la geometria stessa».

Il suo è un modo per imbrigliarla questa felicità, senza farla scivolare via e farla diventare solo un ricordo, anche quando non è facile: lei ha fede Professore?

«La mia fede è forte: io credo per logica. Non è possibile che un mondo così pieno di emozioni e di bellezza possa essere casuale...».

C'è positività e speranza nelle sue parole, però per quanto riguarda il nostro Paese?

«Per quanto riguarda la politica sono pessimista: non mi piacciono le persone e nessuno è all'altezza delle idee. La politica è lo specchio di ciò che siamo: e l'Italiano è una razza difficile, complicata... Siamo il popolo più intelligente e quando vogliamo anche il più simpatico però siamo malati di cialtronismo».

Per fortuna però c'è la memoria e il tempo verticale...

«Un tempo perduto che perduto non è, ma abita la nostra mente e il nostro cuore».

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