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Deledda, simbolo della nascita della coscienza femminile

Nelle sue opere narrative, ambientate nella natia Sardegna, emerge e colpisce la contrapposizione tra bene e male, tra fato e volontà, tra colpa e redenzione

di Marzia Apice

17 agosto 2016, 22:00

Con la tessera n.639 partecipò al Primo Congresso Nazionale delle Donne Italiane, che si inaugurò a Roma il 23 aprile 1908, per «la partecipazione femminile alla vita sociale»: ma per Grazia Deledda il primo terreno di battaglia per la consapevolezza e l’autonomia delle donne fu quello personale, tanto da diventare un simbolo non del femminismo ma della nascita di una coscienza femminile. A 80 anni dalla scomparsa della grande scrittrice sarda, avvenuta il 15 agosto 1936 a Roma, e a 90 dal Premio Nobel per la letteratura (assegnatole nel 1926, è stata l’unica donna italiana a riceverlo), ancora non si esaurisce il desiderio di leggere Grazia Deledda e scoprire il fascino del suo mondo, arcaico e moderno al tempo stesso.

In questo duplice anniversario la sua terra sarda la ricorda con affetto e gratitudine, riconoscendo in lei una delle voci più autentiche della cultura isolana: tanti gli eventi in programma già dall’inizio dell’anno coordinati dal Comune di Nuoro (dove nacque nel 1871) e supervisionati dalla Regione Sardegna, volti a rendere omaggio a una donna moderna che seppe lottare per la propria emancipazione nonostante i pregiudizi, che ebbe talento e caparbietà, sensibilità e coraggio, e che molto ancora ha da dire soprattutto alle giovani generazioni.

Nei romanzi e nei racconti, nelle poesie e nelle opere teatrali, ciò che colpisce ancora dello stile della Deledda è la scrittura vivida, ricca di immagini, mai separata dalla realtà ma sempre venata di lirismo, così capace di rappresentare il suo tempo nella contrapposizione tra bene e male, tra fato e volontà, tra colpa e redenzione.

Tra le punte di diamante nel panorama dei nostri autori, la scrittrice ha dotato i suoi lavori del fascino antico e mitico della Sardegna, rendendoli tuttavia capaci di superare il contesto particolare per arrivare all’universale. Quinta di sette figli e di famiglia benestante, iniziò a scrivere giovanissima, animata da passione e determinazione. Superò il parere contrario dei familiari e la diffidenza degli altri letterati che non la consideravano sufficientemente colta. Eppure dalla sua la scrittrice aveva nomi del calibro di Luigi Capuana e Giovanni Verga, che ne compresero il talento.

Il matrimonio nel 1900 e l’approdo a Roma le permisero poi di spiccare il volo nel mondo letterario. L’esigenza di trovare una lingua che fosse specchio della società da cui proveniva, ma anche lo studio approfondito della letteratura russa, tra Tolstoj, Cechov, Gogol' e Dostoevskij, la portarono a trovare un proprio stile originale, creando un ponte tra la lingua sarda e quella italiana.

Il primo romanzo fu «Fior di Sardegna», uscito nel 1892, a cui seguì «Anime oneste» nel 1895. Poi molte opere, da «Tesoro» (1897) a «Tentazioni» (1898), da «Giustizia» (1899) a «Elias Portolu» (1903), i racconti «I giuochi della vita» (1905), «L’edera» (1908), «Il fanciullo nascosto» (1915), «Il flauto nel bosco» (1923), «Il sigillo d’amore» (1926), e ancora i romanzi, tra cui «Cenere» (1904), «Nostalgie» (1905), «La via del male» (1906), «Colombi e sparvieri» (1912), «Canne al vento» (1913, considerato il suo capolavoro), «Marianna Sirca» (1915), «L’incendio nell’oliveto» (1918) e «La Madre» (1920).

Nel 1937, venne pubblicato postumo il romanzo «Cosima, quasi Grazia», di impianto autobiografico, nel quale la Deledda ripercorre in pagine di grande intensità le gioie e i dolori della sua vita. Ed ora Carlo Delfino Editore in edizione anastatica, celebra gli 80 anni dalla scomparsa, con il libro «Amori moderni».