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IL DISCO

“Pictures at an exhibition” di Emerson, Lake and Palmer

di Michele Ceparano

26 agosto 2016, 20:01

“Pictures at an exhibition” di Emerson, Lake and Palmer

Più che un disco è una raccolta di quadri. Quadri magnifici. Pittura o musica, “Pictures at an exhibition”, terzo lavoro di Emerson, Lake and Palmer, mitica band inglese di rock progressivo, è un capolavoro. Da scoprire o riscoprire. Registrato dal vivo in Inghilterra, alla Newcastle City Hall 45 anni fa, è la rielaborazione rock di alcuni brani dell'omonima composizione del 1874 di Modest Musorgskij. Il titolo dell'opera del grande compositore russo era “Quadri da un'esposizione”; in inglese, appunto, “Pictures at an exhibition”. Un lp che è anche un “manifesto” del progressive rock, nei primi anni Settanta ancora saldissimo in sella. Il disco infatti, sull'onda del successo di “Tarkus”, da molti considerato il capolavoro del trio, fu apprezzatissimo da critica e pubblico. Un'opera capace di unire classico e moderno, nel solco del prog più puro. Dei dieci “quadri” di Musorgskij, la band ne sceglie quattro (“The gnome”, “The old castle”, “The hut of Baba Yaga” e “The great gates of Kiev”) accompagnati da tre Promenades, che guidano l'ascoltatore - o il visitatore - tra un quadro e l'altro. Proprio come in un museo. Nel disco ci sono anche alcuni brani scritti dal gruppo, ma il gran finale è ancora “sul classico” dal momento che “Nutrocker” è una rielaborazione rock dello Schiaccianoci di Ciajkovski. Città lontane, vecchi castelli, streghe e creature fantastiche, com'è nella tradizione di Emerson Lake & Palmer. Oltre a tanta ottima musica.

P. S. Il 10 marzo di quest'anno se n'è andato uno dei tre componenti della band: Keith Emerson. Il grande pianista inglese si è infatti ucciso nella sua casa di Santa Monica, in California. Era malato e non poteva più suonare come voleva. Emerson, prima enfant prodige del piano e poi virtuoso delle tastiere (oltre a essere un “drago” al piano e all'organo hammond, sdoganò il moog), in Italia si era fatto conoscere per la sigla (“Honky Tonk Train Blues”, brano degli ani Trenta da lui rielaborato e inserito in “Works” Volume 2) di “Odeon-Tutto quanto fa spettacolo”, programma di grande successo della Rai firmato da Brando Giordani ed Emilo Ravel che impazzò dal 1976 al 1978, e di Variety (1980, sorta di continuazione di “Odeon”), in cui l'artista britannico eseguiva “Salt Cay” tra le onde dei caraibi. Di lui va anche ricordata la collaborazione e l'amicizia con Dario Argento. Aveva infatti firmato la colonna sonora di “Inferno” (1980), settimo lungometraggio del maestro del brivido. Ma Emerson - alla cui scomparsa non è seguita un'adeguata celebrazione (come è invece accaduto per tanti altri) - e i suoi due compagni d'avventura, Greg Lake e Carl Palmer, tra scioglimenti della band e ricomposizioni, ottennero un successo planetario. A “Pictures at an exhibition” Emerson era però rimasto particolarmente affezionato tanto da intitolare la sua autobiografia “Pictures of an exhibitionist”, con uno di quei giochi di parole tanto amati dagli inglesi.

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