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Lirica

Rossini e Verdi, festival a confronto

15 agosto 2016, 09:05

Rossini e Verdi, festival a confronto

Mara Pedrabissi

Se il mondo ha conosciuto una «Rossini renaissance», il merito va al Rof. E, per sillogismo, al sovrintendente Gianfranco Mariotti, professionalmente nato medico, cresciuto come politico fino a dar corpo, negli anni Ottanta, in un crescendo degno del Cigno pesarese, all'intuizione del Rossini Opera Festival. Un'idea ben congegnata, una sinfonia di elementi favorevoli (la legge speciale del 1993 garantisce il contributo dello Stato) ed ecco che il Rossini Opera Festival, alla trentaseiesima edizione, può permettersi di guardare avanti senza troppe paure. Fino al 20 agosto Pesaro, 95mila abitanti scarsi, sa di poter contare su una costante presenza di turisti d'arte (non si vive di solo di mare). Due ospiti su tre del Festival sono stranieri, da trenta diverse nazioni: ai primi posti Francia, Germania, Inghilterra; quarto il Giappone. Uno studio del 2013 dell'Università di Urbino mostra che ogni euro investito nel Festival ne attiva 7.

Sovrintendente Mariotti, come è nato il Rof?

«La formula iniziale è stata quella di applicare un laboratorio di musicologia a un autore popolarissimo e, al contempo, sconosciuto. Rossini smise di comporre a 37 anni e sopravvisse lungamente a se stesso. Le sue opere progressivamente sparirono, costituendo un continente sommerso, un' Atlantide di capolavori di cui rimase a galleggiare solo il Barbiere di Siviglia e poco altro. Ciò contribuì impropriamente a far ritenere che Rossini fosse un compositore di opere buffe. La Fondazione Rossini restituisce le partiture perdute e noi le mettiamo in scena. Questa è stata la formula iniziale, mai imitata da nessuno. Ciò che ha garantito la fidelizzazione del pubblico è stato assicurare il massimo rigore nel rispetto delle partiture congiuntamente alla massima libertà nella messa in scena».

Ne è prova la regia di Damiano Michieletto per «La donna del lago» inaugurale... Un finale ambiguo.

«La donna del lago formalmente ha un finale lieto, in realtà tutti i personaggi sono infelici perché tutti hanno perduto. E' questo che dice la musica e Michieletto lo mette in evidenza. Del resto anche nella Traviata del vostro Verdi, nel momento cruciale del dialogo tra Germont padre e Violetta, le parole dicono che lui ha vinto e lei è sconfitta, ma la musica rivela esattamente il contrario».

Quanto e come interagisce con i direttori artistici?

«Ho avuto tre direttori artistici: Alberto Zedda, un sodalizio molto stretto che ancora prosegue con l'Accademia; Pier Luigi Ferrari (ora sovrintendente della Fondazione Toscanini, ndr) per 8 anni, dal 1992 al 2000; da quest'anno Ernesto Palacio. Con tutti e tre ho sempre adottato il metodo di lavoro della discussione quotidiana. Letteralmente. Alla fine la decisione non è dell'uno o dell'altro ma collegiale. La consultazione continua riduce al minimo l'errore».

C'è chi la accusa di essere troppo presente.

«Sì ci sono sempre, ma non sono solo. Sovrintendente e direttore artistico devono essere uno la protesi dell'altro, sennò non funzionano».

Come si è posto verso suo figlio Michele, indiscusso talento della direzione d'orchestra?

«Credo di aver gestito il rapporto con mio figlio con grande understatement. Gli ho inibito Pesaro fino a quando non avesse fatto una sua carriera e per questo ho anche litigato con Zedda, che lo voleva. Michele ha lavorato fuori, ha volato con le proprie ali ed è stato invitato a Pesaro dopo essere stato alla Scala e al Met. E' venuto a un prezzo di favore, come del resto fanno tutti gli artisti».

Qual è il vostro budget?

«Quest'anno si aggira intorno ai 5 milioni di euro. I nostri bilanci sono in ordine. Abbiamo imparato a produrre a basso costo, a allestire coproduzioni, a non strapagare gli artisti offrendo in cambio una straordinaria visibilità».

Avete avuto degli “amici illustri” del Festival. Pensiamo a Pavarotti.

«Luciano aveva a Pesaro la casa delle vacanze, ci è stato vicino con enorme affetto. Nel 1986 ebbe le chiavi della città. Le stesse che il 19 agosto riceverà Juan Diego Florez, nato artisticamente qui. Oggi è il più grande interprete di Rossini al mondo. Non a caso, la sua residenza italiana è a Pesaro».

Al Rof ha spesso cantato anche il nostro Michele Pertusi.

«E lo adoro. Michele è un fuoriclasse, anche come persona. Un belcantista nato».

Cosa conosce del nostro Festival Verdi?

«Lo conosco bene; il direttore generale del Regio, Anna Maria Meo, è una cara amica. Come ho detto tante volte anche a lei, benché io non abbia titoli, credo che il problema vostro sia come differenziarvi da tutto il mondo che è un immenso Festival Verdi. L'esatto opposto di ciò che è stato per noi con Rossini. Sono un tifoso di Verdi. Verdi è Verdi».

A chi immagina di consegnare, in futuro, il Rof?

«Ho 83 anni, saranno gli enti fondatori a consegnare “la creatura” quando riterranno giusto che io faccia un passo indietro. Non sono io a dover allevare un successore cui dire “un giorno tutto questo sarà tuo”. Il Rof è un festival internazionale e va presa una figura internazionale. Che io sia pesarese è un caso, non un modello».

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