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TERREMOTO

Il reportage tra le macerie

25 agosto 2016, 01:40

Il reportage tra le macerie

Roberto Longoni

Il cartello arancione affiancato a quello di benvenuto sa quasi di beffa all'ingresso del paese. Ci si arriva a piedi, per forza, perché le strade sono strette e sono tutte per i soccorritori. Un chilometro e mezzo di cammino in salita, su per l'asfalto che si avvolge in spire attorno a uno dei classici villaggi del nostro Centro. Uno dei tanti di sentinella lungo la spina dorsale dell'Appennino: retroguardia di un'Italia vera e vecchia, in via di estinzione. D'inverno, con il vasto circondario, conta poche migliaia di abitanti. Ora sarebbe all'apogeo.
«La sagra dell'amatriciana, che richiama decine di migliaia di villeggianti. E anche la festa della squadra locale», scuote il capo un cinquantenne che pare invecchiato di colpo, le mani tagliate dallo scavare, i capelli intrisi di polvere. «L'ha studiato bene il momento». E poi in piena notte. Ora che il sole cala (e con esso la temperatura) ci si pensa. Un'altra notte. E chi dorme? E dove?

Amatrice non c'è più. Del Roma, albergo-ristorante tempio dell'amatriciana, è rimasto il cartello giallo sulla strada. Il resto è crollato. Dalle sue macerie hanno estratto alcuni corpi. Ma pare che le stanze ospitassero una settantina di persone. L'ospedale, giù prima della salita per il centro, è uno scatolone vuoto e sbrecciato. Nel piazzaletto hanno allestito un piccolo ospedale da campo sotto una tenda blu, accanto a cinque ambulanze. Da lì in poi è un susseguirsi di mura crollate, di tetti sfondati, di case solo in apparenza indenni. Al centro della strada, il viavai dei soccorritori. Soldati, vigili del fuoco, volontari della protezione civile. Sul far della sera quelli che scendono hanno facce da reduci di una battaglia perduta. Portano con sé l'odore della polvere, del sudore, della paura. In mano alcuni hanno picconi e badili. Altri solo i calli. Uno ha tenuto tra le braccia il corpicino di un bimbo: schiacciato da un crollo a inizio paese. Altri hanno visto la vita riemergere grazie al loro sforzo. «Ma quanti sono ancora sotto nessuno lo sa». E tutti ti parlano della sagra, della festa. Del momento dell'anno in cui Amatrice è più a petto nudo nei confronti del mostro che abita nelle sue viscere.

Si continua a scavare. Ogni tanto si grida di far silenzio, perché un cane ha fiutato qualcosa. Allora anche gli inviati televisivi impegnati nei collegamenti sullo sfondo delle macerie abbassano la voce. Ma la ressa davanti ai due accessi principali al lato meridionale del centro è tale che presto torna tutto come prima. Tantissimi sono gli stranieri. Inglesi, francesi, tedeschi, portoghesi e spagnoli, anche israeliani. Più stranieri che italiani. Un assedio di telecamere e microfoni più che di taccuini. Tutti al capezzale di questa Italia secondaria e ferita. Si è reso necessario bloccare la folla al bivio della Salaria, a otto chilometri di strada, improvvisando un caotico parcheggio. L'ultimo tratto lo si percorre in navetta (ma il servizio termina alle 21: è già troppo tardi) poi accanto al centro i posti di blocco di carabinieri, poliziotti, finanzieri. «Allargatevi, quante volte ve lo dobbiamo dire?», ripetono gli uomini in divisa ai reporter che intasano gli accesi. Loro si allargano per poi rinserrare le fila.

L'invito a fare spazio è legato a una questione di vita e di morte. Si scava sotto stretti muri appesi al cielo, si scava tra le scosse. Serve una via di fuga, ammesso che si abbia il tempo per servirsene. Defilato, accanto al varco più a monte, Marco Peschi, un ragazzo di Fermo, ha trasformato la sua vacanza in missione. «Ero a pesca di carpe a un laghetto a tre chilometri da qui», racconta. «La scossa mi ha fatto volare dalla brandina. Poi abbiamo sentito le rocce rotolare giù dalla montagna. Siamo corsi fuori dalla tenda, pensando che ci investissero». Al collo ha la lampada frontale del pescatore. Ma è pronto a usarla non appena qualcuno entro la zona rossa gli presterà un caschetto: per portare acqua a chi scava nella polvere.

Con lo sguardo, si spinge oltre le schiene di chi sbarra il passo ai volenterosi ma improvvisati. Non chiede niente. Solo di veder qualcuno riemergere dalle macerie. Rinascere, come per un secondo parto. «Ma finora ho visto troppi morti», scuote il capo. Poi, torna a tendere acqua ai reduci in cerca di un attimo di tregua. «E chissà quanti ancora sono lì sotto», pensa ad alta voce un vigile del fuoco, fissando la distesa di pietre sulla via del centro di quello che fu un paese. Un cimitero senza lapidi né croci.